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Stanza con vista


Harry si stiracchiò bene accompagnando il gesto con uno bello sbadiglio.
- Stanco?- domandò un suo collega appena uscito dalla doccia.
Il golden boy iniziò a sbottonarsi la camicia – Il problema di avere due lavori. Ora prendo un bel caffè e mi riprendo.-
- Forza, stenditi, il resto lascialo a loro.-
Harry tirò le labbra in un sorrido divertito e annuì, poi fece scivolare via la sua camicia.
Era ormai un mese che aveva trovato quel nuovo, inusuale, lavoro. Almeno lo spacciava per tale; non capitava tutti i giorni di essere pagati per una cosa che avrebbe fatto volentieri anche gratis.
Una volta completamente nudo, entrò nella sua camera e osservò il lettino che attraversava la parete salutandolo come un vecchio amico.
In che modo mi metto? Pensò vagamente mentre attraversava la stanza.
Beh, era così stanco che se si stendeva sulla schiena, probabilmente di sarebbe addormentato in un attimo. Così salì sul lettino e si immerse fino alla vita nel buco della parete. Poi si girò su sé stesso e si appoggiò sui gomiti.
Un ultimo aggiustamento, ed era pronto.
Dall’altra parte di quel muro, le sue gambe divaricate reggevano il bacino esposto e il suo corpo piegato a novanta.
Harry fece scivolare una mano lungo il corpo, e si concesse qualche carezza per diventare duro: era importante che lo fosse per i suoi clienti, a loro piaceva l’idea di fottersi un ragazzo eccitato, che quello che facevano non era mero pagare per del sesso, ma una perversione condivisa.
Sentì la porta cigolare, il nuovo cliente era arrivato.
Sperò che fosse uno bravo.
**

- Sei stato prenotato.- lo infirmò il suo capo un pomeriggio con un espressione divertita – Per tutto il giorno.-
- In che senso “tutto il giorno”?- replicò mettendo giù la borsa – Quale dei miei clienti fissi?-
- No, è la prima volta che viene qui.- replicò il capo – Ma è pieno di soldi e vuole divertirsi, chi siamo noi per impedirglielo?-
Harry sentì la morsa del sospetto agguantargli la bocca dello stomaco - …e ha chiesto di me specificatamente?-
Che il suo segreto fosse stato scoperto? Solo il pensiero…
- No, no.- si affrettò a replicare il capo – Ma ho pensato che rispetto a gli altri che sono qui più per necessità che altro, tu fossi più propenso ad un ingaggio così… duraturo. Se ho fatto male posso chiedere a Steve o Jimmy.-
Duraturo…
Messa da parte la paura di esser scoperto si fece strada in lui l’idea di passare davvero ore e ore con qualcuno dentro di sé. Sentì il proprio sesso tirare solo al pensiero.
- No, vado io.- sorrise – Speriamo solo sia bravo.-
Il capo quindi gli indicò la stanza che aveva adibito. Harry si infilò nel buco nel muro e si mise disteso sulla schiena, conscio che se doveva essere fottuto per ore meglio farlo mentre era comodo.
- Alza le gambe.- disse il suo capo. Harry fece un lavoro di addominali e le alzò così che il capo potesse legargli le caviglie in alto così.
Così, era perfettamente appeso al muro.
- Stai comodo?- domandò il capo – Se vuoi cambiare posizione…-
- Sì, lo so. Tranquillo.-
Disteso, completamente nudo, con una parte del corpo da una parte della parete e l’altra in una stanza differente, Harry iniziò a pensare alle scelte della sua vita. Peccato che il sesso fosse così bello. Era quello il vero problema.
Ovvio c’erano clienti che erano impediti, altri molto timidi che potevano farlo solo con anonimi corpi che spuntavano da pareti, altri ancora erano solo particolarmente perversi. Una volta gli era capitato un addio al celibato, tutti tranne il festeggiato lo avevano usato. Era stato lui il vero festeggiato a quella festa.
Era venuto a patto con i suoi istinti ormai da tempo, e quel lavoro glieli aveva solo intensificati.
In tutta sincerità, non era sicuro che sarebbe riuscito a avere un ragazzo nemmeno volendo. Dubitava di essere in grado di accontentarsi di un solo uomo. Sarebbe dovuto essere un dio del sesso, e insaziabile, come lui.
Il cliente sarebbe entrato da un momento all’altro quindi pensò fosse il caso di iniziare a toccarsi così da farsi trovare eretto, ma prima ancora di poterlo fare sentì la porta aprirsi.
Poco male, pensò, non era necessario essere già duri, era solo un piccolo regalino che si impegnava a consegnare ai clienti.
Non potendo vedere oltre il muro, aveva imparato a usare tutti gli altri sensi. Cercò di concentrarsi sui rumori, sentì suoni di stoffa, ma non di quelle che copriva la pelle. Sembrava star solo togliendosi il cappotto, poi lo sent appggiare qualcosa per terra, infine lo sentì fermarsi.
Per oltre trenta secondi alcun rumore provenne dall’altra parte del muro, poi sentì un lieve, piccolo tocco, sulla caviglia.
Gli piacevano i piedi? Una volta un cliente lo aveva scopato mentre gli leccava le dita. Era stato stranamente erotico.
Tuttavia il polpastrello incriminato, iniziò a scendere lungo il polpaccio, poi la coscia, come se testasse i muscoli tesi.
Arrivato all’interno della coscia, la avvolse con le dita e Harry riuscì ad avere una chiara prospettiva su quanto fosse grande la sua mano. Non era molto grande, ma era decisamente forte e sicura di sé.
Il pollice si poggiò con delicatezza sulla base del suo sesso, come se testasse la congiunzione tra esso e i testicoli. Lentamente spinse il pollice lungo la lunghezza ma non abbastanza da fare una qualche pressione, come se testasse il piccolo membro rilassato.
Di solito, complice il poco tempo e l’essere già duro, a quell’ora si sarebbe ritrovato perlomeno scopato da dita, ma dal momento che aveva prenotato per tutta la giornata, era anche ovvio che chiunque fosse oltre il muro voleva godersi in giro.
Sentì delle labbra premersi gentilmente tra il polpaccio e la tibia, poi un guizzo di lingue che attirò ogni suo senso. Fu strano che fosse solo quel docile e caldo tocco e attirarli, nonostante il pollice continuasse ad applicare una piccola pressione sul suo sesso.
E, mentre i sensi di Harry erano concentrati su quel nuovo calore, il pollice tornò a applicare una dosata pressione lungo la lunghezza del sesso.
Un brivido vibrò sotto la sua pelle, non importante come un orgasmo, ma quanto bastava per fargli trattenere il respiro. Fu strano, sentirsi così.
Ancora le labbra, un po’ più giù, nuovamente tutta la sua attenzione fu concentrata su di loro. Un altro bacio, più giù ancora, poi un altro più in sempre più in basso. L’aspettativa iniziò a farsi strada in lui, la sua immaginazione creò la voglia di essere succhiato, aspettò, con ansia, ma tutto ciò che ottenne fu che il suo cliente si allontanasse da lui.
Un senso nuovo di fastidio si affacciò nella sua testa. Prese un profondo respiro cercando di calcolare le sue reazioni.
Quando il cliente riprese a toccarlo, le sue mani dalle dita lunghe e calde gli afferrarono le cosce e gliele strinsero con la giusta pressione per farlo sentire dominato ma non minacciato. Quando sentì il respiro, sui suoi testicoli, bastò quello: sentì l’aspettativa diventare eccitazione e finalmente sentì il sesso indurirsi.
Forse era un vergine, pensò mentre aspettava, qualcuno che era sempre stato attratto dagli uomini ma che non aveva mai visto un’erezione diversa dalla propria. Il solo pensiero, lo rese un po’ più intenerito nei suoi confronti. Attese, paziente, ogni minima mossa. Quando le labbra lo toccarono, si aspettava di sentirle sulla sua nascente erezione, ma invece si posarono sull’inguine. Era come se cercasse di torturargli ogni cosa che circondava la meta, ma senza puntare all’obbiettivo. Le dita scivolarono sulle sue manitche e con il pollice le tirò. Non era per vedere meglio, come facevano molti, perché il suo viso era affondato sulla sua pancia, ma per torturarlo. Sentì il suo ano contrarsi, con un insolita aspettativa.
Un gemito proruppe dalla sua gola, leggero, e frustrante. Si ritrovò completamente duro, senza essere stato quasi nemmeno toccato.
Pensò finalmente che accettare quel lavoro era stato un errore: quella persone non aveva alcuna intenzione di passare quelle ore a fargli vedere il paradiso, ma a torturarlo.
Era così frustrato, i suoi sensi erano così distratti dalla lingua calda per giocava con l’ombelico, che non si rese conto del pollice tornare prepotentenemente sui testicoli con una deliziosa pressione.
Si ritrovò a inarcare la schiena, senza rendersene nemmeno conto. Si ritrovò a smaniare, volendo di più. Si addentò un labbro, fustrato dal fatto che il clinente si ritrovò a tirare le labbra sulla sua pelle, riuscì a figurarsi il sorriso, come un impronta digitare.
Stava giocando. Non era un verginello alla prima scopata, era ovvio.
Decise di calmarsi, non era un novellino nemmeno lui. Se voleva giocare,g lielo avrebbe lasciato fare, del resto era lì esattamente per quello.
Quando la punta della lingua si posò sulla base del suo sesso eretto, assieme alla pressione che ancora uno dei pollici aveva sul centro dei testicoli, Harry si ritrovò avvolto nella frustrazione più totale.
Marlino, voleva che quella bocca lo succhiasse, che quelle dita lo toccassero.
Lo voleva … e lo voleva ora!
Ottenne ciò che voleva.
Fu come essere stati sulla lunga salita delle montagne russe, era arrivato in cima, e ora si precipitava.
La bocca del suo cliente, iniziò a divorare la sua erezione con una nuova avidità, come se avesse preparato un piatto con pazienza e ora fosse arrivato il momento di mangiarla.
D’un tratto, Harry si ritrovò invaso da ogni sorta di stimolo, si ritrovò precipitare nelle montagne russe, tra giri della morte e curve e rovesci e si ritrovò completamtne assoggettato al piacere che il cliente riusciva a dargli.
Venne con un impeto che non provava da tempo, con gli occhi serrati, un gemito che gli esplodeva dal diaframma e il piacere che annullava ogni altro senso.
Si ritrovò così, arreso alla gravità, rilassato sul lettino, con le gambe appese solo grazie ai ganci. Il mondo era un bellissimo posto in cui godere.
Lentamente ma inesorabilmente la realizzazione di essere venuto con così poco preavviso e resistenza si fece strada in lui. Osservò il muro, tentando di figurarsi la faccia dell’uomo che strava distruggendo la sua professionalità nel vano tentativo di capire se era deluso o contento della sua prestazione.
Dal modo in cui iniziò a accarezzarlo, permettendogli di sentire fino all’ultimo spasmo di piacere, sembrava contento.
Con il cuore che ancora batteva e il recente orgasmo, le sue gambe iniziavano a formicolare per la posizione.
Lo sentì allontanarsi da lui, ebbe un momento di smarrimento. Quando tornò sentì un insolito freddo lungo le gambe e ci mise un secondo a realizzare che era un liquido, qualcosa che veniva spalmato suoi polpacci.
Avvertì la magia dare sollievo alle sue gambe e capì senza ombra di dubbio che chiunque fosse dall’altra parte del muro era un mago.
Impanicò per un momento, mentre le mani del cliente aiutavano il formicolio e la stanchezza della posizione con un breve massaggio lungo le gambe, ma poi ricordò che sarebbe potuto essere chiunque lì ora, che forse quel nuovo cliente poteva essere solo un nuovo cliente in quel particolare negozio, ma abitué in altri e consapevole di cosa significava una prenotazione così a lungo termine per quelli come lui.
Mise da parte il panico, per concentrarsi sulla premura e si rese conto che quel mago oltre il muro, era lì per scoparsi Harry James Potter, una cosa che per molti sarebbe stato un vero e proprio onore, per altri una vera e propria vendetta. In ogni caso, pensò mentre si ritrovava a sorridere, chiunque fosse oltre quel muro, se avesse saputo di chi era il cazzo che aveva appena succhiato, lo immaginava avere un attacco di panico.
Fu divertente e, con le gambe rinfrescate dall’incantesimo, aspettò il resto con una nuova trepidazione.
Con le mani, ancora coperte dei quel gel rinfrescante magico, il cliente tornò a accarezzare il sesso ancora un po’ indurito nonostante l’orgasmo. L’incantesimo si insinuò nella pelle ancora tesa, come una pozione lenitica su una scottatura. Fu come se la stanchezza dell’orgasmo scivolasse via, e si sentì pronto a tornare duro in un attimo, se solo il cliente lo avesse desiderato.
Lo sentì muoversi, sentì della stoffa, poi sentì una spugna scivolare sulla pancia, pulendolo dal proprio seme.
Era decisamente un abitué, pensò mentre cercava di mettersi comodo sul lettino, cambiando un poco posizione, e di quelli puliti. C’erano anche clienti a cui piaceva venire addosso e dentro, senza alcuna remora.
Harry non aveva una particolare preferenza, c’erano clienti e clienti, dipendeva da quanto si divertiva anche lui.
Dopo che il cliente l’ebbe pulito, Harry attese con una certa curiosità l’evolversi degli eventi. Questa volta la sua bocca la sentì sull’ano.
Sobbalzò, con un piccolo urletto silenzioso che gli graffiava la gola, mentre lingue, labbra e mani iniziavano a stuzzicare l’anello di carne. La lingue lo tormentò con la punta, minacciando di penetrarlo, ma senza farlo davvero, mentre le dita iniziarono a stuzzicare nuovamente il sesso.
Si ritrovò dapprima coinvolto in brevi tocchi, di lingua da un lato, da polpastrelli dall’altro, finché, in un crescendo di azioni e reazioni, si ritrovò scopato da quella lingue calca e umica e masturbato da dita forti e decise.
L’eccitazione tornò, più potente che mai, mentre i resprii diventavano sempre più spezzati. Dipenticò la professionalità, si aggrappò al lettino, solo per spingersi verso quella bocca e poi verso quelle dita.
Sempre più graffiante, il piacere diventava uno stato d’essere.
Era stato altre volte portato al piacere da cieli, era il motivi per cui lavorava lì in primo luogo, ma godersi il giro era così diverso da quello che stava facendo in quel momento…
Non riceveva solo il piacere, ma lo cercava, come un assetato nei deserto.
Anziché rincorrere l’orgasmo, Harry si ritrovò a odiare la sensazione di essere sul punto di esplodere. Rallentò i fianchi, si concentrò nel resistere. Era bello, era bello godere. Voleva che durasse il più possibile.
Ma il cliente era di tutt’altro avviso: comprendendo l’orgasmo in arrivo, aumentò il ritmo così da spingercelo incontro, come in faccia ad un treno.
Questa volta, Harry gemette così forte che era sicuro di essere stato udito oltre il muro, ma era così confuso e intontito dall’orgasmo che non se ne dette pena.
Crollò, più spossato che mai, il suo respiro rimbomba nelle orecchie rendendolo l’unica cosa che era in grado di sentire. Un astronauta, immerso nella profondità dello spazio del piacere.
Cielo, pensò mentre la lucidità si faceva strada nella sua testa, aveva fatto bene ad accettare. Voleva quel cliente, lo voleva per ore e, soprattutto, lo voleva dentro di sé. Non aveva mai voluto qualcuno dentro di sé con così tanta intensità.
**

Il cliente lo scopò con le dita fino a farlo impazzire, poi con un dildo fino a fargli dimenticare il suo nome. Dopo ogni orgasmo, usava la pozione per farlo restare riposato, per renderlo pronto al prossimo orgasmo, sembrava collezionarli.
Harry ormai era allo stremo delle forze, non sapeva che ore erano, quanto tempo era passato, né quante volte era venuto, sapeva solo che da quando quel primo tocco era giunto non aveva fatto che venire e che quel cliente, chiunque esso fosse, era il centro assoluto del suo mondo.
Se sarebbe stato in grado di avere un fidanzato, era così che lo voleva. Era così che voleva sentirsi: desiderato fino a fargli perdere la ragione.
Si chiese, con quel po’ di lucidità che riusciva ad avere, cosa ne ricavasse lui da quel pomeriggio: stava venendo? Stava godendo, solo nel toccarlo? Perché non lo aveva ancora scopato?
Infilò la mano nel buco che li separava, aprì le gambe il più possibile e si spostò come ptoeva i testicoli per dargli modo di vedere il proprio ano. Lo invitò, apparentemente, dnetro di sé lo pretese.
Sentì le dita dell’altro posarsi sulel sue nocche, sfiorarle come se fosse lì per venerarle. Harry ritrasse la mano, con riluttanza, e la guardò, come se fosse stata spettatrice di un evento mistico.
Si baciò la nocca toccata, come se quel cliente fosse un dio. Con tutti gli orgasmo che gli aveva dato, per lui poteva benissimo esserlo.
Fra qualche ora, nuovamente in piedi e nuovamente sé stesso, ogni attimo di quel pomeriggio sarebbe stato glissato dalla logica. Ma non era.
In quel momento, Harry non era mai stato tanto coinvolto da un cliente, non gli avevano mai sconvolto così tanto la testa.
Tutti glielo orgasmi, lo avevano quasi convinto di essere follemente innamorato pazzo di quella persone, chiunque fosse.
Certo che erano una cosa folle, gli ormoni.
Sentì la punta del sesso del cliente premere sulla sua entrata, poi lo sentì entrare con non poca resistenza. Fu come ricevere uno stupeficium in pieno petto, ogni terminazione nervosa venne attraversata da una scarica elettrica.
Era decisamente dotato. Magari non particolarmente largo, ma decisamente lungo. Harry si sentì toccato in punti in cui decine di clienti non erano mai stati in grado, si sentì sopraffatto da lui in così tanti modi da sentirsi ancora più stordito, ancora più innamorato.
E poi si iniziò a muovere, iniziò a uscire entrare in lui, scopandolo con una mericolosità nuova. Nulla era lasciato al caso, tutto era stato fatto con l’unico scopo di portare lui alla follia.
E Harry c’era, alla follia, e quanto desiderò con tutte le sue forze che quel sesso lo scopasse con forza, fu come se lo avvertisse rispondere a quel desiderio. Così, si ritrovò scopato più forte che mai.
Perse il contatto con la realtà. Non esisteva più la realtà. Harry Potter era solo una vittima di un piacere deleterio e letale, i suoi occhiali erano ormai un ricordo per terra, ma anche ad averli avuti addosso non sarebbe stato più in grado di vedere oltre a quella patina di assoluta realtà.
Voleva essere suo. Voleva essere comprato come un opera d’arte, usato e fottuto ogni volta che quel cliente ne avesse avuto voglia.
Voleva appartenenergli.
Era un mago, pensò tra una spinta e l’altra, voleva trovarlo, voleva conquistarlo, voleva fotterlo, voleva averlo.
Mentre l’orgasmo avanzava come una condanna a morte, Harry decise che dall’altra parte del muro c’era la persona per cui valeva provarci, insistere.
Si strinse i capelli con le dita, in assenza di altro a cui aggrapparsi mentre il piacere raggiungeva il suo culmine. Queta volta si sciolse, come se ogni sua molecola perdesse la presa nel tenerlo insieme e lo lasciasse libero di diventare una poltiglia.
Quanto riaprì gli occhi, si rese conto di aver perso un pezzo di tempo. Guardò l’orologio sulla parte e si rese conto che tra un battito di ciglia e l’altro aveva perso una mezzoretta.
Era svenuto per via dell’orgasmo.
Era solo? Osservò il muro bianco e lo odiò, odiò non poter vederci attraverso. Dall’altra parte però sentiva ancora la presenza dell’altro. Non lo stava toccando, era come se fosse rimasto ad aspettare che si svegliasse.
Nonostante Harry si rendsse conto di non avere più la più pallida idea di quanto gli restasse o quanto il fisico fosse in grado di resistere ancora, mosse le gambe per fargli cenno di essere sveglio.
Probabilmente quel tempo che gli era rimasto era anche l’ultimo tempo che avevano isnieme.
Nessuno gli dava garanzia che sarebbe tornato, né garanzia che sarebbe riuscito a capire chi fosse finito quel pomeriggio.
Non poteva lasciarlo andare, non senza consumare ogni attimo che avevano insieme. Odiò perfino quella mezzora che avevano sprecato perché lui era svenuto.
La persona dall’altra parte del muro, fece l’ultima cosa che Harry si aspettava, lo aiutò a slacciare la presa sulle sue gambe, poi lo aiutò a riacquistare lentamente la mobilità. Harry decise di cambiare posizione e si rovesciò sul lettino così da poggiare con i piedi sul lettino, ma resta esposto per lui.
Basta giochetti, basta lingua o mani. Ora che aveva assaggiato cosa voleva dire averlo dentro di sé, voleva che ogni minuti che restava ci restasse.
Il cliente, sembrò testare quella sicurezza, come se gli chiedesse il permesso. Harry si spinse contro di lui, per darglielo.
Questa volta, quando gli entrò dentro, non c’era più alcun calcolo o premeditazione, c’era perfino un po’ di tenera impazienza.
L’aver riposato non aveva tolto nulla alle ore passate, il suo ano era ancora umido e morbido, ancora smanioso, lo sentì penetrarlo con avidità.
Fu inebriante rendersi conto che aveva aspettato con desiderio che si svegliasse, che era arrivato al limite.
Harry non sapeva se fosse già venuto mentre lo portava a gli orgasmi, dubitava che fosse durato per ore senza venire, e non ricordava di averlo sentito venire prima di perdere i sensi. Tuttavia ora lo sentiva smanioso di raggiungere anche lui l’orgasmo, sbatteva i fianchi si i suoi con un impacciata frenesia. Quanto sentì il guizzo caldo e il suo gemito rimbombò nella piccola camera attraverso la parete, Harry sentì un modo di orgoglio e desiderio agguantarlo.
Se finora si era goduto il giro con un euforia dissoluta, sentirlo venire, essere riuscito afarlo impazzire anche solo per un attimo lo fece sentire non solo parte passiva della situazione, ma anche arteficie.
Ora, che un po’ di riposo gli aveva ridato lucidità, il suo orgoglio di professionista era la scusa perfetta per desiderare di essere riempito dal suo seme, di portarlo all’orgasmo con altrettanta aviditità, ricambiare il favore.
Nonostante, l’orgasmo, si spinse all’indietro e si spinse sulla pelle ancora tesa e sensibile, scopandosi da solo. Mise da parte, il desiderio che si stava riaffianciando nel suo basso ventre, dedicandosi interamente a quell’erezione.
Lui provò a frenarlo, afferra dogli i fianchi con poca convinzione, ma harry contrasse i muscoli, intensificando la presa del suo ano su quel sesso.
Fu inebriante, sentirlo di nuovo perdere il controllo.
Ormai la persona posata e calcolatrice che gli aveva fatto sfiorare la follia non era che un ricordo. Stava ricambiando il favore, sentiva la bramosia scoparlo come se non potesse semplicemente più respirare senza spingersi in lui.
Harry non poté fare a meno di venire, mentre gli orgasmi si univano ai suoi, era umano del resto, e quel cazzo era troppo bello per non farlo impazzire, ma era un dare e ricevere più reciproco che mai.
Si rese conto, mentre energie e lucidità stavano venendo meno ad entrambi, che quella situazione ormai non aveva più nulla che fare con gli affari.
Quello non era lavoro e non solo perché stava godendo coem non mai, ma perché era diventato intimo, personale e unico.
Stavano scopando, come due amanti che non risucivanoa smettere di desiderarsi.
Harry si guardò nell’acciaio del bordo del lettino e vide se stesso più distrutto che mai, fisicamente e mentalmente.
Si era innamorato di quella sensazione, si era innamorato di quel cliente.
Sapeva che anche con la luciditià, e gli ormoni passati, non era più possiible tornare indietro.
Nessuno lo aveva mai fatto sentire così.
Voleva vederlo, voleva sapere chi era, voleva restare con lui, in quella stanza, per sempre.
Sentì una famigliare sensazione sulle punta delle dita; quando era piccolo l’aveva sempre avvetutra senza farci caso, la dava quasi per scontata, solo in un secondo momento aveva realizato che era magia.
Ricordo una volta delle tante, in cui aveva realizzato magie senza l’ausilio di una bacchetta. Era in uno zoo, con un sepente costretto in una teca.
Aveva fatto scomparire la teca.
Fu strano avvertire la magia condensarsi nelle sue mani e pensare a quell’avvenimento, mentre tutto ciò che voelva era sapere di chi si stava follemente innamorando.
Capì che era troppo pardi solo quando sentì le labbra del ragazzo premersi con forza sulla sa nuca, baciargliegla, mordergli una spalla. Quando sentì il calore della sue pelle sulla schiena, i capezzoli duri premere sulle scapole. Si rese conto che non c’era più un muro a separarli quando lo sentì non solo dentro di sé, ma ovunque.
Lui era ovunque…
Le sue spinse, ora non più frenate da un maledetto muro, divennero più forti, più mirate, sembrava non aver fatto troppo caso all’improvvisa sparizione in un intera parete. Entrambi non erano nelle condizioni di rendersi conto delle conseguenze.
Continuarono a scopare, spinta dopo spinta, senza più alcune costrizione pure i loro gemiti divennero un tutt’uno con l’ambiente. Sbatterono tra loro, senza remora, consumando il tempo e il piacere che ancora gli restava.
Fino all’orgasmo.
Crollarono, il cliente su di lui, Harry sul lettino, e riuscì a vedere una ciocca dei capelli del suo prossimo sogno proibito, prima che le dita del cliente si spingessero sui suoi occhi per chiuderglieli.
Sembrò un gesto disperato, non come un cliente che non voleva vedere il volto di quell’anonimo culo sospeso che si era scopato per ore.
Gli stava coprendo gli occhi perché temeva di essere riconosciuto…
Un mago che usava una pozione consapevole che ci fosse un altro mago, un mago che gli copriva gli occhi per non essere riconosciuto da una persona che era sicuro era in grado di riconoscerlo ora che il divisore era scomparso.
Non c’era stato nessuna sorpresa, nessuna esclamazione.
Quel ragazzo sapeva benissimo chi si era scopato, e ora, stava cercando di impedire a lui di saperlo a sua volta.
Come aveva fatto? Come lo aveva scoperto? Aspettò il panico, ma era così stanco che non riuscì a avvertirlo.
Avvertiva invece le mani del suo cliente tremare.
- Se non vuoi che sappia chi sei, va bene.- disse, piano. La sua voce era così rauca da non riuscire a riconoscerla. Abbassò la testa – Non voglio metterti nei guai o altro. Nessuno saprà che sei stato qui.-
Le dita del cliente esitarono sui suoi occhi, mentre scivolavano via, mentre tutto scivolava via. Harry si ritrovò distes sul lettino, abbandonato, con el gambe che ancora tremavano per l’orgasmo e il vuoto dntro di sé.
Un mago si era appena scopato Harry Potter e ora era in grado di dire a chiuqneu che razza di puttana fosse, am tutto ciò che stava avvertendo era il vuoto che gli aveva lascaiato. Si sentì sul punto di mettersi a piangere.
Non andare, pensò disperatamente, ma disse – Addio.-
Sentì, la mano calda del cliente posarsi sulla sua schiena. C’era una nuova dolcezza, ora.
- Ti prego non odiarmi.- disse e il suo cuore perse un battito.
Avrebbe potuto riconoscere quella voce tra un milione di persone.
Si girò nonostante tutti i suoi muscoli gli implorassero di stare fermo e incrociò finalmente gli occhi del suo cliente.
Quando incrociò gli occhi di Draco Malfoy, Harry si sentì più confuso che mai.
Per poi, sentirsi sollevato.
Non era un vecchio mago bavoso e pervertito che lo aveva fatto ammattire di piacere, ma era un ragazzo stupendo e, da quello che poteva finalmene vedere, che aveva un corpo fantastico.
L’entusiasmo sfumò in fretta, redendosi conto che nonostante ciò, non poteva ottenere null’altro che quello da lui: Draco Malfoy si era appena scoparto una puttana che si faceva scopare per soldi, era impensabile di poter ottenere più di questo.
Beh, come se Harry avesse voluto più di questo da lui.
Eccetto che lo voleva.
Si rese conto che voleva molto di più da lui, e che non avrebbe mai potuto averlo.
- N-non ti odio.- disse piano volendo render almeno uno dei due mano deluso, provò a sorridere – Ed è stato un bel pomeriggio. – gli fece l’occhiolino – Sta tranquillo, non lo dirò a nessuno, sempre se rincambi il favore.-
Gli occhi dell’altro lo guardavano quasi come se non riuscissero a riconoscerlo. Harry aspettò che si rivestisse, che andasse via, aspettettò con tutte le sue forze, prima di lasciare che la delusione lo avvolgesse.
Ma Malfoy fece un passo verso di lui e gli poggiò le mani sul collo e disse l’ultima cosa che si sarebbe mai aspettato – Diventa mio.-
- cosa?- domandò confuso.
- Diventa mio.- ripeté con una sicurezza che Harry non gli aveva mai visto.
- Mi faccio scopare per soldi.- soffiò l’altro, ancora più confuso.
Draco strinse le labbra – Posso pagarti.-
- Li ho i soldi, non è certo per quelli che lo faccio.- replicò ancora. Era strano per lui star tentando ri rifiutare quello che in realtà voleva disperatamente. Ma che futuro potevano mai avere?
Erano Harry Potter e Draco Malfoy, se anche avessero superato lo scoglio del suo dopo lavoro, restava lo scoglio di chi erano.
Poggiò le mani sulle sue e per un secondo si concesse di adorarle – puoi tornare.- propose con un groppo in gola – Mi sono divertito.- esitò – Possiamo divertirci ancora.-
Draco lo guardò, come se cercasse di leggere la situazione, provò a baciarlo ma Harry si ritrasse.
Draco serrò gli occhi, cercando di dissimulare la delusione – Non dirò a nessuno che tu lavori qui.- lo rassicurò – E non tornerò mai più.-
- Malfoy…-
- Non so nemmeno io perché sono qui.- quasi gli rinfacciò – Ho scoperto cosa facevi, non riusivoa togliermi dalla testa questa idea che avendoti avuto una volta avrei potuto lasciarti andare. Ma questo pomeriggio, io…- lo guardò negli occhi, senza esitazione, senza remora – Potrei perdere ogni zellino che ho, solo per scoparti, harry. Ne diverrei dipendente.- scosse la testa, poi lo guardò un ultima volta prima di dire – Addio.-
Harry si ritrovò ad afferrargli il braccio, con forza, per fermarlo. Non se ne era nemmeno reso conto.
Draco guardò quella mano stringerlo, poi guardò lui, come a chiedergli spiegazioni. Harry si sentì crollare come un castello di carte.
- Se diventassi tuo…- si ritrovò a dire – Risuciresti ad accettare che io faccia questo alvoro?-
- Vorrei bastarti.- replicò Draco di rimando – Ma se è quello che vuoi fare… posso provare ad accettarlo.-
Bastargli? Draco era perfino troppo, ogni fibra del suo essere era stata distrutta e ricreata in favore del piacere che gli aveva fato, come un virus che lo aveva riprogrammato.
Nessuno sarebbe stato alla sua altezza e lui poteva dirlo, in molto erano passati per la sua stanza.
Gli tirò il braccio per metterselo su un fianco, poi si aggrappò sul suo collo. Lo guardò, come se cercasse di venerdì fidanzato. Fino a qualche ora prima avere un ragazzo gli sembrava la cosa più assurda del mondo, ed ora si trovava tra le sue braccia a l’idea di non esserlo gli sembrava la più folle del mondo.
- Non dovrai mai rinfacciarmi di aver fatto questo lavoro.- disse, a condizione.
Vide gli occhi grigi dell’altro studiarlo con attenzione, gli sembrò di vederlo realizzare le cose a tappe: parlava al passato del lavoro, e rendeva loro una coppia.
Questa volta, quando si spinse su di lui per baciarlo, lo lasciò fare e quel nuovo bacio sembrò perfetto e unico.
E, straordinariamente, più intimo di quanto non lo fosse stato sentire le proprie viscere essere divorate dalla passione.
Harry si ritrovò steso senza rendersene conto, il corpo di Draco su di lui, la passione nuova ritrovata. Draco si staccò da lui, colpevole. Harry lanciò un’occhiata veloce all’orologio.
- Hai ancora due ore.- soffiò divertito, poi gli passò una mano tra i capelli scompigliandoli di proposito – Il mio ultimo cliente voglio che sia il migliore.-
Draco la prese come una sfida personale.
*

Harry uscì dal locale con ancora le gambe molli. Si era appena licenziato, e il suo capo gli aveva detto con calore che ci sarebbe stata sempre una porta aperta per lui quando voleva. Uscito all’aria fresca della notte, si beò di quella sua nuova realtà.
- … ehi.- soffiò Draco, sbucando dal nulla avvolto nel cappotto - Hai fame?-
Harry gli sorrise e annuì – Sto morendo.-
Impacciati si avviarono lungo la strada, ponderando dove andare a mangiare. Il buio della notte inghiottì il locale e con esso quel lato della sua vita.
Harry Potter non ebbe più bisogno di frequentarlo, perché non ci fu mai nulla di più bello e appagante dell’essere amato da Draco Lucius Malfoy.





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Un natale da ricordare



Harry li vide la vigilia di Natale.
Tutti erano andati a dormire e Harry era sceso per bere qualcosa e li aveva scoperti, i gemelli, in cucina: erano nella penombra della luce fioca della luna che entrava dalla finestra poco più in là ed erano avvolti in un abbraccio che Harry non aveva saputo decifrare immediatamente. Il suo primo istinto era stato di chiedergli cosa stessero facendo, ma trasalì comprendendo che c’era qualcosa che non andava nel loro stare vicini, nel loro toccarsi. Non solo erano così prossimi che i loro corpi sembravano volersi unire, ma c’era qualcosa nei movimenti delle loro teste di ambiguo e sconcertante. Gli bastò sporgere di poco la testa per assistere alla visione più surreale di tutte; uno dei gemelli seduto su un ripiano della cucina che stringeva le gambe a mo’ di abbraccio attorno alla vita dell’altro e questi che gli stringeva tra le mani il viso del fratello restando ostinatamente chinato su di lui per coinvolgere in un tocco di labbra che non poteva essere altro che un bacio. Un bacio appassionante e affatto platonico.
Quando lo realizzò gli sfuggì un gemito secco che fece irrigidire i due ragazzi. Si girarono immediatamente a guardare, con il panico negli occhi.
Harry trattenne il respiro come se fosse sotto il mantello dell’invisibilità e bastasse stare completamente immobile per non essere notato.
Ma era visibile. E loro l’avevano visto.
Il gemello in piedi si scostò dall’altro così bruscamente che finì per sbattere con il tavolo appena dietro di lui.
-H-Harry!- gracchiò quasi in falsetto – ehm – si schiarì la gola – Harry.-
-Ero venuto a prendere un po’ d’acqua.- disse di rimando il moretto ancora scioccato – Acqua.- per poi girarsi e andare via.
Nessuno dei due gli fece notare di non averne presa e Harry non tornò.
**

Il giorno dopo Harry evitò i gemelli con tanta nonchalance che sembrava perfino naturale bere un thé accanto a Ron e Hermione che pomiciavano. Di solito in quel momento si eclissava e andava a gironzolare per la casa, ma gli sguardi timorosi e allarmati dei gemelli, lo aveva dissuaso a dare un'altra chance ai suoi due amici di sempre di tenergli compagnia un altro po’.
Così, in un silenzio tanto imbarazzato che era il loro essere intimi anche senza baciarsi, Harry se ne usciva con frasi a caso come “hai visto la partita dell’altro giorno?” oppure “Hermione ma il libro che hai letto ultimamente di che parlava?” e con questo, era arrivato alla frutta.
Dopo che Hermione, con un luccichio entusiasta negli occhi, era arrivata alla terza sottotrama del libro che stava leggendo, Harry gettò la spugna.
Nulla poteva essere più imbarazzante di Ron che faceva delle smorfia assurde appena dietro la ragazza per preparare le labbra alla pomiciata del secolo.
Arreso, si alzò e uscì a prendere una boccata d’aria. Il gelo gli pizzicò le guance con insistenza, ma la sensazione dell’aria fresca nei polmoni fu una liberazione. La casa dei Weasley era sempre stata piccola per quante persone ci vivevano, ma non aveva mai notato quanto fosse soffocante fin’ora.
Prese un profondo respiro. La neve cadeva leggera dal cielo, posando strati nuovi su quelli vecchi. Quella strana calma lo aiutò a fare ordine nei suoi pensieri.
Fred e George. Insieme?
Ma era reale? Forse l’aveva solo immaginato. Era tardi ed era buio. Sì, poteva benissimo essere che se lo fosse solo immaginato.
Ma lo sguardo di panino nei loro occhi, la paura di essere stati visti, scoperti. Quella era reale…
La porta stridette sul pavimento in legno e gli occhi azzurri di uno dei gemelli cercarono timidamente quelli di Harry.
No, non aveva immaginato niente.
Il gemello restò un intero minuto in piedi accanto al moretto prima di trovare il coraggio di parlare.
-Harry…- sussurrò piano. Poi tacque. La neve silenziosa scendeva senza pietà. Se continuava così non sarebbero riusciti più ad uscire di casa.
-Ascolta.- mormorò Harry ad un certo punto – Rispondimi sinceramente: c’è una spiegazione se non la più ovvia a quello che ho visto?-
Incrociò il suo sguardo e la realtà attraverso le iridi azzurre dell’altro.
L’altro annuì prendendo atto che era così; i gemelli aveva una relazione sentimentale.
Si portò una mano alla testa.
-Non so che pensare.- confessò piano - Non so come comportarmi.-
Il gemello strinse le labbra – Harry, ci dispiace. Non volevamo coinvolgerti, però devi capire che questa cosa deve restare tra noi. Se lo sapessero…-
Il gemello fu zittito dallo sguardo perplesso del moretto – Come? Temevate che lo dicessi a qualcuno?-
La preoccupazione si dipinse sul viso dell’altro – Tu e Ron non avete segreti.- disse, come se fosse il punto della situazione.
Era così? Harry fissò il vuoto cercando di capire in che misura lui e Ron fossero aperti a queste confessioni. Erano amici, certo, ma mettere la loro amicizia prima del segreto dei gemelli? Dirlo e rovinare il natale e e, ancora più importante, rovinare la vita dei suoi amici?
Guardò dritto negli occhi dell’amico e scoprì semplicemente che non era cambiato nulla. Non li odiava, certo. Non avrebbe mai potuto.
Scosse la testa con veemenza – Non vi avrei mai fatto questo. Non dovete nulla da temere.-
Una spalla del ragazzo si rilassò, ma non sembrava troppo sollevato. Una preoccupazione ancora lo aggrovigliava.
-E per quanto riguarda noi?- disse timoroso - … cosa ne pensi?-
-Ti ho detto che non lo so.- rimbeccò più acido di quanto volesse. Il gemello strinse le labbra, ferito.
-Harry…-
Il moretto prese un grosso sospiro guardando la neve cadere. - Ascolta… – esordì più calmo – Che ne penso? Penso che siate un po’ troppo uniti ovvio. Penso che è contro la legge e un sacco di altre cose, ma…-
-…ma?-
Harry lanciò un’occhiata all’amico. Un sorriso malinconico spuntò sul suo viso – …vi amate?- domandò.
Nel silenzio della vallata le neve rallento un attimo. O così parve a loro, mentre la tensione scivolava via.
Il gemello annuì, più serio di quanto Harry si sarebbe mai aspettato.
I gemelli non era mai stati seri, di loro aveva un ricordo con sempre un sorriso sbarazzino in faccia, l’espressione sfrontata, la mente impegnata sempre a combinar guai. Non li aveva mai visti così.
-E allora penso che vada bene.- si ritrovò a dire senza rendersene conto – Sono cose vostre. Se siete felici così, penso che tutto sommato non sia un male…- esitò – Almeno credo. Non è una situazione facile.-
Una folata di vento smosse i capelli rossi del gemello e Harry tirò su col naso. Si accorse solo in quel momento di stare tremando di freddo.
Rientrarono in silenzio.
La sensazione opprimente che aveva caratterizzato il suo risveglio era stranamente svanita. Accettò il calore del caminetto con sollievo.
-Harry, Fred! Che ci facevate fuori?- esclamò Molly aggrottando le sopracciglia mentre sferruzza una sciarpa che sembrava avere una H sul lato. George era accanto all’albero che tirava fuori da una scatola le decorazioni natalizie in silenzio. Incrociò lo sguardo del gemello che annuì con un sorriso affabile. Poi guardò Harry che gli restituì all’incirca lo stesso sguardo.
Harry non era ancora sicuro di come comportarsi, ma sentì che poteva rilassarsi. Raggiunge George e si sedette accanto a lui buttando le mani nella scatola.
-Ti aiuto.- disse. George allargò il sorriso e gli consegnò le stella da mettere in cima.
**

In Natale stava passando troppo in fretta. Harry preferiva passare il tempo con i gemelli, piuttosto che a vedere i migliori amici studiarsi le tonsille. Fred e George erano discreti nel loro amore, che era condito da momento fragili e delicati.
Non potevano baciarsi, bastava uno sguardo. Non potevano toccarsi, ma bastava una carezza nascosta. Lo stupore e la confusione era presto diventata tenerezza a Harry si ritrovava giorno dopo giorno sempre più affascinato dalla loro relazione.
-Vi invidio - soffiò un giorno mentre i gemelli erano distesi sul letto vicini a meditare nuovi scherzi per il loro futuro negozio di scherzi di ogni tipo. All’inizio, dal momento che pensava di essere di troppo, provava sempre un certo imbarazzo a stare con loro quando erano da soli, ma si era reso conto che erano i gemelli stessi a cercarlo. A volte, si sentiva parte di una cosa che non capiva davvero, come il significato tra le righe di un testo che continuava a leggere.
Fu quasi per caso che se ne rese conto. Non era molto sveglio.
Si era ritrovato tra loro, al centro, sul letto, con il viso incollato nel quaderno doveva avevano scritto tutte le idee, per fare una sua opinione.
Loro erano vicini, tra loro, e con lui. Così vicini che ne sentiva la consistenza, il calore, il suono del respiro, una mano di George era sulla sua schiena, la mano di Fred giocava con una sua ciocca ribelle sul collo.
Si girò verso Fred, volendo chiedergli come funzionavano i razzi multi incantesimo, ma si ritrovò braccato dal suo sguardo, poi sentì le labbra di George posarsi brevemente sulla sua spalle.
Chiuse gli occhi prima ancora di ricevere il bacio. Smise di pensare ancora prima di farsi delle domande.
Quando tutto fu finito, i due gemelli lo coccolarono, e un po’ presero in giro, per essere diventato il terzo di una coppia già atipica di suo.
-Perché?- domandò solo quando ormai era condannato a vivere quella relazione finché poteva aggrapparcisi – Perché avete voluto includere anche me?-
I due lo avevano guardato dolcemente e baciato a turno, prima di ribattere con una serietà che non era assolutamente loro.
-Perché tu ci hai accettato…- esordì Fred.
-E ci ha fatto perdutamente innamorate di te.- finì George.
Harry annuì, ancora confuso, ma allo stesso tempo ancora felice.
- E allora penso vada bene così.- soffiò, per la seconda volta ad un amore folle.
 
 
 
 
 
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Musa biricchina

Quella mattina sembrava assolutamente normale, il grigiore tipico del cielo Inglese era molto luminoso, il castello sembrava sempre caotico e magico, ma quando Harry mugugnò il buon giorno ciò che si ritrovò a dire fu:
- Buongiorno compagni, la vita sorride. Non occupate i bagni, la vescica richiede.-
Si fermarono tutti a guardarlo con un sopracciglio alzato. Ron quasi rise quando tento di rispondere “ehi amico, che ti è preso” ma si ritrovò a dire invece:
- Cosa favelli, amico? Sei strano. – trasalì – Ma cosa dico? Tacere è vano!-
Ancora sguardi, poi la voce di Neville proruppe – che scherzi sono questi? Le rime sono fuorvianti! – si tappò la bocca per un secondo, per poi ribattere – Dobbiam capire, lesti! Per dire cose senza rimpianti!-
L’intera scolaresca si precipitò in concitato silenzio lungo i corridoi. Trovarono la McGrannit in cima alle scale, il viso contrito e la pelle cinerea.
- Un incantesimo ci fu scagliato, della musa Talia porta il nome.- li informò – Ogni dialogo si ritrova rimato… e sarà punito lo stupende sornione! –
Poi la McGrannit si fece più seria ancora – Fate attenzione a ciò che dite, rimare è solo l’aspetto. La volontà con essa stride, verità celate possono rivelarsi in modo gretto. L’incanto non consente menzogna alcuna, quindi tacete per non esternar verità alcuna!-
I ragazzi si ritrovarono a impallidire. Da allora, ci fu un estremo silenzio per tutta la scuola, parlavano lo stretto necessario; il fatto che quel rimare fosse anche una specie di ironico veritatusem aveva messo a disagio tutti.
Le lezioni furono annullare, per tutto il tempo i ragazzi restarono in piccoli gruppetti a tenersi occupati nel frattempo che i professori cercavano il colpevole e ristabilissero l’ordine.
Dopo qualche ora, tuttavia, il grifondoro per eccellenza non ne poteva più. Stanco della centesima sconfitta a scacchi, si armò di pazienza e andò a farsi una passeggiata.
Non temeva in ogni caso l’incantesimo, non aveva particolari verità da celare e, se anche le avesse avuto, era sicuro che difficilmente avrebbe avuto una conversazione adatta a rivelarli. In rima o meno.
Tra le nudi dense si fece strada un tiepido raggio di sole, mentre camminava lo vide illuminare la valle e si ritrovò a sorridere, rincuorato.
Non c’era nulla da fare, nonostante fosse abituato al cielo grigio, il sole metteva sempre di buon umore!
Preso dal quel pensiero vago, non si rese conto di finire addosso a qualcuno.
Si affrettò a scusarsi con impeto – Mi spiace, davvero! Può credermi, son sincero!-
Arrossì, era ridicolo, cavolo!
Quando capì a chi era andato addosso si ritrovò a inghiottire a vuoto. Tra tutti, incontrare lui, era veramente assurdo.
- Potter, sei come la peste.- replicò Malfoy con un sopracciglio alzato e la voce atona – Accetto le tue stupide scuse meste.- fece per andare via, quando Harry si ritrovò a ribattere con animo.
- Aspetta, non andare! Delle rime che te ne pare?-
Odiò l’incantesimo. Aveva chiaramente letto la sua voglia di continuare a dialogare con lui in un modo qualsiasi e lo aveva fatto agire senza pensare.
Malfoy lo guardò, come se cercasse di capire perché gli parlava ancora.
- Trovo che sia interessante l’incanto.- replicò – Di rimar ammetto, non ho rimpianto.- quasi rise.
- Divertire ti fa questo parlare? E’ strano, credevo ti fosse temuto.- soffiò – Non hai paura di strafare? Il timor di rivelar verità non è cresciuto?-
Gli occhi grigi lo studiarono – I miei segreti sono preziosi e tanti.- sorrise – Per questo mi parli? Vuoi saperli tutti quanti?-
Harry non riuscì a frenarsi dal rispondere – Invero la mia intenzione è questa! Conoscerti è la mia richiesta!-
Se non sarebbe stato ovvio si sarebbe dato un pugno in faccia. Strinse le labbra, mentre gli occhi di Draco lo studiavano attentamente.
- La fiducia è un sentimento ancor vano? Credevo di essermi riscattato pian piano…- replicò, un po’ esitante – Potter, non ho alcuna maligna intenzione, perché di me hai solo una malvagia previsione?-
Sembrava sinceramente ferito mentre sviava lo sguardo, pronto ad andare via. Harry si ritrovò ad afferrargli il braccio.
-Sbagli se pensi questo me! Criticarti, non è mia ambizione!- esclamò esasperato – Il vero Malfoy, il vero te! Conoscerti è padrone della mia azione!-
Si guardarono, confusi e imbarazzati da quell’assurda situazione. Harry si sforzò di lasciargli il braccio mentre Draco se lo massaggio, più per avere qualcosa da fare che per vero dolore.
-L’incanto di ha dato alla testa?- domandò – Nessun’altra spiegazione resta.-
Doveva andare via. Si era già esposto troppo. Così aprì la bocca, pronto a dire, seppur in rima, di lasciare perdere e che andava via. Ma la verità esplose in lui, costretta dalla magia.
-Capisco la confusione, l’incanto mi fa essere strano.- strinse le labbra - Se ti causa tensione, il tuo scacciarmi non sarà invano.-
Draco assottigliò gli occhi, come se cercasse di capire dove fosse l’inganno.
-Non stai mentendo, l’incanto è fiscale, quindi mi stai dicendo… che con me vuoi… stare?- le parole gli sembravano avere un sapore strano nella sua bocca.
Harry impancò, cercò altro da dire qualsiasi cosa, per tentare di frenare la sua lingua incantata, ma si ritrovò a ribattere senza volerlo e senza scampo. La rima si formò nella sua testa, come se la magia gli desse scelta, la ripeté rileggendola silenziosamente prima di decidere di dirlo.
Avrebbe dato colpa alla mia, in caso.
Non che il suo desiderio fosse nasconderlo a tutti i costi…
-Sono affascinato dal tuo incarnato, abbagliato dal chiomato, catturato da i tuoi occhi, deliziato dai battibecchi. Tu mi piaci sì d’aspetto, e di più per intelletto, il tuo fascino è sconcertante, anelarti, massacrante. Quel che provo, tu odierai, di sicur mi scaccerai, son ragazzo e poi un grifone, per te son pazzo, ed hai ragione. Ma il cuor mio sussurra forte, che tu mi piaccia è la mia sorte. –
Draco lo guardava, immobile come una statua di sale. Sembrava essere incapace pure di respirare. Le iridi si dilatarono, lentamente, come se la realizzazione si facesse strada dentro di lui in modo graduale.
-Non puoi mentirmi, mi è questo inteso. Quindi di amarmi, hai sì compreso?-
Harry annuì, ormai esposto. Draco esitò, ancora un po’ confuso, ancora un po’ scosso.
-Un appuntamento, non prometto altro.- disse, a mo’ di minaccia – Solo ad incanto spento, non tentare d’essere scaltro!-
Cosa? Harry si ritrovò più confuso che mai mentre si faceva strada in lui la situazione. Annuì, e si separarono in silenzio.
Tornò nella sua casa con la testa leggera. Si chiuse il quadro alle spalle quando avvertì la magia svanire. In tempo per permettergli di trovare il coraggio di chiedere a Draco Malfoy di uscire.
Dall’altro lato della stanza, in una nicchia piccola e poco esposta, un quadro di una piccola musa sorrise.


 
 
 
 
 
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Predizioni accuratissime



- Posso fare pratica di tarocchi con te? – domandò Pansy con un espressione disperata – Se la Cooman mi boccia, sono fregata.-
Draco Malfoy sospirò gravemente mentre metteva giù il libro – Basta che non sia come l’ultima volta.-
- Beh, non sei morto.- replicò lei – E poi non vale, ho letto che morivi solo perché faceva la Cooman tanto contenta.- si lamentò.
Il giovane principe delle serpi scrollò le spalle e concesse la sua totale attenzione all’amica. Poi le fece un gesto con la mano, per indicare la superficie davanti a lui e invitarla a continuare.
Sebbene si apprestasse a fare una cosa totalmente inutile, gli occhi della giovane divennero affilati e attenti mentre mescolavano le carte con un abile maestria sviluppata negli ultimi giorni, poi posò davanti a lui il mazzo di carte e lo invitò a tagliarlo.
Draco aveva quasi un sorriso intenerito mentre separava i mazzi. Quasi.
Lei iniziò a disporre le carte sul tavolo, si prodigò a porre le carte in una precisione millimetrica prima di decretare il suo capolavoro geometrico concluso. Quando tornò da lui, si espresse con la sua migliore espressione di professionale serietà, poi iniziò a girarle.
Il modo in cui le girava stonava con tutta la sua meticolosità precedente, alcune volte la certe restavano attaccare al tavolo e doveva tentare più volte prima di girarle e Draco non poteva fare a meno di tentare disperatamente di non ridere.
Quando finalmente le carte furono girate, Draco attese.
Gli occhi della sua amica erano completamente assortiti nella lettura, sembravano seguire una scia, come le parole che attraversavano le pagine di un libro. Poi le iridi di dilatarono, come se avesse raggiunto una decisione.
Prese la prima carta e disse – Il mago.-
- Beh, sì siamo maghi.- ridacchiò Draco Malfoy con una scrollata di spalle – Sono un mago, sai che novità.-
Lei arricciò il naso – No, il mago è collegato alla carta del sole.- le indicò – C’è una persona che credi essere molto importante per te. – esitò – Sei innamorato di qualcuno?-
Colto in contropiede, Draco inghiottì a vuoto mentre le guance arrossivano un poco – Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.-
Lei si illuminò, non tanto per il clamoroso gossip ma tanto per il fatto di avere indovinato. Poi proseguì – Questa carta…- indicò una immagine con una donna anziana che teneva una clessidra – Dice che sei innamorato da molto tempo, ma questo sentimento sta per cambiare.- osservò le carte – Tutto sta per cambiare.- si corresse.
Draco scrollò le spalle – Sì, ci stiamo per diplomare, probabilmente non vedrà mai più questa persona.- s’umettò le labbra – Dimmi qualcosa che non so.-
- Riceverai buone nuove.- indicò un’altra carta – E i tuoi dubbi riceveranno risposte che attendevi da sempre. – ancora un’altra carta – Realizzerai qualcosa che volevi da tempo.-
Draco prese un profondo respiro – Dai, non mi hai augurato di morire, è un progresso.-
Pansy rilesse ancora le carte, una per una, poi sembrò arrivare a una conclusione – Devi dichiararti.- sentenziò.
- Nemmeno tra un milione di anni.-
- Devi farlo, Draco!- insistette – Le carte sono positive!-
Il cuore del serpeverde si strinse in una mossa, il suo Mago era sempre stato irraggiungibile, su così tanti livelli che faceva male ripeterseli ogni giorno: era un grifondoro, era un eroe, era etero, lo odiava.
- Non dicono altro?- domandò per cambiare discorso – Lavoro? Famiglia? Soldi?- gli fece l’occhiolino.
Pansy alzò un sopracciglio – Nulla che tu già non abbia. Ovvio che la consultazione sia su ciò che ti manca.-
- Ci vuoi anche del sale da gettare sulle mie ferite?- provò a sdrammatizzare alzando gli occhi al cielo.
Pansy si fece più avanti – Cosa hai da perdere?-
L’altro alzò le spalle – Perdere? Nulla. Prendere? Forza un pugno in faccia. Anche no, grazie. Oltre al rifiuto ovviamente.-
Pansy si fece avanti, con un piccolo broncio – Sono sicura che andrà tutto bene. Le carte hanno solo cose positive per te.-
- Pansy.- disse, a mo’ di minaccia.
La ragazza sbuffò e dette un’ultima guardata alle carte prima di raccoglierle. Si alzò e soffiò – Vedo se Zabini vuole una predizione.- mormorò – Ma tu pensaci, va bene? L’hai detto tu, fra poco potremmo non vedere mai più le persone che abbiamo visto tutti i giorni negli ultimi otto anni, potrebbe essere la tua ultima occasione.-
Ma Draco lo avrebbe visto, probabilmente tutti i giorni, tra i corridoi del ministero, alle riunioni, alle feste, a Diagon Alley.
I loro destini si sarebbero sfiorati sempre, senza mai davvero toccarsi.
Si chiese se gli sarebbe stato concetto di poterlo anche solo salutare. Sospettò che un cenno fosse il massimo a cui poteva ambire.
Pansy volò via in cerca della sua prossima vittima da tormentare, lui riprese tra le mani il libro, ma quando provò a leggere si riscoprì distratto dal peso che aveva sullo stomaco.
Poggiò il libro e decise di fare una passeggiata. Del resto, era una bellissima giornata di sole, prendere un po’ d’aria gli avrebbe fatto bene.
Una volta fuori, si tolse il mantello e lo stese sul prato, poi si prodigò a prendere un po’ di sole. Non gli era mai spiaciuto il proprio pallore, era regale e gli dava quell’aria etera di cui tutte le ragazze si innamoravano, ma a volte gli piaceva il sole. Gli sembrava di fare un passo nel suo mondo, anche se era un piccolo e insignificante passo.
- Non rischi di scottarti?- arrivò una voce dal nulla e Draco si girò più d’istinto che per curiosità. Avrebbe riconosciuto la sua voce tra mille, ma per qualche ragione era così immerso nei suoi pensieri che non ci aveva fatto caso. Tuttavia si ritrovò a rispondere – Può darsi, male che vada c’è l’infermeria.- prima ancora di concepire chi fosse a parlargli.
Quando si accorse di Harry Potter in piedi accanto a lui, il suo cuore perse così tanti battiti che si chiese se fosse ancora vivo.
Harry alzò il viso verso il sole, chiudendo gli occhi qualche attimo, come se si godesse quel tepore sulla pelle – E se svieni per l’insolazione e nessuno ti trova? – replicò tornando ad aprirli – Sei davvero pallido, è un rischio che devi correre.-
Draco cercò qualsiasi altra cosa da dire, qualsiasi, ma tutto ciò che gli venne in mente di rispondere fu – Allora dovresti restare. Per salvarmi la vita.-
Gli occhi versi lo guardarono come se d’un tratto fossero intrigati da quella risposta. Con un mezzo, nuovo, sorriso, Harry si tolse il mantello e lo stese accanto a suo, per poi sedersi.
Draco sperò davvero che l’improvviso rossore della guancie potesse scambiarlo per il calore del sole sulla pelle. Restarono in silenzio per un lungo tempo, Harry non sembrava a disagio o infastidito, prendeva i fili d’erba e ci giocava, con un espressione concentrata.
Draco si sforzò di trovare qualcosa da dire, così soffiò – Sai la Parkinson mi ha predetto il futuro con i tarocchi.-
- Davvero? Cosa ti ha detto?-
S’umettò le labbra – E’ uscito un mago e il sole.- indicò prima lui e il sole – Direi che questo momento era scritto nel nostro futuro.-
Harry sembrò divertito, piegò le ginocchia e ci appoggiò i gomiti – Che altro ha detto?-
- Che avrò solo sole belle. Hai cose belle per me?- tese la mano con sorriso mordace.
Harry ci riflettè, drizzò la schiena e si iniziò a frugare nelle sue tasche. Oltre la bacchetta, c’erano delle monete, un pezzo di carta piegato, una spilla da balia e una bustina di caramelle tutti i gusti più una. Gli offrì quella – Preferisco i soldi.- lo prese in giro di rimando, ma prendendo una piccola mangiata di caramelle e mangiarla.
- Non ne hai già tanti?-
- Rifiuteresti mai dei soldi gratis?-
- Mai nulla è gratis.- replicò Harry scrollando le spalle.
- Ah, sì?- ammiccò verso le caramelle – Quanto ti devo?-
Harry ci rifletté mentre ne mangiava qualche altra manciata – Beh, avevano un valore sentimentale, quindi valevano davvero tanto.-
Draco trovava divertente e euforica l’intera situazione. Se non avesse dovuto dimostrare distacco e superiorità, era sicuro che non sarebbe riuscito a smettere di ridere.
- Posso pagare.- replicò.
- Beh, il valore sentimentale non può essere ricompensato con i soldi.- disse Harry, pensieroso.
Sentimentale, eh?
Draco scrollò le spalle, contò tre secondi, dandosi il tempo di cambiare idea prima di dirlo, ma finiti i tre secondi quella risposta era ancora lì nella sua mente, aleggiava come un aquila che aveva puntato la preda.
- Beh, se è un sentimento quello che ti serve, quale vuoi? Odio? Amore? Fame? Felicità? Tristezza?-
- La fame non è un sentimento.- rispose divertito Harry mentre piegava la testa pensieroso.
- Sottigliezze.- fece un gesto con la mano – Allora? Quale vuoi? Ricorda; “fame” è ancora disponibile.-
- Beh, ho fame anche io, quindi non mi serve.- meditò contando sulle dita della mano – Di odio e tristezza ne posso tranquillamente fare a meno, e mi sento già abbastanza felice.-
Draco inghiottì a vuoto, notando con emozione che fosse rimasta l’ultima opzione: amore.
Fu quasi senza respiro che riuscì a dire – Mi toccherà amarti, allora.-
Fu un esperienza extracorporea. Era lì, ma era anche davanti a loro a guardarli, spettatore nella sua folle disfatta.
Harry osservò il mignolo, l’ultimo dito rimasto alzato del suo contare, poi lo puntò verso di lui, come la punta di una bacchetta carica.
- Ti tocca.- soffiò.
Non aveva capito, pensò cercando di sentirsi sollevato, ma sentendosi quasi sull’orlo della disperazione. Tanto valeva…
- Va bene, se proprio devo.- disse, fintamente esasperato, poi si chinò a poggiare la testa sulla spalla di Harry. Ciò che non si aspettava, fu che Harry alzasse un braccio per aiutarlo a mettersi più comodo e avvolgerlo in quello che poteva solo essere definito un abbraccio.
Impacciato e imbarazzato, Draco si chiese fin quanto poteva insistete in quella piccola recita, in ogni caso di aggrappò a ogni secondo che Harry gli permetteva di restargli vicino.
Dopo un po’, Harry fece una cosa strana, appoggiò la guancia sulla sua testa e disse:
- Hai altri dieci secondi per tirarti indietro. – soffiò - Ma se resti, diventerai davvero il mio ragazzo. –
C’era un tono nuovo nella voce dell’altro, un tono serio e perfino un po’ vulnerabile. Draco non sapeva se stava dicendo sul serio, non sapeva cosa stava succedendo ma quel piccolo ricatto era lì: resta dieci secondo e sarò tuo. Li contò; 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3…
Scaduto il tempo, Harry affondò le mani nei suoi capelli e gli baciò gentilmente il capo. Draco alzò il viso e Harry gli baciò la fronte, lo alzò un altro po’ e finalmente gli baciò le labbra.
Mentre rispondeva a quel tocco, fu strano pensare che Pansy avrebbe ottenuto il massimo dei voti.
Quello che era appena accaduto era davvero OLTRE OGNI IMMAGINAZIONE.






 
 
 
 
 
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La classifica misteriosa

La prima volta che Draco Malfoy udì la voce, si ritrovò a sputare l’acqua. Pareva fosse uscita una lista molto particolare, che al solo pensiero faceva molto mal pensare sulla scolaresca: era una classifica sulla presunta lunghezza del pene degli studenti maschi.
Come fossero arrivati a quelle conclusioni nessuno lo sapeva, ma sembraca che in prima posizione, a pari merito, figuravano lui e niente po’ po’ di meno che il Salvatore del Mondo in persona; Harry Potter.
-Con chi sei stato?- domandò Pansy incuriosita – Chi ti sei fatto che si è fatto poi anche Potter?-
Draco si guardò attorno e notò le occhiate. Tutti guardavano lui e Potter come se cercassero di immaginare le loro misure.
Seccato, Draco accartocciò la lista e gli dette fuoco, mettendo fine alla cosa. Almeno per ora.

Un mese dopo, non solo la voce era ancora sulla bocca di tutti, ma entrambi i pretendenti al primo posto si erano ritrovati più volte aggrediti da mani che li palpavano nella speranza di capire l’entità della sua attrezzatura.
Fu semplicemente troppo.
Draco afferrò Harry per la collottola e lo trascinò nella prima stanza vuota e urlò adirato – Questa storia deve finire!-
Harry si sistemò la camicia ancora tirata dall’attacco del serpeverde e disse –Confermo.- con un espressione grave –Come pensi di farla finire?-
Draco fece un gesto sbrigativo con la mano – Beh, si chiedono chi è più dotato. Diamogli una risposta.-
Harry alzò un sopracciglio mentre si sistemava gli occhiali –E come pensi di dargli risposta?-
-Oh, andiamo.- scrollò le spalle –Siamo due uomini, abbiamo già una conoscenza anatomica ben consolidata direi.- tirò fuori dalla tasca un piccolo metro –Tira fuori l’uccello e misuriamolo.-
Notò le guancie di Harry prendere fuoco, fu strano e questo mise un attimo da parte la sua risolutezza, ma tentò di non darlo a vedere –Forza, cosa aspetti?-
-Non è così che funziona.- si sforzò di replicare Harry – Da mosci la misura non è attendibile, lo sai. Stai forse suggerendo di farcelo diventare duro per il tuo piano malvagio?-
Draco assottigliò lo sguardo –O possiamo semplicemente dire che ce l’ho più lungo io. – scrollò le spalle, mettendosi in tasca il misuratore.
-Non sei curioso?- replicò Harry ora leggermente più rilassato – Di chi ce l’ha più lungo?- una nuova luce, si fece strada nei suoi occhi. Una curiosità, simile alla malizia.
Certo che Draco Malfoy era curioso, era il motivo principale della sua presenza in quella stanza –Tu sì?-
-Beh, è una gran della domanda.- con nonchalance la mano del grifone si poggiò sulla cintura, come se aspettasse il consenso a sbottonarla –Ti batterò anche in questo?-
Stava tentando di sfidarlo. E, maledizione, stava funzionando.
-Ora sei tu a suggerire di farcelo venire duro?- lo provocò.
Harry storse le labbra, pensieroso –Puoi darmi il metro. Lo misurerà in bagno e ti farò sapere il risultato.-
-Col rischio che bari?-
-Sei tu che timido.-
-Io non sono timido.- replicò l’altro –Ho solo decoro, cosa che a te manca.-
-Allora come suggerisci di procedere?-
Si decise per un asettica masturbazione praticata ai lati opposti della stana. Mentre Draco lasciava scivolare la mano nei proprio boxer sperò con tutto il cuore che Harry stesse facendo lo stesso senza prenderlo in giro, poi si concentrò per non diventare duro troppo in fretta; non poteva lasciar credere all’altro di trovare in qualche modo la situazione eccitante. Era fuori discussione.
Dopo quello che credeva un perfetto tempismo, decise di essere duro abbastanza da poter verificare la veridicità di quella lista.
-Io sono pronto.- disse, cercando di modulare la sua voce e non sembrare eccitato.
-Anche io.- disse Harry a fatica.
Si girarono, avvolti nei mantelli e zoppicarono fino al centro della stanza, zone dichiarata neutra.
-Aprì.- disse Harry con un cenno.
-Prima tu.-
Alzando gli occhi al cielo, il grifone eseguì. Una volto aperto il mantello, la prima cosa che Draco riuscì a vedere fu il suo magnifico uccello che era decisamente di una degna dimensione. Era leggermente più largo del suo.
-Il metro.-
Lo prese, ma non si mosse –E tu?-
-Io cosa?-
-Non sarà l’unico col cazzo al vento. Apri.-
Draco sbuffò, sforzandosi di sembrare indifferente. Vide quella luce maliziosa negli occhi dell’altro intensificarsi.
-E ora…-
Aprì il metro e tentò di misurarsi il cazzo, ma faticava a trovare il modo giusto. Draco gli tolse il metro di mano e ci provò lui, con non poco imbarazzo all’idea di avere le mani così vicine al sesso eretto dell’altro.
-Stai barando.- replicò Harry quando lo vide non affondare la punta del metro nella peluria scura.
-Circa ventidue.- sentenziò – Io sono ventitre, quindi vinco io.-
-No, che non lo sei. – replicò Harry togliendogli il metro di mano – Dimostralo.-
Stavolta fu lui a avvicinarsi col metro all’erezione di Draco per un espressione accigliata e contrita.
-Ventidue. Come me.-
-Il mio è comunque più lungo.-
-No che non lo è.-
-Sì.- replicò Draco con una scrollata di spalle – di qualche millimetro.-
A differenza del punto di vista il metro infatti dava diverse misurazione. Era chiaramente un effetto ottimo, ma Harry sembrava intestardissi che non fossero corrette le conclusioni dell’altro.
-Va bene!- scattò – Se non sei convinto di un fottuto preciso metro, cosa suggerisci per capirlo?-
Harry lo guardò, inghiottendo a vuoto – Misurazione diretta.-
All’altro mancò il respiro – Stai dicendo…-
-Sì.-
-Ma… si toccheranno.-
-E allora?-
Certo. Tutto normale, no? Stava letteralmente per scontrare il cazzo con quello del grifone e per lui era una cosa assolutamente fattibile.
Con una vena sulla tempia che pulsava, Draco acconsentì. Si prese l’erezione tentando di ignorare il brivido di eccitazione al tocco, e si concesse istintivamente un paio di carezze, prima di alzarlo. Harry si fece vicino e lo posizionò in alto a quello di Draco. Ma loro due avevano un paio di centimetri di differenza così Harry bofonchiò – Appoggiati al banco.-
Sedersi, per permettere a Potter di strusciare il suo cazzo contro il suo. Era il colmo. Quasi rise, mentre lo vedeva concentrarsi nel metterli nella stessa precisa altezza prima di unirli.
Fu come una scossa elettrica che gli attraversò ogni terminazione nervosa. Il calore e la durezza di Harry gli dettero al cervello, come se fosse ubriaco. Quasi non si rese conto, che il bacini collidevano, anzi, inebriato da quell’eccitazione nuova, adorò quel contatto.
Boccheggiò un poco, mentre, nel tentativo di centrarli, la loro pelle tesa si strusciò provocando in entrambi un momento di pura estasi.
Si rese conto troppo tardi del fatto che Harry aveva preso entrambi con una mano e stava fingendo di misurarli in tutta la lunghezza carezzandoli.
Perché certo che si faceva così, no? Draco avrebbe creduto anche che quella frizione poteva misurare la circonferenza della terra, se significava lasciarlo fare.
Ad un certo punto, fu chiaro che si stavano semplicemente godendo contatto e carezze, e ad un altro, fu chiaro che non avevano alcune intenzione di fermarsi, né di fermarsi a quello.
Draco cercò le sue spalle, si aggrappò a lui, mentre Harry gli afferrava i fianchi per spingerseli addosso. Iniziarono a sbattere i bacini l’uno contro l’altro, in una spasmodica voglia di darsi piacere, sempre di più e più ancora, fino a venire.
Sull’orlo dell’orgasmo, Draco affondò il viso nel collo di Harry, tremando d’aspettativa e sforzo di tenere le gambe strette attorno a lui. L’orgasmo gli graffiò le vene dall’interno.
Dopo di ché tutto fu silenzioso, umido e sensibilmente più rilassato.
Le labbra di Harry erano morbide sul suo collo mentre sussurrava – Non sappiamo ancora chi ce l’ha più lungo.-
Era vero.
Draco alzò il viso e strusciò il naso gelido sulla sua mascella in un gesto insolitamente familiare per lui – Se ci riproviamo finiamo di nuovo a venire?-
-Posso solo sperarlo.- replicò Harry.
Draco lo lasciò andare e si appoggiò sui palmi, lasciando la schiena rilassata all’indietro. Stavolta, mentre se ne stava nudo e sporco davanti a lui c’era un’aria totalmente diversa.
-Era il tuo piano fin dall’inizio o hai solo tentato la fortuna?-
-Sei tu che mi hai trascinato qui.- gli ricordò mentre si avvicinava appoggiandosi al banco per guardarlo dritto negli occhi – Era il tuo piano fin dall’inizio o hai solo tentato la fortuna?- gli fece eco.
Draco fissò nei suoi profondi occhi verdi e si ritrovò a chiederselo.
-Nel dubbio, possiamo rifarlo.- propose con un sorriso – Nessuno lo verrà a sapere e non succederà altro usciti da questa stanza.-
-Non è esattamente un incentivo.-
-E’ la condizione.-
La malizia negli occhi di Harry tornò a intensificarsi – Mi stai dando via libera?-
Draco s’umettò le labbra, mentre tirava il sorriso in un espressione altrettanto maliziosa – Ti sto dando un ordine.-

Due mesi dopo, la voce girava ancora, e nemmeno loro erano sicuri di chi fosse in cima a quella lista. Non che non avessero provato le misurazioni, ovviamente. Ma per qualche strana ragione i loro tentativi erano diventati sempre più complicati.
Ovviamente nessuno dei due aveva mai avuto intenzione di relegare quella cosa a quell’unico pomeriggio, Harry lo aveva trascinato nelle prima aula vuota qualcosa come una manciata di ore dopo il loro primo contatto.
Avevano scoperto altro però, avevano scoperto quanto potevano venire prima di crollare, quanto Harry resisteva mentre lo scopava, quante volte alla settimana riuscivano a evitare di saltarsi addosso. La risposta era; sempre meno.
Con un espressione esasperata Draco lo spintonò via dopo che Harry lo aveva baciato in mezzo al corridoio come se nulla fosse, come se non fosse importante che non li vedessero.
- E comunque sono più lungo io.-
Gli occhi di Harry brillavano con sempre più intensità – Sarò sempre disposto a provarti il contrario.-
 
 
 
 
 
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L'incubo

Mar. 27th, 2019 09:59 pm
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L'incubo

Quanto chiudeva gli occhi la notte, il suo cuore temeva la stanchezza e le tenebre. Sognava ancora le fiamme.
Era sempre lo stesso incubo; era nella stanza delle necessità, il suo amico che urlava arso dalle fiamme, il cuor che gli martellava nel petto, la paura, il calore e le fiamme che riempivano ogni angolo della stanza.
L’ossigeno veniva consumato come la sua speranza.
In quell’enorme stanza ricoperta di fiamme e terrore, Draco assisteva impotente alla sua imminente morte.
Eccetto che poi sopravviveva.
Una mano si tendeva, usciva dalle fiamme, lui ci si aggrappava sempre, e si ritrovava a volare poi in alto nel cielo con Harry Potter. Si svegliava sempre quando finalmente era al sicuro, ma questo non annullava affatto il terrore che ancora albergava nel suo cuore.
Quell’incubo non era solo ricorrente, era un’ossessione. Draco non faceva che passare le notti tra la paura di addormentarsi e la paura di essere ormai bloccato in quel sogno ancora e ancora.
Aveva così paura che, anche da sveglio, cercava Harry Potter tra la folla. Anche da sveglio, ambiva stringere quella mano e aggrapparsi a lui, affinché lo traesse in salvo.
Così si sedeva il più possibile vicino a lui nelle lezioni in comune, faceva in modo di ritrovarsi sempre in luogo frequentati dall’altro o di sedersi nella sala grande solo dove poteva vederlo.
Il solo vederlo, gli riusciva a far calmare i nervi tesi dalla mancanza di sonno e la paura.
- Perché non provi una pozione per dormire profondamente?- aveva tentato Blaise una notte – Così non sogni affatto.-
Draco aveva scosso la testa – Ci ho già provato. Non ha funzionato.-
- Allora non ti resta che Potter.- replicò Blaise, divertito.
Non c’era nulla di divertente.

Draco era così stanco da rischiare di addormentarsi in piedi. Complice la voce monotona del professore trapassato di storia si ritrovò accucciato sul banco in attimo prima e nella stanza infuocata l’attimo dopo.
La paura lo agguantò come sempre, si ritrovò a gridare, sperando di essere sentito, che quella mano giungesse presto. La fine del sogno, la sua via di fuga, la sua salvezza…
Harry apparve tra le fiamme e lui ci si aggrappò con tutte le sue forze.
Sentita se stesso tremare contro l’Harry del suo sogno, così intensamente che si rese conto che, a differenza del solito, il calore che sentiva non era dalle fiamme.
Aprì gli occhi e si rese conto di vedere una spalla, oltre la quale una classe li fissava, senza parole.
Si rese conto di chi era la spalla e di cosa era successo. Si impose di lasciarlo andare, dovette dare l’ordine ad ogni sua terminazione nervosa per riuscire a farsi rispettare dal suo corpo. Si allontanò, faticando perfino a respirare. Soffiò – Scusate.- prima di raccogliere la sua borsa e scappare via.

Saltò il resto delle lezioni, decise di prendere un po’ della pozione per dormire profondamente, avrebbe sognato ancora, ma perlomeno avrebbe potuto riposarsi un poco e evitare di addormentarsi a lezione.
Prima di crollare nel sogno profondo, si concentrò sul calore del corpo del grifondoro che aveva avvertito in quell’abbraccio forzato, fu più forte di lui.
Funzionò.
Si risvegliò solo la sera quando fu Blaise a svegliarlo per la cena.
- Per quello che è successo...- mormorò mentre Draco si dava una sistemata. Era così restio a risvegliarsi davvero che faticava a mettersi a fuoco allo specchio.
- Immagino che avrà fatto il giro della scuola.- mormorò mentre si passava la spazzola tra i capelli arruffati.
- Potter…- soffiò – Ha fatto domande.-
Draco si girò verso di lui - … che gli hai detto?-
Blaise nell’attesa stava giocando con la sua bacchetta, roteandola tra le dita – La verità.-
- Cosa?- si girò verso di lui. Era incapace di metterlo a fuoco per la stanchezza, ma metterlo a fuoco non sarebbe stato un problema mentre era ricoperto di sangue. Non in quel dormitorio.
- Non tutta.- precisò – Cioè che hai incubi e fatichi a dormire. Non gli ho certo detto che sogni che lui ti salvi come un bel principe azzurro.-
Draco gli lanciò la spazzola per sfogare almeno un po’ della sua frustrazione. Blaise gli sorrisi con innocenza.
- Cosa ha detto?-
- Niente. Ha annuito ed è andato via.-
- Se sono fortunato magari mi prenderanno in giro qualche settimana e poi si dimenticheranno tutti cosa è successo.- si azzardò a dire.
Blaise alzò un sopracciglio e gli restituì la spazzola – Ti senti fortunato?-

**
Tornato a lezione Draco si aspettava risatine, ma nessuno lo prendeva in giro, e fu strano. Si aggirò tra le classi e i corridoio con un espressione guardinga e timorosa, ma nessuno sembrava prestare attenzione a lui.
Fino a quanto Harry Potter non gli si parò davanti con un espressione indecifrabile.
- Dobbiamo parlare.- sentenziò.
Draco si aggrappò alle cinghie della sua borsa in un gesto difensivo e replicò – Perché?-
- Perché sì. Vieni.-
Harry si girò e iniziò a camminare senza nemmeno curarsi se Malfoy lo seguiva, dal canto suo, seguirlo era diventato il suo istinto primario sin da quando quella stanza aveva preso fuoco.
Camminarono a poca distanza l’un dall’altro per qualche minuto, poi Harry si affrettò ad entrare in un corridoio poco utilizzato e lo tirò dentro una stanza altrettanto poco utilizzata.
Il suo primo istinto fu di volersi coprire la bocca per via dell’enorme strato di polvere che era condensati sulla mobilia, il secondo fu quello di fissare Harry come era sua abitudine fare.
- Potter…- esordì cercando di trovare le parole, ma non trovò nulla da dire per giustificarsi, così si limitò a scusarsi – Mi dispiace se ti ho abbracciato. Non era mia intenzione.-
Harry incatenò il suo sguardo e per un attimo Draco si sentì giudicato.
- Cosa ricordi esattamente?-
- Come?-
- A parte l’avermi abbracciato.-
Draco sentì nel suo animo la paura avanzare. Lo aveva solo abbracciato, giusto? Non aveva fatto altro… GIUSTO?
Draco lo guardò con un’espressione confusa, e Harry aggrottò le sopracciglia.
- Eri terrorizzato, Malfoy. Non ti ho mai visto così.-
- Si chiamano incubi non a caso.-
- Poi hai scelto di abbracciarmi.- continuò.
Era una strana combinazione di parole quella. Aveva scelto. Voleva dire che non era stato il semplice istinto di aggrapparsi a qualcuno, era stata una volontà; Harry sapeva.
Draco abbassò gli occhi, più umiliato che mai, odiando il suo inconscio.
- Sogno la stanza delle necessità in fiamme e tu che mi salvi.- confessò.
Harry sembrava pensieroso mentre si avvicinava – Posso fare qualcosa per aiutarti?- domandò, con premura.
Gli venne quasi da ridere – Non posso certo chiederti di abbracciarmi prima di dormire, non credi?-
- Perché no?- replicò l’altro seriamente perplesso.
Draco strabuzzò gli occhi e ci fu una replica di sguari davvero comica.
“Secondo te?”
“E quindi?”
“Potter!”
“Che male c’è?”
Il fatto che avessero dialogato senza parlare, fu stranamente familiare.
Draco prese un profondo respiro – Perché vorresti farlo?- domandò.
- Capirai, abbracciare qualcuno. Nemmeno mi stessi chiedendo di donarti un organo.-
- Beh, mi doni il tuo corpo.- provò a sdrammatizzare.
Nello sguardo di Harry passò una nuova luce, come se trovasse molto divertente quel paragone.
- Non mi chiedi perché sono disposto a farlo?-
- Sarebbe controproducente al fatto che ho bisogno che tu lo faccia?- replicò Draco, confuso dalla facilità con cui ne stava parlando.
- Dipende.-
- Vuoi farmi del male?-
- No.-
- Prendermi in giro?-
- No.-
- … la tua motivazione ha, in generale, una connotazione negativa?-
Harry ci rifletté – “non credo”…? –
- Vai. Dimmela.- soffiò, pronto a tutto.
Harry assottigliò lo sguardo e sembrò ponderare se farlo davvero, poi scosse la testa – Meglio di no. Non adesso.- si guardò attorno, a disagio – Allora… quando vuoi.-
Draco ci meditò su – Sarebbe strano invitarti a dormire con me. Non che non sia strano che tu accetti di abbracciarmi per farmi addormentare.- si sentì di nuovo arrossire – Oggi pomeriggio?- propose – Tutti saranno via.-
Harry annuì e restarono così.

Quando Harry bussò alla porta, Draco sobbalzò. Gli aprì con un espressione pensosa.
- Ammetto che non credevo che venissi davvero.-
Harry aprì le braccia – Usami impunemente.-
Draco s’umettò le labbra e evitò di ribattere, gli fece cenno di entrare.
- Quindi ora… ci abbracciamo?- soffiò Draco.
Harry lanciò un’occhiata al letto – Stenditi, mi metto sul piumone e resto fino a che non ti addormenti.-
Draco restò un attimo a guardarlo, come se cercasse di capire quale fosse il trabocchetto a tutta la situazione. Dopo un po’, eseguì.
Come se nulla fosse, si ritrovarono distesi e abbracciati e Draco si ritrovò paradossalmente impossibilitato a dormire per via dell’agitazione.
- Chiudi gli occhi.- gli ordinò bonariamente Harry.
- Non è così semplice.- replicò l’altro – Non mi hai ancora detto perché hai accettato di farlo.- quasi obbligato, pensò.
Harry gli carezzò i capelli con un gesto spontaneo e pensieroso – Il fuoco.- disse con voce quasi assente. Con la mano libera cercò quella di Draco e gliela aprì, dolcemente – Se non avessi preso la tua mano, l’idea di perderti…-
Le iridi verdi erano diventate cupe, perse in una situazione che, a quanto pareva, aveva segnato entrambi.
- Harry…- lo chiamò e fu intimò dire il suo nome, più intimo di stare in un letto abbracciati – Perché sei qui?-
- Perché hai bisogno di me.- rispose, tornando alla realtà.
Fu più forte di lui, nemmeno la più ferrea logica lo avrebbe dissuaso dal farlo. Si spinse in avanti e cercò le sue labbra.
Una scarica di adrenalina lo invase alla paura di essere scacciato, ma svanì non appena sentì Harry stringerlo più forte, prima di rispondere al bacio con un impeto nuovo e soffocante.
Quando si staccarono, si guardarono con una confusione nuova e un consapevole imbarazzo.
- Vuoi davvero dormire?- domandò Harry, facendo scivola gli occhi sulle loro labbra.
- Non ci penso nemmeno.- soffiò Draco prima di riprendere dove si erano interrotti.






 
 
 
 
 
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Autunno di Vivaldi


Eravamo gli unici bambini che non avevano potuto frequentare la scuola sin dai primi giorni. Io perché era stato operato di appendicite all’inizio di settembre, lui perché si era appena trasferito, di conseguenza, ci eravamo incontrati in autunno.
Eravamo io e lui contro il mondo.

Crescere è stato un attimo, essere inseparabili una deliziosa conseguenza, ma non potevamo essere più differenti.
Lui splendeva in ogni cosa che facesse, ottimi voti, serve gentile, sempre apprezzato da tutti e il sogno delle ragazze…
Non ero geloso di loro. Ero geloso dell’unica cosa che amava davvero.
Sapevo che suonava uno strumento, suo madre lo tirava via dai nostri incontri per fare pratica, ma non me ne parlava mai, quasi convinto che iniziarne a parlare avrebbe potuto farmi cambiare idea sul passare il tempo insieme.
Non aveva capito che, pur di passare il tempo con lui, lo avrei sentito ripetere a ripetizione l’alfabeto.
La prima volta che lo vidi suonare, capii che non avrei mai potuto competere con quell’amore; era mistico.
Mentre l’archetto scivolava sulle corde producendo un suono che ti entrava dentro, il suo sguardo concentrato era ipnotico. Lo avrei potuto guardare esercitarsi per ore.
Crescendo, il mondo diventava sempre un po’ più complicato, il nostro rapporto mutava, mese dopo mese, adattandosi alle situazioni e alla vita. Ma nella mia vita, lui e il suo amore per il violino restavano una costante.
Non gli aveva mai detto che avevo implorato mia madre per delle lezioni pur di avere qualcosa in comune con lui, non gli avevo mai detto di essermi ferito le dita nel tentativo di suonare senza sosta, per rincorrerlo, per raggiungerlo.
Ma non era una cosa per me, così riposi il mio violino abbozzato nella cantina e mi limitai a vederlo crescere come artista e come amante della musica. Aveva un debole per la classica.
Arrivò il giorno in cui finalmente mi interrogai per la natura dei miei sentimenti verso di lui, dell’orgoglio che provavo per essere la persona su cui faceva più affidamento, sul fatto che mi sorridesse quando entrando in una stanza e allora la giornata poteva anche essere orribile ma sarebbe andato tutto bene.
Quel giorno non fu una epifania, né una incredibile rivelazione. Fu come realizzare che il cielo fosse blu nonostante lo avesse sempre visto di quel colore, così aveva realizzato di essere completamente e follemente innamorato di lui.
A volte mi lasciava solo in camera con il suo amante di legno e corde e io osservavo il suo violino con odio e un po’ di gelosia.
Geloso di una cassa di risonanza. Era decisamente il colmo.

-Adoro l’autunno.- disse un giorno mentre se ne stava concentrato a camminare mentre si faceva strada tra il rosso delle foglie cadute
-Ci siamo incontrati in autunno.- risposi, soprappensiero.
–Esatto.- mi sorride –In più la gente preferisce l’estate per le vacanza, l’inverno per la neve e la primavera per i fiori, ma vuoi mettere l’autunno?- alzò il viso e osservò il viale arrossato -Adoro l’autunno.- ripeté allora con un sorriso.
Mi afferrò per un braccio e mi portò in un parco dove ci sedemmo sull’erba. Aprì la custodia e carezzò il violino con reverenza.
-Ti spiace se lo suono un poco?-
-Certo che no.-
Avevo sempre pensato che chi suonasse il violino dovesse avere il torcicollo perenne, sempre piegato a tenerlo fermo con il mento, come potevano trovarlo comodo? Pensò questo, mentre adorava la linea tesa del suo collo bianco accarezzando l’idea di sfiorarglielo delicatamente.
Suonò per un’oretta, ma io me ne stavo steso nell’erba con loro un giacchetto a separarmi dal terreno. Lo guardavo, era impossibile non farlo e, mentre suonava, ero giustificato.
Mise il violino nella custodia, ma lo lasciò aperto, poi si stese anche lui sull’erba a fissare il cielo.
Mi misi seduto e lo osservai rilassato al sole, i miei occhi scivolarono sul mio rivale in amore.
-Posso provarlo?- domandai.
Visi i suoi occhi aprirsi qualche secondo, poi annuire. Lo presi e tentai di ricordarmi quei pochi mesi di lezione che avevo preso.
Mi misi in posizione e…
-Rilassa la mano destra.-
-così?- la resi più molleggiante.
-Sì, e alza il gomito di più.-
Eseguii, poi mise l’archetto sulle corde. Tentai di ricordarmi come fare la prima nota, posizionai le dita e poi tirai l’archetto.
Fu strano sentire questo suono uscire dallo strumento grazie a me. Non ricordavo che suonare fosse così.
Con la coda dell’occhio lo visi mettersi seduto – Non sapevo sapessi suonarlo.-
-Non lo so fare infatti.-
-Ma sai come si fa.-
Tentai di non arrossire, mentre lo rimettevo con dovizia nella custodia – Ho preso qualche lezione da bambino, volevo imitarti.- confessai.
-Perché non me lo hai mai detto?-
-E cosa dovevo dirti?- replicai imbarazzato – Che ti ammiravo così tanto da volerti imitare? Lo avresti trovato patetico.- scossi la testa e tentai di sdrammatizzare – Del resto, lo sappiamo che l’alfa nella nostra coppia sono io.-
Lo vidi tirare le labbra in un sorriso un po’ divertito un po’ pensieroso – Sarebbe stato bello suonare insieme.-
- Non ero bravo, né tenace.- scrollai le spalle – Ma se ti può consolare, ho capito quanto fosse difficile quindi – mi battei due pugni sul petto – Rispetto, fratello.-
Stavolta rise, dolcemente, prima di tornare steso a godersi un poco il sole.
- Amo l’autunno.- disse ancora, sottovoce, come fosse un segreto.

**
Mi venne voglia di riprendere in mano il violino. Lo ritrovai in un angolo della cantina, stranamente ancora in ottime condizioni nonostante il tempo e l’umidità. Non avendo continuato sin da bambino, non sarebbe mai arrivato a livelli eccellenti, ma qualcosa dentro di sé lo spingeva a voler ritentare.
Non era il successo, non era raggiungere la persona che amava, era una strana morbosa curiosità la sua. Avendo suonato quelle poche note quel pomeriggio gli aveva fatto capire quanto fosse bello suonare, senza affrontare lo studio della musica per scopi così flebili come il cercare imitare la propria cotta. Era stato bello riuscire a separare l’amore per lui, con la gioia di fare una cosa da sé.
Non gli uscirono che pochi note, ma ricordava ancora come leggere lo spartito, quindi riuscì, stonando continuamente, a mettere insieme un intera canzone.
Suo madre gli urlò di smetterla con una certa esasperazione e lui lo rimise a posto, con un nuovo sorriso sulle labbra.
Non importava se non era bravo o se non sarebbe mai riuscito a imparare davvero.
Voleva provare a dare un’altra possibilità alla musica.

**

Il saggio di fine anno della suo scuola di musica arrivò puntuale come il fisco. Ogni anno me ne stavo seduto lì odiando tutti gli altri musicisti e le loro stupide musiche, in attesa che arrivasse lui sul palco.
Non che fossero incapaci di suonare, ma se dovevo ascoltare musica classica, volevo solo sentirla da lui. La sua era migliore.
L’amore che provavo forse mi faceva essere di parte, ma non mi importava. La mia soglia dell’attenzione non era così spiccata da riuscire a dare importanza ad altro.
Quando fu il suo turno, salì sul palco in smoking e con i capelli ingellati. Era buffo, e maledettamente carino.
Prese il microfono e disse l’ultima cosa che mi sarei aspettato – Dedico questa canzone alla persone che amo.-
Sentii il pavimento crollarmi sotto i piedi. Il battito del mio cuore, accelerato per la gelosia, la rabbia e il dolore, coprì ogni nota, che a stento riuscì a sentire un uomo seduto di fronte che domandò – Cosa sta suonando?-
- L’autunno di vivaldi. – replicò la moglie – Non è la più famosa, chissà perché l’ha scelta.-
L’uomo sorrise – Per la persona che ama, magari.-
Amo l’autunno, aveva detto.
L’autunno…
Alzai gli occhi e li incrociai ai suoi, per un secondo parve che riuscisse a vedersi da sopra il palco nonostante la luce dei riflettori.
Per quel secondo, mi sentii solo in una stanza, a sentirlo suonare.

Ci siamo incontrati in autunno.
Esatto.

Per un secondo, il cuore si fermò, preso da un pensiero più folle di quanto non lo fosse la sua gelosia. Quando smise di suonare, scivolò via dal palco con un agitazione che non gli aveva mai visto, d’istinto scattò in piedi e lo seguì.
Lo trovò in corridoio, in piedi, agitato, tentava di scuotere le mani come se cercasse di scuotere il nervosismo da esse.
Si fermò solo quando si rese conto che ero lì e mi guardò, come se potessi distruggerlo.
- Non fa niente, se non provi quelli che provo io.- disse, quasi senza fiato.
Era vero.
Quel messaggio era per lui.
Attraversò l corridoio solo per afferrargli le spalle, spingerlo con un po’ di forza sul primo muto e poi baciarlo. Era così sorpreso che non rispose nemmeno, ma quel primo tocco, fu elettrizzante e unico.
Era il loro primo bacio.
Si staccò da lui, più colpevole che altro e lo lasciò andare. Lui faticò a mettersi di nuovo in piedi.
- L’autunno piace anche a me.- dissi, più imbarazzato che mai.
La sua mano mi afferrò per un bracciò, mi spinse nuovamente su di sé e cercò ancora la mia bocca. Il secondo bacio, fu incredibile.
Altri suonavano, poteva vederli chiunque in quel corridoio, forse qualcuno li aveva già visti, ma non gli importava.
Erano sempre stati loro due, contro il mondo, due figli dell’autunno.




 
 
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Rassegnazione


Dean scrutò negli occhi di Sam con circospezione. I suoi occhi, da cerbiatto impaurito lo trafissero con le loro lacrime malcelate.
Quante volte avevano pianto nella loro storia? Quante volte avevano visto gente morire per mano di mostri o per loro stessa mano?
E per quanto tempo aveva avuto voglia di stringerlo forte, così forte da fargli male?
Erano sempre stati in fuga, sempre stati temporanei nelle città, nei casi, nelle vite altrui, ma mai tra di loro. Beh, tra loro, Deam era sempre fuggito dai suoi sentimenti.
Nella vita reale, scappavano verso i guai, e allo stesso tempo da una vita che non credevano loro. Almeno Dean. Lui non aveva mai creduto che una vita normale gli fosse dovuta, e aveva odiato la rinuncia di Sam, e la sua voglia di libertà.
Ma la fuga era finita. Domani il patto con il demone sarebbe scaduto, quella era la sua ultima notte e non importava quando Sam si fosse prodigato per salvarlo, lui sapeva già che era tutto inutile.
Lui lo aveva fatto per Sam e non gli avrebbe mai permesso di salvarlo, non se questo significava la sua morte.
E poi, aveva aspettato 364 giorni per arrivare in quell’esatto istante. La sua ultima chance per fare l’unica cosa che per anni aveva vagheggiato di fare nei suoi più oscuri e celati sogni. Aveva aspettato l’ultimo giorno, lo aveva programmato sin nei minimi dettagli pur sapendo quanto fosse sbagliato. Ma del resto non c’era posto per lui in paradiso, quindi non cambiava molto.
- Dean, troverò una soluzione!- lo sentì esclamare e non poté fare a meno di sentirti felice di tutto l’amore che lui nutriva per Sam, sebbene fosse così diverso da quello a nutriva lui.
Aveva sempre desiderato proteggerlo, in un certo quale sento...lui gli apparteneva.
Ma non lo aveva mai davvero avuto.
- Va bene così, Sam.- iniziò Dean piano – Doveva andare così.-
Sam alzò gli occhi sul fratello e lo trafisse con il suo dolore tanto che l’altro si sentì morire. Avvertì dentro di sé quella famigliare sensazione ch si presentava maligna ed infida ogni qual volta che i loro occhi si incrociavano. Lo voleva. Voleva tutto di lui.
Neanche si rese conto e lo abbracciò, lo strinse così forte da toglierti il respiro e il sentirlo sospirare sulla spalla lo fece sinceramente impazzire.
Aveva aspettato tutto quel tempo, si era lasciato l’ultima tentazione per la fine, perché sapeva che era l’unica cosa che non poteva avere. Non davvero.
Provare e fallire era meglio che non provare affatto. Tanto il giorno dopo sarebbe morto, non aveva più nulla da perdere.
Lo discostò da sé quanto bastava per farlo: chiuse gli occhi e si spinse in avanti premendo brevemente le tue labbra sulle sue.
Una scarica elettrica gli attraversò il cervello, lo folgoro come se avesse appena baciato una stella. Le spalle del fratello tra le sue mani e il suo corpo, caldo e teso tre lui e il letto.
Aprì piano gli occhi, calcolando il tempo di ogni azione, scandendolo con i battiti impazziti del suo cuore. Lo aveva fatto. Lo aveva baciato.
Quante volte era stato sul punto di farlo? Quante volte si era frenato con una inspiegabile forza di volontà? Quante volte aveva scopato con qualcuna solo per sfogare il suo pressante desiderio?
Troppo. Ed ora, alla vigilia della morte, non gli sarebbe importato di morire nel tentativo di averlo.
Incrociare i suoi occhi fu meno difficile di quanto si fosse mai aspettato, nella sua immaginazione si sarebbe già visto scaraventato contro il muro, perché Sammy era forte, più forte di lui. Ma Sam non si era mosso, forse non aveva avuto nemmeno la facoltà di intellettiva di farlo confuso com’era.
Questo era il momento di tirarsi indietro, di sorride e dire una battuta sarcastica per spiegare il tuo gesto come uno scherzo, di cattivo gusto, ma “alla Dean” e tutto sarebbe poi stato dimenticato.
Ma non lo fece, non ora che aveva assaggiato l’ambrosia delle sue labbra.
Si spinse in avanti nuovamente e le assaggiò ancora con breve tocchi che cercò di tramutare, con un nuovo e deleterio coraggio, in un bacio passionale. Quasi non si rese conto del lento movimento di quella bocca peccaminosa pronta a danzare con lui in quell’abisso chiamato inferno.
Dean aprì nuovamente gli occhi e si separò da lui avvertendo come musica celestiale il gemito di frustrazione del compagno.
Stavolta gli occhi di Sam non riflettevano un abisso senza fondo di incertezza, ma un dolore forse pari solo al suo.
L’ultima notte.
- Perché ora?- sussurrò Sam così impercettibilmente che Dean si sentì quasi accarezzare da quella voce.
Tirò su le labbra in una smorfia mesta e arrogante – Perché non ora?-
Si allungò nuovamente a baciarlo, quasi come se fosse scontato, un abitudine, ma stavolta Sam si ritrasse, ferito.
- Cos’è vuoi l’ultima scopata prima di schiattare?! Figlio di...-
- Sammy!- ringhiò Dean stringendo la presa – Io non voglio scopare!-
Lo sguardo ferito del fratello lo trafisse e con un fluido movimento agguanto in un solo gesto l’erezione del fratello – No eh?- sbottò irato – Vai a trovarti una puttana se vuoi trombare l’ultima notte!-
Perché Sammy non capiva?! Dean strinse i denti, cercando di dimenticare di avere la mano del fratello su di sé. Non ci riuscì. Ansimo e mosse i fianchi in avanti, incapace di mantenere un minimo di dignità.
Sam sbatté più volte le palpebre incrociando gli occhi imploranti di Dean dopodiché imprecò tra sé e si fece più vicino al fratello.
- Fesso!- ringhiò tra i denti mentre con due mani gli sbottonava i pantaloni.
Stava davvero succedendo?! Dean non volle domandarselo nemmeno,
Gemette incoerente quando la mano un po’ fredda del fratello attraversò la soglia dei boxer e lo afferrò con forza. Le dita si mossero subito con energia, lo strinsero, lo accarezzarono, vezzeggiarono ogni parte di lui e questi si sentì impazzire semplicemente. Si aggrappò a Sam come se fosse l’unico scoglio in un mare di lussuria e guaì il suo nome.
- Ti farò star meglio.- rispose lui in risposta.
Meglio? Stava per morire, allontanarsi da lui, perderlo. Meglio un corno, ma almeno...
Alzò gli occhi e lo baciò con passione e bisogno.
La testa deragliò verso oasi lontane, la mano di Sam era forte e decisa, nessuna esitazione, nessun tentennamento, e le sue labbra erano...sue.
Spinse i fianchi contro di lui a ritmo delle sue carezze e scivolò all’indietro finendo disteso sul letto.
Tremò e gemette con forza avvertendo l’orgasmo avanzare con prepotenza.
Inarcò la schiena e strinse i denti tendendo tutti i muscoli del collo in uno spasmo unico riversandosi con forza nei propri indumenti, quindi rilassò il corpo stremato.
Era venuto in fretta, ne era consapevole, ma non poteva farci nulla il solo pensiero che fosse Sammy il suo torturatore non valeva resistenze.
Respirò profondamente rialzando gli occhi esausti verso il fratello, ma il suo cuore si fermò notando quel desiderio represso sul suo volto, quello sguardo di lussuria e desiderio era impresso su di Sam a fuoco vivo.
Inghiottì a vuoto ed allargò il suo sorrido.
- Accaldato?- domandò allungando le braccia e iniziando a sbottonargli la camicia.
- Dean.- fece solo lui in avvertimento.
- E’ la mia ultima notte, Sammy. – lo rimproverò il maggiore con aria divertita – Lasciami giocare.-
Una risata sarcastica provenne da Sam che esclamò – Certo, ovvio, giocare.-
Dean lo afferrò salatamente per il collo e lo tirò a sé con forza facendo coincidere le loro labbra e riprendendo il bacio. Rovesciò le posizioni non appena il fratello si rilassò abbastanza da soccombere. Una volta sopra si beò della consistenza del suo corpo sotto di lui e tremò, nuovamente eccitato.
- Non dirmi che non ti piace, eh Sammy?-
- Fottuti!- replicò il minore subito zittito da mano scivolata audacemente sotto il suo cavallo.
Dean gemette frustrato – Cazzo, spogliati!-
- Anche tu sei vestito!- guaì il minore sulla difensiva.
- Che palle!- ruggì strattonandogli con poca grazie – Ma vedi se devo fare tutto io!-
- Se per questo non vedo perché dovresti proprio farlo!-sbottò ancora l’altro.
Dean si fermò di colpo e abbassò gli occhi sull’amato, sentendosi profondamene offeso – Se non vuoi basta dirlo.- disse, serio.
Lo sapeva che questo momento sarebbe arrivato.
Lo sguardo del fratello minore traballo sotto la crudele realtà, aprì più volte la bocca per dire qualcosa sempre ripensandoci infine soffiò: - Ma tu domani...-
Tu domani morirai.
Dean sentì scemare l’eccitazione improvvisamente. Si era forse illuso che il fratello lo desiderasse almeno in parte? La sua era solo pietà?
Del resto..cos’altro poteva aspettarsi? Era su quella che aveva puntato, principalmente.
- Va bene allora no.- disse ritirandosi e alzandosi in piedi. Sam gemette e si alzò mettendosi seduto.
- Dean...-
- Vado a cercami una puttana, come vuoi tu.- lo freddò il maggiore – Almeno non si lagnerà più di tanto.-
Il silenzio di Sam fu glaciale, come il suo – Bene!- rigido e rabbioso.
- Bene.- replicò Dean caparbio.
- Bene!- contestò nuovamente Sam.
Quindi Dean in pochi passi uscì dalla stanza.

Una volta fuori non sentì nemmeno l’aria gelida penetrargli nelle ossa come se fosse ghiaccio puro. Era ancora troppo eccitato per calmarsi. Alla fine gli serviva sul serio, una puttana.
Il solo pensiero di aver toccato il fratello, di averlo baciato, stretto....
Gli mancava il respiro.
Lui voleva solo Sam. Nessun’altro.
Si voltò di scatto e afferrò la maniglia ma prima che potesse aprire la porta queste era già abbassata e aperta. I due sguardi si incrociarono ansiosi e colmi di desiderio e non bastarono più le parole.
Dean si spinse in avanti e affogo tra le labbra di Sam come a soffocare, mentre lo spingeva nella stanza e chiudeva la porta alla sue spalle. Sam dal canto suo rispondeva con altrettanta forze e lo spinse con poca grazie contro la porta ormai chiusa.
Un brivido scorse lungo la schiena di Dean che avvertì il gelo della porta a pelle nuda, poichè Sam non aveva perso tempo e gli aveva tolto quell’unica maglia che aveva. Spogliarsi divenne indispensabile per entrambi e con varie torture cinesi e diversi interruzioni di baci passionali riuscirono a restare indifesi di fronte all’altro.
Si presero qualche attimo di pausa per riprendere il respiro e capacitarsi della situazione.
- Sam io...-
Un altro bacio interruppe Dean. Non volevano sentire parole, giustificazioni o spiegazioni. Era la loro notte.
Dean osservò il fratello con tutta l’attenzione che per ovvie ragioni non aveva potuto dargli in tutti quegli anni. Lo scrutò in ogni dettaglio, lo mangiò vivo come solo ora poteva fare.
Ogni movimento, ogni guizzo dei suoi bicipiti o dei suoi addominali...sì, lo voleva. Eccome se lo voleva.
- Però sto sopra io.- disse infine divertito.
- Cosa? No!-
- Sono il maggiore!- replicò.
Sam assottigliò lo sguardo quindi sembrò ponderare la cosa. Si morse un labbro, rovesciò le posizioni tirandosi addosso il fratello e restando lui, questa volta, spalle alla porta.
- ...cerca di non fare lo stronzo però.-
Dean pronunciò il suo ghigno e si avvicinò alla sua pelle - Mi conosci Sammy- soffiò con un bacio – Io sono stronzo.-
- Ma piantala!- ringhiò l’altro piegando la testa verso di lui e incastrando il viso del fratello sul suo collo. Rabbrividì sentendo il suo fiato sulla giugulare e gemette frustrato.
- Oh capisco.- lo sentì dire all’improvviso.
- C-cosa..?-
- Io prima mi sono divertito.- fece il maggiore accarezzando gli addominali scolpiti del fratello – Ma tu no...stai scoppiando vero?-
Sam fece un basso ringhio frustrato come a chiedere nuovamente silenzio.
- Tranquillo fratellino. Ci penso io.- sentì ancora Dean dire con soddisfazione mal celata.
Prima ancora che Sam si domandasse cosa avesse in mente il fratello questi si era inginocchiato. Il solo pensiero gli provocò un fremito e temette di venire solo di aspettativa.
- Non vorrai..!- tentò di protestate sebbene sentisse con tutto se stesso di volerlo, senza ragioni, senza resistenze.
Dean sorrise con sguardo di chi voleva, e l’avrebbe fatto.
Inghiottì a vuoto lasciando che accadesse, ma non si sarebbe mai aspettato che fosse....così.
Non era la prima volta che qualcuno glielo faceva, la sua ex ragazza era anche piuttosto abile, ma con Dean era tutto così diverso.
Dal primo bacio, dall’incapacità di lasciarlo andare...Lo voleva.
Voleva Dean con tutte le sue forze e non sapeva assolutamente come mai.
Forse era semplicemente il peccato che scorreva nelle sue vene, del resto lui era maledetto, prescelto di stirpe demoniaca. Ma non importava nulla di demoni, angeli, wendigo, spettri o spiriti.
Voleva stare con Dean...per sempre.
La bocca del fratello non era delicata con quella di Jessica, era più calda, più forte ed energica. La lingua birichina giocava con lui, lo torturava e Dean era un torturatore nato.
Non sembrava volerlo soddisfare sul serio, quello era più un gioco crudele in cui era caduto impossibilitato a rialzarsi. Come ora, che le gambe gli cedevano per via della debolezza e l’arrendevolezza del suo corpo.
- Dean..- fu sono un sospiro un gemito sottile e ansioso, poi la ragione lo abbandonò. Spinse i fianchi in avanti per scoparsi senza remore quella bocca viziosa e sentì il piacere esplodere in lunghi getti di soddisfazione. Continuò a scoparsi la cavità orare del fratello senza alcun freno finché non si sentì del tutto soddisfatto e solo allora scivolò in terra completamente esausto.
Ansante e con il cuore a mille quasi non si rendeva più conto di dove fosse, sapeva che c’era Dean con lui e che non c’era altro posto in cui voleva stare.
Alzò gli occhi e lo guardò come a scusarsi per il suo entusiasmo ma Dean posò la fronte sulla sua e attese,paziente che il fratello si riprendesse.
- ...Sammy. Se vuoi smettere dillo ora.- dichiarò il fratello chiudendo gli occhi e beandosi della vicinanza del minore – Perché non riuscirò a fermarmi...non posso. –
Sam sospirò ancora – Non azzardarti a fermarti, Dean. Non oggi...- replicò l’altro – Se ti fermi, ti uccido io, prima del tempo.-
Dean aprì gli occhi e annaspò alla ricerca di un briciolo di coraggio per continuare – Se solo tu sapessi quanto tengo a te...- confessò piano – Uno come me non può aspirare il paradiso, sapevo da sempre che sarei finito all’inferno, Sam. –
Sam inghiottì a vuoto recuperando gran parte dell’ossigeno che ancora gli serviva ma si sentì ancora morire. Baciò Dean e lo abbracciò come solo un innamorato poteva fare. Pregò che capisse, ma nel dubbio bastò una sola frase per eludere qualsiasi dubbio – Allora aspettami lì, ti raggiungerò.-
I fratelli tramarono dietro una certezza: si amavano, di un amore difficile e impossibile, ma fin troppo reale per poter essere ignorato.
Tanto sarebbero finiti all’inferno in ogni caso, uno per un patto, l’altro per nascita. Si sarebbero ritrovati lì, a che scopo quindi continuare a farsi remore?
- Ti amo, Sam. – confessò quindi Dean interrompendo per un attimo il bacio – Ti amo.-
- Baciami, imbecille.- replicò il fratello affogando nel desiderio ritrovato.

Una mano vagò lungo la pelle chiara di Sam con delicatezza. Dean non era un tipo da smancerie e dolcezze, ma non poteva rovinare quel delicato momento. Sam lo guardò qualche secondo prima di afferrare il ciondolo che il fratello portava fedelmente al collo e tirarlo per fargli aprire le sue volontà.
Baciami.
Dean eseguì. Posò le labbra su quelle del fratello e le lecco, le morse, le torturò come meglio gli piaceva. Erano sue, anche solo quella notte.
La mano raggiunse una coscia e la alzò piano, con le dita massaggiò la zone delicata della natica e restò piacevolmente sorpreso dalla facilità con cui Sam si lasciò andare eseguendo ogni suo comando.
Era un gioco dare, avere, concedere, pretendere...un equilibrio nuovo e precario.
Dean allentò la presa del bacio e guardò il fratello minore negli occhi come a volergli confessare ancora quella verità celata per anni.
Ti amo.
Nella sua mente non sentiva che quelle due parole sussurrati nell’inconscio.
Ti amo ti amo ti amo.
Così tanto che non poteva più fare a meno di lui.
Se fosse vissuto anche solo un giorno in più senza la possibilità di poterlo avere sarebbe impazzito, avrebbe preferito la morte.
Ed ora stava morendo e guardare ciò che aveva sempre avuto, avere la certezza di averlo..lo stava distruggendo.
Sam sembrò concepire l’inquietudine del fratello.
- Tutto bene?-
- Si.- mentì immediatamente Dean, fingendo un sorriso – Sei ben messo eh Sammy?- scherzò su – Quando eri bambino ce l’avevi così piccolo che pensavo non ti sarebbe mai cresciuto!-
Sam assottigliò lo sguardo e guardò altrove. Sapeva che il fratello reagiva sempre così, quando aveva paura. Si buttava nelle cose senza pensare, senza ragionare. Perdeva concezioni con la realtà.
Per questo motivo erano in quel preciso momento al punto in cui si trovavano, su un letto, nudi, con tutte le intenzioni di concedersi un'unica notte di completa libertà sui loro sentimenti.
- Tu invece sei sempre una mezza tacca.- replicò dopo un po’ abbozzando un sorriso.
- Hey!-
- E’ la verità!-
- Ma fottiti!- replicò Dean alzandogli la gamba con gentilezza.
Sam rise – Non stai per farlo tu?-
- Sammy!- rise Dean – Sei un vero porcellino.-
Le parole morirono in gola al minore non appesa sentì il membro del fratello toccargli le natiche. Non poteva vederlo, ma sapeva che a dispetto delle battute, meritava. E ora era dietro di lui, duro e caldo pronto a entrargli dentro. Tremò, ma non di paura. Si scoprì con una punta di vergogna voglioso di tutto ciò.
- Devo prepararti.- lo sentì quasi ringhiare di voglia repressa.
- Ti sei informato molto eh?- replicò l’altro stringendo la presa sul cuscino e girandosi un poco verso il fratello.
Dean sorrise e gli baciò brevemente le labbra per poi allontanarsi di poco, quando tornò dalla sua parte immediatamente sentì qualcosa di freddo e umido apprestarsi a lui. Si immobilizzò nell’attesa.
Due dita lunghe e affusolate giocarono qualche secondo intorno alla sua apertura prima di penetrare piano. Sam si morse un labbro, impensierito.
Non faceva male, era solo...strano.
Parecchio strano.
- Dean!- ruggì inspiegabilmente spaventato.
- Shh.- replicò il fratello dandogli un bacio sul collo – Passa..è solo l’inizio
Strano come il maggiore riuscisse sempre a tranquillizzarlo. Sam chiuse gli occhi e sospirò.
Aveva affrontato demoni e spettri senza batter ciglio e ora aveva paura di cosa..? Di tutto ciò che un uomo ha di più caro, nella sua parte più delicata?
Se era di Dean però...
Pensando al fratello dietro di lui i nervi del piccolo Sam si acquietarono improvvisamente. Era Dean, il suo amante. Andava bene così.
Nuovamente rilassato iniziò a sentire le dita in maniera differente, quasi piacevole. E poi sentì che erano troppo poche.
Ringhiò tirando indietro il bacino, volendo farle affondare di più. Gemette il nome del fratello, come ad implorarlo.
Dean sorrise sui capelli del fratellino e si strinse a lui.
- Sei un maledetto porcellino.- disse, divertito, per allentare la propria tensione. Tolse le dita, ignorando il gemito frustrato dell’altro, poi portò la punta del pene alla sua apertura e iniziò a penetrarlo. Prese un profondo respiro, avvertendo l’aria mancare e quindi la forzò, lentamente.
- Dean!- sentì il fratello gemere.
- Oh cielo Sam.- rispose lui entrato di poco – Cazzo se sei stretto!-
Sam rispose solo con un basso mugugno.
Il cuore era impazzito ed il nuovo dolore era facile da gestire, quasi nulla viste le pallottole che si era sorbito e tutte le botte.
Ansimò e si spinse contro il membro duro di Dean, provocandogli un tremolio pronunciato.
- Sta fermo!- ruggì lui – O finisce tutto subito.-
- Muoviti.- fu l’unico commento del fratello.
Detto fatto. Dean sorrise nuovamente sulla pelle del fratello, baciandola di quanto in quanto come promemoria della dolcezza che voleva trasmettergli.
Si spinse in lui finché non fu del tutto dentro, poi attese che gli saprmi di Sam cessassero ad indicare la ritrovata abitudine. Contò i secondi.
Quando sentì Sam pronto per lui non si fece ripetere due volte l’implorazione di piacere che provenne dall’altro. Iniziò a muovere i fianchi con sempre più velocità fino a scoparselo come se non ci fosse un domani.
E non c’era effettivamente.
Con un colpo di reni si mise in ginocchio, obbligando il fratello a mettersi carponi quindi continuò la sua feroce corsa verso il piacere.
Le spinte erano marcate e mirate al piacere di entrambi, Sam vibrò visibilmente quando lo sentì sfiorare quel punto magico che non sapeva di avere. Oddio se era bello...
- Dean!- lo implorò in un urlo. Dean eseguì.
Mirò le spinte e nel mentre si beò del bollente interno del fratello che per anni aveva agonizzato tra il sogno e la veglia.
Cacciò fuori quasi completamente il membro per poi inserirlo ancora, con più forza,sempre più profondamente, quasi nella speranza di fondersi in lui di penetrargli fino alle ossa e di diventare un tutt’uno.
E quando l’orgasmo sopraggiunse gli parve che il proprio desiderio divenisse realtà.
Inferno e Paradiso si fusero in una beatitudine che non credeva raggiungibile da un corpo umano.
Così era così quindi, fare l’amore con la persona che si amava.
Continuò a spingersi in lui mentre veniva, godendosi ogni istante in più.
Spinse ancora. E ancora. Finché non sentì Sam invocare il suo nome e inarcare la schiena verso di lui.
Poi si accasciarono sul materasso e le lenzuola umide.
Dean restò addosso a Sam per qualche minuto, stanco e soddisfatto, mentre l’altro si beava ancora un po’ del calore del corpo del maggiore.
- Ti amo Sam.- sentì solo Dean sussurrare con la sua voce gentile, prima di addormentarsi.

Il sole accarezzò le persiane lasciando intravedere una bellissima giornata. Sam aprì gli occhi pesanti e, immediatamente, cercò il fratello nel letto.
Ma Dean non c’era più e la consapevolezza gli gelò le vene.
- Dean!- scattò in piedi. Ma del fratello nemmeno l’ombra.
- Dean...- Sussurrò piano sentendo fin troppo velocemente il calore del corpo del fratello andare via.
Dean non c’era più...
Si rigirò nel letto, consapevole che non poteva fare più nulla, strinse le lenzuola ed i denti ricacciando indietro le lacrime.
Era finita così, senza nemmeno un addio.
- Dean.- sussurrò ancora piano, invocando il suo nome.
Chiuse gli occhi e cercò di riafferrare il suo sogno, un amore finalmente confessato, un dolore e un piacere assoluto.
La vera felicità.
Si crogiolò tra le lenzuola che ancora emanavano il suo odore quasi nella speranza di svegliarsi ancora e di scoprire che era solo un incubo.
Credeva di essere abituato all’idea ma non poteva aspettarsi tanta sofferenza.
Invocò ancora il suo nome, più volte, tra le lacrime e ogni volta che apriva gli occhi lo cercava tra le lenzuola.
La terza volta afferrò qualcosa di sottile e ruvido che riconobbe immediatamente. Fu in quel momento che qualcosa cambiò.
La sofferenza scemò pian piano diventando infida e sottile, ma sopportabile.
Sam prese il ciondolo che aveva regalato a Dean quand’erano bambini e se lo mise al collo.
Per quanti anni Dean aveva portato con sé quella collana come suo tesoro? Tutta la vita.
Non lo aveva tolto mai, proprio mai. Era lì la sua anima.
Singhiozzò e prese un profondo respiro quindi si alzò.
Doveva andare a caccia e vivere quella schifosissima vita che il fratello aveva pagato con la sua.
E ricordare il suo unico amore, finché non si sarebbero ricongiunti tra le fiamme dell’inferno.


 
 
 
 
 
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Effetti collaterali


Draco aveva appena finito le sue scorte di coda di tritone quando sentì bussare alla porta della sua tana.
Alzò gli occhi e osservò la porta con un espressione assente, poi riuscì a concentrarsi.
Che ore erano? Guardò l’orologio e sospiro: era tardi. Aveva di nuovo passato la giornata in laboratorio.
Bussarono ancora, Draco si accigliò. Di solito Blaise veniva a bussargli quando era ora che uscisse dal suo covo per prendere un po’ d’aria. Ma si limitava a questo, poi andava via.
Se non era lui, allora era… un cliente.
Prese la bacchetta e sussurrò – alohomora!-
La porta si aprì e Draco si preparò ad accogliere il cliente con il sorriso più affilato che riuscisse a fare dopo ore di lavoro.
Ma il sorriso gli morì sul viso quando vide sulla soglia l’ultima persona che si sarebbe aspettato di vedere.
- Cosa ci fai tu qui?- gli sfuggì incredulo.
Harry Potter si sgranchì la gola e fece un incerto passo – Mi hanno detto che vendi pozioni sotto banco. Mi serve una pozione.-
Draco guardò di sfuggita dietro le spalle del Grifondoro con la paura che potesse esserci qualche professore in agguato – Non so di cosa parli.-
- Sei letteralmente dietro ad un calderone.-
- Faccio pratica. Sai… i voti. Siamo in una scuola, no?-
Harry alzò un sopracciglio e entrò nella stanza per chiudersi la porta alle spalle – Tagliamo corto, Malfoy, intendi aiutarmi o no?-
- Di solito non è la tua amica ad aiutarti?- rinfacciò il capocasa – Cosa potrebbe mai spingere Harry Potter ad attraversare tutta la scuola, entrare nella casa del nemico e raggiungere il laboratorio segreto del suo terzo peggior nemico?-
- Perché terzo?- domandò l’altro con le sopracciglia aggrottate.
- Il primo è tu-sai-chi.- replicò Draco come se fosse ovvio.
- E il secondo?-
- Lo sto guardando proprio ora.- gli sorrise.
Harry rilassò un po’ le spalle come se il fatto che scherzasse significava che era un cane che non mordeva. Fece perfino qualche nuovo passo.
-Mi serve una pozione.- ripeté secco – una pozione che può farmi solo qualcuno senza morale e senza coscienza.-
- Farmi complimenti non ti aiuterà ad addolcirmi.- annuì Draco, ma sorrise mettendosi una mano sul cuore come se fosse tutto l’opposto – Però ora sono curioso, quale sarebbe la pozione che ti serve?-
Harry Potter s’incupì. Esitò sul posto, sposando il peso tra una gambe e l’altra, poi si avvicinò al tavolo di lavoro e si sedette alla sedia libera.
- Non so che pozione mi serve.- tagliò corto – Mi serve sapere se esiste una pozione che possa aiutarmi.-
- Per quale situazione?-
Harry alzò gli occhi sul suo terzo nemico preferito e per un secondo sembrò volerlo leggere come un libro delle istruzioni – Affari di cuore.- disse, alla fine.
- Ti serve una pozione d’amore?- esclamò Draco sorpreso – A te?-
- No, non d’amore.- ricusò Harry – Non voglio qualcosa di fittizio.-
- Non esistono pozioni che creano vero amore, Potter. Dovresti saperlo.-
- Per questo non mi serve una pozione d’amore.- continuò Harry – Mi serve qualcosa che… mi aiuti a capire se questa persona possa mai provare qualcosa per me.-
Il silenzio divenne opprimente mentre Draco Malfoy veniva a patti con questa assurda situazione. Prese un profondo e lento sospiro.
- Fammi capire.- disse piano – Vuoi sapere se c’è una pozione che ti aiuti a capire se qualcuno ti ama?-
- Qualcosa del genere.- confermò Harry sulla difensiva.
- Non ti serve una pozione: sei Harry Posso fottermi tutti Potter. Va da lei, fa l’occhiolino e prepara il matrimonio!-
Si aspettò imbarazzo negli occhi del suo nemico preferito, lo aspettò come si aspetta l’inizio di uno spettacolo. Ma ciò che vide fu il viso del ragazzo sbiancarsi leggermente e una insolita tristezza passare nel suo sguardo.
- Non è così semplice.- disse.
Certo che lo era. Come poteva non essere semplice?
- Sul serio, hai due anni? Non sai come dichiararti?-
Harry si alzò, innervosito – Ho capito. Grazie lo stesso.- disse con una nuova durezza. Draco restò qualche attimo immobile senza capire, poi quando lo vide partire verso la porta per uscire si affrettò a fermarlo.
- Va bene, va bene.- marcò le parole con leggera esasperazione – Forse c’è qualcosa che posso fare per te.-
Harry si era fermato sulla porta, si girò e tornò sui suoi passi con i nervi a fior di pelle. Era strano vederlo così nervoso, lui che aveva affrontato un pazzo assassino con una freddezza unica. Lui c’era, aveva visto.
Che razza di ragazza poteva rendere Harry Potter così?
- Esiste una pozione che ti permette di… - cercò le parole adatte – far crollare le difese delle persone attorno a te. Se prova qualcosa per te, una volta che l’avrai bevuta non sarà capace di trattenersi dal dirtelo.-
- Sembra perfetta!- esclamò il golden boy con gli occhi all’improvviso lucenti di una nuova speranza – La prendo. Quanto costa?-
- Devo prendere delle cose e ci vorrò tre giorni per farla.- meditò – Per quanto riguarda il pagamento… un invito al matrimonio. Voglio esserci quando la donna che ha messo in ginocchio il grande Harry Potter gli mette anche la catena al collo.-
Harry si lasciò sfuggire un sorriso enigmatico, poi annuì e si alzò. Per un secondo esitò sul posto - … grazie, Malfoy.-
Draco si godette il momento in cui Potter gli chiedeva un favore e lo ringraziava perfino. Sorrise, divertito.
- A buon rendere.- mormorò.
**

La curiosità stava divorando Malfoy. Chi poteva essere la ragazza che aveva stregato Harry Potter? Nei tre giorni che seguirono, mentre non era a vegliare sulla pozione passava il tempo a osservare a chi dava attenzioni il Grifone.
In fondo, non doveva essere così difficile capirlo, Harry si era comportato come un coglione innamorato perfino davanti a lui. Era sicuro che in presenza della fortunata avrebbe fatto qualcosa di molto cretino e imbarazzante tipo guardarla come una triglia.
Eppure, per quanto lo osservasse interagire con altre persone, Harry sembrava a suo agio con chiunque…
Ma non erano fatti suoi, pensò tornando alla sua vita, doveva disintossicarsi.
Negli anni, Draco Malfoy era venuto a patti con una semplice verità: era HarryPotterDipendente. Se per anni era rimasto ad osservarlo, ad infastidirlo, a odiarlo per la sua popolarità, a sperare che venisse a salvarlo da una situazione spinosa…
Per anni, Harry Potter era stata una sua eterna costate. La sua vita si era plasmata attorno a lui.
Da mesi cercava di disintossicarsi. Il che risultava difficile se, la persona che cercava di evitare, bussava alla sua porta.
E se gli forniva una succulenta notizia da poter sfruttare a suo vantaggio. Soprattutto se gli dava tra le mani il manico di un coltello tanto affilato come poteva esserlo solo l’amore.
Se Harry Potter era così insicuro verso qualcuno, questo qualcuno doveva essere davvero speciale e sicuramente una debolezza per il giovane grifone.
C’era però da chiedersi quale folle potesse essere tanto pazza da non cadere ai suoi piedi. Aveva visto fan club nascere, farsi la guerra e fondersi in un unico agglomerato di fan sfegatate. Aveva fatto pozioni d’amore per mesi, sfruttandole.
Chi poteva mai essere? Chi?!
La risposta gli balenò davanti agli occhi quando la migliore amica di Harry Potter si spostò una ciocca di capelli dalla spalla e Harry gliela tirò scherzosamente.
C’era una sola ragazza che Harry Potter poteva amare e temere allo stesso tempo, il cui rifiuto avrebbe potuto rovinare anni e anni di amicizia…
Harmione Granger era la donna di cui Harry Potter era innamorato.


**


Per i tre giorni seguenti osservò con ossessività la coppia di amici interagire.
Se Hermione Granger era la donna dei sogni del Grifone, di sicuro aveva fatta sua l’arte di non darlo a vedere, ma era l’unica scelta plausibile: nessun altra ragazza aveva confidenza con lui, non interagiva particolarmente con nessun’altra studentessa ma soprattutto, non fissava che il vuoto e spesso il sempreverde, probabilmente ansioso dall’avere la sua pozione in tempo brevi.
Mentre gliela preparava aveva la sensazione che quella pozione avrebbe avuto conseguenze disastrose: se tutto andava bene avrebbe rovinato un’amicizia che era sopravvissuta alla guerra e, visto che Ron era più che evidentemente preso dalla Granger, se tutto andava male, ne avrebbe rovinate due.
Meditò se non consegnarla, così da evitare al Grifone di essere la causa dei suoi mali, ma allo stesso tempo poteva immaginare Harry Potter amare la sua migliore amica, e non potersi dichiarare perché c’era troppo in ballo.
Era troppo importante per lasciare che l’amore rovinasse tutto.
Ma allo stesso tempo quel ragazzo era venuto a chiedere aiuto ad uno dei suoi nemici giurati per riuscire a trovare un po’ di pace nel suo cuore.
Questo poteva capirlo.
Così buttò l’ultimo pizzico di polvere di papavero e la miscela era finalmente pronta. Non attese molto che il suo cliente arrivasse alla porta.
Harry Potter entrò con passo deciso e si sedette sulla sedia davanti a Draco.
- è pronta?-
Draco annuì solennemente, poi gli consegnò la fiala con dentro una dose della pozione.
Prese una boccetta e la riempì della nuova mistura, poi la consegnò al grifone.
- Prendine un sorso solo. I risultati dipenderanno da tanti fattori: sentimenti che prova per te, sue difese, sue insicurezze. Se la incontri e non succede nulla, prova ad aumentare la dose. Ma non superare mai sette sorsi.-
- Che succede dopo 7 sorsi?-
Draco s’inumidì le labbra al pensiero di Harry Potter braccato da orde di ragazze eccitate… e sicuramente qualche ragazzo.
- Tu non saperlo.- insistette.
Harry annuì, prese la pozione e la guardò come se potesse morderlo. Poi la stappò e bevve un sorso.


**
Gli serviva costatò nei giorni che seguirono. Quel talismano lo salvò da una sorte peggiore della morte: l’imbarazzo.
Magari il talismano gli impediva di correre da lui e fare qualcosa di cui si sarebbe pentito per il resto della vita, ma non poteva essere d’aiuto con il suo intento di disintossicarsi.
Mesi di sforzi erano sfumati nel momento in cui quella pozione era scivolata già per la sua gola. All’improvviso, Draco era tornato all’anno prima quando fissare Harry Potter era pressoché il suo passatempo.
Per fortuna, aveva escogitato tanti di quei modi per non essere palese che era sicuro di non essere scoperto.
- Credevo che avessi smesso.- soffiò Blaise con un sorrisetto divertito.
Come non detto.
- La mia è curiosità professionale.- fece spallucce – Voglio solo sapere chi è la persona che lo ha spinto a chiedermi una pozione.-
- vero?- pure Blaise si girò verso il grifone che sembrava tranquillamente a suo agio mentre mangiava – Io punto sulla Granger.-
- La Granger? Oh andiamo. E perché mai?-
- Pensaci. Non ha chiesto a lei la pozione, in più è fidanzata con il suo migliore amico, quindi se mai provasse qualcosa per lui sarebbe difficile esprimerlo, ferirebbe Weasley e potrebbe rovinare due amicizie. Punto venti galeoni su di lei.-
Draco fece scivolare lo sguardo sull’amica dei Grifone che parlava con Ron tranquillamente, salvo poi girarsi verso di Harry a intervalli regolari. Se era sotto l’effetto della pozione, lo era in modo così leggero che il golden boy non era che un pensiero che sfumava nella sua mentre parlava, distraendola.
Se Harry Potter era pazzo di lei, non aveva speranze.
Eppure non lo convinceva, Harry non sembrava particolarmente interessato a cosa lei facesse, invece se ne stava in silenzio a mangiare la sua cena come se non fosse vittima di una pozione.
Alzò gli occhi all’improvviso e si guardarono. Draco sentì il proprio cuore perdere un battito, il respiro fermarsi in gola. Si sentì, per un singolo istante, una ragazzina in preda alla sua prima cotta.
Poi sentì il medaglione attivarsi e fu come se un pesante telo protettivo gli cadesse in testa, disorientandolo.
Abbassò gli occhi sul cibo e si forzò di respirare.
- Stai bene?- chiese Blaise.
- benissimo.-
- Sei rosso in viso.-
- Sto benissimo.- insistette, prima di prendere una manciata di dolci e ficcarseli in bocca – feffiffimo.-
Stava bene.
Aveva l’amuleto.
STAVA BENE.

**

Draco riuscì a percepire sulla pelle il sovraddosaggio non appena entrò in sala grande.
Perfino con il talismano, dovette forzarsi di non raggiungerlo. Invece, scivolò a fatica verso il suo tavolo.
Harry all’improvviso era diventato l’oggetto del desiderio di molti, quelli che erano solo occhiate e sorrisi, erano diventati inquietanti persecuzioni.
Harry sembrava del tutto ignaro di essere l’uomo più guardato della scuola. Letteralmente tutti erano girati verso di lui.
Hermione e Ron erano ai suoi lati e da come lo guardavano, perfino Weasley non sembrava poi così immune al suo fascino.
Quanta ne aveva bevuta? La ragazza davvero era così reticente all’amarlo…?
Come poteva mai? Era forse pazza?
Durante le lezioni, la situazione diventava ancora più evidente. La Mc Grannit si sciolse i capelli e fece strani sorrisi verso Harry atteggiandosi in modo che con un altro corpo e con qualche ruga in meno sarebbero stati molto provocanti.
Piton se ne andò nel bel mezzo della lezione senza un vero motivo.
Tutti chiedevano aiuto per i compiti a Harry.
Quel giorno, venne a sapere che c’erano state più di una pacca al sedere durante gli allenamenti di Quidditch.
Di sera, Harry gli apparve davanti con aria funebre – La pozione non funziona.- sentenziò.
Draco trattenne d’istinto il respiro, poi sentì il medaglione attivarsi. Rassicurato da quella magia protettiva fece un nuovo sorriso – La pozione funziona benissimo. O la Mc Grannit che ti stava per fare uno spogliarello davanti a tutti ti è passata inosservata?-
Harry sbatté le palpebre preso alla sprovvista – Come?-
- … non te ne eri accorto?-
Harry fece spallucce – Sì, ma non riesco a capire ancora cosa prova questa persona.- insistette e nella voce si avvertì una nota di tristezza che fece tremolare l’incantesimo protettivo.
Perché non poteva essere lui quella persona? Pensò Draco. Lui non lo avrebbe mai fatto soffrire così…
- Potter…- mormorò – Se questa dose non ha funzionato, allora…-
Harry strinse i pugni e sbatté lentamente le palpebre prendendo un grande respiro - … se me ne dessi dell’altra?- provò – Magari il dosaggio non è abbastanza.-
- Se ne bevi anche solo un altro goccio, la gente potrebbe non avere più padronanza di sé.-
Harry alzò gli occhi su di lui e lo fissò per un lungo attimo senza metterlo a fuoco – I voglio solo…- la sua voce si spense.
Draco si ritrovò nell’assurda posizione di dover consolare la sua cotta adolescenziale dal cuore spezzato, mentre era sotto una pozione attira-cotte.
- Promettimi di non berne ancora.- tagliò corto – Hai bevuto troppa pozione, tutta insieme, il tuo corpo potrebbe non riuscire a smaltirla in tempi brevi. Potresti provocare degli Zombie in cerca del tuo amore e doverne subire le conseguenze per giorni!-
Harry fece spallucce in silenzio. Poi, aggiungendo un – Ci vediamo, Malfoy.- se ne andò va pensieroso.
**

Malfoy sapeva che Harry avrebbe bevuto la pozione fino all’ultima goccia. Per questo quel giorno decise, con una forza d’animo nuova, che non sarebbe andato a lezione.
Dopo aver millantato febbre e sintomi di ogni genere, si rinchiuse nel suo laboratorio segreto per rifare la pozione protettrice del suo amuleto, dal momento che sarebbe presto svanita e non sarebbe stata capace di proteggerlo da una pozione estrema.
Non era passata nemmeno mezza giornata quando sentì bussare alla porta con un energia che non ammetteva repliche.
Dapprima Draco fissò la porta con un espressione perplessa poi sentì l’unica voce che aveva il potere di essere contemporaneamente la più odiosa e adorata da sentire.
- Malfoy, aprì, ho fatto un casino! Devi aiutarmi!-
Il panico invase Draco si guardò la pozione protettiva ancora a nulla. Il talismano era ormai allo stremo, non avrebbe retto molto.
- Malfoy! Aiuto! Stanno arrivando!-
Draco meditò di fuggire, così come Harry stesso era in fuga. Dalla parte opposta e il più veloce possibile.
Ma del resto, il talismano funzionava ancora, seppur non fosse riuscito a finire la ricarica, c’era ancora una possibilità che il grifone non fosse in pericolo nelle sue vicinanze. Draco inghiottì a vuoto e aprì la porta ritrovandosi con il grifone che si precipitava dentro per poi chiudersi la posta alle spalle a chiave.
Draco sentì l’attrazione della pozione immediatamente. Per poco non lo sbatté sulla porta per poi divorargli le labbra.
Non era troppo sicuro che il verbo divorare fosse una metafora.
- Mio dio!- scattò sulla difensiva – Quanta ne hai bevuta?-
Mani, pugni, voci oltre la porta. Il nome di Harry iniziò ad essere ripetuto in una nenia inquietante e tetra.
- … troppa.- confermo.
- Ti avevo detto che…-
- Sì, e non ti ho dato retta. Fammi causa!- gracchiò Harry pallido mentre si buttava in uno dei divanetti della stanza.
Draco cercò di fare respiri brevi – Devi… devi andartene.- riuscì a dire.
Harry si era abbandonato allo schienale della poltrona e aveva buttato la testa all’indietro, completamente abbandonato alla disperazione.
Per via della pozione i genti più semplici sembravano la cosa più erotica che avesse mai fatto e Draco si ritrovò a seguire la linea del suo collo come una falena attratta dalla luce.
- Non finché è così forte.- disse Harry.
Proprio perché è così forte, pensò Draco disperatamente – Quanta ne hai bevuta esattamente?-
Harry prese un profondo respiro, poi alzò la testa e incrociò i suoi occhi – Tutta.- disse.
- COSA?!- la sua voce gli uscì più stridula di quanto avesse voluto – Ci vorranno giorni prima che passi! Ma ti ha dato di volta il cervello?!- la rabbia si fece strada nelle sue vene in una maniera così intensa che non credeva di riuscire a provarla- Per una che non ti degna di uno sguardo nemmeno per sbaglio? Dimmi, Potter, che diavolo ha di così speciale questa da farti perdere quei due neuroni che avevi nel cervello? Ti rendi conto che meriti di meglio?!-
Si era reso conto di urlare solo quando aveva smesso di parlare e perché la gola gli faceva male.
Seduto nel divano come un bambino sgridato, Harry lo guardava con occhi sorpresi.
Il pozionista sentiva i nervi così tesi che faceva male stare fermo. E muoversi. Ma muoversi era pericoloso, doveva appellarsi a tutte le sue forze per non diventare uno di quegli zombie che grattavano la porta e chiedevano di Harry Potter.
- Tu non capisci.- disse Harry all’improvviso – Sapevo benissimo di non avere alcuna speranza, ma avevo bisogno di saperlo con assoluta certezza. – la sua voce venne a mancare. Per un attimo i suoi occhi diventarono distanti, poi si focalizzarono su di lui e Draco si sentì di nuovo avvolto dal potere della pozione. Un sorriso nuovo, triste e tenero si fece strada sul suo viso – Ora posso farmene una ragione.-
Draco avrebbe imprecato, se gli fosse rimasto un briciolo di forza.
E poi accadde, come un calo di pressione, un onda che precipitava sulla spiaggia.
Draco si ritrovò d’un tratto, senza alcuna protezione e l’attrazione divenne inevitabile.
Come inevitabile fu realizzare che avrebbe baciato Harry e, in tutta probabilità, sperava che lo atterrasse prima di lasciargli fare altro.
Perché Draco sapeva all’improvviso che se Harry non andava via di lì, se non scappava o lo legava, gli avrebbe strappato i vestiti di dosso fino a perdere ogni briciolo di dignità.
In quel momento, Draco non era più una persona che cercava di nascondere i suoi sentimenti, ma era uno di quelli là fuori, con la sola pecca che, senza protezione, sarebbe stato in quelle condizioni sin da primo sorso.
E, tutta la boccetta, era semplicemente troppo per lui.
Qualcosa doveva essere cambiato nel suo sguardo, infatti l’altro ora lo guardava come se qualcosa non quadrasse in lui.
- Malfoy?- soffiò, sorpreso.
L’altro fece un passo, lento, calcolato, come un animale che puntava la sua preda – Ti avevo detto di andare via.-

**


Harry si dimenò, tentò di combatterlo, tentò di fermarlo. Non che Draco fosse più forte, ma era indubbiamente più motivato. Magicamente motivato.
Lo scaraventò disteso, lo sovrastò, lo baciò con l’impeto di un pugno.
L’altro tentò ancora di allontanarlo, ma con meno convinzione, come se si fosse reso conto di non avere alcuna speranza contro quella impetuosità.
Ma nulla poteva avere scampo con il rush di adrenalina e desiderio che lo avevano invaso a quel primo bacio, non si rese nemmeno conto dell’avidità degli altri.
Voleva Harry, ma non sentiva che la voglia di lui, ed era così assordante che Harry aveva paradossalmente perso importanza.
Doveva averlo. Doveva possederlo.
Doveva distruggerlo.
Si alzò e lo guardò dall’altro, la voglia di affondare i denti nelle guance arrossate dalla lotta, nella pelle tesa del collo.
La sua espressione era così confusa…
- Schiantami.- soffiò Draco, disperatamente, mentre le sue mani agivano di propria volontà per afferrargli i lembi di camicia e aprirglieli – Schiatami ora.-
- Malfoy…-
- Ti violenterò.- disse, e fu la verità.
Vide Harry afferrare la sua bacchetta mentre si avventava sulla sua giugulare, con l’impeto di un feroce animale. Serrò gli occhi aspettando lo schianto, ma tutto ciò che sentì fu il suono di qualcosa che cadeva dall’altra parte della stanza.
Alzò il capo e, seppur con poca lucidità, riuscì a vedere la bacchetta sul fondo della stanza e la mano di Harry ancora tesa nell’atto di lanciarla.
- Non puoi farlo, se è quello che voglio.-
Draco lo guardò, più confuso che mai, ma la fame ebbe il sopravvento. Lo baciò nuovamente, volenteroso solo di baciarlo ancora e ancora, averlo ancora e ancora, e dimenticò tutto il resto.
Harry aveva smesso di dimenarsi.
Harry sarebbe stato suo.

**

Nella foga, non si premunì di prepararlo. Non aveva la lucidità mentale di farlo. Quando si ritrovò immerso in lui, l’unica cosa che riuscì a pensare era che quello sarebbe stato per sempre il suo posto, che non voleva più uscire, che nessuno lì sarebbe più uscito.
Avrebbe rinchiuso Harry nel sotterraneo, avrebbero dimenticato le lezioni, di mangiare, avrebbero solo scopato senza tregua, fin quasi a morirci.
Morte per sesso, non sembrava troppo male.
E ora che era dentro di lui, che aveva provato cosa significava essere avvolto dal suo calore, era definitivamente la morte che ambiva.
Nel suo delirio, muoversi gentilmente, fu frustrante e difficile. Ogni fibra del suo essere voleva solo affondare in quell’antro stretto, voleva annullare quella resistenza che avvertiva, distruggerlo, fino a non sentire che abbandono.
Era difficile conciliare la volontà malata di distruggerlo che scaturiva dalla pozione, al desiderio disperato di farlo godere.
Harry si copriva il viso con un braccio, con l’altro stringeva il divano così forte da sbiancarsi le dita.
Gli rubò un bacio prima di sussurrare – Mi dispiace.- e poi entrare di nuovo completamente in lui con una sola spinta.
D’un tratto, Harry gli prese il viso tra le mani, costringendolo a guardarlo, aveva gli occhi lucidi, il viso arrossato, l’aria esausta. Non era mai stato così bello.
- N-on trattenerti.- disse.
Draco serrò gli occhi, cercando di mettere a tacere la scarica di adrenalina che la pozione gli provocava – Non voglio…- ansimò – Farti del male.-
Il grifone fece un lungo e profondo respiro, nel tentativo di rilassare i muscoli. Si abbandonò di nuovo sul divano, le mani crollate in segno di resa. Il desiderio che vibrava negli occhi.
- Non tratterti.- ripeté con voce rauca e sembrò un ordine.
Se Draco Malfoy fosse stato lucido, si sarebbe chiesto perché Harry sembrasse così desideroso di essere fottuto, si sarebbe chiesto perché non provava dolore, si sarebbe chiesto perché lo incitava a spingersi senza remora in lui.
Si sarebbe fatto delle domande, la cui risposta era talmente ovvia che ad un Malfoy strafatto, mancava del tutto.
Odiò perfino la persona che Harry tanto amava per averlo ridotto così, per averlo costretto a tanto.
Mentre si spingeva in lui, arrivò a pensare con insistenza, che se fosse stato lui quella persona, lo avrebbe amato, amato disperatamente, senza esitazione, desiderato senza riguardi.
Mentre vedeva Harry inarcare la schiena e venire, seguito a ruota dal proprio piacere complice di quella visione, implorò il mondo di donarglielo.
Lui lo avrebbe amato, pensò spingendosi in lui alla ricerca di qualsiasi altro briciolo di emozione.

**

Sapeva di essere un ottimo pozionista, ma le sue doti andavano davvero oltre ogni immaginazione. Soprattutto perché ci mise ore a perdere effetto.
Dopo quella prima volta, Draco si era approfittato del corpo stanco del suo compagno di scuola senza ricorsi e senza riguardi.
Dopo le prime, impetuose volte, era riuscito ad avere abbastanza lucidità da prendersi cura anche della sua eccitazione, ma non senza far prevalere la propria.
Rischiò di impazzire, al pensiero di dover vivere anche solo un minuto lontano da lui.
Esausto crollò in terra, il mantello che lo separava dal gelo del pavimento era l’unica cosa sopravvissuta alla battaglia, il resto dei vestiti erano lontani o a brandelli.
Harry era disteso a pancia in giù, un braccio steso sul divano, uno penzolava da esso. Gli occhi assenti e il respiro affannoso.
La lucidità torno all’improvviso e solo allora riuscì a rendersi conto dell’entità delle sua azioni.
L’orrore si fece strada nel suo petto come un nuovo Sectusempra.
Esitò nel togliere una ciocca di capelli abbandonata davanti al viso dell’altro, odiò vederlo così stralunato dal non riconoscerlo, non subito. Poi Harry lo mise a fuoco nonostante gli occhiali così storti da essere piegati.
- … Mi dispiace.- soffiò Draco con il cuore in mano.
Harry chiuse gli occhi come se volesse addormentarsi, poi li riaprì – Non riesco a muovermi.- confessò.
Non sembrava arrabbiato. Sembrava invece confuso.
Draco raccolse il mantello del grifone e lo coprì, ignorando il corpo di Harry completamente ricoperto di lividi e liquidi di non troppo dubbia provenienza.
Si alzò a fatica, con le gambe che chiedevano pietà e i fianchi doloranti e si recò al bancone per prendere fazzoletti e una pozione per far recuperare a entrambi le forze.
Ne bevve un sorso e si sentì già molto meglio.
Dopo di ché, si prese cura di Harry, lo aiutò a pulirsi, poi lo aiutò a mettersi seduto, gli premette sulle labbra la pozione. Attese che un po’ di energia si facesse strada in lui, fino a che non ebbe la forza di sistemarsi gli occhiali a guardarlo.
- Beh, - soffiò – è stato inaspettato.-
Inaspettato? Lo aveva appena agredito per ore ed era tutto quello che riusciva a dire?
- …Potter.-
- Credo che tu possa chiamarmi Harry ora.-
Inghiottì a vuoto - …Harry. Mi dispiace.-
L’altro si passò una mano tra i capelli – Perché non aveva mai funzionato fino a oggi?- domandò ignorando le sue scuse.
Draco si sentì mortificato mentre mostrava il talismano – Avevo una protezione.-
Gli occhi del grifone si posarono sul medaglione magico con un espressione critica e le sopracciglia aggrottate - … ti eri protetto.- soffiò.
- Mi ero protetto.-
- E perché invece ora la pozione ha funzionato?-
Draco esitò – Non tutte le protezioni funzionano per sempre. Stavo per ripristinarlo quando sei arrivato. Il resto lo sai.-
Harry lanciò un’occhiata alla porta dove qualche ora prima c’erano stati incitazioni, graffi, perfino pugni. Tutti avrebbero voluto fargli esattamente quello che aveva fatto il pozionista, solo che non sarebbe sopravvissuto ad un tale attacco.
- Non dimostravi nulla per me.- tornò su di lui – Così ho continuato a aumentare la dose. – sviò lo sguardo – Dovevo esserne sicuro. Doveva essere certo che tu non provassi nulla per andare avanti.-
Il serpeverde strinse le mani e i denti, più arrabbiato che mai. Un po’ con Harry e tanto con sé stesso.
- Mi sono protetto perché sapevo che non avrei avuto scampo altrimenti.- confessò.
- Io ti piaccio?- domandò allora il grifone incrociando il suo sguardo. Non era una vera domanda, era una conferma che cercava. Come un contratto già stipulato in cui mancava solo la firma.
E Draco, aveva già la penne in mano – Da morire.-
Harry premette le labbra sulle sue con una nuova, tiepida, dolcezza. Fino a qualche minuto fa le aveva leccale, morse e tormentate fino a farle gonfiare, ma quella nuova delicatezza sembrò molto simile ad un primo bacio.
Il loro, vero, primo bacio.
Harry si distaccò e lo guardò – Ti dispiace se… mi stento un poco? Sono esausto.-
- Certo che no.-
Si guardò attorno, premette una mano sul materasso – Si può ingrandire? In due non ci entreremo mai.-
- … vuoi che dormo con te?- domandò Draco ancora un po’ incredulo degli eventi.
L’altro testò ancora la solidità della pelle del divano prima di ribattere – Voglio dormire con il mio ragazzo.-
Sembrò un ulteriore conferma: si erano dichiarati in qualche modo, ma non si erano confermati ancora una coppia. Non che Draco avesse davvero scelta, visto che era stato condizionato prima da una pozione magica e ora dal suo cuore.
Era assurdo non avere voce in capitolo nella sua vita ed esserne così felice.
- Il tuo ragazzo vuole dormire con te.- disse, prima di prendere la bacchetta che era rimasta per tutto il tempo nella sua tasca e eseguire l’incantesimo.
Si sistemarono sul divano divenuto grande quanto un letto, si coprirono con i mantelli trasfigurati in coperte e si guardarono stesi su un fianco, ancora incerti sulla loro relazione.
Si piacevano, stavano insieme, ma era tutto nuovo, e i lividi erano ancora freschi.
Harry chiuse gli occhi e allungò una mano per toccargli il petto. Non si lasciò abbracciare, non era ancora quel tipo di rapporto, forse non lo sarebbe mai stato.
Per certi versi, quel tocco sul petto era più intimo di quanto non avevano fatto per ore su quello stesso divano.
Si addormentarono di botto, stanchi più che mai, con la sensazione che fosse solo uno strano sogno.
Ma c’erano le dita di Harry calde e solide sul suo petto, e le proprie sul suo fianco ed erano reali. Come loro.

**

Il giorno dopo, tutta la scuola si scusò con Harry Potter. I professori, invece, lo sgridarono e dettero a lui e Draco Malfoy, che tutti credevano l’unico risultato immune alla pozione, una punizione esemplare: dovevano pulire la stalla dei Thestral per tutta la settimana, senza magia.
Entrambi erano in grado di vedere i maestosi e tenebrosi cavalli alati, e quel dolore li accumunava.
Più volte, dopo aver pulito tutto, si mettevano ad accarezzarli. Era un po’ come accarezzare la propria tristezza.
- Mi piaci.- aveva sussurrato un giorno Draco senza rendersene conto mentre spazzolava Harry spazzolava la criniera della creatura con un sorriso triste sul volto. L’altro lo guardò, prima di arrossire. Annuì e passò nuovamente la spazzola sulla criniera – Anche a me.-
Ora che la pozione non era più nel loro sistema, fare l’amore era diventato speciale, consumarsi era diventato intenso e unico.
Non erano più ciechi, ma erano in grado di percepirsi più che mai.
Ed era bellissimo così.









































 
 
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Draco aveva appena finito le sue scorte di coda di tritone quando sentì bussare alla porta della sua tana.
Alzò gli occhi e osservò la porta con un espressione assente, poi riuscì a concentrarsi.
Che ore erano? Guardò l’orologio e sospiro: era tardi. Aveva di nuovo passato la giornata in laboratorio.
Bussarono ancora, Draco si accigliò. Di solito Blaise veniva a bussargli quando era ora che uscisse dal suo covo per prendere un po’ d’aria. Ma si limitava a questo, poi andava via.
Se non era lui, allora era… un cliente.
Prese la bacchetta e sussurrò – alohomora!-
La porta si aprì e Draco si preparò ad accogliere il cliente con il sorriso più affilato che riuscisse a fare dopo ore di lavoro.
Ma il sorriso gli morì sul viso quando vide sulla soglia l’ultima persona che si sarebbe aspettato di vedere.
- Cosa ci fai tu qui?- gli sfuggì incredulo.
Harry Potter si sgranchì la gola e fece un incerto passo – Mi hanno detto che vendi pozioni sotto banco. Mi serve una pozione.-
Draco guardò di sfuggita dietro le spalle del Grifondoro con la paura che potesse esserci qualche professore in agguato – Non so di cosa parli.-
- Sei letteralmente dietro ad un calderone.-
- Faccio pratica. Sai… i voti. Siamo in una scuola, no?-
Harry alzò un sopracciglio e entrò nella stanza per chiudersi la porta alle spalle – Tagliamo corto, Malfoy, intendi aiutarmi o no?-
- Di solito non è la tua amica ad aiutarti?- rinfacciò il capocasa – Cosa potrebbe mai spingere Harry Potter ad attraversare tutta la scuola, entrare nella casa del nemico e raggiungere il laboratorio segreto del suo terzo peggior nemico?-
- Perché terzo?- domandò l’altro con le sopracciglia aggrottate.
- Il primo è tu-sai-chi.- replicò Draco come se fosse ovvio.
- E il secondo?-
- Lo sto guardando proprio ora.- gli sorrise.
Harry rilassò un po’ le spalle come se il fatto che scherzasse significava che era un cane che non mordeva. Fece perfino qualche nuovo passo.
-Mi serve una pozione.- ripeté secco – una pozione che può farmi solo qualcuno senza morale e senza coscienza.-
- Farmi complimenti non ti aiuterà ad addolcirmi.- annuì Draco, ma sorrise mettendosi una mano sul cuore come se fosse tutto l’opposto – Però ora sono curioso, quale sarebbe la pozione che ti serve?-
Harry Potter s’incupì. Esitò sul posto, sposando il peso tra una gambe e l’altra, poi si avvicinò al tavolo di lavoro e si sedette alla sedia libera.
- Non so che pozione mi serve.- tagliò corto – Mi serve sapere se esiste una pozione che possa aiutarmi.-
- Per quale situazione?-
Harry alzò gli occhi sul suo terzo nemico preferito e per un secondo sembrò volerlo leggere come un libro delle istruzioni – Affari di cuore.- disse, alla fine.
- Ti serve una pozione d’amore?- esclamò Draco sorpreso – A te?-
- No, non d’amore.- ricusò Harry – Non voglio qualcosa di fittizio.-
- Non esistono pozioni che creano vero amore, Potter. Dovresti saperlo.-
- Per questo non mi serve una pozione d’amore.- continuò Harry – Mi serve qualcosa che… mi aiuti a capire se questa persona possa mai provare qualcosa per me.-
Il silenzio divenne opprimente mentre Draco Malfoy veniva a patti con questa assurda situazione. Prese un profondo e lento sospiro.
- Fammi capire.- disse piano – Vuoi sapere se c’è una pozione che ti aiuti a capire se qualcuno ti ama?-
- Qualcosa del genere.- confermò Harry sulla difensiva.
- Non ti serve una pozione: sei Harry Posso fottermi tutti Potter. Va da lei, fa l’occhiolino e prepara il matrimonio!-
Si aspettò imbarazzo negli occhi del suo nemico preferito, lo aspettò come si aspetta l’inizio di uno spettacolo. Ma ciò che vide fu il viso del ragazzo sbiancarsi leggermente e una insolita tristezza passare nel suo sguardo.
- Non è così semplice.- disse.
Certo che lo era. Come poteva non essere semplice?
- Sul serio, hai due anni? Non sai come dichiararti?-
Harry si alzò, innervosito – Ho capito. Grazie lo stesso.- disse con una nuova durezza. Draco restò qualche attimo immobile senza capire, poi quando lo vide partire verso la porta per uscire si affrettò a fermarlo.
- Va bene, va bene.- marcò le parole con leggera esasperazione – Forse c’è qualcosa che posso fare per te.-
Harry si era fermato sulla porta, si girò e tornò sui suoi passi con i nervi a fior di pelle. Era strano vederlo così nervoso, lui che aveva affrontato un pazzo assassino con una freddezza unica. Lui c’era, aveva visto.
Che razza di ragazza poteva rendere Harry Potter così?
- Esiste una pozione che ti permette di… - cercò le parole adatte – far crollare le difese delle persone attorno a te. Se prova qualcosa per te, una volta che l’avrai bevuta non sarà capace di trattenersi dal dirtelo.-
- Sembra perfetta!- esclamò il golden boy con gli occhi all’improvviso lucenti di una nuova speranza – La prendo. Quanto costa?-
- Devo prendere delle cose e ci vorrò tre giorni per farla.- meditò – Per quanto riguarda il pagamento… un invito al matrimonio. Voglio esserci quando la donna che ha messo in ginocchio il grande Harry Potter gli mette anche la catena al collo.-
Harry si lasciò sfuggire un sorriso enigmatico, poi annuì e si alzò. Per un secondo esitò sul posto - … grazie, Malfoy.-
Draco si godette il momento in cui Potter gli chiedeva un favore e lo ringraziava perfino. Sorrise, divertito.
- A buon rendere.- mormorò.
**

La curiosità stava divorando Malfoy. Chi poteva essere la ragazza che aveva stregato Harry Potter? Nei tre giorni che seguirono, mentre non era a vegliare sulla pozione passava il tempo a osservare a chi dava attenzioni il Grifone.
In fondo, non doveva essere così difficile capirlo, Harry si era comportato come un coglione innamorato perfino davanti a lui. Era sicuro che in presenza della fortunata avrebbe fatto qualcosa di molto cretino e imbarazzante tipo guardarla come una triglia.
Eppure, per quanto lo osservasse interagire con altre persone, Harry sembrava a suo agio con chiunque…
Ma non erano fatti suoi, pensò tornando alla sua vita, doveva disintossicarsi.
Negli anni, Draco Malfoy era venuto a patti con una semplice verità: era HarryPotterDipendente. Se per anni era rimasto ad osservarlo, ad infastidirlo, a odiarlo per la sua popolarità, a sperare che venisse a salvarlo da una situazione spinosa…
Per anni, Harry Potter era stata una sua eterna costate. La sua vita si era plasmata attorno a lui.
Da mesi cercava di disintossicarsi. Il che risultava difficile se, la persona che cercava di evitare, bussava alla sua porta.
E se gli forniva una succulenta notizia da poter sfruttare a suo vantaggio. Soprattutto se gli dava tra le mani il manico di un coltello tanto affilato come poteva esserlo solo l’amore.
Se Harry Potter era così insicuro verso qualcuno, questo qualcuno doveva essere davvero speciale e sicuramente una debolezza per il giovane grifone.
C’era però da chiedersi quale folle potesse essere tanto pazza da non cadere ai suoi piedi. Aveva visto fan club nascere, farsi la guerra e fondersi in un unico agglomerato di fan sfegatate. Aveva fatto pozioni d’amore per mesi, sfruttandole.
Chi poteva mai essere? Chi?!
La risposta gli balenò davanti agli occhi quando la migliore amica di Harry Potter si spostò una ciocca di capelli dalla spalla e Harry gliela tirò scherzosamente.
C’era una sola ragazza che Harry Potter poteva amare e temere allo stesso tempo, il cui rifiuto avrebbe potuto rovinare anni e anni di amicizia…
Harmione Granger era la donna di cui Harry Potter era innamorato.


**


Per i tre giorni seguenti osservò con ossessività la coppia di amici interagire.
Se Hermione Granger era la donna dei sogni del Grifone, di sicuro aveva fatta sua l’arte di non darlo a vedere, ma era l’unica scelta plausibile: nessun altra ragazza aveva confidenza con lui, non interagiva particolarmente con nessun’altra studentessa ma soprattutto, non fissava che il vuoto e spesso il sempreverde, probabilmente ansioso dall’avere la sua pozione in tempo brevi.
Mentre gliela preparava aveva la sensazione che quella pozione avrebbe avuto conseguenze disastrose: se tutto andava bene avrebbe rovinato un’amicizia che era sopravvissuta alla guerra e, visto che Ron era più che evidentemente preso dalla Granger, se tutto andava male, ne avrebbe rovinate due.
Meditò se non consegnarla, così da evitare al Grifone di essere la causa dei suoi mali, ma allo stesso tempo poteva immaginare Harry Potter amare la sua migliore amica, e non potersi dichiarare perché c’era troppo in ballo.
Era troppo importante per lasciare che l’amore rovinasse tutto.
Ma allo stesso tempo quel ragazzo era venuto a chiedere aiuto ad uno dei suoi nemici giurati per riuscire a trovare un po’ di pace nel suo cuore.
Questo poteva capirlo.
Così buttò l’ultimo pizzico di polvere di papavero e la miscela era finalmente pronta. Non attese molto che il suo cliente arrivasse alla porta.
Harry Potter entrò con passo deciso e si sedette sulla sedia davanti a Draco.
- è pronta?-
Draco annuì solennemente, poi gli consegnò la fiala con dentro una dose della pozione.
Prese una boccetta e la riempì della nuova mistura, poi la consegnò al grifone.
- Prendine un sorso solo. I risultati dipenderanno da tanti fattori: sentimenti che prova per te, sue difese, sue insicurezze. Se la incontri e non succede nulla, prova ad aumentare la dose. Ma non superare mai sette sorsi.-
- Che succede dopo 7 sorsi?-
Draco s’inumidì le labbra al pensiero di Harry Potter braccato da orde di ragazze eccitate… e sicuramente qualche ragazzo.
- Tu non saperlo.- insistette.
Harry annuì, prese la pozione e la guardò come se potesse morderlo. Poi la stappò e bevve un sorso.


**
Gli serviva costatò nei giorni che seguirono. Quel talismano lo salvò da una sorte peggiore della morte: l’imbarazzo.
Magari il talismano gli impediva di correre da lui e fare qualcosa di cui si sarebbe pentito per il resto della vita, ma non poteva essere d’aiuto con il suo intento di disintossicarsi.
Mesi di sforzi erano sfumati nel momento in cui quella pozione era scivolata già per la sua gola. All’improvviso, Draco era tornato all’anno prima quando fissare Harry Potter era pressoché il suo passatempo.
Per fortuna, aveva escogitato tanti di quei modi per non essere palese che era sicuro di non essere scoperto.
- Credevo che avessi smesso.- soffiò Blaise con un sorrisetto divertito.
Come non detto.
- La mia è curiosità professionale.- fece spallucce – Voglio solo sapere chi è la persona che lo ha spinto a chiedermi una pozione.-
- vero?- pure Blaise si girò verso il grifone che sembrava tranquillamente a suo agio mentre mangiava – Io punto sulla Granger.-
- La Granger? Oh andiamo. E perché mai?-
- Pensaci. Non ha chiesto a lei la pozione, in più è fidanzata con il suo migliore amico, quindi se mai provasse qualcosa per lui sarebbe difficile esprimerlo, ferirebbe Weasley e potrebbe rovinare due amicizie. Punto venti galeoni su di lei.-
Draco fece scivolare lo sguardo sull’amica dei Grifone che parlava con Ron tranquillamente, salvo poi girarsi verso di Harry a intervalli regolari. Se era sotto l’effetto della pozione, lo era in modo così leggero che il golden boy non era che un pensiero che sfumava nella sua mentre parlava, distraendola.
Se Harry Potter era pazzo di lei, non aveva speranze.
Eppure non lo convinceva, Harry non sembrava particolarmente interessato a cosa lei facesse, invece se ne stava in silenzio a mangiare la sua cena come se non fosse vittima di una pozione.
Alzò gli occhi all’improvviso e si guardarono. Draco sentì il proprio cuore perdere un battito, il respiro fermarsi in gola. Si sentì, per un singolo istante, una ragazzina in preda alla sua prima cotta.
Poi sentì il medaglione attivarsi e fu come se un pesante telo protettivo gli cadesse in testa, disorientandolo.
Abbassò gli occhi sul cibo e si forzò di respirare.
- Stai bene?- chiese Blaise.
- benissimo.-
- Sei rosso in viso.-
- Sto benissimo.- insistette, prima di prendere una manciata di dolci e ficcarseli in bocca – feffiffimo.-
Stava bene.
Aveva l’amuleto.
STAVA BENE.

**

Draco riuscì a percepire sulla pelle il sovraddosaggio non appena entrò in sala grande.
Perfino con il talismano, dovette forzarsi di non raggiungerlo. Invece, scivolò a fatica verso il suo tavolo.
Harry all’improvviso era diventato l’oggetto del desiderio di molti, quelli che erano solo occhiate e sorrisi, erano diventati inquietanti persecuzioni.
Harry sembrava del tutto ignaro di essere l’uomo più guardato della scuola. Letteralmente tutti erano girati verso di lui.
Hermione e Ron erano ai suoi lati e da come lo guardavano, perfino Weasley non sembrava poi così immune al suo fascino.
Quanta ne aveva bevuta? La ragazza davvero era così reticente all’amarlo…?
Come poteva mai? Era forse pazza?
Durante le lezioni, la situazione diventava ancora più evidente. La Mc Grannit si sciolse i capelli e fece strani sorrisi verso Harry atteggiandosi in modo che con un altro corpo e con qualche ruga in meno sarebbero stati molto provocanti.
Piton se ne andò nel bel mezzo della lezione senza un vero motivo.
Tutti chiedevano aiuto per i compiti a Harry.
Quel giorno, venne a sapere che c’erano state più di una pacca al sedere durante gli allenamenti di Quidditch.
Di sera, Harry gli apparve davanti con aria funebre – La pozione non funziona.- sentenziò.
Draco trattenne d’istinto il respiro, poi sentì il medaglione attivarsi. Rassicurato da quella magia protettiva fece un nuovo sorriso – La pozione funziona benissimo. O la Mc Grannit che ti stava per fare uno spogliarello davanti a tutti ti è passata inosservata?-
Harry sbatté le palpebre preso alla sprovvista – Come?-
- … non te ne eri accorto?-
Harry fece spallucce – Sì, ma non riesco a capire ancora cosa prova questa persona.- insistette e nella voce si avvertì una nota di tristezza che fece tremolare l’incantesimo protettivo.
Perché non poteva essere lui quella persona? Pensò Draco. Lui non lo avrebbe mai fatto soffrire così…
- Potter…- mormorò – Se questa dose non ha funzionato, allora…-
Harry strinse i pugni e sbatté lentamente le palpebre prendendo un grande respiro - … se me ne dessi dell’altra?- provò – Magari il dosaggio non è abbastanza.-
- Se ne bevi anche solo un altro goccio, la gente potrebbe non avere più padronanza di sé.-
Harry alzò gli occhi su di lui e lo fissò per un lungo attimo senza metterlo a fuoco – I voglio solo…- la sua voce si spense.
Draco si ritrovò nell’assurda posizione di dover consolare la sua cotta adolescenziale dal cuore spezzato, mentre era sotto una pozione attira-cotte.
- Promettimi di non berne ancora.- tagliò corto – Hai bevuto troppa pozione, tutta insieme, il tuo corpo potrebbe non riuscire a smaltirla in tempi brevi. Potresti provocare degli Zombie in cerca del tuo amore e doverne subire le conseguenze per giorni!-
Harry fece spallucce in silenzio. Poi, aggiungendo un – Ci vediamo, Malfoy.- se ne andò va pensieroso.
**

Malfoy sapeva che Harry avrebbe bevuto la pozione fino all’ultima goccia. Per questo quel giorno decise, con una forza d’animo nuova, che non sarebbe andato a lezione.
Dopo aver millantato febbre e sintomi di ogni genere, si rinchiuse nel suo laboratorio segreto per rifare la pozione protettrice del suo amuleto, dal momento che sarebbe presto svanita e non sarebbe stata capace di proteggerlo da una pozione estrema.
Non era passata nemmeno mezza giornata quando sentì bussare alla porta con un energia che non ammetteva repliche.
Dapprima Draco fissò la porta con un espressione perplessa poi sentì l’unica voce che aveva il potere di essere contemporaneamente la più odiosa e adorata da sentire.
- Malfoy, aprì, ho fatto un casino! Devi aiutarmi!-
Il panico invase Draco si guardò la pozione protettiva ancora a nulla. Il talismano era ormai allo stremo, non avrebbe retto molto.
- Malfoy! Aiuto! Stanno arrivando!-
Draco meditò di fuggire, così come Harry stesso era in fuga. Dalla parte opposta e il più veloce possibile.
Ma del resto, il talismano funzionava ancora, seppur non fosse riuscito a finire la ricarica, c’era ancora una possibilità che il grifone non fosse in pericolo nelle sue vicinanze. Draco inghiottì a vuoto e aprì la porta ritrovandosi con il grifone che si precipitava dentro per poi chiudersi la posta alle spalle a chiave.
Draco sentì l’attrazione della pozione immediatamente. Per poco non lo sbatté sulla porta per poi divorargli le labbra.
Non era troppo sicuro che il verbo divorare fosse una metafora.
- Mio dio!- scattò sulla difensiva – Quanta ne hai bevuta?-
Mani, pugni, voci oltre la porta. Il nome di Harry iniziò ad essere ripetuto in una nenia inquietante e tetra.
- … troppa.- confermo.
- Ti avevo detto che…-
- Sì, e non ti ho dato retta. Fammi causa!- gracchiò Harry pallido mentre si buttava in uno dei divanetti della stanza.
Draco cercò di fare respiri brevi – Devi… devi andartene.- riuscì a dire.
Harry si era abbandonato allo schienale della poltrona e aveva buttato la testa all’indietro, completamente abbandonato alla disperazione.
Per via della pozione i genti più semplici sembravano la cosa più erotica che avesse mai fatto e Draco si ritrovò a seguire la linea del suo collo come una falena attratta dalla luce.
- Non finché è così forte.- disse Harry.
Proprio perché è così forte, pensò Draco disperatamente – Quanta ne hai bevuta esattamente?-
Harry prese un profondo respiro, poi alzò la testa e incrociò i suoi occhi – Tutta.- disse.
- COSA?!- la sua voce gli uscì più stridula di quanto avesse voluto – Ci vorranno giorni prima che passi! Ma ti ha dato di volta il cervello?!- la rabbia si fece strada nelle sue vene in una maniera così intensa che non credeva di riuscire a provarla- Per una che non ti degna di uno sguardo nemmeno per sbaglio? Dimmi, Potter, che diavolo ha di così speciale questa da farti perdere quei due neuroni che avevi nel cervello? Ti rendi conto che meriti di meglio?!-
Si era reso conto di urlare solo quando aveva smesso di parlare e perché la gola gli faceva male.
Seduto nel divano come un bambino sgridato, Harry lo guardava con occhi sorpresi.
Il pozionista sentiva i nervi così tesi che faceva male stare fermo. E muoversi. Ma muoversi era pericoloso, doveva appellarsi a tutte le sue forze per non diventare uno di quegli zombie che grattavano la porta e chiedevano di Harry Potter.
- Tu non capisci.- disse Harry all’improvviso – Sapevo benissimo di non avere alcuna speranza, ma avevo bisogno di saperlo con assoluta certezza. – la sua voce venne a mancare. Per un attimo i suoi occhi diventarono distanti, poi si focalizzarono su di lui e Draco si sentì di nuovo avvolto dal potere della pozione. Un sorriso nuovo, triste e tenero si fece strada sul suo viso – Ora posso farmene una ragione.-
Draco avrebbe imprecato, se gli fosse rimasto un briciolo di forza.
E poi accadde, come un calo di pressione, un onda che precipitava sulla spiaggia.
Draco si ritrovò d’un tratto, senza alcuna protezione e l’attrazione divenne inevitabile.
Come inevitabile fu realizzare che avrebbe baciato Harry e, in tutta probabilità, sperava che lo atterrasse prima di lasciargli fare altro.
Perché Draco sapeva all’improvviso che se Harry non andava via di lì, se non scappava o lo legava, gli avrebbe strappato i vestiti di dosso fino a perdere ogni briciolo di dignità.
In quel momento, Draco non era più una persona che cercava di nascondere i suoi sentimenti, ma era uno di quelli là fuori, con la sola pecca che, senza protezione, sarebbe stato in quelle condizioni sin da primo sorso.
E, tutta la boccetta, era semplicemente troppo per lui.
Qualcosa doveva essere cambiato nel suo sguardo, infatti l’altro ora lo guardava come se qualcosa non quadrasse in lui.
- Malfoy?- soffiò, sorpreso.
L’altro fece un passo, lento, calcolato, come un animale che puntava la sua preda – Ti avevo detto di andare via.-

**


Harry si dimenò, tentò di combatterlo, tentò di fermarlo. Non che Draco fosse più forte, ma era indubbiamente più motivato. Magicamente motivato.
Lo scaraventò disteso, lo sovrastò, lo baciò con l’impeto di un pugno.
L’altro tentò ancora di allontanarlo, ma con meno convinzione, come se si fosse reso conto di non avere alcuna speranza contro quella impetuosità.
Ma nulla poteva avere scampo con il rush di adrenalina e desiderio che lo avevano invaso a quel primo bacio, non si rese nemmeno conto dell’avidità degli altri.
Voleva Harry, ma non sentiva che la voglia di lui, ed era così assordante che Harry aveva paradossalmente perso importanza.
Doveva averlo. Doveva possederlo.
Doveva distruggerlo.
Si alzò e lo guardò dall’altro, la voglia di affondare i denti nelle guance arrossate dalla lotta, nella pelle tesa del collo.
La sua espressione era così confusa…
- Schiantami.- soffiò Draco, disperatamente, mentre le sue mani agivano di propria volontà per afferrargli i lembi di camicia e aprirglieli – Schiatami ora.-
- Malfoy…-
- Ti violenterò.- disse, e fu la verità.
Vide Harry afferrare la sua bacchetta mentre si avventava sulla sua giugulare, con l’impeto di un feroce animale. Serrò gli occhi aspettando lo schianto, ma tutto ciò che sentì fu il suono di qualcosa che cadeva dall’altra parte della stanza.
Alzò il capo e, seppur con poca lucidità, riuscì a vedere la bacchetta sul fondo della stanza e la mano di Harry ancora tesa nell’atto di lanciarla.
- Non puoi farlo, se è quello che voglio.-
Draco lo guardò, più confuso che mai, ma la fame ebbe il sopravvento. Lo baciò nuovamente, volenteroso solo di baciarlo ancora e ancora, averlo ancora e ancora, e dimenticò tutto il resto.
Harry aveva smesso di dimenarsi.
Harry sarebbe stato suo.

**

Nella foga, non si premunì di prepararlo. Non aveva la lucidità mentale di farlo. Quando si ritrovò immerso in lui, l’unica cosa che riuscì a pensare era che quello sarebbe stato per sempre il suo posto, che non voleva più uscire, che nessuno lì sarebbe più uscito.
Avrebbe rinchiuso Harry nel sotterraneo, avrebbero dimenticato le lezioni, di mangiare, avrebbero solo scopato senza tregua, fin quasi a morirci.
Morte per sesso, non sembrava troppo male.
E ora che era dentro di lui, che aveva provato cosa significava essere avvolto dal suo calore, era definitivamente la morte che ambiva.
Nel suo delirio, muoversi gentilmente, fu frustrante e difficile. Ogni fibra del suo essere voleva solo affondare in quell’antro stretto, voleva annullare quella resistenza che avvertiva, distruggerlo, fino a non sentire che abbandono.
Era difficile conciliare la volontà malata di distruggerlo che scaturiva dalla pozione, al desiderio disperato di farlo godere.
Harry si copriva il viso con un braccio, con l’altro stringeva il divano così forte da sbiancarsi le dita.
Gli rubò un bacio prima di sussurrare – Mi dispiace.- e poi entrare di nuovo completamente in lui con una sola spinta.
D’un tratto, Harry gli prese il viso tra le mani, costringendolo a guardarlo, aveva gli occhi lucidi, il viso arrossato, l’aria esausta. Non era mai stato così bello.
- N-on trattenerti.- disse.
Draco serrò gli occhi, cercando di mettere a tacere la scarica di adrenalina che la pozione gli provocava – Non voglio…- ansimò – Farti del male.-
Il grifone fece un lungo e profondo respiro, nel tentativo di rilassare i muscoli. Si abbandonò di nuovo sul divano, le mani crollate in segno di resa. Il desiderio che vibrava negli occhi.
- Non tratterti.- ripeté con voce rauca e sembrò un ordine.
Se Draco Malfoy fosse stato lucido, si sarebbe chiesto perché Harry sembrasse così desideroso di essere fottuto, si sarebbe chiesto perché non provava dolore, si sarebbe chiesto perché lo incitava a spingersi senza remora in lui.
Si sarebbe fatto delle domande, la cui risposta era talmente ovvia che ad un Malfoy strafatto, mancava del tutto.
Odiò perfino la persona che Harry tanto amava per averlo ridotto così, per averlo costretto a tanto.
Mentre si spingeva in lui, arrivò a pensare con insistenza, che se fosse stato lui quella persona, lo avrebbe amato, amato disperatamente, senza esitazione, desiderato senza riguardi.
Mentre vedeva Harry inarcare la schiena e venire, seguito a ruota dal proprio piacere complice di quella visione, implorò il mondo di donarglielo.
Lui lo avrebbe amato, pensò spingendosi in lui alla ricerca di qualsiasi altro briciolo di emozione.

**

Sapeva di essere un ottimo pozionista, ma le sue doti andavano davvero oltre ogni immaginazione. Soprattutto perché ci mise ore a perdere effetto.
Dopo quella prima volta, Draco si era approfittato del corpo stanco del suo compagno di scuola senza ricorsi e senza riguardi.
Dopo le prime, impetuose volte, era riuscito ad avere abbastanza lucidità da prendersi cura anche della sua eccitazione, ma non senza far prevalere la propria.
Rischiò di impazzire, al pensiero di dover vivere anche solo un minuto lontano da lui.
Esausto crollò in terra, il mantello che lo separava dal gelo del pavimento era l’unica cosa sopravvissuta alla battaglia, il resto dei vestiti erano lontani o a brandelli.
Harry era disteso a pancia in giù, un braccio steso sul divano, uno penzolava da esso. Gli occhi assenti e il respiro affannoso.
La lucidità torno all’improvviso e solo allora riuscì a rendersi conto dell’entità delle sua azioni.
L’orrore si fece strada nel suo petto come un nuovo Sectusempra.
Esitò nel togliere una ciocca di capelli abbandonata davanti al viso dell’altro, odiò vederlo così stralunato dal non riconoscerlo, non subito. Poi Harry lo mise a fuoco nonostante gli occhiali così storti da essere piegati.
- … Mi dispiace.- soffiò Draco con il cuore in mano.
Harry chiuse gli occhi come se volesse addormentarsi, poi li riaprì – Non riesco a muovermi.- confessò.
Non sembrava arrabbiato. Sembrava invece confuso.
Draco raccolse il mantello del grifone e lo coprì, ignorando il corpo di Harry completamente ricoperto di lividi e liquidi di non troppo dubbia provenienza.
Si alzò a fatica, con le gambe che chiedevano pietà e i fianchi doloranti e si recò al bancone per prendere fazzoletti e una pozione per far recuperare a entrambi le forze.
Ne bevve un sorso e si sentì già molto meglio.
Dopo di ché, si prese cura di Harry, lo aiutò a pulirsi, poi lo aiutò a mettersi seduto, gli premette sulle labbra la pozione. Attese che un po’ di energia si facesse strada in lui, fino a che non ebbe la forza di sistemarsi gli occhiali a guardarlo.
- Beh, - soffiò – è stato inaspettato.-
Inaspettato? Lo aveva appena agredito per ore ed era tutto quello che riusciva a dire?
- …Potter.-
- Credo che tu possa chiamarmi Harry ora.-
Inghiottì a vuoto - …Harry. Mi dispiace.-
L’altro si passò una mano tra i capelli – Perché non aveva mai funzionato fino a oggi?- domandò ignorando le sue scuse.
Draco si sentì mortificato mentre mostrava il talismano – Avevo una protezione.-
Gli occhi del grifone si posarono sul medaglione magico con un espressione critica e le sopracciglia aggrottate - … ti eri protetto.- soffiò.
- Mi ero protetto.-
- E perché invece ora la pozione ha funzionato?-
Draco esitò – Non tutte le protezioni funzionano per sempre. Stavo per ripristinarlo quando sei arrivato. Il resto lo sai.-
Harry lanciò un’occhiata alla porta dove qualche ora prima c’erano stati incitazioni, graffi, perfino pugni. Tutti avrebbero voluto fargli esattamente quello che aveva fatto il pozionista, solo che non sarebbe sopravvissuto ad un tale attacco.
- Non dimostravi nulla per me.- tornò su di lui – Così ho continuato a aumentare la dose. – sviò lo sguardo – Dovevo esserne sicuro. Doveva essere certo che tu non provassi nulla per andare avanti.-
Il serpeverde strinse le mani e i denti, più arrabbiato che mai. Un po’ con Harry e tanto con sé stesso.
- Mi sono protetto perché sapevo che non avrei avuto scampo altrimenti.- confessò.
- Io ti piaccio?- domandò allora il grifone incrociando il suo sguardo. Non era una vera domanda, era una conferma che cercava. Come un contratto già stipulato in cui mancava solo la firma.
E Draco, aveva già la penne in mano – Da morire.-
Harry premette le labbra sulle sue con una nuova, tiepida, dolcezza. Fino a qualche minuto fa le aveva leccale, morse e tormentate fino a farle gonfiare, ma quella nuova delicatezza sembrò molto simile ad un primo bacio.
Il loro, vero, primo bacio.
Harry si distaccò e lo guardò – Ti dispiace se… mi stento un poco? Sono esausto.-
- Certo che no.-
Si guardò attorno, premette una mano sul materasso – Si può ingrandire? In due non ci entreremo mai.-
- … vuoi che dormo con te?- domandò Draco ancora un po’ incredulo degli eventi.
L’altro testò ancora la solidità della pelle del divano prima di ribattere – Voglio dormire con il mio ragazzo.-
Sembrò un ulteriore conferma: si erano dichiarati in qualche modo, ma non si erano confermati ancora una coppia. Non che Draco avesse davvero scelta, visto che era stato condizionato prima da una pozione magica e ora dal suo cuore.
Era assurdo non avere voce in capitolo nella sua vita ed esserne così felice.
- Il tuo ragazzo vuole dormire con te.- disse, prima di prendere la bacchetta che era rimasta per tutto il tempo nella sua tasca e eseguire l’incantesimo.
Si sistemarono sul divano divenuto grande quanto un letto, si coprirono con i mantelli trasfigurati in coperte e si guardarono stesi su un fianco, ancora incerti sulla loro relazione.
Si piacevano, stavano insieme, ma era tutto nuovo, e i lividi erano ancora freschi.
Harry chiuse gli occhi e allungò una mano per toccargli il petto. Non si lasciò abbracciare, non era ancora quel tipo di rapporto, forse non lo sarebbe mai stato.
Per certi versi, quel tocco sul petto era più intimo di quanto non avevano fatto per ore su quello stesso divano.
Si addormentarono di botto, stanchi più che mai, con la sensazione che fosse solo uno strano sogno.
Ma c’erano le dita di Harry calde e solide sul suo petto, e le proprie sul suo fianco ed erano reali. Come loro.

**

Il giorno dopo, tutta la scuola si scusò con Harry Potter. I professori, invece, lo sgridarono e dettero a lui e Draco Malfoy, che tutti credevano l’unico risultato immune alla pozione, una punizione esemplare: dovevano pulire la stalla dei Thestral per tutta la settimana, senza magia.
Entrambi erano in grado di vedere i maestosi e tenebrosi cavalli alati, e quel dolore li accumunava.
Più volte, dopo aver pulito tutto, si mettevano ad accarezzarli. Era un po’ come accarezzare la propria tristezza.
- Mi piaci.- aveva sussurrato un giorno Draco senza rendersene conto mentre spazzolava Harry spazzolava la criniera della creatura con un sorriso triste sul volto. L’altro lo guardò, prima di arrossire. Annuì e passò nuovamente la spazzola sulla criniera – Anche a me.-
Ora che la pozione non era più nel loro sistema, fare l’amore era diventato speciale, consumarsi era diventato intenso e unico.
Non erano più ciechi, ma erano in grado di percepirsi più che mai.
Ed era bellissimo così.








































 
 
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Il divoratore di cuori

Era rimasto nel torpore per così tanto tempo che quasi non si rese conto di essersi ridestato. Fu come una piccola scossa elettrica che gli attraversava il cervello, talmente misera che gli aveva causato che un formicolio.
Il primo senso che tornò fu l’olfatto. La sentì a chilometri di distanza, sentì il suo odore divenire sempre più vicino, passo dopo passo, battito dopo battito.
Non sembrava aver corso, ma il suo cuore batteva così forte che le aveva affaticato il respiro.
Fu in questo modo che si accorse che gli era tornato anche l’udito.
Poi, come se fosse un senso a parte, si risvegliò la paura.
Nel torpore dei suoi anni addormentato, non si era reso conto del tempo che scorreva, né della fame, né della disperazione.
Ma all’improvviso tutto, tutto era tornato più impietoso che mai, la fame lo spinse a snudare i denti, riuscì ad avvertire un ringhio soffuso suonargli in gola. A quel punto, tutto era ancora abbastanza lontano da lui, da non capire bene cosa stava accadendo, ma se c’era una cosa che sapeva era che non sarebbe dovuta accadere.
Lei era in pericolo.
Il terzo senso che tornò fu il tatto. Se ne accorse quando provò a muoversi verso la fonte, e avvertì le costrizioni delle catene. Sentì il dolore di anni di resistenza, aggressività e disperazione avergli lacerato la pelle. Era addormentato da così tanto che ormai i solchi si erano cicatrizzati, ma la pelle era ancora sensibile, fragile.
Lei divenne più vicina. Era stanza, il cuore le batteva forte, il respiro era sempre più affannoso. Il passo, invece, era incerto. Non sembrava spaventata.
Avrebbe dovuto esserlo.
Non aveva così fame da secoli e lei aveva un cuore che batteva davvero troppo. Quel battito, rimbombava ovunque nella sua testa, riaccendeva i suoi istinti, e con esso, i suoi ricordi.
L’ultimo senso che tornò fu la vista. Osservò la porta della sua cella come se potesse vederne attraverso, e in un certo senso poteva.
Lei era lì, dall’altra parte dell’enorme uscio d’acciaio che finora era riuscito a tenerlo prigioniero.
Ringhiò ancora, non poteva farne a meno. Non sapeva da quanto tempo era lì, ma sapeva che quella fame cieca e assoluta non gli avrebbe permesso di mantenere la lucidità. Il suo cuore era dall’altra parte di quella porta e lui… lui avrebbe sfondato quella porta.
Strinse i pugni, strattonò le catene, provò a parlare, ma era così stanco e disidratato che non gli uscì che un rantolo.
Va via, provò a dire alla povera sventurata senza riuscirci.
Quando sentì la chiave rigirare nella toppa, si sentì spaccato in due.
Voleva divorarla.
Voleva dirle di fuggire.
Voleva afferrarle il cuore e affondarci il viso.
Voleva urlare di scappare via senza voltarsi indietro.
Strattonò le catene, sperò che reggessero.
Ma sapeva la verità. Sapeva che non appena lei avesse aperto quella porta quelle quegli anelli avrebbero fatto poco per trattenerlo.
L’aveva già visto succedere, più e più volte. Per questo, anni fa aveva scelto il posto più remoto e abbandonato per rinchiudersi. Sperava che nessuno sarebbe giunto lì per caso, di certo non per cercarlo.
Il chiavistello scattò e lei dette qualche colpo alla porta per farla aprire.
Lui, finalmente, poté vederla…
Era bella, pensò con la morte nel cuore, anche se i suoi capelli erano insolitamente corti, le incorniciavano bene il viso, era magra, forse troppo, ma soprattutto era esausta.
Il cuore della ragazza perse un battito. Finalmente, ebbe paura, ma prese coraggio e fece un passo nella sua cella.
Lui strattonò le catene, provò ancora a dirle di fuggire, perché era in pericolo e il pericolo era la persona che sembrava un ragazzo solo in apparenza.
Il suo cuore batteva, più forte che mai, e lui lo bramava.
Scattò verso di lei, sperando che le catene reggessero, quando le sentì trattenerlo, combatté contro quella costrizione con una rinnovata furia.
Ringhiò, scalciò, snudò i denti.
Lei era spaventata, ma non era terrorizzata. Come mani malferma iniziò a sbottonarsi la camicia.
No, pensò, no non farlo.
Ma lei lo fece.
Si aprì la camicetta lasciando lo sterno in bella vista, quasi come se lei volesse che lui le strappasse il cuore a mani nude.
La rabbia, la fame e la disperazione divennero l’essenza stessa di lui, cos tanto che prima di renderse conto la pelle aveva inziiato a lacerarsi dalla necesstà di raggiungerla.
Con terrore e impazienza, sentì le catene cedere.
Se fosse stato in sé, se non si fosse affamato per secoli, forse avrebeb potuto fermarsi, ma non era così e quel cuore, oh quel cuore, era lì ed era lì per essere divorato da lui.
Una catena cedette, lui affendò le unghie nella sua carne e lei non fece che una smorfia di dolore.
-… Perché?- riuscì finalmente a dire.
Lei sostenen il suo sguardo e non disse nulla e lui aveva troppa fame per domandarsi ancora le motivazioni.
La seconda cadena cedette e il suo cervello spense anche l’ultimo briciolo di lucidità.
Quando tornò lucido aveva le mani affondate nel suo torace e lei rantolava morente.
Gli afferrò il braccio e lo guardò dritto negli occhi e mosse le labbra, più forte, ripetendo sempre la stessa parola.
Le strappò il cuore osservandola ripetere quella parola.
Lo divorò, avvertendo ogni senso tornare a nuova vita, ogni cellulare rigenerarsi, ogni neurone vorticare nelals au testa.
Quando lo ebbe divorato tutto, la bestia era tornata un ragazzo. Un ragazzo che si era ritrovato a fare quello che aveva evitato fino allo stremo, fin quasi alla morte.
Si ritrovò seduto per terra, con lemani colpe di sangue e il corpo di una donna davanti a lui.
Una donna davvero molto, molto innamorata.
L’ultimo senso che si risvegliò in lui fu l’amore.
Era difficile non riuscire a percepirlo come uan cosa che era parte di sé dopo che l’aveva divorato.
Con l’amore, la sua mente riuscì finalmente a realizzare cosa lei stava ripetendo ancora e ancora, riusciva ancora a vederla, davanti ai suoi occhi, muovere le labbra: Proteggilo.
Le toccò, rimarcando quel ricordo.
- Lo farò.- promise, in un ansito.
L’avrebbe fatto, perché non aveva letteralmente alcuna scelta.
Avrebbe protetto la persona che era cara al suo cuore con ogni fibra del suo essere.

***


Lizzy era via ormai da ore. Noah dette un’occhiata veloce all’orologio e la sua preoccupazione aumentò ogni attimo di più.
Non era saggio che si allontanasse così tanto, non quando le era difficile arrivare dall’altra parte del cortile dell’ospedale.
Provò a chiamarla per l’ennesima volta ma partì nuovamente la voce della segreteria telefonica e riattaccò innervosito.
Dove poteva mai essere andata? Aveva promesso di tornare in un paio d’ore!
Noah osservò fuori dalla finestra con attenzione, uscire sarebbe stato complicato con ancora il sole così alto. Nemmeno la notte gli era poi così amica, ma il rischio di incappare in qualcuno che non lo aveva di buon occhio crollava drasticamente.
Ma doveva correre il rischio.
Cappello, occhiali da sole, i capelli colorati di nero erano gli unici accorgimenti che poteva fare prima di avventurarsi fuori.
Era così abituato a nascondersi che quando il sole gli sfiorò la pelle per un secondo ebbe l’impulso di restarsene lì, a godersi quel calore, come fosse un caldo abbraccio, ma si sforzò di ridestarsi.
Lizzy non tardava mai, era una delle sue caratteristiche che spesso gli avevano dato sui nervi soprattutto perché lui era un ritardatario nato.
Si avventurò per le strada, cercando nei soliti posti che frequentava; la gelateria, il fioraio, la libreria, fece perfino un salto al centro commerciale, ma non c’era nessuna traccia della sua amica.
Provò ancora a chiamarla, ma questa volta il cellulare morì direttamente in un paio di sinistri bip.
Sentì lo stomacò contorcersi dall’ansia.
- Dove diavolo sei…- soffiò in preda all’ansia.
Ormai era troppo tempo che era all’aperto, se qualcuno lo avesse visto avrebbe potuto passare un brutto quarto d’ora. Così Noah decise di tornare al rifugio improvvisato di cui solo Lizzy sapeva l’esistenza. Non era più sicuro, ma perlomeno lei avrebbe potuto trovarlo.
Nella via del ritorno, il buio era calato facendolo sentre gradualmente più sicuro. Si tolse gli occhiali da sola, per non attirare l’attenzione, ma dovette tenere il capello sulla testa nonostante il sudore.
Avvertì la presenza di qualcuno non appena voltò l’angolo, dopodiché sentì i passi. Affrettò i suoi, cercando di seminare il suo inseguitore, dicendosi che probabilmente era solo paranoico, che magari era un semplice essere vivente che stava facendo la sua stessa strada, ma sapeva di mentire a sé stesso. Aveva le sue ragioni per temere la sua stessa ombra, una di questa, che metà delle persone della città lo volevano alla gogna.
La morte sarebbe stata troppo clemente purtroppo.
Così, scese nella metropolitana, salì sul primo vagone che passava e pochi attimi prima che ripartisse scese al volo osservando una persona scattare verso la porta pronta ad inseguirlo. Vederlo sbattere col muso sul vetro fu esilarante. Gli fece anche un cenno di saluto, del resto in qualche modo si conoscevano. Tutti si conoscevano in quella piccola città.
Quindi a seguirlo era stato Fraderich Pall. Era una brutta notizia, era molto amico del suo adorato cugino che aveva preso la sua punizione come un impegno da svolgere personalmente.
Ora che l’aveva visto, avrebbe detto a tutti che era ancora in città.
Si guardò attorno, cercando qualche altro sguardo indiscreto, ma non vi era che un inserviente scontento.
Tornò su per le scale e cercò di pensare alla prossima cosa da fare.
Non avrebbe potuto aspettare Lizzy per sempre, ma era la sua migliore amica e non poteva andare via senza averla vista un’ultima volta.
Tornò nella sua nicchia improvvisata e si avvolse nella coperta che Lizzy gli aveva lasciato, scaldò le mani sfregandole tra loro e pregò che il freddo gli desse una fine più dignitosa di qualsiasi avesse deciso la sua famiglia.
E tutto perché voleva scegliere da sé la persona da amare. Per la sua famiglia antica e dalle origini inquietanti, era una pretesa talmente assurda perfino nel 2018.
Si addormentò avvolte nel freddo e nell’ansia sapendo già che non avrebbe dormito sonni tranquilli.

**
Si risvegliò di soprassalto, col il ricordo di un incubo che gli sfuggiva davanti agli occhi. Il cuore gli batteva forte nel petto mentre fissava il soffitto.
La preoccupazione per Lizzy gli era entrata nelle ossa più del freddo, ma nemmeno quello era più sopportabile così si mise seduto e si scrollò la brina dal capelli. Il nero della tinta economica gli macchiò e dita ed per un secondo odiò davvero ciò che era diventata la sua vita.
Quelle dita macchiate, all’improvviso sembrarono la giusta ciliegina sulla più che giusta torta, imprecò e si alzò.
Non poteva fare altro che chiedere aiuto.
Era così stanco che prestò poca attenzione ai suoi passi, era così stanco che non gli fregava assolutamente nulla se l’avessero trovato.
Era così stanco che perfino cercare il suo ex era preferibile a dormire in un casolare abbandonato in una coperta misera.
Il pub era chiuso, ma sapeva che bussando lo avrebbe svegliato. Sulla porta per un secondo esitò, ma una folata di vento gli ricordò perché fosse lì.
Busso e perfino le nocche gli fecero male.
La velocità con cui Jason aprì fu talmente cellere che Noah si chiese se non fosse già sveglio, il viso affatto sorprese gli fece capire che la voce che fosse tornato si era già sparsa è che sapeva già del suo arrivo.
- Mi chiedevo quando fossi passato.-
“Quando” non “se”.
Noah scrollò le spalle forzandosi di non tremare e Jason lo lasciò passare. Il contatto con l’aria calda sulle pelle fece quasi male, sentì le palle pizzicare come se fosse trafitta da piccole microscopiche lame.
Era assurdo che quella sensazione risultasse uno dei sollievi più profondi mai provati.
- Immagino che tu abbia fame.- continuò Jason chiudendo la porta, poi si avviò verso la cucina del pub.
L’ultima volta che era stato lì, Jason era il suo ragazzo ed era innamoratissimi, progettavano di scappare via insieme, di farsi una nuova vita e di vivere la loro storia senza paura e senza più nascondersi.
Lui era scappato, mentre Jason era rimasto lì.
Scacciò la malinconia dalla testa, la fame e il freddo avevano abbassato le sue difese mentali.
- Puoi andare a fare una doccia, mentre ti preparo qualcosa.- sentì la voce dell’altro dalla cucina.
- … okay, grazie.-
Il pub aveva un piccolo appartamentino sovrastante dove Jeson viveva. Era lì che si erano visti per l’ultima volta, prima che Noah scappasse via.
In quelle mura clastrofobiche gli aveva chiesto di scappare con lui, di sceglierlo, di realizzare quei sogni che si erano raccontati tra i sospiri.
Ma Jason aveva deciso di restare, e Noah aveva deciso che vivere non era poi una cattiva cosa, anche se sarebbe stato senza di lui.
Quando entrò nella doccia e aprì l’acqua calda, si sentì quasi aggredito da quello scrosciare, non si era reso conto di essere tanto teso che perfino quei getti potevano farlo scattare, ma ben presto iniziò a sentire i muscoli rilassarsi, perfino respirare non sembrò più così difficile.
Il dozzinale colore con cui si era tinto i capelli iniziò a perdere quasi immediatamente e lo lasciò scaricare, certo non sarebbe tornato ad avere il suo castano chiaro, ma di sicuro avrebbero assunto una tonalità meno corvina.
Avrebbe voluto restare ancora lì, cullato dalla doccia e dai ricordi di quella quotidianità che aveva perduto, ma lo stomaco ebbe la meglio sulla nostalgia.
Jason gli aveva preparato dei vestiti da mettere. Una volta, indossati, tornò al pub sentendosi una persona nuova.
- Sei più magro di quanto vorrei.- mormorò Jason seduto sullo sgabello davanti a un hamburger altro quanto lui.
- Succede.- mormorò Noah sedendosi allo sgabello vicino. Cercò di non avventarsi su quel panino, ma non riuscì a dissimilare l’avidità delle gola.
Jason lo studiò con attenzione prima di continuare dicendo – Sei tornato per via di Elisabeth?-
All’improvviso, il boccone gli sembrò disgustoso. Lo inghiottì con un sorso di acqua fresca.
- E per cosa sennò?-
- Come sta?-
Per un secondo, gli parve che il sogno riaffiorasse nella sua mente, come una parola sulla punta della lingua, ma non riuscì a mettere insieme le immagini – Ieri l’ho vista, stava piuttosto bene…- soffiò – Sono riuscito a incontrarli nel nostro posto. Ad un certo punto è dovuta andare via, aveva promesso che sarebbe tornata ma non l’ha più fatto.-
- Sono sicuro che i suoi l’abbiano trattenuta.-
- Non ha risposto al telefono. Sono preoccupato.-
Jason meditò con attenzione, poi l’atmosfera si fece più pesante, quasi irrespirabile - … ha qualche speranza di farcela?-
Quella domanda gli fece sentire il panino desiderare la fuga attraverso la sua bocca. Era incredibile quanta poca fame avesse improvvisamente per essere praticamente un senzatetto.
- Sei tu quello che vive in città.- gli rinfacciò Noah tentando di sostituire ansia e preoccupazione con la rabbia – Io sono quello che l’ha scoperto perché ha connessione internet gratuite nei parchi pubblici. Pensavi di chiamarmi per dirmelo? O magari l’avresti lasciata semplicemente morire senza dirmi nulla?-
Addentò un altro morso di panino solo per non addentare lui.
- Non sapevo se avessi con te il cellulare.- si giustificò.
Noah ebbe l’impulso di controbattere, ma nonostante fosse tutto Jason gli stava dando da mangiare e un momento di serenità prima di tornare fuori al freddo.
Jason avrebbe potuto stare vicino alla sua amica, cosa che a lui non era concessa.
- non mi hai mai detto cosa è successo.- sentì la voce del barista dopo qualche attimo – Perché sei andato via.-
- Ti avevo chiesto di venire con me.-
- sì…- concesse – ma perché.-
Noah puntò i suoi occhi grigi in quelli del suo passato amante e per un secondo gli parve che il tempo non fosse passato, che erano ancora due piccioncini innamorati che credevano di poter cambiare il mondo, di vivere felici e contenti con tanto di uccellini che cantavano per loro.
Quel secondo passò e si sentì come se la voragine in cui era sprofondato aumentasse la sua forza gravitazionale.
- Devo andare.- mormorò alzansodi dallo sgabello.
- Come?-
- Grazie di tutto.-
- Non puoi andare via, fuori si gela.-
Noah scrollò le spalle e gli sorride – Ci sono abituato. Ma devo davvero andare, se mi trovano qui potrei metterti nei guai ed è l’ultima cosa che voglio.-
Jason gli afferrò un braccio, pronto a placcarlo se fosse stato necessario, ma lo sguardo deciso e triste del suo amante lo fece desidestere.
- Potresti restare qui, mi prenderei cura di te.-
Oh se solo avesse saputo i rischi che correva nel farlo. Se solo avesse saputo i complicati dettami della sua famiglia e cosa la loro relazione aveva messo in modo, in quel momento sarebbe scappato via lontano… assieme a lui.
- Grazie di tutto.- ripeté – E addio.-
Non aspettò altre repliche. Quelle labbra che un tempo aveva baciato avidamente ora non avevano più nulla di interessante da dirgli. Noah si avventurò in strada giusto in tempo per vedere le prime luci dell’alba imbiancare il cielo. Restò un attimo a godersi la serenità della città silenziosa e un po’ spettrale da cui era circondato.
Per fortuna, l’abbonamento della metro era ancora valido così scese a prendere la metro per raggiungere la stazione dei treni.
Forse sarebbe andato a NNLOSO, o forse alla CITTACHENNSO.
Ma prima di partire, tirò fuori il cellulare e tentò un’ultima volta di chiamare la sua migliore amica. Non suonò nemmeno.
La sensazione che fosse successo qualcosa di orribile si era già annidata in lui, ma restare non avrebbe risolto nulla. Forse qualsiasi cosa le fosse successa era già colpa sua. Sperò solo fosse in salvo, magari segregata.
Forse, solo andando via, l’avrebbe potuta salvare.
Ma Noah, in preda all’ansia, non fece caso ai passi, né alla gente. Scioccamente, credeva che raggiungere la stazione, dimostrare che avea intenzione di partire, l’avrebbe risparmiato dalle conseguenze dell’essere tornato.
Sentì il suono di un copo prima ancora di sentire il dolore. Si chiese perfino cosa fosse stato.
Prima di perdere i sensi riuscì a scorgere un’ombra trala folla, una persona che conosceva fin troppo bene.
- Bentornato a casa Noah West.- soffiò con un sorriso crudele suo fratello Theo.


Il dolore che non aveva sentito quando gli era arrivato il colpo arrivo tutto d’un tratto al suo risveglio e fu terribile.
Non riuscì nemmeno ad urlare perché urlare avrebbe aumentato quel dolore.
- Credevo di averti detto di non tornare.- disse una voce che conosceva fin troppo bene.
Noah provò a muoversi, ma era stato legato bene – Quando mai ho fatto quello che mi dici?- replicò, sperando che la voce non gli tramasse.
- Magari in seconda elementare.- replicò Theo, divertito, mentre si sedeva aduna sedia che aveva messo davanti alla sua.
Noah si guardò attornò e riuscì a riconoscere tutte e cinque le persone che aveva attorno: una volta erano suoi amici. Evidentemente Theo aveva preso il suo posto non solo per modo di dire.
- Scagnozzi, magazzino dozzinale, corde e una sedia da cui intimidirmi.- analizzò – o è un pessimo film di spie o è un fantastico incipit per un porno.- sorrise più apertamente che poté, sentì la smorfia tirare la ferita nuca.
Theo alzò un sopracciglio e si guardò attorno – ti piacerebbe fosse un porno, vero? So che a voi deviati piacciono questo tipo di cose.- si piegò in avanti e unì le mani in un gesto meditabondo – Dimmi in che modo sei sopravvissuto finora? Quanti ne hai presi di cazzi?- una risata riempì l’aria, seguita da altri cinque latrati.
Noah cercò ogni via di fuma, ma le corde erano ben strette. Poteva solo perdere tempo per cercare di pensare a una qualsiasi soluzione.
Pregò di trovarla, prima che il suo zelante fratellino non decidesse di avvisare il loro adorabile padre.
E con adorabile intendeva il loro pazzo psicopatico padre.
- Ho smesso di contarli dopo duecentosettantasei. – scrollò le spalle approfittando del gesto per cercare punti meno tirati della corda. Inutilmente - Avresti dovuto vedermi, non avevo più un buco, avevo un autostrada.-
Risero ancora tutti, come se fossero tutti felici e contenti. Sette persone assolutamente tranquille e carine che giocavano con le corde e corpi contundenti.
Poi sui fratello si fece serio, si avvicinò a lui e lo fissò dritto negli occhi con fare da vero pensatore. Se Noah non si fosse trovato in una situazione di vita o di morte, gli avrebbe riso in faccia.
Si aspettava lo schiaffo, quindi riuscì a chiudere gli occhi in tempo, quello che non si aspettava fu il secondo che lo seguì.
Per un attimo la vista gli venne a mancare, così come il respiro per via del dolore.
- Nostro padre era stato così magnanimo da lasciarti vivere, solo una cosa dovevi fare, ovvero sparire dalla nostra esistenza. – la voce di suo fratello era diventata asciutta e atona – hai spezzato il cuore di nostra madre, lo sai? Ma certo che non lo sai. Sei un codardo.-
Noah mosse la mascella cercando di capire se era rotta. Sicuro si era mordo una guancia e sentiva distintamente il sangue.
Non rispose. Avrebbe potuto ribattere che chi aveva davvero il cuore in pezzi era lui, ma avrebbe solo causato in Theodore West l’impulso di punirlo per averlo contradetto. Nemmeno si giustificò, spienganto perché fosse tornato. Qualsiasi parola gli fosse uscita dalla bocca sarebbe stata inevitabilmente sbagliata.
Purtroppo, anche il silenzio era sbagliato, soprattutto se era accompagnato da uno sguardo furente che non era riuscito a dissimulare.
Il terzo schiaffo gli fece sputare il sangue che aveva in bocca, il quarto gli spaccò il labbro.
- Non hai davvero nulla da dire?- ringhiò il fratello tra i denti – hai mandato a puttano tutto e non hai davvero nulla da dire?!-
Noa alzò gli occhi e fece un lungo e doloroso sorriso - … “prego”?-
Stavolta fu un pungo, dritto nello stomaco.
Spuntò saliva e aria mentre boccheggiava, poi Theo si alzò furente.
- Il divieto di ammazzarti ancora persiste…- disse – Ma nessuno mi vieta di farti desiderare di essere morto.- si guardò attorno, come se fosse arrivato finalmente il momento dell’entrata in scena del resto del gruppo.
Lui aveva finito, si era tolto lo sfizio, ora toccava agli altri sporcarsi le mani.
- Purché resti vivo… fate quel che volete.- ordinò.
Iiziò a contare i pugni, non sapeva nemmeno perché. Li contò in maniera così naturale che si rese conto solo in un secondo momento di quanto soffrisse.
Erano cinque contro uno e pure legato ad una sedia, era piuttosto ovvio che ne sarebbe uscito vivo a malapena, come da ordinato, però quando arrivò il ventitreesimo pungo che lo sullo sterno, qualcosa accadde.
Non era sicuro di cosa, perché aveva il sangue che gli impediva di guardare, non era nemmeno sicura di cosa riuscisse a udire.
Ma speva che i pungi erano cessati, e che c’erano rumori di lotta, imprecazioni.
Provò ad aprire gli occhi, ci provò davvero, ma gli faceva male pure quello.
Riuscì a vedere solo per un attimo, sopportando il dolore, e si ritrovò a guardare una cosa che non capiva.
C’era qualcosa che aveva preso Theo per il collottola e l’aveva scaraventato dall’altra parte della stanza come se fosse carta straccia. Provò un modo di soddisfazione, ma finì con il dolore che si acutizzava.
Stava pure perdendo i sensi, pensò mentre cercava di restare sveglio ascoltando imprecazioni, urla e rumore di ossa rotte.
Riuscì a sentire la parola – scappiamo!- e tutto il suo corpo si rilassò all’istante.
Riuscì appena a avvertire la presenza di qualcuno avvicinarsi a lui, tentò di esserne spaventato, di appellarsi al suo ultimo grammo di adrenalina per restare sveglio, ma non riuscì ad averne paura.
Della mani si posarono sulle guance e il viso gli fu alzato bruscamente.
- Spero davvero che tu sia più bello di così.- sentì dire da una voce rauca e con un pesante accento inglese.
Fu l’ultima cosa che sentì, prima di perdere i senti.

***


Quando Noah si risvegliò, il suo corpo gli ordinò di tornare a domre quasi immediatamente, ma si sforzò di restare sveglio. Provò ad aprire gli occhi e,seppure con qualche fitta di dolore, ne riuscì ad aprire uno e si guardò attorno senza capire dove fosse.
In primo luogo era steso in un letto, in secondo luogo non era mai stato lì.
Provò a mettersi seduto, ma una fitta gli attraversò il petto, edovette reprimere un grugnò, prima di desistere.
- Meglio se non si muove.- disse una voce di donna con dolcezza prima di avvicinarsi a lui. Aveva i capelli corti, un poco seccati dalla stanchezza ma i suoi occhi nocciola scuro erano dolci. Dal sangue che poteva vedere sulle maniche, era stata lei a curarlo.
- dove…- la voce sfumò, se la schiarì prima di riprovare – dove sono? Chi sei?-
Lei sorrise e gli rimboccò le coperte – Sei al sicuro.- disse, e riuscì perfino a crederle – Riposa ancora un po’, avremo tempo di parlare non appena si sarà ripreso.-
- ma…-
- Riposa.- gli intimò ancora – Poi risponderemo a tutte le sue domande.-
Noah non riuscì a resistere alla tentazione di lasciarsi cullare nuovamente da morfeo. Non si sarebbe dovuto fidare di nessuno, era solo contro praticamente l’intera città, ma onestamente non riusciva a capire se gli era rimasto un solo osso sano e l’idea di addormentarsi e rimettersi in sesto gli sembrava l’unica vera cosa da fare.
Così lo fece, dormì per quelli che gli parvero giorni, oltre alla donna intravide anche un uomo. Non lo accudiva, ma se ne stava nella stanza in silenzio a guardare fuori dalla finestra.
Nei rari momenti in cui riusciva ad alzarsi, aveva osservato alcuni strani dettagli del luog in cui si trovava. Di sicuro non era un appartamentino con vista su altro condimini, pensò osservando l’immenso e poco curato giardino che si intravedeva dalla sua finestra. La sua stanza aveva soffitti alti, un letto in legno massiccio, la mobilia in un mogano laccato di dubbia manifattura barocca, ben tenuti ma non si vedeva che erano molto vecchi.
Sembrava una villa antica, di quelle che aveva visto solo in vecchi film in costume.
Che diavolo ci faceva lì? E chi erano quelle persone?
Era in piedi a osservare le siepi che un tempo avevano una forma ben definita quando qualcuno entrò senza bussare.
Era l’uomo che aveva intravisto tra un risveglio e l’altro. La prima cosa che notò fu quanto fosse alto, diversi centimetri più di lui, la seconda cosa che i suoi capelli erano più lunghi di quanto li avesse mai visti su un uomo, la terza cosa che gli donavano in una maniera a cui non avrebbero donato a nessuno.
La quarta e ultima cosa che si ritrovò a notare, ma avrebbe notato anche un cieco, era che fosse il più bel ragazzo che avesse mai visto.
- … ciao.- provò a dire.
Gli occhi dell’uomo lo studiarono attentamente, come se stesse cercando di soppesare le sue condizioni – Sei in piedi.- disse e riconobbe l’accento inglese.
- Eri tu!- scattò indicandolo come un bambino – Sei stato tu a salvarmi!-
- Erano sei contro uno, non è che abbia avuto molta scelta.- stanco di restare sulla porta, sembrò indeciso se andare via o restare. Stranamente sembrò che fosse una decisione più dura di quanto avrebbe dovuto. Fece un passo nella stanza, come se gli costasse fatica, poi, visto che ormai era entrato, attraversò la stanza, se sedette ad una delle due poltrone e invitò Noah a fare lo stesso.
Senza capire, Noah decise di fare buon viso a cattivo gioco, si allontanò dalla finestra per sedersi alla poltrona davanti alla sua.
Era arrivato il momento delle domande, pareva.
- Cosa ci faccio qui?- domandò.
- Preferivi l’ospedale?-
Noah accusò il colpo – Dove sono? Voi chi siete voi? Chi sei tu?-
L’uomo si appoggiò allo schienale della sedia e accavallò le gambe in un gesto talmente naturale che non sembrò umano.
- Questa villa è della mia famiglia da generazioni, si chiama NOMEINGLESE house. –
- NOMEINGLESE house…- soffiò Noah pensieroso – Non ne ho mai sentito parlare.-
- Non me ne sorprende, la mia famiglia è molto riservata.-
Era comunque molto strano. La sua invece era così antica e conosciuta che era impossibile non sapesse l’esistenza di una villa enorme nei dintorni di NOMECITTA’.
- E quale sarebbe la tua famiglia?-
L’uomo piegò la testa di lato, contemplando le sue ferite con uno sguardo impietoso – Come ti chiami?- domandò a sua volta.
- Noah.-
- Noah…- echeggiò – e poi?-
- Noah West. E Tu?-
- Quanti anni hai?-
- Non si risponde a una domanda con un’altra domanda.- rimbeccò Noah immediatamente – Chi sei tu? –
L’uomo puntò i suoi occhi alla finestra e il verde delle sue iridi per un secondo sembrò risplendere nella penombra della stanza buia.
- Mi chiamo Adam.- disse, dopo un po’.
- Adam e poi?- gli fece il verso, alzando un sopracciglio.
L’uomo ebbe un piccolo spasmo al labbro che sembrò un sorriso, ma subito lo soppresse e i suoi occhi si indurirono, ma non smisero di guardarlo.
Ora che ci faceva caso, non avevano smesso un secondo di studiarlo, come se stesse cercando di decidere se la vista gli piacesse o meno.
Fu strano pensare alla prima frase che gli aveva rivolto con un nuovo fastidio: Spero davvero che tu sia più bello di così.
- Ti piace ciò che stai guardando?- domandò allora, provocatorio.
Adam sembrò riflettere attentamente su quella domanda, poi finalmente abbassò lo sguardo – Perché ti stavano picchiando?-
Noah si morse un labbro e se ne pentì subito. Per un attimo di era scordato di essere ancora gravemente contuso, ma il bruciore lo fece tornare alla realtà.
- E’… complicato.-
- Visto che ti ho salvato al vita e mi sto prendendo cura di te penso di meritare qualcosa di più.- isnsitette Adam pratico.
- Non penso siano affari tuoi.- continuò allora Noah altrettanto pratico.
Per un secondo i due ragazzi si guardarono, fronteggiandosi entrambi nelle proprie posizioni. A salvarli da quell’ampasse, fu qualcuno che bussò alla porta.
- Avanti.-
Ad entrare con un vassoio in mano fu la donna che aveva conosciuto per prima. Questa volta poteva finalmente vederla davvero, sembrava sulla quarantina, i capelli ordinati in una coda bassa e uno scialle al collo le davano un’aria elegante ma allo stesso tempo casual.
- Oh, S-signor Adam.- farfugliò sorpresa – Non credevo che fosse qui, se vuole ripasso…-
- No.- soffiò l’uomo con tono deciso – E’ ora che io vada. Prenditi cura del nostro ospite.- si alzò e andò via senza salutare.
Una volta soli, la donna sembrò gradualmente rilassarsi ma restò a fissare a lungo tempo il punto in cui il padrone di casa era scoparlo. Di Noah a riportarla alla realtà.
- … tipo strano eh?-
Lei fece un sorriso tirato – Non ne hai idea.-
La raggiunse per aiutarla col vassoio, grazie al cielo le mani erano ancora funzionanti a parte le escoriazioni per via della corda.
- sono contenta che tu stia meglio.- soffiò lei mentre pereparava la tavola.
- Grazie di esserti presa cura di me.- soffiò Noah – perdonami ma ancora non so il tuo nome.-
- Matilda. – sorride dolcemente e lo aiutò a sederci – Ti aiuto a mangiare?-
- Non serve, ma non mi dispiacerebbe un po’ di comoagna.- ammise prendendo il piatto e le posate – Da quanto tempo sono qui?-
Lei esitò visibilmente prima di rispondere - Un mese.-
Viste le sue condizioni, non ne era sorpreso – Avevo un cellulare…- soffiò dopo un poco – Per caso lo avete voi?-
- oh!- fece lei alzandosi e avviciandosi a una cassettiera, la aprì e prese il cellulare prima di passarglielo – Non abbiamo mai avuto cellulare in questa casa quindi non so come funzioni. Penso che sia scarico.- lo passò a Noah con gentiezza – non abbiamo modo di caricarlo, mi dispiace. Ma se mi scrivi cosa ti serve posso andare a comprare qualcosa.-
Noah soppesò il peso del suo telefono. Era sempre stato così leggero? Dopo un mese gli faceva strano sentirlo tra le mani.
- Posso davvero chiedere?-
- Certo.
- Perché vi state prendendo cura di me?Nemmeno mi conoscete.-
Matilde sorrise dolcemente – Oh, perché il signorino Adam ce l’ha chiesto.-
- Lui è il padrone di questa casa?-
- Sì, la possiede da generazioni.- confermò Matilde – Non ci aspettavamo che tornasse, ma qando si è presentato con te in braccio è stata davvero una sopresa. In goni caso, il nostro compito è prenderci cura di lui e della sua casa, siamo stati scelti per questo.-
- In che senso “la possiede da generazioni”?- echeggiò Noah confuso.
- La sua… famiglia.- Matilda continuò, con un espressione divertita, poi scacciò via i suoi dubbi con un divetito – Devi mangiare, o non recupererai le oenergie. Sono sciura che qualcuno ti stia aspettando a casa, no?-
Noah sentì una fitta attraversargli il petto e fu sicuro non fosse perché aveva metà corpo massacrato. Abbassò gli occhi sul cibo e si sforzò di mangiarlo anche se a malavoglia. Per fortuna era così buono che la fame fece poco la schizzinosa.
- … stai bene?- fece Matilda, chiaramente intuita del suo nuovos stato d’animo.
- Sì, è una lunga storia.- soffiò Noah tra un boccone e l’altro – Posso davvero chiederti di comprarmi un carica batterie?-
- Tutto quello che vuoi.-
- Vi ripagherò.- promise.
- oh sciocchezze!- fece ancora lei divertita – Sei più che a casa qui. Appena starai meglio ti farò fare un giro e così potrai oritentarti meglio!-
- Non vi disturberò ancora molto.-
Il sorriso della donna divenne plastico sul viso per qualceh istante prima che lo dissimulasse con uno schiarsi la gola.
- Meglio che vada ora.- si alzò – Tornerò dopo a prendere i piatti e ti porterò carta e penna.-
- Grazie.-
La donna gli concesse un ultimo sorriso prima di svanire.

Il giorno dopo Noah si ritrovò con un pacchettino regalo sul comodino con dentro un carica batterie perfetto per il suo cellulare. Cercò a fatica delle prese in cui entrasse, dovette staccare la abat jour ma il cellulare aveva la precedenza sulla sua capacita di vedere al buio.
Attese ben dieci minuti prima di accenderlo e aspettò che prendesse campo con impazienza. Nonostante fosse in un posto sperduto dove non sembrava esserci un essere umano a chilomtri di distanza, la rete prendva quel tanto che basta affinchè gli arrivassero messaggi e mail di spam e promozione, ma nessun messaggio da parte di Lizzy. Cercò il suo numero nelle chiamate e provò ancora a telefonarle. Dall’altro capo del telefono non arrivò alcun suono. Sospirò e buttò malamente il cellulare sul comodino. Si buttò sul letto e sospirò gravemente fissando l soffitto.
Restò fermo a fissare il vuoto per un tempo indefinibile prima che riuscisse a rendersi conto che qualcuno stesse bussando. Si mise seduto e fece – Avanti.- con una voce atona.
Si aspettò Matilde, o Adam, ma quello che entrò fu un uomo che finora non avea ancora visto. Doveva avere anche lui sulla cinquantina d’anni, ma portati bene, i cpaelli erano infatti ancora neri nonostante diverse ciocche ingrigite, la barba aveva un giusta misura tra i due colori.
- Salve?-
L’uomo gli riservò un’occhiata dura, come se lo giudicasse.
- Lei è…-
- Matilde è mia moglie, insieme ci occupiamo di questa tenuta.- fece con durezza.
- P-piacere, io sono Noah, la rignrazio dell’ospitalità e della gentilezza che…-
L’uomo entrò e si chiuse la porta alle spalle, per un secondo sembrò tendere le orecchie in cerca di un qualsiasi rumore, poi si avvicinò a lui, si sedette sul letto e gli prese le mani. Noah ebbe l’impulso di scacciarlo via, ma l’uomo disse – Devi scappare.- con una serietà così concreta che Noah si sentì gelare il sangue.
- … come?- soffiò – sono in pericolo?-
- No.- rispose lui e sembrò sincero – Ma ci sono molti modi per farti del male mantenendoti incolume.- continuò, guardò la porta come se temesse cosa ci fosse dall’altro lato – Non fidarti di lui. –
- Perché?- soffiò.
Unombra di paura e tristezza attraversò le iridi dell’uomo – Non ti farà alcun male, ma questa sua fedeltà ha avuto un prezzo che non puoi affrontare. Scappa via. Più lontano che puoi. – gli lasciò le mani e si allontanò – Appena avrò occasione ti aiuterò a fuggire. Tieniti pronto.-
Senza aggiungere altro, uscì dalla stanza lasicando Noah più confuso che mai.

***

Più ci pensava e più le parole dell’uomo avevano meno senso. Non si fidava certo di Adam,perché avrebbe dovuto? Certo l’aveva salvato e curato, ma questo non voleva certo dire che poteva affidargli il resto della sua vita.
La gentilezza e la protezione avevano sempre un prezzo e lui era stato cresciuto scontando quel prezzo ogni istante.
Sua madre si era affidata alla gentilezza e alla protezione dell’uomo più ricco e potente che avesse trovato. Anche se ne aveva pagato il prezzo, anche se l’unico a rendersene conto davvero era stato lui.
Lui aveva visto per anni quell’uomo sminuirla, screditalr,a umiliarla e nel farlo manteneva sempre un rassicurante sorriso sul volto che aveva incantato sua madre, ma non lui.
Non soprendeva che non ci fosse andato d’acordo negli anni, non sorpendeva nemmeno che si era ritrovato per strada non appena le intimazioni da parte della madre di fare il bravo avevano perso efficacia.
Il ricordo dell’ultima accesa lite era ancora così vivo in lui che risciva a sentire la rabbia formicolare ancora sotto la sua pelle.
Anhe se sua madre poteva essere considerata una vittima della situazione, non era meno colpevole: lo aveva trascinato in quella casa, gli aveva imposto un patrigno che non aveva mai visto né conosciuto prima, gli avva imposto di chiamarlo padre, poi gli aveva imposto il silenzio, l’ufddidienza se osava difenderla o avere una semplice opizione, o essere sé stesso.
Lei era riamsta a guardare meglio veniva rinchiuso perché l’avevano visto con ilsuo ragazzo, era rimasta a guardare mentre quell’uomo lo cacciava di casa, e non aveva nemmeno provato a cercarlo quando se n’era andato sbattendo la porta.
Per anni avrebbe voluto proteggere la donna che non lo aveva mai protetto.
Era stato abbandonato, prima ancora di essere cacciato di casa.
Lizzi era stata l’unica che riusciva a vederlo come un essere umano, l’unica che…
Dov’era?
Cercò di scacciare via la tristezza e la disperazione che lo stare solo a pensare gli provocavano. Fece perfino il movimento di scacciare i pensiero con le mani come fossero fastidiose mosche.
- Stai bene?- sentì la voce di Adam nella stanza.
Alzò gli occhi e si rispecchiò nei suoi. Era così vicino che ad allungare una mano avrebbe potuto toccarlo.
- Da quando sei qui?-
- Ho bussato.-
Non lo aveva sentito.
- Ho temuto che potessi esserti sentito male.- insistette con un tono nella voce che riusciva a fare solo lui: glaciale ma con una piccola intonazione preoccupata. Sapeva di non doversi fidare eppure aveva la sensazione che, pur senza alcun motivo, Adam tenesse a lui in qualche modo.
O forse era solo il divario doloroso dal ricordare la negligenza con cui era cresciuto e sentire una voce amica e preoccupata per lui.
- Sto bene. Davvero.- farfugliò.
Adam sembrò soppesare la situazione, poi fece un passo indietro come se temesse di averlo spaventato.
- Volevi qualcosa?- tagiò corto Noah.
L’uomo strinse le labbra come se fosse indeciso o meno se parlare, poi sviò lo sguardo – Mi chiedevo solo se fossi abbastanza in forze per fare il giro della casa. Matilde mi ha detto che vorresti vederla.-
- oh…sì. Certo.- si alzò – Mi farà bene prendere un poco d’aria.-
- Sì, ti farà bene.-
In più, se sarebbe dovuto scappare era utile conoscere le via di fuga, così si armò del suo migliore sorriso di circostanza e seguì adam.
Da quando lo aveva salvato, non aveva scambiato più che qualche parola col padrone di casa, e non aveva risposto a nessuna delle sue domande. Per questo fu sconcertante sentirlo raccontare della storia della casa.
La vitta era molto più grande di quanto l’aveva immaginata, e nella sua idea era una piccola mini versaille, ma oltre alle stanze vuoto e impolverate cìerano anche enomi saloni che pare avessero ospitato diversi balli di gala, caminelli dalle dimenzioni così enormi che potevano essere tranquillamente stanze a sé stanti, terrazze, balconi, salotti…
Noah notò che Adam saltà una stanza dalla porta di legno spessa e con un lucchettò ed ignorò delle scale che scendevano in una cantina buia.
Alla domanda su cosa ci fosse dietro la prima porta Adam si limitò a dire che fosse un magazzino di roba vecchia, mentre quando gli chiese cos di fosse in fondo alle scale, l’uomo proseguì dritto e gli presentò come se nulla fosse l’uscita verso il giardino.
Il sole stentava ad uscire dalle nuvole ma non sminuiva la spetta coralità del giardino. Nonostante l’abbandono e la boscaglia, aveva un fascino tutto unico e decadente. C’era pure un albero talmente alto che svettava sugli altri e con una folata di vento poté vedere quelle sembravano due liane dondolare, ma riconobbe un’altalena abbandonata a sé stessa.
C’era perfino un piccolo laghetto, dove delle rane gracidavano pigre.
Era un paradiso dimenticato, come un ricordo d’infanzia.
- Manco da un po’ per questo è trascurato.- sentì la voce di Adam richiamarlo alla realtà – Lo farò tornare ai vecchi lustri molto presto.-
Noah per un attimo ebbe l’impressione di sentirsi per la prima volta in vita sua a casa.
Ma non doveva indugiare in quella sensazione.
Quelle persone erano estranee e lui non era affatto al sicuro.
- Perché sono qui?- domandò e stavolta non avrebbe accettato che Adam tergiversasse.
Adam mantenne lo sguardò verso l’orizzonte per un lungo minuto poi si girò e appoggiò la schiena alla rinchiera della terrazzina in marmo.
- Ho promesso a una persona di proteggerti.- confidò sostenendo il suo sguardo – E non posso davvero venir meno a questa promessa nemmeno volendo.- si premunì di continuare.
- So badare a me stesso.- replicò piccato Noah.
- Sì, l’ho notato.- replicò subito Adam – Si può sapere in che guaio sei, ragazzo?-
- Ragazzo?- sbuffò – non penso tu sia molto più grande di me.-
- Sono più vecchio di quello che sembro.- Adam scrollò le spalle.
- Ah sì? Quanti anni hai?-
- Diecentoventitre.-
Lo disse con così tanta convinzione che Noah per un secondo riuscì a crederci, poi la logica prese il sopravvento.
Alzò gli occhi al cielo non riuscendo a dissimulare una piccola risata divertita, che contagiò anche il padrone di casa per qualche attimo.
Solo che la sua si spense subito come se avesse abbassato le difese e se ne fosse pentito all’istante. Si schiarì la gola, poi insistette – Chi erano quelle persone e perché ti cercano?-
Noah si affacciò al terrazzo e incrociò le braccia sul parapetto. Che senso aveva mentire?
- Era mio fratello e un paio di suoi amici.-
- .. tuo fratello?-
- beh, fratellastro.- puntualizzò – La storia più vecchia del secolo: non andavo d’accordo né col nuovo marito di mia madre. Per quanto riguarda Theo, non ho mai avuto nulla contro di lui, ma par lui ogni male del mondo pare fossero colpa mia.- scrollò le spalle – Mi odia da che ha iniziato a parlare. Leggenda vuole che le sue prime parole siano state: ti odio.-
Adam sembrò pensieroso – Capisco l’odio filiare, ma arrivare a ridurti così…-
Noah fece un breve, malinconico sorriso – Sono scappato di casa qualche mese fa.- continuò – Ho avuto la brutta idea di tornare, non l’ha presa bene.-
- E tua madre?- domandò allora Adam – Sarà stata felice di rivederti.-
Noah restò in silenzio, cercando di ricordare quando era stata l’ultima volta che sua madre era stata felice di vederlo. Sapeva che non era odiato da lei, ma per quanto cercasse nella sua memoria tutto ciò che riusciva a ricordare del suo viso era la smorfia di fastidio che aveva su quando lui non andava d’accordo con il patrigno.
Adam sembrò intuire il cmio d’umore dell’altro così, cambiò discorso – Posso chiederti del tuo marchio?-
- … marchio?-
- sulla schiena.- i suoi occhi saettarono lungo il suo corpo come se cercasse di intravederlo dai vestiti. Noah drizzò la schiena e scrollò le spalle.
Sapeva benissimo a cosa si riferiva, era una delle cose più strane della sia infanzia. Non conosceva nessun tatuatore che avrebbe fatto un tatiaggio del genere a un bambino, ma da quello che ricordava l’aveva sempre avuto. Sua madre si era limitata a dirgli che era una cosa che avevano fatto insieme a suo padre, un padre che non ricordaava affatto.
- Ce l’ho da che ho memoria.- soffiò – mia nonna aveva una teoria tutta sua su cosa significasse.- sorride divertito – Era convnta che fosse un simbolo magico, una maledizione. Certo mia nonna era anziana e non ci stava più con la testa ma era divertente sentirla parlare. A detta sua, esistevano le streghe.- scosse la testa odiando e amando quei ricordi – beh, a detta sua esisteva la befana e di babbo natale, anche se quello che la divertiva di più era spaventarci con l’uomo nero, o come lo chiamava lei, il mangia cuori.-
Adam improvvisamente era tornato silenzioso, i suoi occhi erano divenuti vitrei e distanti. Noah si girò a guardarlo e per un secondo sembrò che la guornata fosse divenuta gelida all’improvviso.
Ebe l’impulso di chiamarlo, ma l’istinto gli ordinò di tacere. Adam chiuse gli occhi per tre secondi, quando li riaprì, evitò di incontrare i suoi.
- Meglio rientrare, si sta facendo freddo.- disse.
Noah annuì e lo segu in silenzo lungo i corridoi. Lo riaccompagnò in quella che era diventata ormai a tutti gli effetti la sua stanza, poi fece per andarsene quando Noah lo richiamò.
Adam lo guardò solo per un attimo prima di replicare – Che c’è?-
- Chi è stato a dirti di proteggermi?-
Adam sostenne il suo sguardo in silenzio, poi soffiò un – Ci vediamo a cena.- così basso che Noah quasi stentò ad ascoltarlo.
Svanì com’era apparso, senza fare rumore.

Con le ferite in guarigione e i muscoli tesi, Noah non era riuscito a fare una doccia decente. Ma ora la pelle lacerata si era cicatrizzata abbastanza affinché potesse sopportare il peso dell’acqua scrosciane.
Dopo una doccia che durò ore, Noah si sentiva un’altra persona e iniziò a riconoscere il proprio volto allo specchio nonostante un persistente nero attorno ad uno degli occhi e il sotto sullo zigomo sotto l’altro.
- Inizia a piacerti quello che vedi?- domandò all’Adam che viveva nella sua testa. Sorrise tra sé e sé, pensando a quanto fosse stupido.
La verità è che se la situazione non fosse stata così atipica, se lui stesso non fosse uscito vivo a stento da una faida famigliare davvero brutale...
Se lui e Adam si fossero incontrati per caso per strada, lo avrebbe trovato carino. Certo faceva un po’ il misterioso, non rispondeva a nessuna delle sue domande, e uno dei suoi dipendenti gli aveva detto di non fidarsi di lui, ma per qualche ragione sentiva che non gli avrebbe fatto alcun male.
Negli anni aveva sempre avvertito ostilità e freddezza da parte del patrigno, ma soprattutto aveva sempre avvertito un pericolo quando si trattava di Theo. Del resto, Theo aveva fatto di tutto per essere ovvio, più volte da piccino gli aveva messo chiodi nei pasti, un paio di volte aveva provato a spingerlo giù dalle scale, una volta era arrivato perfino a mettere veleno per topi del suo tea.
Tutte burle, secondo tutti, ma Noah non era troppo convinto.
C’era una freddezza glaciale nella profondità dello sguardo di suo fratello, non solo come se lo odiasse più di ogni altra cosa, ma come se quell’odio potesse prendere forma, plasmarmi in carne e ossa e parlare con la bocca del suo fratellino.
Sì, viveva una situazione familiare complicata ma non poteva approfittare della sua gentilezza ancora a lungo.
Matilde bussò alla porta mentre era ancora in accappatoio e gli consegnò una busta con un sorriso.
Noah aggrottò le sopracciglia e studiò la carta spessa e antica, aveva perfino un sigillo laccato, era … buffa.
La aprì e la scoprì essere un invito a cena da parte di Adam.
- Poteva semplicemente dirmelo.- farfugliò.
Matilde strinse le labbra – Il padrone è un tipo… all’antica.-
- Lo vedo.-
- Posso farti una domanda?-
Matilde annuì e Noah la invitò a sedersi. Dopodiché aspettò le parole giuste, ma non trovò nulla che non sembrasse accusatorio e confuso quindi si limitò a dire.
- Qualche giorno ho incontrato tuo marito. Mi ha detto di non fidarmi di Adam.-
L’espressione gioviale della donna si congelò, fino a svanire completamente in un espressione sofferente. Incrociò le dita, meditabonda.
- Non ho dubbi che mio marito abbia provato a metterti in guardia ma posso garantirti che il Signor Adam non ha alcun desiderio di farti del male.-
- Posso davvero fidarmi di lui?- domandò ancora Noah.
La donna gli lanciò un’occhiata – E può di me? Se anche ti dicessi che non solo è al sicuro ma che il Signor Adam piuttosto che farle del male si strapperebbe il cuore a mani nude, mi crederebbe? Fidarsi di qualcuno ciecamente dopo così poco tempo è un passo che non consiglierei a nessuno.-
Noah strinse le labbra, più confuso che mai. Matilde prese un profondo respiro.
- Il signor Adam…- riprese – Ha un passato, come tutti. Magari il suo è leggermente più complicato. –
- Che tipo di passato?-
Gli occhi della donna si persero nel vuoto per un secondo, alla ricerca delle parole adatte – Se ci fosse una guerra e un soldato combattesse per il suo paese, ma nel farlo avesse dovuto uccidere. Penseresti di lui che sia un assassino e basta? O penseresti che il contesto, le condizioni e la sopravvivenza offuscassero il tuo giudizio? Un saldato è tecnicamente un assassino ma siamo portati come società a ignorare questo lato.-
- Mio marito.- riprese Matilde – Non riesce a capire la guerra che il signor Adam ha vissuto. Una guerra che continua a vivere in qualche modo ogni giorno. Per lui i suoi errori sono tutto ciò che riesce a vedere. Lui vede l’assassino prima del soldato.-
Noah studiò la donna con attenzione, temendo la sua prossima domanda, ma non riuscì a frenarla – Quindi Adam ha ucciso qualcuno?-
Matilde tenne gli occhi distanti, in un ricordo che fosse nemmeno lei riusciva ad accettare, poi si ridestò e tirò nuovamente le labbra in un sorriso – Io non posso dirti cosa fare, - ammise – ti posso solo dire di non fidarti di un unico punto di vista, di prendere in considerazione le circostanza, altri tempi… Cerca di conoscerlo meglio.-
Noah rifletté sul quesito morale che Matilde gli aveva proposto.
Ma non ci sarebbe stato nulla da riflettere tutto sommato: sarebbe presto andato via di lì.
- Ti lascio preparare per la cena.- disse Matilda, alzandosi – qual è il tuo piatto preferito?-
- Patate al forno.-
- Patate al forno avrai allora!-
Dopo che fu andata via Noah restò solo nei suoi pensieri. Si comportavano tutti come se nascondessero qualcosa, ma soprattutto si comportavano come se il fatto che restare fosse più che un opzione ma quasi scontato.
Perché avrebbe dovuto restare lì?

***
Adam era già a tavola quando Noah arrivò. Per l’occasione si era messo degli abiti che gli avevano prestato e si sentiva un po’ a disagio.
Adam era in piedi davanti a un grande caminetto e aveva già un bicchiere di vino in mano. A vederlo, Noah si chiese quale fosse il suo passato. Era stato davvero in guerra? E in quale guerra?
Non poteva avere più di trentacinque anni, il viso era chiaramente adulto ma non aveva alcun segno del tempo. Solo una ruga d’espressione sulla fronte, segno di profondi pensieri che lo tormentavano.
Beh, una cena sembrava l’occasione giusta per conoscerlo meglio.
Il padrone di casa si girò non appena avvertì la sua presenza e, per un attimo, i suoi occhi brillarono come se fosse davvero felice di vederlo. Poi distolse lo sguardo, e dissimulò il piccolo sorriso con un sorso di vino.
- Stai benissimo.- disse.
Era uno strano complimento da fare ad un ospite. Se quella fosse stata una normale situazione, avrebbe pensato che avesse un doppio fine.
A dire la verità, se la sua situazione non fosse stata un tale casino, se avesse avuto spazio per pensare al fatto che stava per cenare con un bel ragazzo, la situazione sarebbe stata molto diversa.
Sorrise, scacciando i pensieri e si tirò la giacca nervosamente.
- E’ una fortuna che tu avessi così tanti vestiti della mia misura. Non avrei potuto indossare la mia tuta per un intero mese.-
- Sono felice che la taglia fosse giusta, se te ne servono altri avvisami che te li farò comprare.-
- Li hai comprati?- domandò senza fiato – Cioè, sono nuovi? Apposta per me?-
Gli occhi di Adam brillarono mentre un sorriso nuovo si affacciava sul viso. Era forse la prima volta che lo vedeva sorridere - Non potevo certo lasciarti solo con addosso quella misera tuta.-
Lo disse come se fosse una cosa esotica.
Noah si sentì avvampare dall’imbarazzo, si sentì incredibilmente a disagio ad avere addosso un vestito nuovo comprato solo per lui.
Aveva a disposizione quattro armadi stracolmi tutti di vestiti della sua misura. Era assurdo!
- Tu sei pazzo.- disse.
Il padrone di casa fece spallucce come se non fosse la prima volta che se lo sentiva dire. Probabilmente era così.
- Ho dovuto fare compere per me, non mi è contato nulla comprare qualcosa anche per te.-
- Sì? Anche tu sei stato pestato a sangue e ti sei risvegliato in una villa enorme e con perfetti sconosciuti?-
Metà labbro del padrone di casa si piegò in una smorfia che imitava solo un sorriso – Una cosa del genere.-
Matilde entrò nella stanza e li invitò a sedersi così da iniziare le cena.
Nuovamente soli, seduti ad una tavola imbandita, Noah non poteva fare a meno di sentire le domande affollarsi nella sua testa.
- … davvero. Perché fai tutto questo?- esclamò incapace di tenersele ancora per sé - Chi ti ha chiesto di prenderti cura di me?-
Adam incrociò i suoi occhi e per un lungo attimo restò in silenzio. Poi chiuse le palpebre, arrendendosi.
- Non conosco il suo nome.- soffiò quasi senza fiato – E’ venuta a cercarmi, mi ha chiesto di proteggerti. – c’era una fragilità nuova nella sua voce, ad ascoltarla ebbe i brividi. Un dubbio si insinuò nella sua anima, una sensazione così forte dagli tremare le mani prende prendeva il cellulare. Lo illuminò e lo girò verso il padrone di casa.
Nella vita c’era stata solo una persona che aveva tenuto a lui. Solo una persona nonostante la distanza e le difficoltà aveva fatto di tutto per proteggerlo.
- Era forse lei?-
Sullo schermo c’era una foto di lui e Lizzy che mangiavano un gelato. Era stata fatta qualche mese prima.
Gli occhi azzurri del padrone di casa esitarono sulla foto, non gli concesse che uno sguardo, come se non riuscisse a guardarla.
- Sì.- disse, e sembrò un ammissione di colpa.
- Come vi siete conosciuti?-
- Non la conosco.-
- E perché avresti fatto una cosa del genere per una persona che nemmeno conosci?-
Adam incrociò i suoi occhi e per un secondo gli mancò il respiro. La curiosità e l’ansia furono messe a tacere solo con quello sguardo.
Faceva un po’ paura, pensò, e allo stesso tempo ne era in qualche modo attratto.
- Certo che ho i miei motivi per fare qualcosa, come tutti.- disse piano – La tua amica è venuta a cercarmi perché sapeva come convincermi a aiutarti. Sono qui per questo e sarà quello che farò.-
- E se non volessi il tuo aiuto?-
- Se tu lo accettassi, faresti un favore ad entrambi.-
Si guardarono, fermi nelle loro posizioni. Da un lato un ragazzo che aveva vissuto la sua vita sballottato tra una casa famiglia e l’altro, con zero fiducia nella gentilezza del prossimo, dall’altro una persona che non dava né serie motivazioni né scuse per il suo comportamento.
Stava per replicare altro quando Adam dal nulla chiese – Come vi siete conosciuti?-
- Come?-
- Tu e… la tua ragazza.-
- Non è la mia ragazza. E’ come una sorella per me.-
Adam aggrottò le sopracciglia - Oh.-
- Che c’è?-
Stringendo le labbra, afferrò la forchetta solo per fare qualcosa – Meglio mangiare, o si fredda.-
Iniziarono a mangiare in silenzio, nella stanza non si sentivano che lo stridio delle posate sui piatti e i pensieri che si affollavano nella loro mente. Facevano un rumore tutto loro.
- Ci siamo conosciuti in una casa famiglia.- esordì Noah solo per riempire quel silenzio – Eravamo due orfani soli che hanno deciso di essere una famiglia per scelta. – il solo ricordo fece sentire il sapore amaro in bocca – Possiamo contare solo l’uno sull’altro, non importa quanti casini combineremo, non ci arrendiamo mai.-
Adam non aveva che mangiato un boccone, ma bevve un altro sorto di vino – Sembra bello.- soffiò.
- Era necessario.- replicò Noah – Nelle case il rapporto adulti/ragazzi era ridicolo, lei era una ragazzina minuta che veniva bullizzata dalle altre ragazze e puntata dai maschi. Mentre io…- la sua voce sfumò – io avevo la forza di proteggerla, ma non mi inserivo nel “branco” e sfidavo tutto e tutti. –
- Siete…- nella voce di Adam suonò una nuova insicurezza – Siete mai stati innamorati?-
Noah si appoggiò con la schiena alla sedia e studiò la situazione. Adam era un tipo all’antica, viveva in un specie di castello, il suo modo di approcciarsi a lui era così strano che era a dir poco indecifrabile.
- Credo che ad un certo punto lei possa aver avuto una cotta per me.- disse – Ma con la verità, penso le sia poi passata.-
- “La verità”?-
Tanto valeva dirlo – Sono Gay.-
Adam sbatté le palpebre, poi sembrò a disagio, si mise seduto più rigido sulla sedia, bevve il resto del vino in un unico sorso – E…- disse dopo un attimo – E posso convincerti a smettere?-
Noah restò sorpreso – Non è qualcosa che si può smettere.- replicò. Adam era davvero quel tipo di persona?
- Se hai bisogno di soldi, posso dartene quanti ne vuoi. –
- Eh?-
Adam gli lanciò un’occhiata veloce – Non voglio giudicarti. Davvero. – insistette – Con la tua vita tra una casa famiglia e un'altra, devi avere avuto una vita difficile. E’ un lavoro come un altro, ma ora ti posso offrire una situazione stabile e penso che tu possa smettere di fare quel tipo di cose.-
Un pensiero orribile si insinuò nella testa del covino, prese un profondo respiro e insistette – Sono gay, non una puttana. Cosa hai capito?-
Adam sembrò un pesce fuori dall’acqua – Perdonami, sto ancora cercando di adattarmi.- soffiò – Oggigiorno cosa significa quella parola?-
- Davvero non lo sai?-
Adam scosse la testa e sembrò davvero sincero.
- … da che epoca vieni esattamente?-
- Non penso che la regina Vittoria sia ancora in vita, nonostante sembrasse immortale.-
Era assurdo che sembrasse sincero nel dirlo. Forse non era solo un tipo strano, forse era pazzo davvero.
Prese un profondo respiro e si passò una mano tra i capelli – Non sono attratto dalle donne. Mi piacciono gli uomini.-
Adam sostenne il suo sguardo come se cercasse di capire se fosse sincero o meno – Perdonami.- soffiò distogliendo lo sguardo – Non volevo arrecarti offesa. Temevo solo per la tua incolumità. Non volevo insinuare nulla.-
Sembrava sincero, nelle sue scuse. Ma ancora di più sembrava affatto a disagio nell’accettare che fosse attratto dagli uomini.
- Si può sapere chi sei?- soffiò Noah – Appari dal nulla, vinci contro cinque persone a colpi di Kung Fu, e ora vuoi proteggermi a tutti i costi. Ti rendi conto che l’intera situazione è completamente assurda?-
- Cos’è il Kung fu?-
E nulla. Era troppo assurdo.
Doveva andare via di lì.
Il padrone di casa era chiaramente una persona disturbata, che era convinto di vivere nell’ottocento, e se i custodi avevano detto il vero, ara stato anche in grado di uccidere qualcuno.
Perché Lizzy avesse voluto chiedere proprio ad una persona del genere di aiutarlo, rasentava la follia.
Continuarono a cenare e per il resto della cena Adam continuò a chiedergli praticamente tutto della sua vita, e lo faceva come se fosse davvero interessato.
Nella sua vita era stato vittima di orribili appuntamento, di ragazzi che gli avevano posto un decimo di quelle domande e solo per ottenere qualcosa in cambio, ma quello non era un appuntamento e Adam non era come loro.
Perfino nel suo essere completamente assurdo e folle, l’interesse che aveva per la sua vita sembrava del tutto genuino.
Tuttavia, era una cosa che lo metteva molto a disagio.
Era cresciuto convinto di essere il nulla, uno dei tanti, che le sue emozioni non avessero importanza. Anche se si era detto per anni che non era così, e Lizzy aveva rincarato la dose, era anche convinto che sentire di non avere alcun valore fosse una delle conseguenze dell’essere stato abbandonato.
Era strano come una cosa che non ricordava nemmeno aveva poi condizionato tutta la sua vita.
Così, quelle domande, seppur innocue gli parvero crudeli ed invasive.
- Non ho più fame.- Disse, dopo il secondo boccone della bistecca che aveva davanti.
- Ti senti bene?-
-Sì.- mentì- Sono solo sazio. – poggiò il fazzoletto e fece per alzarsi. Ma Adam gli afferrò delicatamente un braccio.
- Mi dispiace.- soffiò così basso che a stento riuscì a sentirlo.
- Per cosa?-
Distolse lo sguardo e disse ancora - Solo… mi dispiace.-
Lo lasciò andare e Noah per un attimo non seppe cosa fare. Si limitò quindi a tornare in camera sua.

**

Quella notte non riuscì a dormire. Dopo due ore a rigirarsi nel letto, decise di alzarsi e fare due passi.
Quando Adam gli aveva fatto vedere il palazzo si era appuntato mentalmente dei punti di riferimento: la statua della dea Atena, il dipinto della bambina in altalena, il tappeto con una macchina di umidità grande quanto un pungo. Tutto era lì, a indicargli una via immaginaria.
Quella villa era affascinante. Non era mai stato in un palazzo simile, li aveva visti solo in foto, e di sicuro non credeva nemmeno che fosse ancora possibile viverci.
- Lizzy, in che mi hai trascinato?- domandò nella penombra illuminata solo da delle piccole lampadine a basso consumo sparse qua e là.
Ogni quadro, statua e piccolo cimelio sembrava antico e, se avesse creduto all’esistenza dei fantasmi, era sicuro che quello sarebbe stato il loro parco giochi.
Ma da quando era lì non aveva sentito né voci né passi, né rumore sospetti, l’unico che sembrava incarnare la presenza di un fantasma era il padrone di casa.
Passò davanti la porta rossa che aveva visto tempo prima, una delle poche stanza in cui Adam si era rifiutato di farlo entrare e la curiosità prese il sopravvento. Si avvicinò e cercò di sentire se ci fossero rumore che provenissero dall’altra parte, ma non vi era che spettrale silenzio. Così avvolse le dita attorno alla maniglia e provò ad aprirla.
La porta fece un poco di resistenza, ma pian piano si aprì. L’unica cosa che riuscì a vedere fu il completo buio in cui era avvolta la stanza. Cercò un interruttore, nonostante l’antichità della cosa era stata installata la corrente elettrica, ma non trovò nulla.
Così prese il cellulare dalla sua tasca e usò la modalità torcia.
Il respiro gli morì in gola.
A ridosso delle pareti c’erano diversi oggetti che potevano solo essere definiti armi: spade, archi, mazze chiodate, perfino pistole impolverate, ma la cosa che più lo colpì, e spaventò, furono i manichini chiaramente logorati da svariati colpi, chiaramente usati per fare pratica.
A cosa serviva quella stanza?
Vi avventurò all’interno e ogni passo scopriva centimetri di altri tesori, guantoni da box, pugnali, balestre. Era una stanza da guerra e in alcuni poteva vedere macchie nere che sperò davvero fosse muffa.
Inghiottì a vuoto, poi decise che aveva visto abbastanza. Si girò ma sulla soglia scoprì esserci il padrona di casa appoggiato allo stipite con le braccia conserte e un espressione incuriosita.
- Ti interessano le armi?-
- Che posto è questo?-
- La stanza degli allenamenti.- lo disse come se fosse normale avere in casa un armamentario degno di Jack lo Squartatore.
- E a cosa ti serve una stanza simile?-
- Per allenarmi.- continuò con lo stesso ovvio tono.
Fece scorrere la luce su alcuni oggetti, molti avevano su di loro diversi stati di polvere ma c’erano un paio chiaramente usati di recente. Si girò verso Adam in una muta domanda.
- Non crederai che ti abbia saltavo a mani nude.- si giustificò.
- Le persone che mi hanno aggredito…- non osò pensarlo ma doveva chiederlo – Sono vive?-
Adam scollò le spalle prima di replicare – Sì, non faccio del male alla gente innocente.-
- E la gente che non è innocente?-
Si pentì di averlo chiesto immediatamente, sia perché erano domande che potevano indisporlo, sia perché era sulla porta che era la sua unica via d’uscita, e perché non lo conosceva affatto, tutto ciò che sapeva di lui è che era in grado di mettere al tappeto diversi uomini da solo e che aveva un armeria da far paura.
Adam riuscì a vedere la paura nascosta nella profondità della sua domanda, inutilmente dissimulata.
Sembrò amareggiato da quel pensiero, ma non come se lo oltraggiasse il fatto che Noah avesse pensato male di lui, ma più al fatto di essere stato scoperto.
Adam strinse le labbra, indispettito dalla situazione, poi come se fosse la cosa più normale del mondo si alzò dalla porta e indicò tutta la stanza - Non ti farò del male, ma se hai paura di me prendi qualsiasi di queste armi e sentiti libero di usarle.- decretò – Le pistole potrebbero non funzionare e le lame non sono ben affilate da tempo, ma la mazza chiodata e la balestra son un ottima scelta.-
Noah si guardò attorno come se ponderasse l’idea ma nulla aveva senso.
- So che mi nascondi qualcosa.- soffiò – Per questo non riesco a fidarmi di te, tuttavia…- scrollò le spalle – Credo che tu non voglia farmi del male.-
- Infatti.-
- Sarebbe più facile se semplicemente ti aprissi con me.- continuò.
Adam scrollò le spalle e si tolse dalla porta, lo invitò ad uscire dalla stanza. Dopo un attimo di esitazione Noah sbucò fuori.
Mentre Adam tirava la porta affinché rientrasse nella corretta posizione nonostante non fosse oliata da tempo. Prima di girarsi verso Noah esitò.
- Non ti ho mai mentito.- confessò.
- Mi menti continuamente.- replicò – O hai davvero duecento anni?-
- Duecento ventitre.-
- Perché non riesci a dirmi una sola cosa di te che sia vera?- gli recriminò innervosito.
Per un attimo i due rimasero in silenzio, a studiarsi nella penombra delle lampadine, poi Adam soffiò – Se vuoi sapere la verità, seguimi.- e iniziò a camminare lungo il corridoio. Non lo aspettò, né gli dette davvero il tempo di decidere, così Noah si ritrovò a rincorrerlo nonostante tutti gli insegnamenti più saggi ottenuti nella sua vita: mai inseguire un pazzo che aveva in casa una stanza piena di armi, lungo un corridoio buio di un palazzo ottocentesco. E soprattutto, pensò quando Adam fu inghiottito dal buio della scalinata che scendeva, non seguirlo nella cantina.
Eppure Noah era incuriosito dall’uomo che lo aveva soccorso: sembrava ed era pericoloso ma aveva sulla pelle la sensazione che si sarebbe tagliato un braccio piuttosto che fargli del male, che nonostante non si conoscessero che da un mese e nemmeno così bene, la volontà di tenerlo al sicuro, proteggerlo e conoscerlo, erano la sua unica preoccupazione.
Adam accese il fuoco con un accendino, non si risparmiò di sorridere e dire – Incredibile come la tecnologia sia avanzata!- prima di mettere a fuoco una torcia, poi accese una seconda e la consegnò a Noah.
- Non ci sono finestra, è l’unico modo per illuminare qui sotto.- si giustificò.
Ai piedi delle scale c’era un altro corridoio se possibile ancora più buio. Non era fatto che di mattoni e umidità, ogni passo rimbombava e ogni crepitio del fuoco sembrava scoppiettare nel suo cranio.
Seguì Adam, sebbene fosse teso come una corda di violino, poi arrivarono ad una porta nera.
Per un secondo, ebbe la forte sensazione che qualsiasi cosa ci fosse oltre quella sogna non lo voleva lì, che doveva andare via. Ma soprattutto, che non avrebbe dovuto vedere cosa ci fosse oltre. Fu una sensazione così intensa e improvvisa che gli tolse il respiro e si ritrovò a indietreggiare tre passi ancora prima di rendersene conto.
Poi si fermò e prese un respirò profondamente. Serrò la presa sulla fiaccola ripetendosi che non solo avrebbe potuto dare fuoco ad Adam in caso di pericolo, ma anche dargliela in testa. Con queste raccomandazioni mentali, lo raggiunse.
Adam sembrava teso quanto lui se non di più, la semplice azione di tirar fuori la chiave e inserirla nella toppa sembrava costargli fatica.
Aprì la porta e gli fece spazio per passare.
Noah mise su un piatto della bilancia il timore di essere il primo ad entrare in una stanza buia in uno scantinato, con la curiosità.
Di solito non era così stupido, ma la curiosità prese il sopravvento.
Odiava sentire quella fastidiosa sensazione di fiducia che Adam gli suscitava, era così innaturale e sbagliata nelle sue vene che si pensò quasi sotto una strana forma di incantesimo se solo cose assurde come la magia e incantesimi fossero esisti davvero.
Mise da parte ogni suo residuo timore ed entrò nella stanza. La luce della torcia illuminò una serie di ritratti e fotografie che erano sparsi lungo la parete ma soprattutto illuminò varie foto di Adam.
Le foto erano chiaramente vecchie e ingiallite, e su ognuna era scritta una data con diversa calligrafia.
Quella più vecchia e malandata era una foto di Adam più giovane e allegro, con sotto braccio una ragazza con un vestito ampio e i capelli racconti.
- La mia prima moglie.- sentì la voce di Adam dietro di lui – L’ho sposata a diciassette anni, nel 1802.-
Noah si girò verso l’Adam che aveva davanti e lo guardò negli occhi in cerca menzogna.
- Non ti ho mai mentito.- soffiò – Mai.-
E, per la prima volta da quando era arrivato, iniziò a crederci.


***

Adam si era seduto su una panca che era lì, dette il tempo a Noah di osservare con calma ogni foto, ritaglio di giornale, bollettino di guerra, scrigno, tesoro.
- All’inizio categorizzavo annualmente.- disse – Poi ogni dieci anni. Infine, ho lasciato perdere.-
Se quella storia fosse stata vera, e lui non era così esperto da poter affermare che tutto ciò che guardava fosse autentico, era una storia che non aveva alcun senso!
- Se fosse vero…- soffiò – SE – specificò – Come è possibile?-
Non poté esserne sicuro ma alla luce della torcia gli occhi di Adam sembrarono incupirsi – Sono stato maledetto.-
- In che senso maledetto?-
- In quest’epoca ha più di un senso?- domandò sinceramente incuriosito.
La mente di Noah era combattuta dal non credere ad una sola parola, al credere che una parte di lui lo credesse possibile.
- E chi ti ha maledetto?- domandò cercando nelle foto ogni segno del tempo che passava, soprattutto comparandolo al ragazzo che aveva oggi davanti. I capelli si erano allungati molto, ma non c’era una cosa nel suo viso che fosse cambiata se non la luce nei suoi occhi.
Nelle prime era allegro, divertito, ma col tempo e la maledizione che continuava poteva vedere sempre più opacità nel suo sguardo.
- Il suo nome era Ramona, era… una strega.- sputò quella parola come se gli bruciasse sulla lingua – Ovviamente quando l’ho conosciuta non avevo idea che lo fosse, ma all’epoca ero un ragazzo incosciente, che tradiva la moglie con diversi esponenti del gentil sesso. Non ne vado fiero, ma era normale all’epoca.- esitò – Le ho spezzato il cuore.- confidò – E ha fatto in modo che me ne sarei pentito per il resto dei miei giorni.-
- Ti ha fato la vita eterna o cosa? Conosco molte persone che la vorrebbero.- soffiò, con un sorriso divertito, ma lo sguardo di Adam gli gelò le vene.
- Vivere ha un prezzo.- soffiò e Noah sentì bruciare sulla pelle e la sensazione che quel prezzo era stato ed era tutto’ora davvero alto da pagare.
Tornò a guardare le foto, poi alzò gli occhi e iniziò ad esaminare i ritratti e il resto delle foto sui muri.
In quei ritratti non c’era nessuna traccia di Adam, e ogni persona non sembrava avere nulla in comune con l’altra, ma tutte erano posizionate in una serie di coppie vicine, come se quelle persone fossero unite in qualche modo.
- Chi sono loro?- domandò.
Dopo il silenzio che seguì Noah tornò a guardare il padrone di casa e si pentì per la domanda. Non riusciva a vedere i suoi occhi, ma pure con quella poca luce ne percepì la disperazione e la tristezza - Il prezzo.- disse.
E, all’improvviso, Noah capì di aver preteso troppo.
Raggiunse Adam e gli chiese se poteva sedersi vicino a lui, Adam annuì piano. Una volta al suo fianco si permise di riflettere sulla situazione un secondo. Da una parte era tutto troppo strano affinché fosse vero, talmente assurdo che sarebbe stato portato a non credere in nulla. A credere che quella stessa stanza fosse uno scherzo molto elaborato.
Dall’altro... lui non era nessuno. Non avrebbe avuto senso creare una cosa simile per prenderlo in giro se non per sadismo.
Senza contare che la sua unica certezza era che Adam credeva davvero in quella storia, e sul dolore che provava per le persone che ricoprivano i muri era talmente palpabile che gli avevano cambiato lo sguardo.
Aveva uno sguardo così gentile…
- Mi dispiace.- soffiò.
Adam scosse la testa – Non dispiacerti per me.- disse quasi senza voce – Non ero innocente allora, e ogni attimo che respiro aumenta solo la mia colpa.-
- Eri giovane, può capitare a tutti una delusione d’amore. Non avrebbe mai dovuto maledirti.- sentenziò – Quelle donna era davvero una strega.-
- Sì, esatto.-
- No, nel senso che… niente.- scosse la testa – Esiste un modo per sciogliere la maledizione?- domandò ancora – Cioè nei film disney c’è sempre un bel ritornello con la soluzione, di solito a scioglierle è sempre il bacio del vero amore o qualche minchiata simile. Magari devi imparare una qualche lezione?-
Adam strinse le labbra – Ti stai burlando di me?-
- No, certo che no.- si affrettò a rassicurarlo – Vorrei solo sapere se c’è un modo.-
Il padrone di casa fissò il vuoto per una manciata di secondi prima di annunciare – E’ tardi, meglio andare a dormire.-
- Scherzi? Dopo tutto questo… non chiuderò occhio!-
- Perdonami ma… sono stanco.- insistette Adam alzandosi e invitandolo a seguirlo per andare via.
Per tutto il tragitto restarono in silenzio, Adam accompagnò il suo ospite fino alla sua stanza e sulla porta si fermò.
Noah si girò a salutarlo.
- Buona notte allora.-
- Sì. – soffiò – Sì…- ripeté, esitando.
Per un secondo sembrò voler aggiungere altro, ma svanì dietro un diniego.
- Buona notte.- soffiò, prima di andare via.

**

Alla luce del giorno, la stanza delle armi era davvero interessante.
Ogni arma aveva una targhetta con su scritto la provenienza e la data, Noah studiò con attenzione ogni cimelio, sfiorò con le dita ogni solco nei manichini, alcuni dei quasi dovevano essere stati creati con tanta forza… o tanta rabbia.
La parte più razionale di lui non credeva ad una parola, la parte più malleabile credeva che il padrone di casa ci credesse mentre c’era una piccola, microscopica parte di lui che invece pensava che ora tutto aveva più senso.
- Quindi saresti tu il nuovo arrivato.-
In quel mese non aveva sentito che la voce di Matilda e Adam quindi rimase sorpreso di quella nuova voce. Si girò e si ritrovò di fronte una ragazza alta, con dei jeans attillati e una maglietta porpora con un unicorno sopra. I suoi capelli erano lunghi e rossi, legati lateralmente con un fiocco nero, gli occhi invece erano di un profondo verde che risaltava la carnagione chiara.
Consapevole della sua sorpresa, gli sorrire e fece qualche passo verso di lui – Noah, giusto? Io sono Penny.- soffiò con un sorrisetto come se la confusione creata fosse divertente.
- Piacere. Da dove sbuchi?-
- Dall’università.- annuì scrollando le spalle – I miei genitori mi avevano detto che il padrone era tornato e che aveva portato con sé qualcuno. Doveva vederlo con i miei occhi.-
- Tornato?- echeggiò Noah confuso. Penny fece spallucce e si guardò attorno.
- Quindi questa è la stanza rossa.- si mise a guardare affascinata una mazza chiodata – E’ sempre stata chiusa, non ci ero mai entrata.-
- Tua madre è Matilda?-
- Già.-
- Non mi ha mai parlato di te.-
Penny scrollò ancora le spalle e passò ad un pugnale in madre perla con delle incisioni antiche, per un attimo sembrò sul punto di carezzarlo.
- Hai intenzione di restare nei paraggi?- cambiò discorso.
Noah fu colto in contropiede. Era sicuro che Adam non avrebbe comprato sei armadi di vestiti a una persona che aveva intenzione di cacciare, e di certo aveva più volte ribadito che avrebbe preferito che restasse, ma Noah non sapeva davvero cosa fare.
Da un lato, c’era la sua solitaria catapecchia, un lavoro che sicuramente non aveva più, e una vita che non avrebbe brillato, dall’altro… non poteva certo restare.
Non vi era un motivo valido per restare, quella non era né la sua famiglia né una famiglia affidataria, e di certo lui era ormai grande per volere che qualcuno si prendesse cura di lui.
- Puoi restare.- Penny lo riportò alla realtà – Anzi, sarebbe meglio per te, restare.-
- Che senso avrebbe? – replicò – Non c’entro nulla qui, ormai le mie ferite sono guarite, in più il padrone di casa potrebbe essere completamente pazzo o peggio, potrebbe avere ragione.-
Penny lo fissò con i suoi enorme occhi versi, poi batté le mani – Ho un idea! Hai bisogna di cambiare un po’ d’aria, ti va di andare a prendere un gelato in città?-
Noah non nascose l’entusiasmo – Sarebbe magnifico.-
Prima che se ne rendesse conto, era nel sedile passeggero di una piccola Kia a sfrecciare per una strada di campagna che si affacciava su un panorama di monti che sembrava sconfinato.
- … wow.- soffiò, ammirato – E’ bellissimo qui.-
- E’ noioso qui.- replicò Penny scollando le spalle – Vedi, la tenuta è lontano da qualsiasi forma di civiltà, il padrone l’ha costruita apposta lì, poi ha comprato tutti i terreni dei raggio di chilometri per isolarla il più possibile. Solo la mia famiglia sa della sua esistenza, ed è incaricata di prendersene cura.-
- … capisco.-
Per un attimo regnò il silenzio tra loro, Penny guidava concentrata quando all’improvviso chiese – Non hai altre domande?-
- In che senso?-
- Ti ho detto che viviamo in una tenuta super segreta, nel bel mezzo del nulla, e tutto ciò che riesci a dire è “capisco”.-
Noah fissava la strada, concentrato. Non aveva nemmeno fatto finta di memorizzarla, era solo una strada, quasi senza curve, senza nemmeno delle ramificazioni. In quel pezzo di mondo, c’era solo quel posto da raggiungere.
- Beh, immagino che a un’ultra bicentenario serva una batcaverna.- soffiò – O una villa superaccessoriata.-
- Ah, allora lo sai!- Penny scoppiò a ridere, divertita – Credevo di dovertelo dire io. Mi sarei sentita più a disagio di spiegare ai miei futuri figli l’ape e i fiori.-
Noah si sistemò nervosamente la cintura di sicurezza – Tu ci credi?-
Penny continuò a guidare in silenzio per un po’ – Io lo so.- mormorò.
Non aggiunse altro per tutto il tragitto, per evitare di parlare ancora, accese la radio.
Fu strano dopo un mese di grilli e scricchiolii sentire di nuovo qualcosa che gli ricordava la civiltà umana. Quella canzone gli piaceva, ma era così assuefatto al silenzio che per una manciata di minuti riuscì a sentire l’elettricità statica in ogni nota e gli dette fastidio.
- Tu conosci Lizzy?- domandò quando finalmente iniziò a vedersi il primo palazzo della città.
- Perché me lo chiedi?-
- Pare che sia stata lei a chiedere a Adam di aiutarmi.- soffiò – Solo che non capisco come abbia fatto a convincerlo. Sembra quasi che il suo imperativo di vita sia prendersi cura di me.-
Penny distolse per un attimo gli occhi dalla strada, come se qualcosa di ciò che aveva appena detto l’avesse disturbata. Quando tornò a guardare la strada, le sopracciglia avevano sviluppato una curvatura crucciata e pensierosa.
Cambiarono discorso, o perlomeno, Penny tentò di dissimulare ogni discorso che riguardava Adam, o peggio ancora Lizzy, iniziando a parlare della storia della città. Pare fosse stata creata dai primi coloni, timorati di dio, che si diceva fossero abitati dalle streghe, che molte erano stata messe al rogo, ma che non avevano fatto scalpore. Raccontò come nel tempo si fosse evoluta da una città mineraria, alla coltivazione, che il campanile della chiesa era stato eretto da un qualche nobile. Ad un certo punto le informazioni avevano iniziato a diventare una gelatina nella testa di Noah che la lasciò parlare almeno per riempire il silenzio.
- Certo che sai un sacco di cose.- soffiò quando finalmente accostarono in città.
- Studio storia.- disse lei, togliendosi la cintura – Ho sperato che il padrone di svegliasse per tutta la mia vita, volevo chiedergli informazioni dettagliate su com’era la vita dell’800. Certo è un’epoca di cui si sa molto, ma vuoi mettere avere qualcuno che ci ha vissuto davvero? Per uno storico, è il sacro graal.-
- Come sai che è tutto vero? – domandò Noah una volta sceso dalla macchina – Ho visto le foto, ho creduto ad ogni parola, ma una parte di te… continua ad essere scettica.-
- Ci sono foto?!- squittì entusiasta Penny. Chiuse la macchina e lo raggiunse – Dove sono? Non dirmelo; sono nel sotterraneo? Lo sapevo! Non mi ci hanno mai fatta andare! Come sono? In che stato sono? Com’era il padrone?-
Noah boccheggiò, frastornato da tutto quell’entusiasmo, poi afferrò le spalle si Penny e la piantò con i piedi per terra.
- Risponderò a tutto, ma prima non ci aspetta un bel gelato?-

La gelateria aveva solo sei gusti e non c’era molta scelta di coni, tuttavia rivedere qualcosa di quel secolo e ritrovarsi nella civiltà fece sentire Noah a casa più che solo in una stanza enorme di una villa ottocentesca.
Con più calma, Penny ripeté quelle domande e Noah fece del suo meglio per rispondere a tutto con calma.
- Devo vederle!- esclamò con entusiasmo. Era così assorta nella conversazione che il gelato le era colato su tutta la mano e non ci aveva nemmeno fatto caso.
- … ti appassionano davvero queste cose eh?-
Lei sorrise, colpevole, e decide finalmente di pulirsi la mano, mentre addentava il gelato con lo scopo di finirlo prima che li liquefacesse completamente.
- Sai, ho vissuto in quella villa tutta la mia vita. Mi hanno istruita a casa, solo all’università ho potuto scegliere dove andare. Ogni giorno scoprivo nuove cose e per me era un’avventura, poi mi hanno detto del segreto di famiglia e da allora la mia è diventata un’ossessione.- s’umettò – com’è il Padrone? È carino?- una luce vibrò nei suoi occhi – cioè, ho visto un suo ritratto, ma ancora non sono riuscita a vederlo dal vivo.-
- Si può sapere dov’è stato che continuate a sembrare così sorpresi che sia tornato?-
- Immagino che non ti abbia detto proprio tutto.- soffiò lei, abbassando gli occhi – Diciamo che certe cose non credo che siano nel mio diritto dirtele, e non credo nemmeno che ci sia bisogno che tu le sappia, se tanto te ne andrai.-
- Sapete vero che così aumentate solo la mia curiosità?-
- Beh, magari ti convinciamo a restare.- azzardò, divertita – Sarebbe magnifico se restassi.-
- Non ho davvero motivo di restare.- replicò Noah e odiò sentire il rimorso nel dirlo.
- c’è qualcuno che ti aspetta?- domandò ancora Penny.
- No, ma…-
- E allora resta no?-
Noah strinse le labbra – Perché dovrei? Conosco a stento tutti voi, e non c’è nessuna oggettiva ragione per restare.-
Penny finì di mangiare il suo gelato, meditando cosa risponde, poi si pulì le mani ancora sporche con quei fazzolettini creati da satana in persona. Ne dovette usare quattro per ottenere un minimo di risultato.
- Potremmo offrirti un lavoro. Vitto e alloggio pagati e ci aiuteresti a rimettere in sesto la tenuta! –
- Non posso. Davvero.-
- Lo so, non è il massimo, senza connessione internet e a stento prende il cellulare, ma sono sicuro che se parli con Adam potrebbe far arrivare internet anche lì. Anzi, ti prego chiediglielo, così quando andrò a trovare i miei genitori non mi sentirò tornare nell’età della pietra!-
- Mi dai troppo credito. Come pensi che possa convincerlo a fare una cosa simile?-
- Tu provaci.- fece l’occhiolino – sono sicura che potresti convincerlo in qualche modo.-
Noah si sentì avvampare – Solo perché sono gay non vuol dire che lo sedurrò.- soffiò tra i denti – Intensi?-
- Sei gay?- l’espressione davvero sorpresa lo prese in contropiede, ma il brillare degli occhi che lo spaventò letteralmente – Perfetto allora! Ti riaccompagno a casa, mi raccomando, se chiedi la fibra è meglio. Sacrificati per il nostro bene!-
Noah alzò gli occhi e sapeva che avrebbe dovuto sentirsi a disagio, invece quell’allegria era una boccata d’aria dopo la teatralità del padre e di Adam e la gentilezza materna della madre.
- Posso chiederglielo, ma non prometto nulla.-
- Evviva!- scattò lei – Finalmente internet! Non vedo l’ora!-
- Non cantare vittoria troppo presto. Non sappiamo se accetterà.-
Penny scollò le spalle e prese il portafogli per pagare.

***

Penny volle passare anche per altri negozi, comprò qualsiasi cosa di cioccolata che aveva trovato, e comprò perfino un computer prima di tornare a casa.
- Potremmo farci maratone di Netflix!- esalò ammirata, prima di salire le scale verso il portone principale.
- Dio, mi manca netflix. – ammise Noah.
Entrarono in casa, e passarono per la cucina, lei mise in un frigorifero moderno che faceva a pugni con l’arredamento antico, poi Noah gli passò la scarola del pc.
- No, quello è per te. Quando avremo la fibra ti servirà, non credi?-
- Cosa?-
- Ovviamente è tutto spesato dal Padrone. - fece l’occhiolino – Quindi se ti ha già comprato un pc, fa da sé che dovrà datti modo di usarlo.-
- Non posso accettare.- sbottò leggermente irritato, lei lo ignorò tranquillamente.
Matilde entrò in cucina e sobbalzò nel vederli, poi il viso si illuminò in un aperto sorriso – Siete tornati! Com’è andata?-
- Quasi convinto.- fece Panny allegra – Un paio di gelati, e qualche altra moina e resterà per sempre!-
- Sapete che sono qui?- replicò Noah indispettito.
- Sì, e lo adoriamo!- replicò Penny – Ora vatti a mettere il pigiama. Non avremo internet ma ho alcune serie scaricate, faremo la maratona.-
- Ma io…-
- Sei ancora qui? Forza. Pigiama.-
A disagio, Noah tornò in camera sua. Solo una volta chiusa la porta si rese conto di tenere ancora la busta con quello che ormai sembrava a tutti gli effetti il suo nuovo pc. Sospirò gravemente.
C’era qualcosa di inquietante nel loro tentare di convincerlo a restare contro ogni sua replica.
Ma … lui non poteva restare.
Per quanto fosse allettante, quella non era casa sua, quel mondo non era la sua vita e Adam non era nessuno per lui.
Quel maniero, per quanto affascinante, era un posto troppo distante e fuori mano, a se Lizzy avesse avuto bisogno di lui, non avrebbe potuto trovarlo.
Doveva andare via.
Era ora.

***


Meditò di annunciare la sua decisione a cena davanti a tutti, ma l’entusiasmo di penny nel padrone di casa non aveva dato modo a nessuno di parlare. Quasi nemmeno ad Adam che era l’oggetto di quelle attenzioni.
Fu strano vederlo in difficoltà davanti a tanta esuberanza e fu strana anche la naturalezza con cui parlava della sua vita passata.
Raccontò di com’era stata la sua infanzia con una dovizia di dettagli che ad ogni parola lo scetticismo si Noah svicolava in una timida certezza.
Quando la cena fu conclusa, Adam si alzò e scivolò nell’altra stanza e Noah si ritrovò Penny che gli indicava di seguirlo.
- La fibra, mi raccomando.- gli ordinò.
Noah prese un profondo respiro e seguì Adam nell’altra stanza.
Non era ancora mai stato lì. Sapeva che il padrone di casa ci passava gran parte del tempo ed era anche vero che Noah lo evitato gran parte del tempo. Era difficile averci a che fare, tra loro c’era sempre stata questa voragine incolmabile, che però si era notevolmente ridotta dalla sera prima.
Vero… solo la sera prima aveva scoperto il suo passato.
- Senti…- esordì mentre Adam si sedeva davanti al fuoco acceso – Devo parlarti.-
Adam gli indicò la sedia accanto alla sua a mo’ di invito. Teso, Noah avanzò per la stanza.
Cercò dentro di sé le parole giuste da dire, ma alla fine non riuscì a trovare nulla che non sembrasse ipocrita e ingrato.
- Sono grato per tutto quello che hai fatto per me, ma è ora che io vada via.-
Alla luce del caminetto, il viso di Adam era incolore e i suoi occhi tinti di un lugubre nero. Se non lo avesse visto affabile, ne avrebbe avuto paura.
Era incredibile come la luce riuscisse a cambiare i volti delle persone.
Per quell’attimo gli sembrò di avere davanti un perfetto sconosciuto e, all’idea che la sua parte razionale gli suggeriva che in realtà era esattamente quello che era, una parte di lui e ne sentiva ferito.
Adam con lui era stato gentile, più gentile di chiunque altro nella sua vita.
- Perché?- domandò piano lui.
- Perché questa non è casa mia. Non posso approfittare della vostra gentilezza per sempre.-
Adam si girò a guardare il fuoco scoppiettare nel caminetto – Potrebbe diventare casa tua, se volessi.- insistette.
Noah sospirò gravemente – Perché dovrei restare?-
Si aspettava una risposta, invece Adam continuò a fissare il fuoco pensieroso.
- Va bene.- soffiò dopo un po’, poi tese la mano verso di lui – E’ stato un piacere conoscerti, Noah West.-
Noah sentì un brivido scorrergli lungo la schiena, ebbe l’impressione che quel semplice gesto fosse molto di più di un addio. Non sapeva bene perché, ma all’improvviso non voleva prendere quella mano, non voleva dirgli addio e soprattutto… non voleva andare via.
Si rese conto che voleva essere convinto a restare, e che ora che Adam gli stava dicendo addio qualcosa dentro di lui faceva male.
Ma non aveva senso. Non apparteneva a quel posto.
Così si sforzò di prendere la sua mano e sostenere il suo sguardo, peccato che non appena sentì le sue dita calde nelle sue, sentì con ogni fibra del suo essere di voler tenere quella mano il più a lungo possibile.
Alzò gli occhi e il respiro gli si bloccò in gola.
C’era tristezza nel suo sguardo, una tristezza così intensa e palpabile che gli spezzò il cuore.
- Io…-
Per un secondo volle dire che non era vero, che sarebbe rimasto, che se poteva farlo sorridere sarebbe rimasto per l’eternità.
Poi Adam ritrasse la mano e Noah si sentì come se la luce del caminetto fosse diventata all’improvviso più scura, come se l’intera stanza si fosse vestita a lutto.
Si alzò, e si sforzò di andare via, ad ogni passo sembrava che il pavimento lo trattenesse.
Salutare gli altri fu più facile, Penny la conosceva solo da un giorno, ma quando lo abbracciò forte gli sembrò di salutare una sorellina.
Tornando nella sua stanza, Noah si ritrovò a pensare a quello strano mese che aveva passato. Era stato pestato, salvato da un uomo che diceva di avere duecento anni, poi era stato accolto e aveva incontrato delle brave persone.
Gli sarebbero mancate davvero, ma quello a cui si ritrovò a pensare fu Adam.
Lui… era stato spesso al suo capezzale mentre si riprendeva, a volte gli sembrava di ricordare il suo viso, contrito dalla preoccupazione mentre analizzava lo stato del suo viso tumefatto. Lui non parlava, ma ogni volta che aveva aperto gli occhi era stato lì.
E poi si era aperto con lui e, anche se non aveva creduto davvero a quello che gli diceva, una parte di lui aveva sofferto per lui.
Ogni persona che conosceva era morta, le persone che gli erano attorno sarebbero morte… lui sarebbe morto.
E nonostante tutto, si era circondato di persone, e gli aveva chiesto di restare.
Noah si rese conto del battito del suo cuore accelerato solo perché era così forte da rimbombare per tutta la stanza.
Si mise seduto, si sentì sul punto di piangere e non sapeva nemmeno perché.
Fu in quel momento che qualcuno bussò.
Si chiese solo per un secondo chi potesse essere perché riuscì a percepire chi fosse quasi all’istante. Saltò giù dal letto e aprì la porta con il cuore a mille.
Adam era in piedi, le braccia lungo i fianchi, lo sguardo spento.
- Ti prego, non andare.- soffiò, e sembrò disperato.
Lo era, pensò Noah, ma perché lo era? E perché sentiva quella disperazione avvolgerlo come una carezza?
Prima di rendere conto gli aveva preso il viso con le mani e aveva incrociato il suo sguardo.
Desiderò baciarlo, ma non ce ne fu bisogno.
Adam lo afferrò per i fianchi e se lo strattonò più vicino con una nuova avidità. prima di piegarsi a baciarlo.
Noah non esitò nemmeno un secondo a rispondere, avrebbe volto farlo da ore. Avrebbe voluto abbracciarlo, rassicurarlo, coccolarlo…
Adam lo spinse nella stanza e chiuse la porta alle sue spalle con un calcio, poi iniziò a tentare di togliergli la maglia del pigiama, cosa che riuscì impossibile con ancora le labbra che si lambicano avidamente.
Noah tentò di smettere di baciarlo, per permettergli di spogliarlo, ma ogni volta che si allontanava il calore dalle sue labbra gli mancava.
Era destinato a restare vestito. Era una cosa a cui non potevano contravvenire.
Si rese di essere arrivato al letto solo quando ci cadde. Si piegò sui gomiti e approfittò del momento di pausa per far scivolare via la maglietta.
Fece per invitare Adam a continuare quando lo vide, in piedi davanti a lui.
Nonostante la luce fioca del lume, riuscì a vedere la voracità con cui lo desiderava. Era la prima volta che qualcuno gli rivolgeva quello sguardo.
Nel tempo tutte le persone con cui era stato avevano dato per scontato ogni cosa: il desideri, il sesso, non erano che uno sfogo momentaneo o peggio, un’abitudine dovuta.
Ma essere guardato come se tutto ciò che voleva al mondo era toccarlo, amarlo, divorarne ogni pezzo fino a non restare che il piacere…
Tese le mano, lo invitò.
L’indomani sarebbe andato via, questo non cambiava le cose, ma potevano concedersi quell’unica volta.
Adam tornò su di lui, cercò ancora le sue labbra e si impegnò a consumarle.
Noah si chiese se fosse la prima volta per lui con un uomo. Aveva duecento anni, ed era nato in un mondo dove l’omosessualità era a dir poco mal vista.
Ma scacciò questi pensieri, si concentrò sull’eccitazione che gli scorreva nelle vene.
Adam afferrò la sua mano e si lasciò guidare addosso a lui, si stese gentilmente cercando di non pesargli e riprese il delicato lavoro lasciato in sospeso. Noah lasciò scivolare la lingua nella sua bocca e si accorse dell’esitazione e lo tranquillizzò passandogli una mano tra i capelli, in una gentile carezza.
Imparò in fretta, due attimi dopo Noah era senza fiato, duro come non mai e sciolto come gelato al sole. Sciolto da due baci, quando mai era successo?
Il primo tocco lo fece gemere all’istante, le dita di Adam avvolsero l’erezione con delicatezza prima di iniziare a accarezzarla.
Si strinse a lui e il contatto con la sua camicia di dette fastidio, mugugnò qualcosa, poi tentò grossolanamente di sbottonargliela, il che era impossibile mentre le sue dita seguitavano a dargli tormento.
Quando Adam smise di toccarlo per esaudire il suo desiderio e togliersi la camicia Noah era combattuto se esserne felice o meno.
Adam tentò di tornare su di lui, di annullare la distanza che li separava, ma non appena il suo petto fu nudo, a Noah mancò il respiro.
Cicatrici erano disseminate un po’ ovunque in tutto l’addome, ma quelle che attirarono l’attenzione più di tutti furono quelle in prossimità del cuore. Erano lunghe e profonde e sembrava quasi come se Adam avesse tentato di strapparsi il cuore a mani nude…
Fede per sfiorarle, ma Adam si ritrasse.
- Posso rivestirmi, se preferisci…- aveva parlato piano come se temesse che parlando il momento tra loro potesse sfumare.
Ma a Noah piaceva la sua voce. Scosse la testa e alzò la testa per cercare le sue labbra, riprendere dove si erano interrotti. Adam cercò nuovamente il suo bottino e Noah si ritrovò ansante e sempre più abbandonato alla passione.
L’eccitazione vibrava sotto la pelle come non mai. Si sentiva ubriaco del desiderio con cui veniva toccato, dell’avidità con cui veniva baciato.
D’un tratto dubbi, pensieri e perplessità vennero spazzate vie, carezza dopo carezza, bacio dopo bacio.
D’un tratto, quando Adam ara immerso fino alle nocche in lui, Noah pensò che la sua intera esistenza fosse stata creata per preda di quelle mani.
Quando finalmente lo sentì dentro di sé, pensò che non avrebbe mai più voluto rinunciare ad una tale passione.
Lo guardò dal basso, i capelli sconvolti, l’accenno di barbetta, gli occhi che sembravano vedere solo lui in tutto il mondo…
Era amato, pensò, mentre Adam si muoveva in lui con cura, era desiderato, era voluto.
Non voleva andare via.
L’avidità divenne la sua seconda pelle: uno tsunami di desideri repressi si abbatté sul suo cuore. Ora che era amato, voleva continuare ad essere amato. Ora che era desiderato, voleva non rinunciarci più.
Lui, che in tutta la sua vita era stato solo, non voleva più lasciarlo andare.
Andò incontro alle sue spinte, si beò della frustrazione nei suoi occhi, come se nemmeno se lo avessero fatto tutta notte sarebbe potuto bastare.
Quella passione, che fino a pochi attimi era delicata e struggente, era diventata insaziabile.
Divenne tutto frenetico, scoordinato. Contatto, pelle contro pelle, un divorarsi di labbra. Tutto era diventato disperato.
Venire fu come morire.
Adam fu gentile mentre si stendeva accanto a lui, si premunì di coprirlo prima di spostare i lembi di coperta anche su di sé. Era un gentilezza a cui non aveva mai fatto caso prima d’ora.
Lo guardò e aspettò che le sensazioni così forti da togliergli il respiro che aveva provato scivolassero via, ma l’aria che scivolava nei polmoni, che gli graffiava la gola, aveva il sapore di follia.
Perché la follia sperimentata ogni attimo in quella casa non era nulla rispetto a quella che aveva bruciato la sua pelle da quando Adam si era presentato lì quella sera.
Cercò i suoi occhi, ma il padrone di casa, sembrava all’improvviso assente, come se dei ricordi avessero annebbiato il presente.
Gli toccò il viso, desideroso di riportarlo da sé. Quando quelle iridi grigie tornarono a guardarlo, fu disorientante vedere il rimpianto.
Ah, vero.
Stava per lasciarlo.
- Dammi un motivo per restare.- soffiò con tutto il cuore.
Adam sembrò volerlo fare, sembro lì per fargli un elenco dettagliato, ma tutto ciò che ottenne da lui fu silenzio.
Adam non disse nulla, ma lo strinse forte, come se lui fosse la cosa più importante del mondo.

***
Il mattino dopo Noah si svegliò dal freddo. Se fosse rimasto lì, una delle cose che avrebbe chiesto per comodità, sarebbe stata l’istallazione di riscaldamenti decenti. Aprì gli occhi e si mise seduto, Adam non era nel letto ma non era andato poi tanto lontano. Sul tavolino davanti la finestra c’era la colazione ed era seduto lì, sorseggiando quello che doveva essere thé.
- Ehi…- soffiò.
- buongiorno.-
Si grattò la testa leggermente a disagio. Sembrava così una mattina come tante…
Si alzò e cercò i suoi vestiti, li infilò al volo non tanto per pudore ma perché la giornata era davvero gelida.
Raggiunse Adam e rubò un crossaint dal piatto.
- Dormito bene?- fece un tentativo di conversazione in padrone di casa. Era chiaramente a disagio e non sapeva se era perché avevano appena passato una notte di passione o perché cercava uno spunto per chiedergli se sarebbe andato via.
- Sì. Tu?-
- Non ho chiuso occhio. – scrollò le spalle.
- Ho russato?- domandò.
- Non più del solito.-
- Tirato calci?- tentò ancora.
- No.- sorrise e bevve un altro sorso di thé.
Noah fece finta di rifletterci – Ammettilo che non ti è bastato a hai tentato di non svegliarmi per farlo di nuovo.-
Adam sorrise, divertito – Sicuramente ha contribuito.-
Masticò controvoglia la brioche, poi soffiò – Non è cambiato nulla, lo sai vero?-
- Sì, lo so.-
- Devo comunque andare via.-
Gli occhi grigi del padrone di casa si persero nel vuoto – Sì, lo so.-
- Ma è stato bello.-
Adam sorrise, senza allegria – Sì… lo so.-
Finirono di mangiare in silenzio, poi Adam gli procurò una borsa e scelse diversi vestiti dai sei armadi. Noah cercò di dissuaderlo, ma fu irremovibile; non sarebbe andato via di lì senza avere metà guardaroba.
-Ti manderò il resto.- promise.
- Non ho spazio nel mio appartamento. Se entrasse solo la metà di questi vestiti non potrei più viverci io.-
Adam sembrò rifletterci come se ponderasse di organizzare questo ennesimo tentativo di farlo restare.
Dopo che la borsa fu pronta, tutti si presentarono all’ingresso per salutarlo. Matilde lo abbracciò forte, il marito gli strinse la mano così come Adam.
Quando lo sfiorò ancora, sentì il suo cuore perdere un battito.
Perché si sentiva così?
Penny fu l’ultima che salutò, lo fece alla stazione, dopo aver passato un viaggio in macchina silenzioso. Prima di salutarlo però gli rubò il cellulare e memorizzò due numero.
- Il primo è il mio. Il secondo del Signor Adam.-
- … Adam ha il cellulare?-
- Gliel’ho comprato. Gli insegnerò ad usarlo.- gli riconsegnò il prezioso apparecchio con un espressione indecifrabile – Sarebbe bello, se ti facessi sentire.-
- Non mancherò.-
- Un ultimo tentativo: non andare.-
Noah quasi si lasciò convincere. Quasi.
- Io… non appartengo al vostro mondo. Non faccio parte della vostra famiglia.- esitò – Ma detto da una persona che non ha una famiglia degna di chiamarsi tale… siete bellissimi.- confessò.
La ragazza sembrò voler insistere ancora, ma alla fine prese un profondo respiro e annuì – Se avrai bisogno, siamo qui.-
- Grazie.-
Abbracciò Penny e poi si issò la borsa in spalla. Un ultimo controllo ai biglietti e salì sul treno.

***
Aveva acceso il cellulare e quando vide le barre tirò un sospiro di sollievo. Era stato strano tornare alla vera civiltà che non fosse di una piccola città in prossimità di una segretissima villa ottocentesca.
Mentre il treno andava, aveva controllato gli aggiornamenti dei social network solo per sapere se c’erano notizie di Lizzy, ma ovunque sembrava scomparsa da giorni.
La preoccupazione divenne una seconda pelle mentre cercava di chiamarla, ma non ottenne mai linea per poterci parlare.
Aveva il cellulare già tra le mani quando il numero di suo fratello comparve sullo schermo, seguito dal trillo.
Per un lungo attimo restò a fissare lo schermo illuminarsi a ripetizione, poi prese un profondo respiro e rispose.
- Oh, allora sei vivo.- fece la voce annoiata del fratello.
- Ciao anche a te.-
Theo restò un attimo in silenzio poi domandò – Dove sei?-
- Perché vuoi saperlo? Per mandare sicari ad uccidermi?-
L’altro fece una lunga pausa, poi soffiò – Torna in città.-
- Perché dovrei?-
- Hanno trovato Elosabeth. E’ morta.-
Le dita persero forza e il callulare gli scivolò tra le mani cadendo rovinosamente a terra. Guardò lo schermo restare illuminato e in chiamata come se non riuscisse a vedere fino al pavimento. Si mosse più per abitudine che per vero comando. Raccolse il cellulare e cercò le forze di trovare le parole.
- …. Come.-
Suo fratello era più taciturno di quanto non fosse mai stato – Torna a casa.- ripeté – Devi esserci al suo funerale.-
Non aggiunse altro e chiuse la chiamata.
Noah era solo nel vagone del treno, ma improvvisamente si sentì solo in tutto il resto del mondo.
La sua migliore amica era morta.
Le lacrime iniziarono a scorrere lungo le guance senza alcuna possibilità di fermarle. Gli sembrò di poter piangere per ore…
O forse per sempre.

***
Il funerale fu silenzioso.
Restò in fondo alla sala, con gli abiti più sobri e neri che aveva trovato. Per fortuna, Adam aveva buon gusto in fatto di vestiti.
Avevano chiuso la bara, cosa che trovò davvero fastidioso.
Vederla, avrebbe potuto permettergli di realizzare davvero che fosse lì, inanimata. Non poterla vedere lasciava che la sua mente si riempisse di tutte più bislacche teorie: era viva, era scappata, era ancora dispersa.
Ma la disperazione di sua madre era autentica.
Finita la funzione, seppellito il feretro, Noah tornò su i suoi passi rendendosi conto di non sapere dove andare.
In quella città aveva una famiglia che non voleva, aveva un’amica ormai perduta, e nella città dove aveva abitato non aveva che un appartamento grande quando quella gara. La bara aveva almeno il confort di essere imbottita.
Poteva sempre tornare a da Adam, pensò mentre i suoi passi proseguivano malfermi, magari accettare un lavoro alla tenuta, provare a convincerlo davvero di far arrivare fin lì internet.
Magari perfino diventare amanti.
Si accorse che qualcuno gli si era parato davanti quando gli andò a sbattere addosso. Suo fratello lo afferrò le spalle e lo costrinse a guardarlo.
- mi dispiace per la tua perdita.-
Sembrò quasi sincero. Quasi.
La rabbia gli esplose in quel momento, lo spintonò con tutta la forza che aveva. Thoe, restò in piedi per miracolo. Sembrò ferito, e perfino un po’ infastidito che il suo tentativo di simpatizzare fosse caduto nel vuoto.
Noah domandò – Ma che razza di problemi hai?- con sincera incredulità – Che cazzo vuoi da me? Prima mi fai pestare e ora vuoi fare il gentile? Tu sei completamente matto.-
Il sguardo del fratello si indurì – Come ti pare. – scrollò le spalle – Per una volta che volevo essere gentile con te.-
Noah fece un passo in avanti, pronto a prenderlo a pugni. Cielo, a quel punto lo avrebbe pagato per prenderlo a pugni.
- E perché mai?- quasi urlò – Non te ne è mai fregato nulla di me!-
Stavolta fu Theo a spintonarlo, nei suoi occhi l’odio era tornato. Noah era sicuro che quella luce d’odio facesse parte del suo modo di essere, del loro modo di essere.
Si fronteggiarono, in silenzio, poi Theo tirò le labbra in un sorriso maligno e crudele – beh, hai perso la tua occasione. Pagherai per quello che hai fatto.-
- …cosa?- fu colto in contropiede.
Theo, si sistemò la cravatta nera come se il suo lavoro fosse finito lì, si guardò attorno e all’improvviso fruscii e movimenti riempirono l’aria.
Noah si ritrovò circondata da agenti di polizia con le spade sguainate che gli urlavano di stare fermo.
- Ho sempre pensato fossi un criminale.- soffiò – Ma uccidere la tua migliore amica è stato veramente un colpo basso.- scrollò le spalle – Addio, fratellone. Contrariamente a ciò che pensi, spero davvero che troverai il modo di divertirti in prigione. Se non altro… loro si divertiranno con te.-
La mente di Noah si spense, nella totale confusione, mentre si sentiva strattonare, ammanettare e trascinare in macchina.
Solo una volta seduto, riuscì a dire – Sono innocente.- ma il poliziotto si era limitato a mettere in moto.
Ripensò all’ultima volta che l’aveva vista, ripensò ai suoi tentativi di rintracciarla, alla sua assenza.
Lizzy era morta. Peggio, era stata uccisa.
E lo credevano l’assassino.
A quel punto, non aveva nemmeno più la forza di arrabbiarsi.
Pensò ad Adam, alla sua famiglia improvvisata, alla sua stanza completamente isolata, pensò che lì sarebbe stato al sicuro, o addirittura, amato, e che aveva sbagliato ad andare via.
Nella sua vita tutti lo avevano trattato come se la sua esistenza fosse sbagliata, come se tutti i crimini del mondo fossero opera sua. Un accusa di omicidio? Solo la peggiore dei crimini a lui imputati in una lunga lista.
Per Theo, il crimine maggiore era stato respirare.
Cercò in tutti i modi a pensare a prove che lo scagionassero: ma era stato isolato più di un mese, non aveva prove per dimostrare dov’era, né le condizioni. Son testimoni oculari, anche se chiamare qualcuno che diceva di avere duecento anni non sembrava una cosa molto saggia.
Però, pensò con la morte nel cuore, non gli restava che lui.

Non appena gli fu possibile chiese di avere la chiamata garantita. Mentre componeva il numero, sperò che Penny gli avesse insegnato a usare il cellulare. Il telefono squillo solo due volte prima che lui sentisse di nuovo la sua voce.
Venti ore prima, era a letto con lui a sentirsi il centro del suo mondo. Ora era in prigione.
- Noah?-
- … Grazie per aver risposto.-
Adam sembrò intuire qualcosa, infatti domandò - Che succede?-
D’un tratto, odiò l’idea di chiedergli aiuto. Il fatto di averlo sentito per un lungo momento come se fosse la sua famiglia non giustificava il trascinando nei suoi casini più di così.
Quindi, disse solo – Lizzy è morta.-
Adam fece un lungo silenzio prima di dire – Mi dispiace.-
- Quando l’hai vista?- domandò senza fiato – Quando ti ha detto di aiutarmi? Io… devo capire che le è successo.-
Adam domandò – Stai bene?-
- No, che non sto bene.- replicò – Solo… puoi dirmi quando l’hai vista?-
Adam restò in silenzio per un lungo momento, poi soffiò – E’ una lunga storia.-
- Non è una lunga storia. La domanda è semplice: quando l’hai vista?-
Il respiro gli si bloccò in gola. All’improvviso tutto aveva senso: la sua migliore amica era morte e lo aveva lasciato alle cure di una persona che veniva definita un assassino.
Parlò, ma era così scosso da non riuscire a sentirsi - … come le hai fatto?- domandò.
Adam non rispose.
- Il tempo è finito.- tuonò la guardia prima di afferrargli la cornetta e mettergliela giù – Torni in cella.-
- ma…-
- Niente ma. Si sbrighi!-
Mentre tornava in calle le sue gambe lo reggevano a stento. Era così scosso che perfino i suoi compagni di cella, non ebbero cuore di istigarlo, frustrati dalla situazione.
Noah era paralizzato dall’idea di essersi innamorato dell’uomo che aveva ucciso la sua migliore amica.


**

Passò una settimana nel silenzio. Le sue giornate erano lunghe, monotone.
Non aveva avuto il tempo di metabolizzare la morte della sua migliore amica che era stato arrestato e poi aveva capito che la persona che si era presa cura di lui, che lo aveva coccolato, perfino amato, era con tutta probabilità il vero assassino.
Noah, non aveva mai brillato di fortuna ma c’era del esasperazione in quella situazione.
Dopo un primo momento di mutismo e silenziosa disperazione, era esplosa la rabbia. Bastava una sola parole per far esplodere la sua furia.
Finì in isolamento quasi subito.
La rabbia era così intensa che gli sembrava una fedele amica, una presenza concreta. Non si sentì per nulla solo, in isolamento con lei che sussurrava nelle sue orecchie.
Alla fine Theo ci era riuscito, gli aveva tolto tutto, perfino l’idea di una famiglia amorevole che aveva accarezzato in quel mese di lontananza.
Tre settimane, dodici ore e 24 minuti dopo una guardia entrò nella sua cella e esclamò – West, ti rilasciano!-
- Cosa?-
- Sei stato scagionato!-
Prima ancora di capire cosa stesse succedendo si era ritrovato in strada, con i vestiti del funerale in dosso e un espressione confusa.
Fuori dalla prigione, ritrovò l’ultima persona che si sarebbe aspettato di vedere; Penny era lì, appoggiata alla sua Kia con un espressione colpevole.
- Che ci fai qui?-
- Ti porto a casa.-
Noah ringhiò tra i denti – Non ho nessuna casa.-
Penny fece per prendere la sua borsa e Noah si fece indietro.
- Adam?-
I suoi occhi brillarono di una luce oscura – Ti ha scagionato.- soffiò.
- E’ stato lui?- soffiò – E’ stato… davvero lui?-
Penny aprì lo sportello della kia e lo guardò – Se vuoi sapere la risposta, Sali in macchina.- soffiò – Altrimenti, va ovunque tu voglia e non ci vedremo mai più.-
Noah osservo la ragazza che era stata come una boccata d’aria con un espressione assente, poi salì in macchina e Penny salì con lui.
- Lo ucciderò.- disse, in un sibilo prima che mettesse in moto.
Lei fece una smorfia senza allegria e mormorò - … Gli faresti solo un favore.-

***

Rivedere Adam fu come una freccia in pieno petto. Era in piedi, con lo sguardo rivolto fuori alla finestra.
Il tradimento bruciò più di ogni altra cosa.
Sapeva che, volendo, avrebbe potuto atterrarlo e scacciarlo come una mosca, ma la rabbia fu impetuosa e cieca.
Il primo pugno lo colpì in piena faccia. Il secondo lo colpì sulla mascella, il terzo sul collo.
Ma Adam non si mosse e forse si era anche rotto la mano a tentare di colpirlo.
Quando la sua rabbia scivolò via lasciando finalmente avanzare la stanchezza, Noah si sentì disorientato.
Era così stanco.
Così… stanco.
Adam non aveva che un po’ la guancia rossa pensò mentre lo aiutava a sedersi su una sedia. Gli allungò anche una bicchiere d’acqua.
- Stai meglio?-
- Non starò mai meglio.- replicò – Com’è andata? Ho bisogno di saperlo.- ringhiò.
Le spalle del padrone di casa crollarono sotto quella domanda. I suoi occhi si persero in ricordi lontani.
- Non mi hai mai chiesto quale sia il prezzo della mia maledizione.- mormorò.
Noah alzò gli occhi e lo guardò, senza capire.
Adam si mise una mano sul petto e sembrò concentrarsi per sentire il battito del suo cuore – Nella mia vita ho tanti rimpianti: ho usato le persone, le ho ferite. Sono stato punito per questo e la mia condanna è stata continuare a ferire. – disse, poi alzò gli occhi – La mia punizione non è vivere. E’ vivere divorando il cuore di persone innamorate…- esitò – E lei ti amava davvero, con tutto il cuore.-
Noah non riusciva a capire le sue parole, tanto era stanco e confuso, dovette letteralmente far prendere forma a quelle parole nella sua testa e analizzarle una per una per riuscire a collegare i pezzi.
- … divorare?-
Adam sviò lo sguardo e Noah capì.
- Tu… le hai strappato il cuore.- realizzò – E lo hai mangiato.- aggiunse, per poi ricavare in ultimo – Perché mi amava.-
Adam esitò per un lungo momento prima di annuire grevemente.
- E’ perché lei mi amava, che mi hai aiutato?-
- Me lo ha chiesto lei.- disse.
- Come? Mentre le mangiavi il cuore?-
Adam si massaggiò le tempie e sembrava che provato dalla conversazione – Mi ero addormentato, volevo morire. Ho dormito per cento anni.- confessò – Lei non sarebbe dovuta essere lì, nessuno sarebbe dovuto essere lì. Ma quando è arrivata sembrava essere lì apposta per me e la maledizione si è risvegliata più cruenta che mai.- scosse la testa – Mi ha chiesto di proteggerti, lo ha fatto a sua voce. Ti amava molto.-
- Stai dicendo… che si è suicidata?-
- Puoi non credermi.-
Lo sguardo di Noah era fermo nel vuoto. Purtroppo, aveva senso: Lizzy non stava bene, e con Theo nella sua vita, essa era sempre in pericolo.
Ma era assurdo…
Semplicemente assurdo.
Affondò la testa tra le mani, il peso del mondo sempre di più sulle sue stanche spalle.
- Stai bene?-
- No che non sto bene.- replicò – Come potrei stare bene?-
- … per quel che vale, mi dispiace.-
Lacrime di rabbia attraversarono le sue guance, Adam sembrò sul punto di crollare con lui.
Dopo un po’ Noah chiese di poter risposare, e lo accompagnarono in quella che era stata la sua stanza.
Ci rimane per giorni, rifiutandosi di mangiare, per metà tempo addormentato, per l’altra metà fermo a fissare il soffitto.
Ci mise due settimane a uscire dalla sua stanza.
Adam era in giardino, con una spada affilata stava colpendo un manichino con più rabbia di quando era solito combattere.
Noah restò a guardarlo e si aspettò di odiarlo, ci provò con forza. Ma tutto ciò che ottenne fu un lungo silenzio.
Poi Adam si accorse di lui e lo guardò. Il suo cuore ebbe un tuffo.
Odiò, provare ancora qualcosa per lui.
Odiò volerlo perdonare, volerlo amare.
Il contesto, pensò, una persona maledetta, centenaria, che era costretto ad uccidere per via di una magia.
Era un assassino come lo credeva il marito di Matilde, o era una persona costretta dagli eventi?
Poteva mettere su un piatto della bilancia tutto ciò che voleva, ma la verità era che non riusciva ad odiarlo. Non davvero.
Scese le scale e lo raggiunse, si cercò di sistemare i capelli ovviamente stressati dal cuscino.
- … Non devi prenderti cura di me.- disse, dopo essersi fermato davanti a lui – Non avrei dovuto permettertelo. –
- Volevo farlo.-
- Solo per il senso di colpa.- replicò – Non era giusto approfittarne.-
Gli occhi grigi di Adam e alzò la spada solo per lanciarla nel terreno, facendola penetrare di qualche centimetro.
- Io ti amo, Noah.- quasi ringhiò tra i denti – Non posso evitare di farlo e non posso smettere. – continuò – Non ti chiederò mai di amarmi a tua volta, né di potermi perdonare. Ti aiuterò, sì, per senso di colpa forse, ma non importa se mi scaccerai, o se mi odierai, se avrai bisogno di me io ci sarò. Mi prenderò cura di te. Sempre.-
- … hai ucciso la mia migliore amica.- replico Noah, senza fiato.
- Lo so.-
- Come posso… amarti?- insistette, disperatamente.
- Non te l’ho mai chiesto.-
E invece sì. Con ogni sguardo, con ogni tocco, con ogni respiro.
Adam era lì, e quel semplice fatto era una fondamentale richiesta di essere amato.
E quale era il suo problema, per voler accogliere quella richiesta. Anzi, per non poter evitare di accettarla?
- Chiedimelo.- disse allora, senza fiato, incatenando il suo sguardo.
Adam semplicemente lo baciò.
Tutto scomparve, e non restò che quell’amore che si era impegnato a non provare per lui, inutilmente.
Fu così devastante da fare male.
Rispose al baciò, divorò le sue labbra, e non poté fare a meno di rispondere- Ti amo anche io.-
Adam lo strinse, così forte da togliergli il respiro.

Quando il suo corpo toccò il letto, Noah si rese conto che non avrebbe mai creduto di provare più emozioni della loro prima volta, ma questa volta fu più intenso.
Il cuore gli batteva così forte che temeva di morire ad ogni bacio.
Mentre Adam gli era dentro, l’emozione fu così concreta da fargli scivolare lungo le guance calde lacrime.
Lo amava, come non aveva mai amato nessuno.
Non sarebbe mai stato in grado di amare qualcuno così, era una certezza più concrete che mai.
Adam si strinse addosso a lui, mentre il piacere esplodeva. Lo baciò con dolcezza mentre con la stessa dolcezza della prima volta, lo copriva.
- Mi prenderò cura di te.- promise, e Noah sapeva che era così.
Noah fissò il soffitto ma strinse la sua mano, prima di replicare.
- Ci conto.-





 
 
 
 
 
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Capitolo 1

Ivory afferrò il davanzale e fece un saltello per poi tirarsi. Sbirciò sbrigativamente nella sala della musica e cercò una testolina che, negli anni, aveva imparato a conoscere così bene da distinguerla tra una massa di chiome tutte uguali. Ma non era in quella stanza, così scivolò di nuovo sul cornicione e si tenne raso al muro muovendosi con estrema attenzione.
Non era lì, quindi doveva essere in camera sua.
Avanzò sul cornicione, accovacciandosi ogni volta che incontrava una finestra. Per fortuna, non era la prima volta che quel cornicione la sorreggeva, ma, con tutta probabilità, quella sarebbe stata l’ultima.
Non che lei morisse dalla voglia di arrampicarsi su muri umidi che non venivano ridipingi da almeno dieci anni, infestati da ragni e piccoli mostriciattoli. Era tutta colpa delle regole di quella stramaledetta scuola.
Per quelli come lei, l’ala Est era proibita, così aveva dovuto escogitare un altro modo per riuscire a vedere la sua migliore amica.
E quel modo, significava restarsene in piedi su un cornicione largo mezzo metro e doversi aggrappare a mattoni lisci e scivolosi per riuscire a raggiungere la sua stanza.
Normalmente, lo faceva solo se c’era un’emergenza; fino a quel momento quasi ogni giorno ce n’era stata una, dal budino troppo rosso all’asciugacapelli che non asciugava abbastanza capelli…
Ma quella volta, l’emergenza era reale.
Cercò di concentrarsi su i suoi passi nonostante la musica che la distraeva, ad ogni finestra che si affacciava un nuovo ritmo le martellava nelle tempie e quando finalmente arrivò nella camera di Lindsey tirò un sospiro di sollievo.
Si affacciò e trovò l’amica china sulla custodia del suo fidato violino, Bob. Sì, lo avevano chiamato così quando Lindsey l’aveva avuto in regalo da sua madre. Per i bambini come lei, non era un semplice violino.
Era un arma. L’arma. Non c’era da stupirsi se una bimba di cinque anni ne era terrorizzata. Così Ivory aveva avuto l’idea di dargli un nome stupido per mitigarne il timore.
Non si poteva avere paura di un violino di nome Bob.
Si arrampicò sul davanzale della finestra e batté le nocche sul vetro.
Quando Lindsey alzò gli occhi su di lei per un attimo non sembrò riconoscerla, poi la sua espressione si indurì.
Lasciò con cautela il violino nella custodia e raggiunse la finestra.
– Si può sapere cos’è così urgente da non poter aspettare domani?-
Nonostante la voce seccata, i suoi occhi ebbero un lampo di preoccupazione.
Era abituata alle sue improvvisate, ma non certo in piena nottata.
Raccolse tutto il suo coraggio per sorridere e annunciare – Perché sto andando via.-
L’espressione dura vacillò – Come? Cosa?-
- Me ne vado.- continuò Ivory – Qui non ci starò un giorno di più.-
Lindsey prese un profondo respiro, cercando di racimolare la pazienza – Entra, parliamone.-
Dopo essersi guardata attorno per una breve cautela, Ivory fece un salto e precipitò nella stanza della migliore amica.
Quando si ritrovò con la faccia sul pavimento, Lindsey scosse la testa.
- Cos’è questa storia?- domandò con voce stanca.
Ivory prese un profondo respiro prima di mettersi seduta. Le faceva male il mento, ma tentò di non darlo a vedere – E’ giunta l’ora.- mormorò – Sapevi che me ne sarei andata prima o poi.-
- Speravo che mettessi un po’ di sale in zucca prima di prendere e partire.- replicò l’altra scuotendo la testa e chiudendo la finestra – Cosa ti ha fatto scattare questa volta?-
Questa volta, come se fosse l’ennesimo capriccio.
Non era la prima volta che Ivory sistemava lo zaino e si presentava da lei annunciando di volersene andare, ma quella era la prima che non voleva essere convinta a ritentare ancora.
Qualcosa nel suo sguardo convinse Lindsey che stavolta era diverso perché aggrottò le sopracciglia e si sedette sul pavimento con lei.
- Cosa è successo?- domandò con una nuova dolcezza nella sua voce perfetta.
Ivory strinse le labbra, cercando di non scoppiare a piangere, tentò di distrarsi guardandosi attorno ma fu solo peggio.
Era difficile vedere come Lindsey si era integrata così bene in quella scuola.
Sulle pareti abbellite da una discutibile carta da parati giallognola, facevano bella mostra di sé distintivi per ogni passo fatto in quei mesi.
Lindsey era abbastanza talentuosa da aver vinto già a metà anno tutti i distintivi del resto del primo.
Mentre lei…
Scosse la testa, scrollando le spalle – La professoressa mi ha rimandato.- ammise – Tutti i miei compagni di classe sono passati di livello, ma non io. In sei mesi non sono riuscita a imparare nemmeno un incantesimo di base.-
Lindsey strinse le labbra – Devi solo impegnarti di più, lo sai. Anche se parti svantaggiata non significa che non riuscirai.-
Svantaggiata, come se fosse possibile partire svantaggiati per poi recuperare quando la tua percentuale di magia era così bassa da renderla quasi umana. Quando l’avevano testata ad appena un anno, era diventato leggenda il silenzio che era seguito nella sala, non voleva un alito di vento.
Un’umana nella comunità magica.
Non l’avevano mandata a vivere tra di loro solo perché sua madre si era battuta con le unghie e con i denti per riuscire ad ammetterla nella comunità.
Ma sapevano tutti che la sua più grande abilità sarebbe stata fare benedizioni al grano o qualche vaccata simile…
- Non sarei mai dovuta venire.- mormorò sentendo le lacrime trovare la via diretta verso i suoi bulbi oculari. Li chiuse cercando di evitare l’inevitabile.
Con gli occhi chiusi non poteva vedere Lindsey, ma lei si fece presente con la più classica delle sue mosse.
Le dette uno scappellotto bello assestato alla nuca.
- Piantala. Puoi farcela.-
- Sì a benedire il grano.- gracchiò – Anzi, forse nemmeno quello.-
- Sei riuscita a far scintille.-
- Potrei innescare incendi per professione.- Ivory fece un mezzo sorriso – Professione Piromane.-
- Lasciamolo come piano D.-
Ivory sorrise e guardò l’amica – Potrei mettere su un bello spettacolo. Riunisco tutti, accendo il fuoco con le dita e tutti potrebbero servirmi e riverirmi nella comunità non magica. Sarei una regina.-
Lindsey si rabbuiò – Smettila, so che c’è un fondo di premeditazione in quello che dici e sarebbe una pessima idea.-
- E certo, - replicò Ivory mettendo un piccolo broncio – Tu puoi avere tutte le medaglie del mondo e io non posso diventare la Regina degli Umani. E’ crudele volere tutta l’attenzione per te, lo sai?-
Lo scappellotto questa volta fu più assestato – Questa è la tua comunità, se non per magia lo è per sangue, amicizie e affetti.-
C’era una nota malcelata di rabbia in questa frase, non come se fosse seccata da doverla ripetere circa una volta a settimana, ma perché voleva imprimere la certezza che rappresentava.
Ivory strinse le labbra, colpita. Era cresciuta circondata da maghi e musicanti, aveva partecipato ad ogni rito, a ogni iniziazione, ogni benedizione, era vero. Ma Lindsey non poteva capire come si sentiva.
Lei non era parte della comunità, lei ne era la mascotte.
- Anche ammesso che sia così, iscrivermi all’accademia è stato un passo azzardato. Io non c’entro niente qui, quindi me ne vado.-
Linsey fece un profondo respiro – Bene, e dove? Tua madre…- si fermò, bastava che la nominasse per mantenere il punto.
- Starò da Artur per un po’, poi troverò un lavoro come appicca fuochi e diventerò ricca.-
- Sii seria.- sbottò l’amica – non puoi andare via ora, è piena notte e il bosco attorno all’accademia brulica di Dannati. Non arriveresti viva a destinazione. Dormici su, domattina troviamo insieme una soluzione.-
- Non vale.- sbuffò Ivory – Fregarmi con la logica non è mica giusto.-
Lindsey fece spallucce e si alzò – Bene, e ora, torna a rischiare la vita fuori della mia finestra prima che qualcuno ti scopra.-
**

Tornare nella sua stanza del dormitorio fu umiliante. Tutti avevano visto i risultati, quindi non era un mistero il suo essere stata scartata al primo esame di corso. Il primo.
Se non era scappate quella notte presa dalla vergogna, non aveva comunque molte speranza di restare ulteriormente nei paraggi. Aspettava l’espulsione da lì a poco.
Tornò in camera e si buttò sul letto, sapeva che la sua coinquilina era andata con gli altri a festeggiare il risultato quindi non ebbe modo di confrontarla per doverla salutare.
Era un peccato, non era poi così antipatica. Era solo una maga esperta che era segretamente convinta che lei era lì fuori posto, ma almeno era stata molto discreta nel pensarlo.
O forse era solo la sua immaginazione. Molto probabilmente era così.
Aprì il minifrigo e afferrò una delle scatole di gelato rimaste e si sedette sulla cassapanca che si affacciava sulla finestra.
Gli era sempre piaciuta la vista. Dalla sua stanza c’era una visione mozzafiato dell’enorme accademia magica, ed era bella, bella di una bellezza incredibile.
L’ala dei Musicanti poi era incredibile, un intera ala sconfinata immersa nel boschetto. D’estate si riempiva di fiori e facevano sempre dei concerti all’aperto sul piccolo anfiteatro nel bel mezzo del verde.
C’ero, l’ala dei musicanti era molto più ben tenuta dell’ala dei Maghi ma Ivory ne era innamorata. Era innamorata di quell’edificio un po’ malmesso e sicuramente trascurato, ma che aveva piccolo spazi di bellezza allo stato puro.
Ma la bellezza veniva oscurata dalla sua insicurezza e questo non poteva proprio evitarlo.
Lei non apparteneva a quel posto, lei non era fatta per stare lì.
Affondò il cucchiaio nel gelato e scavò tutta la sua tristezza. La ingoiò in un paio di consistenti bocconi prima di decretare di essersi compianta abbastanza.
Ormai era a cose fatte, avrebbe affrontato tutte le conseguenze della situazione dopo una bella dormita.

**

La sveglia suonò impietosa. Ivory aprì gli occhi appiccicati e osservò il fagotto infastidito della sua coinquilina dall’altra parte della stanza.
Mugugnò, e Ivory si decide a far cessare il baccano.
Anche se quello sarebbe stato il suo ultimo giorno, ormai aveva preso l’abitudine di andare a correre. All’inizio lo faceva per dimostrare a tutti che si impegnata quanto se non di più di altri alunni, ma col tempo era diventata una cosa sua. Quella mezzoretta in cui correva, la aiutava a non pensare alla sua situazione.
Non aveva mai sentito così tanto il bisogno di correre come in quel momento. Si guardò allo specchio e odiò vedere le profondo occhiaie che facevano a pugni col suo pallore cadaverico.
Si lavò la faccia, preparò ed uscì dal gelo mattutino. Quando iniziò il riscaldamento era così distratta che non si accorse della nuova presenza accanto a lei.
- buongiorno anche a te, eh!- esclamò la nuova presenza con un sorriso a trentasei denti.
Ivory saltò dallo spavento – Daniel!- sbottò – B-buongiorno.-
Il ragazzo si tirò un braccio per imitarla nel riscaldamento – Non sapevo se oggi saresti venuta.-
Ivory sorrise senza allegria – E perdermi il giardino? Non sia mai, mi godrò questo paradiso fino al mio ultimo istante qui.-
Daniel le sorrise, divertito – Sono contento che tu sia qui.-
- oh, anche io.- replicò lei e tirò le labbra. Era il primo sorrido da… settimane. Prima aveva dovuto avere a che fare con lo stress dell’esame, poi con lo stress del post esame. Sorridere, le offrì una strana sensazione di rassegnazione che accolse come un miglioramento del suo malumore.
Daniel osservò il sentiero che si immergeva nella natura. Era il loro percorso, erano gli unici due da essere così folli da svegliarsi all’alba per andare a correre, col tempo avevano deciso tacitamente che correre da soli era meno divertente che farlo insieme. Oltre Lindsey, Daniel era l’unica persona con cui aveva fatto davvero amicizia in quell’istituto... e non sapeva molto di lui, a parte che era un musicante, gli piaceva essere mattiniero, correre e spettegolare.
- Spero che non ti caccino.- disse, mentre iniziava a saltellare sul posto.
Ivory si piegò per toccarsi le punte dei piedi, meditabonda – Era solo questione di tempo, lo sapevamo.-
- Non so… credevo che sarebbe venuto fuori che sei una super maga potentissima. Come nei film.-
Lei scoppiò a ridere, di cuore, e si aggrappò con una mano alla sua spalla – Ma io sono una super maga potentissima!- esclamò – Sono Ivory White, maga di prima classe, specialità Pironame consumata!- gonfiò il petto – Se un nemico vuoi abbrustolire, Ivory Whiter non puoi fallire!-
Daniel scoppiò a ridere così forte che nel silenzio della mattina risuonò per tutto il bosco. Uno stormo di uccellini infastiditi cambiò albero.
Daniel smise di ridere gradualmente, e il luccichio divertito nei suoi occhi cambiò. Il silenzio all’improvviso divenne denso, calmo, perfino rilassante.
- Fino ai confini?- sussurrò tendendo il pugno, a mo’ di sfida.
Ivory rispose al sorrido e batté il pungo – Fino ai confini.-
Mentre correvano, in silenzio, sentendo solo il rumore dei passi e dei loro respiri, Ivory lasciò che i pensieri scivolassero via. Sentiva solo i muscoli, il proprio cuore battere nella gabbia toracica con la calma insolita di chi si allenava da tempo. All’inizio non faceva che pochi metri prima di morire addosso ad un albero, ma ora riusciva a raggiungere mete più lontane, sentieri meno battuti.
Il percorso era sempre quello: superare l’ala Est, arrivare all’anfiteatro, superare l’area panoramica e, infine, il confine della proprietà calpestabile.
C’era una linea che marcava il territorio, sottile e d’orata, che circumnavigava l’intero stabile. Era magica e teneva i Dannati lontani dall’edificio. Arrivavano al confine per fermarsi e bere un po’ d’acqua, chiacchierare un po’ e poi riprendere a correre.
Ma qualcosa andrò storto.
Ivory non era sicura di sapere come aveva fatto a notarlo, forse era stato il silenzio improvviso dei cinguettii, forse l’aria che si era improvvisamente tersa di elettricità. Riusciva ad avvertirla, come un campo magnetico che gli dava la pelle d’oca. Ma avvertì qualcosa e si fermò. Daniel si fermò a pochi passi da lei.
- Che succede?- le chiese, con fiato corto.
In quel momento sentirono un ramo spezzarsi. Sentirono il rimbombo dello schianto per terra, poi sentirono un fruscio.
Daniel si girò, all’improvviso all’erta, gli occhi che cercavano febbrilmente nella boscaglia.
- chi pensi sia?- soffiò, sottovoce.
Ivory aveva un pessimo presentimento, sentiva tutti i suoi sensi messi a dura prova. Se era certa di qualcosa, è che non era uno studente né un professore.
Il ramo, non era un rametto calpestato per sbaglio, ma era un ramo molto più grande e solo qualcosa di grande avrebbe potuto causare quel fracasso.
- Dobbiamo tornare indietro, ora.- si sforzò di non urlare.
- Non può essere nulla di pericoloso, siamo dal lato giusto della linea.- replicò Daniel – Non c’è pericolo.-
Eppure stava sussurrando, e teneva le dita rigide come se volesse strimpellare il suo violino per istinto.
Gli afferrò un braccio e lo trascinò dalla parte opposta del percorso, verso il laghetto delle carpe. Il cuore ora le batteva così forte da non riuscire a sentirsi pensare.
- Ivory, dai, non è niente. Torniamo indie…-
E si sentì il ruggito sommesso tra i rami che gli fece rabbrividire entrambi.
Ivory tentò di calmare i nervi, iniziò a camminare con più calma possibile verso il laghetto, sperando che movimenti meno bruschi non avrebbero attirato l’attenzione.
Per un po’ sembro funzionare. Per un po’.
La vide con la coda dell’occhio,l’ombra scura dall’altra parte del bosco. Non le servì guardarla nei dettagli per capire che stava guardando loro.
- Corri!- gridò a Daniel, spingendolo avanti – Corri più forte che puoi!-
- ma…-
- Fallo!-
Daniel obbedì e iniziò a correre lungo il sentiero, saltando sassi, avvallamenti, rami e ostacoli mentre Ivory incespicava dietro di lui.
Ma il pavimento aveva iniziato a tremare per i passi pesanti. Si stava avvicinando.
Fu un attimo. La terra ebbe uno scossone, si sentì un sibilo e la terra smise di tremare per il tempo di un respiro profondo, lo stesso che Ivory tentò di fare mentre d’istinto fermava la tua corra afferrando Daniel e costringendolo a fare lo stesso.
La creatura precipitò dal suo balzo davanti a loro e ogni dubbio su cosa fosse fu fugato in un attimo: era un dannato.
Con i suoi tre metri d’altezza, la creatura era alta e nodosa, poteva essere scambiato per un albero nel bel mezzo della notte ma col sole alzato le scaglie color tenebra rilucevano cupamente. Anche se aveva le gambe corte, le sue lunghe braccia gli permettevano di correre con estrema velocità.
Gli bastò uno sguardo per riconoscere il grado di quella infestazione: un grado tre. Non insidiosa e letale come un grado cinque, ma il tre era ugualmente temibile e, di sicuro, inarrestabile.
Solo un enorme colpo di fortuna li avrebbe potuto salvare, un colpo di fortuna che consisteva nell’immediato salvataggio da parte di terzi perché una matricola che non aveva superato nemmeno l’esame di primo livello e un musicante inesperto non potevano avere alcune speranza contro quella creatura.
Ivory tentò di respingere il panico, di pensare a qualcosa. Doveva porre Daniel prima di tutto. I musicanti erano sempre più rari e sempre più preziosi, non importava cosa accadeva a lei, lui doveva tornare sano e salvo all’accademia.
Poteva solo fare da esca.
- Quando te lo dico, corri più forte che puoi.- mormorò.
Daniel non ebbe il tempo di protestare che Ivory scattò da un lato e iniziò a correre racimolando tutte le sue forze e la creatura scattò al suo inseguimento.
C’erano tre cose da ricordare di un grado tre: era abbastanza senziente da amare la caccia, gli piaceva acciuffare prede che fuggono, una volta afferrata la preda amava uccidere lentamente le sue vittime, poteva essere ucciso solo con un arma sacra o una magia abbastanza potente da distruggerlo.
Peccato che le armi sacre erano solo per allievi del terzo anno e tutto ciò che sapeva fare lei era fare due scintille con le mani.
Stremato già dall’attività fisica, il corpo di Ivory iniziò a cedere e dovette rallentare per non cadere in terra come un sacco di patate. Mentre tentava di recuperare almeno qualche respiro sperò che Daniel fosse abbastanza lontano da essere in salvo e cercò febbrilmente qualcosa, qualsiasi cosa che potesse usare come arma in giro.
Non sarebbe morta senza nemmeno tentare di difendersi.
Vide un ramo, si precipitò ad afferrarlo ma le gambe le cedettero nell’atto.
Crollò a terra, senza fiato ma riuscì a prendere il ramo e girarsi per puntarlo così da difendersi.
Peccato che la creatura non solo l’avesse raggiunta, ma l’aveva ingabbiata con le lunghe braccia, restando lì a guardarla come se la deridesse.
Probabilmente era così.
Un grado tre col il senso dell’umorismo, solo lei poteva beccarlo. Davvero.
Strinse le dita sul ramo così forte da sbiancarle e tese i sensi per ogni colpo in arrivo, ma all’improvviso la creatura drizzò le schiena e si prese la testa tra le mani. Cacciò un urlo disumano che si propagandò per la foresta intera, poi la sua attenzione fu attirata altrove. Verso la fonte del fastidio.
Daniel era poco distante da loro, aveva la bocca aperta e Ivory ci mise un attimo a capire perché: stava cantando.

Era stonato, era ansante, ma era un musicante e tanto bastava. La sua voce bassa e rauca doveva risultare alle orecchie della creatura come unghie sulla lavagna da quando urlava e si contorceva così Ivory senti la scarica di adrenalina di chi non era ancora morto, uso il bastone per alzarsi e sgattaiolò via.
Ma erano punto e d’accapo: Daniel non era fuori pericolo e lei non era in grado di tirarli fuori da quel guaio.
Si guardò attorno, erano quasi arrivati al lago, se fossero corsi da quella parte sarebbero sicuramente arrivati in una zona dell’accademia abitata, forse qualcuno avrebbe potuto sentire il frastuono.
Tanto valeva provare.
La voce di Daniel si affievoliva, era anche lui senza fiato, e la presa sulla creatura iniziava a indebolirsi con lei,
Se doveva fare qualcosa, doveva farlo in fretta.
Ivory scattò verso il lago, pronta a imboccare il sentiero e si girò solo per chiamare a sé la creatura.
- Ehi, scimmione carbonizzato, vieni a prendermi!- urlò.
Non sapeva se poteva sentirla né se poteva capirla, ma la creatura sembrò infastidita per entrambi e questo la fece ringhiare paurosamente.
Gli piaceva la caccia. Giusto.
- Che c’è, non riesci a catturare una semplice ragazzina?!- urlò – Che scadente pezzo di demone che sei!-
La creatura decise finalmente che doveva farla a pezzi. Scattò verso di lei e lei raccolse le sue energie per attraversare il sentiero, ma con un balzo la creatura le tagliò la strada.
Protese il ramo a protezione e fissò la creatura negli occhi. Se doveva morire, lo avrebbe fatto combattendo.
- Non sei degno nemmeno di essere chiamato Demone, ma dovrei chiamarti Fuffy!- esclamò – I cerberi fanno più paura di te!-
La creatura si spazientì e alzò il suo lungo braccio pronto a colpirla, ma lei si fece da parte con un salto. Per un secondo lo slancio aveva sbilanciato la creatura e Daniel non si fece perdere l’occasione, prima che Ivory capisse cosa stava accadendo, fece un salto e colpì con un calcio la creatura su uno snodo dell’enorme gamba. Un urlo fendette l’aria, e la creatura precipitò verso il lago. Per un secondo, Ivory pensò che avevano guadagnato tempo, che una volta nel lago la creatura avrebbe avuto maggiori difficoltà a uscirne, e che in quel lasso di tempo qualcuno sarebbe giunto in loro soccorso, ma la speranza svanì quando uno delle lunghe braccia del mostro la colpì in pieno petto scaraventandola con sé nel lago.
All’improvviso, Ivory si ritrovò nella gelida acqua matuttina, con vortice che le si agitavano attorno per via della creatura che si dimenava.
Stordita dal colpo e dalla stanchezza, non riuscì nemmeno a pensare di nuotare per salvarsi.
Ma voleva salvarsi.
Pensò all’unica magia che sapeva fare e non ci pensò nemmeno un secondo. Si concentrò e tese le dita e pensò con tutte le sue forze: elettricità.
Una scarica di adrenalina che non aveva mai provato le tolse quel poco di respiro che le era rimasto, sentì le mani elettrificarsi, così come gli era capitato in allenamento, ma con un intensità che non aveva mai avvertito prima. Avvertì la scarica attraversarla, espandersi in lei, in ogni sua terminazione nervosa, per poi essere rilasciata tutt’intorno.
Sentì le urla della creatura vibrare tutt’intorno a lei.
Ce l’aveva fatta? Aveva salvato Daniel?
Non ne era sicura, ma aveva fatto del suo meglio.
Fu la sua unica consolazione mentre perdeva i sensi…

 
 
 
 
 
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Capitolo 2

Quando Draco Malfoy si era avvicinato a lui e si era lasciato baciare, Harry non aveva pensato alle conseguenze di stare assieme ad un ragazzo. Le conseguenze, gli piombarono addosso come un macigno solo dopo.
- Ti sei messo con Draco?!- esclamò Hermione emozionata – Oh cielo! Era ora, povero ragazzo!-
- Eh?- esclamò Harry confuso.
- Quanto mi dispiaceva per quel poverino!- continuò lei decisamente sollevata – Starti dietro per così tanto tempo, cioè i non dovrei parlare dato che sono stata appresso a Ron per molto di più, ma vederlo struggerti per te era così triste!-
-....struggersi?- boccheggiò Harry completamento scosso – Da quando...mi veniva dietro?-
- Ad occhio e croce da quando è finita la guerra.- ammise pensierosa – Ed era anche alquanto palese, ti stava sempre appresso.-
- Perché eravamo diventati amici!-
Lei gli riservò uno sguardo comprensivo - ...povero Malfoy.- scosse la testa.
Harry sbatté le palpebre sinceramente sconcertato – E perché non me lo hai mai detto?!- inveì contro l’amica imbarazzato – Non può essere vero!-
- Harry...- esordì lei diplomatica– Se ne erano accorti tutti tranne te. -
Con questa frase la ragazza chiuse il discorso.
Il moretto si sentiva già abbastanza scosso dalla rivelazione, ma le sorprese non erano ancora finite, Hermione infatti sembrava avere una particolare vena sadica quella sera.
- E come pensi che lo farete?-
- E-eh?-
- Sesso, Harry.- precisò – Sai, corpi sudati, sudore, gemiti. Tra etero è un conto, tra due ragazzi un altro! Sai come comportarti?-
Il moretto non era sicuro di avere un colorito umano, né effettivamente di stare ancora in piedi. Riuscì solo a gemere qualcosa di sconsiderato che rassomigliava molto al miagolio di un gattino strozzato.
- Capisco...- fece ancora la giovane con un sospiro – Abbiamo tanto di cui parlare.-
Dovevano proprio?!

Dopo un intensa mezzoretta di spiegazioni su come procedere in un rapporto sessuale tra due maschi, Harry era quasi arrivato alla conclusione che tutto sommato tra lui e Draco funzionava benissimo anche solo in amicizia. Del resto cosa c’era di diverso ora nel loro rapporto? I baci.
Ecco baciarsi andava bene, era molto semplice, due labbra unite, spesso anche la lingua... che ragione c’era di andare oltre?
Non che l’idea di fare sesso lo schifasse, ovvio, ma... pensare a se stesso con dentro qualcosa, a dispetto di chi o cosa fosse, rabbrividiva.
Era assurdo essere così restio all’idea dopo aver avuto un incontro ravvicinato con la sua lingua, ma sinceramente non si sentiva a sua agio d’un tratto.
Ancora doveva capire cosa provava davvero per lui, affrontare anche quel lato del loro rapporto era prematuro se non del tutto fuori discussione.
Ma come dirlo a Draco? Draco l’avrebbe lasciato, ne era certo.
Sospirò nella sua zuppa, nemmeno il calore del cibo scioglieva il peso che aveva nel petto.
- Ma credi che la sua sia solo una cotta?- fece Ron assaggiando malvolentieri l’intruglio - Non ti lascerà certo perché non vuoi saltargli addosso. O non vuoi che lo faccia lui.-
Harry esitò, girando la zuppa controvoglia - E se invece lo facesse? -
- Harry.- soffiò il rosso esasperato – Hermione si è accorta che lui ti adora, Blaise se n’è accorto, perfino Neville e, santo cielo Merlino non me ne voglia, perfino io. Berrebbe veleno dalla tua mano se glielo chiedessi.-
- State tutti esagerando!- replicò Harry amareggiato – Come si fa ad amare qualcuno con l’intensità che dite? E’… E’.... inumano!-
Ron ridacchiò piano inghiottendo un boccone – Non conosco nulla di più umano, Harry.- gli fece.
Da quando Ron era così saggio?
In qualche modo, si sentì tradito.
**

Quando si ritrovò con Draco al suo fianco durante l’ora di pozioni, la frase del suo amico di sempre non voleva togliersi dalla testa. Arrossì al sorriso raggiante che ricevette da lui e s’irrigidì quando le dita affusolare del compagno gli sfiorarono per un secondo il dorso della mano.
Per un secondo odiò quel contatto, anche se era gentile e caldo.
Era tutto così... complicato ora. Tutto diverso nonostante non fosse cambiato granché. Gesti innocui si erano dilatati, acquisendo un significato profondo che intimoriva il moretto.
Lui era da poco che si era riscoperto interessato all’altro, quindi come poteva competere con l’amore che il compagno già nutriva per lui...?
- Harry che hai?- gli fece alla fine il biondo – Sei più distratto del solito. Il che è tutto dire.-
Il moretto alzò lo sguardo verso l’altro e non riuscì a sostenerlo...
**

Evitare Draco divenne una necessità.
- Quel è il problema?- sbuffò Hermione seccata dal continuo guardarsi attorno dell’amico.
- N-non ho nessun problema!- esclamò il moretto.
- Lo stai evitando ed è palese.- lo infornò – vedi di darti una regolata!-
Perfetto. Era stato sgridato anche dalla sua migliori amica! Peggio di così non poteva andare...
Sospirò, sempre più confuso. E, odiò pensarlo, si sentiva vuoto.
Stare con il serpeverde era diventato non solo parte della sua quotidianità, ma anche una necessità: gli mancava vederlo, gli mancava il suo sorriso, gli mancava la sua semplice presenza.
Ma da quando si erano baciati, da quando era diventata qualcosa di più di una semplice amicizia nella sua testa non c’era che confusione.
Voleva tornare indietro.
Doveva almeno tentare. Magari bastava solo dirgli di dargli del tempo, perché non era ancora sicuro dei suoi sentimenti.
Ma come si sarebbe sentito se gliel’avesse detto sul serio?
Tutti sembravano tifare per loro, perché sembrava essere stato palese per tutti che Malfoy avesse un interesse nei suoi confronti.
C’era un sacco a cui pensare, molte persone da deludere, e una persona a cui teneva davvero tanto da ferire…
Come se i suoi pensieri lo richiamassero il biondino comparve dal nulla dietro una coppia di primini che era passata di lì per caso e sembrava avere l’aria inquieta. Harry era certo che non si fosse nemmeno accorto della sua presenza tanto i suoi occhi solitamente colmi di intensità si perdevano nel vuoto.
Gli era mancato ed era una verità innegabile.
Dovevano parlare ed era lui, così, si fermò davanti a lui e Draco tornò improvvisamente sulla terra accorgendosi della presenza, ma quello che si prospettava un sorriso restò una tetra smorfia di fastidio.
- Chi si vede.- fece sarcastico.
- Ciao, Draco.- tentò di sorridere - Ti va se… andiamo ad Hogsmade oggi?-
Lo sguardo di Draco si indurì - Ci siamo baciati, poi sei fuggito via. Non ti piaccio, ho capito. Non serve infierire.-
Fece per andarsene quando Harry gli afferrò il braccio con forza – Hai frainteso.- riuscì solo a dire, pur sapendo di stare mentendo.
- Si, come no.- replicò il biondo sottraendosi alla presa, nonostante non lo guardasse negli occhi riuscì a intravedere il dolore – Harry ti prego non perdermi per il culo.-
Il moretto sentì la rabbia ribollirli dentro, ma cosa credeva che tutto gli fosse dovuto? Che tutto doveva essere bello e perfetto? Che dovessero essere coccole e baci?
Bhè... forse.
Gli fece cenno di seguirlo, e Draco lo fece dopo un evidente esitazione.
Riuscirono finalmente a stare soli dopo giorni.
- E’ vero.- ammise - Ti ho evitato.- rincarò.
Draco assottigliò lo sguardo di poco – Perché?- non poté fare altro che chiedere.
Harry lì per lì non seppe rispondere, attendendo lunghi attimi prima di riuscire a formulare una sola frase che sintetizzasse le complicate riflessioni del suo cuore.
- Perché ho avuto paura.- rispose infine.
- E di cosa?- domandò ancora il biondo leggermente più calmo, forse un po’ rincuorato dalla sincerità del moretto.
- Non so come comportarmi. – ammise ancora.- Tu mi piaci davvero Draco, ma ho paura che tu ti aspetti troppo da me.-
Draco restò fermo a guardarlo per molti istanti e Harry si sentiva già single, abbassò lo sguardo sulle proprie mani che si tormentavano tra loro per il nervoso.
- Cosa dovrei aspettarmi?- si sentì invece domandare. Harry non riuscì a guardarlo negli occhi sperando che intuisse le sue preoccupazioni.
- Oh..- fu la sua laconica reazione – Bhè...- tentennò – Tu no?-
Harry si morse un labbro.
- Quindi vuoi lasciarmi?-
La testa di Harry scattò all’insù, facendogli scivolare gli occhiali sul naso – Lasciarti? No. Ma so che ti aspetti qualcosa da me e non sono sicuro di… praticamente nulla, in questo momento.-
Draco restò per un lungo momento immobile, poi gli prese il viso tra le mani, fece per baciarlo quando…
- Signor Potter, Signor Malfoy, le lezioni sono iniziate da cinque minuti!- li interruppe la Mc Grannit.
- Sì, subito!-rispose Harry nel panico.
Ingoiarono il rospo e la seguirono fino all’aula quindi dovettero separarsi poiché non avevano lezioni insieme. Harry provò ad arrangiare un sorriso, verso il suo ragazzo, perché lo era, lo era per davvero.



 
 
 
 
 
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Una paralisi provvidenziale

- Cosa? –
Harry sbucò nella conversazione di due ragazze con un espressione sopresa e interessata. La più giovane, dopo un attimo di esitazione, rispose:
- Malfoy si è fatto male a pozioni.- lo informò – E’ caduto e si è rovesciato addosso una pozione paralizzante.-
- Paralizzante?- echeggiò Harry – Nel senso che non può muoversi?-
Le due ragazze annuiscono – In più si è fatto male a una mano. E’ letteralmente allettato.-
Era… fantastico!
Harry cercò di non mostrare tutta la sua felicità, gli uscì di conseguenza una smorfia tra lo psicopatico e il divertito che spaventò un po’ le due ragazze che si affrettarono a salutarlo e scappare via.
Doveva andare da Malfoy. Ora!
Attraversò i corridoi cercando di non mettersi a correre, arrivò davanti all’infermeria e cercò di mettere a tacere il lieve affanno.
Entrò solo quando si fu ricomposto.
Dall’altra parte della stanza, coperto a stento, c’era un Draco Malfoy immobile. Erano riusciti a metterlo disteso, ma dalla frenesia con cui i suoi occhi si muovevano era evidente che muoversi non rientrava nella sua possibilità. Si avvicinò quasi saltellando.
- Guarda, guarda.- disse.
Poteva muovere le sopracciglia, perché le aggrottò in una chiara espressione interrogativa, così Harry si avvicinò, entrando nel suo campo visivo. Sorrise, divertito.
Se avesse potuto, Draco avrebbe tremato.
Harry allargò il sorriso e posò una mano sul viso morbido nonostante la totale immobilità, ne saggiò la freschezza con le dita.
- Me la rendi perfino troppo semplice.- soffiò, allegro.
Draco provò a fulminarlo con gli occhi, Harry s’umettò le labbra.
- E’ un mese che ti fai vedere.- lo rimproverò – Devo aspettare che ti paralizzi per poterti vedere, ma ti pare?-
Stavolta roteò gli occhi e il grifone continuò, divertito – sono o no il tuo ragazzo?-
Anche se non ci fu alcun movimento nella sua espressione, Harry riuscì a percepire il cambio d’umore. Draco si stava arrabbiando e lui lo stava adorando.
Del resto, il loro rapporto non era fatto di smancerie, per mesi si erano limitati a litigare e scopare, litigare ancora e scopare ancora di più, finché una giornata Harry non aveva voluto mettere un punto alla situazione affrontando la grande domanda: stiamo insieme?
Draco aveva risposto lanciandogli una scarpa e dicendo che se non lo fossero stati Harry non avrebbe potuto toccarlo nemmeno con un dito da giorno zero.
Tuttavia, era un mese che in nome dello studio si negava. Era un mese che Harry aspettava con ansia che recuperasse le materie per poi tornare da lui.
Ma Draco era indietro in molte materie e voci di corridoio dicevano che fosse perché la persona con cui si vedeva l’aveva monopolizzato.
Mere calunnie, Harry non lo aveva monopolizzato; aveva preteso di recuperare gli anni che avevano passato a litigare e…basta.
Avevano avuto molto da recuperare.
Miss Poppy apparve con aria contrita e una boccettina in mano, si fermò non appena vide lui.
- Signor Potter!- esclamò – Siete qui per…- guardò il povero ragazzo allettato e poi di nuovo lui.
Harry scrollò le spalle – Quello è l’antidoto?-
- Sì…- fece guardinga.
Harry allargò il sorriso e la raggiunse – Ci penso io.- soffiò – Lei vada pure a pranzo fuori.-
- Ma…- li guardò.
- Stiamo insieme, è il mio ragazzo.- la informò con naturalezza – Mi prenderò io cura di lui. Tranquilla.-
Il viso le si rilassò – Allora è lei il ragazzo leggendario!- esclamò – Avevo sentito alcune voci ma…-
- Tutto vero. Siamo innamoratissimi.-
Ora il suo viso divenne divertito e un po’ trasognante. Consegnò la fiala a Harry Potter e si impegnò a lasciarli soli uscendo poco dopo.
Dal canto suo, una volta solo con il suo ragazzo, tornò al suo capezzale e gli accarezzò i capelli con dolcezza.
- Certo potrei dartela…- soffiò.
Draco lo guardò, un po’ intimidito dall’essere immobile e incapace di difendersi, Harry bevve un sorso di pozione prima di baciarlo e lasciarlo scivolare nellla bocca dell’altro.
Anche una volta che fu inghiottita sino all’ultima goccia, Harry continuò a muovere stoicamente le labbra sulle sue finché non avvertì una timida replica.
Si staccò da lui e si ritrovò a fare i conti con un Draco ancora incazzato nero, ma nettamente più addolcito.
Il suo timore, ora che aveva bevuto la pozione, era diventata curiosità.
Provo a parlare, e le labbra fecero un po’ di movimento, ma nulla che riuscisse a mettere insieme una parola.
Harry guardò l’etichetta, impensierito – Dice che in presenza di un esposizione eccessiva, ci mette da mezzora a un’ora a fare l’effetto.- lo informò.
Il serpeverde riuscì a chiudere gli occhi, esasperato dalla situazione. Harry gli sorrise.
- Non è colpa mia se ti sei rovesciato addosso un intero calderone.-
Stavolta riuscì a stringere le labbra, con disappunto. Evidentemente le espressioni facciali erano diventate più semplici, ma il resto del corpo era ancora del tutto immobilizzato e la pozione ci avrebbe messo un po’ a fare effetto.
Significava che per quel “ po’ ” Draco era tutto suo.
Avrebbe potuto divertirsi a scrivergli qualcosa in faccia, magari “io amo Potter”. Al solo pensiero, fu colpa da una risata isterica.
Draco alzò un sopracciglio, come a chiedergli cosa avesse da ridere.
Con un bacio leggero, si calmò.
- Merlino, se mi sei mancato.- soffiò.
Gli occhi grigi dell’altro si puntarono su di lui e lo fissarono come se cercasse dentro di sé il modo di replicare a quella cosa, decise con un sorriso beffardo. Bastò per prenderlo in giro e beffarsi del suo essere tutto sommato piuttosto aperto nei suoi sentimenti.
- Non ti farebbe male ammettere che ti sono mancato anche io.- replicò Harry tranquillamente. Del resto, sapeva benissimo che era così: un paio di volte in quel mese non ce l’aveva fatta a restarsene in disparte e si era recato col mantello dell’invisibilità da Draco anche solo per vederlo.
E aveva visto, oh se aveva visto. Lo aveva visto scrivere il suo nome ai lati dei libri, toccarsi con il suo nome sulle labbra…
Draco Malfoy era più innamorato di quanto voleva dare a vedere, per questo essere lì a prenderlo in giro per essersi reso una statua di sale, era solo un modo come un altro per stare insieme.
Gli accarezzò gentilmente i capelli prima di rubargli un altro bacio. Stavolta le labbra replicarono così prontamente che il grifone dovette staccarsi come lo strappo di un cerotto per non accusare l’inevitabile eccitazione.
Ci provò a evitarla. Davvero. Non era lì certo per fargli cose sconvenienti solo perché era immobile e alla sua mercé…
Ma Draco lo guardò come se l’aver interrotto il bacio fosse un affronto personale e lui non resistesse oltre.
Riprese a baciarlo, si godette quel contatto che gli mancava da un mese e le man non poterono fare a meno di volerlo toccare.
Le dita accarezzarono il collo come prima cosa, poi si spostarono sulla clavicola, poi trovarono la loro strana nella camicia la cui resistenza venne meno con un poco di forza. Draco provò a mordergli un labbro, per punirlo per ciò che stava facendo, anche perché quando trovò il capezzolo scattò con troppa facilità agli attenti per non essere reciproca la voglia.
Draco lo fulminò con lo sguardo, come ad ammonirlo di togliersi dalla testa qualsiasi idea balzana, ma dal momento che il polpastrello toccò quel piccolo bottoncino di carne, sapeva che sarebbe finita male.
Molto male. Male quando un mese di astinenza poteva portare.
Con le labbra scese a baciargli il collo, in zone che aveva leccato e baciato con così tanta insistenza da renderle più sensibili di quanto non fossero. Conosceva ormai il suo corpo, lo aveva vezzeggiato, lo aveva educato a lui.
Non solo sapeva dove farlo impazzire, aveva letteralmente reso ogni centimetro di quella pelle sensibile a lui.
Mai nella sua vita, si sarebbe creduto in grado di far impazzire così qualcuno, ma quando aveva tenuto lui tra le braccia, soggiogarlo gli era uscito non solo naturale, ma un comando imperativo.
Draco non l’avrebbe mai ammesso ad alta voce, ovviamente, non riusciva nemmeno a dirgli che era pazzo di lui, ma il suo corpo che si stringeva attorno al suo sesso, il venire senza essere nemmeno toccato, il divenire duro alle volte solo all’idea che lo avrebbe presto toccato…
Era impossibile per Draco Malfoy fingere di essere completamente suo, ma Harry gli lasciava credere di avere ancora voce in capitolo nella loro relazione.
Draco singhiozzò, mentre Harry stringeva il piccolo bottoncino di carne tra le dita. Si accorse finalmente che la pozione si stava facendo strada nelle sue vene, quando anche una parte più bassa del suo corpo saltò a gli attenti.
Soddisfatto, Harry si allontanò quanto bastava per salire sul letto e posizionarsi tra le sue gambe. Non lo avrebbe scopato, per quanto lo voleva.
Non sarebbe certo arrivato a tanto. Ma gliel’avrebbe fatta pagare per averlo lasciato a stecchetto ricordandogli cosa si era perso, quello sì.
Iniziò con un breve tocco sulla nuova erezione, iniziò a massaggiarla con le nocche, ignorando totalmente lo sguardo infuocato dalla rabbia del suo ragazzo. Sguardo che divenne presto altalenante tra il desideroso e il furioso.
Era maledettamente divertente vederlo cedere, sfregamento dopo sfregamento, ad un sempre più incessante desiderio.
Quando la stoffa era diventata così tesa da essere un chiaro segno di una completa e dolorosa erezione, si prodigò per liberarla.
Il gemito frustrato di Draco riempì l’aria e non poté fare a meno adorare quel suono. Gli era mancato quel suono, come anche il calore del suo sesso tra le mani.
Leggermente preso dalla situazione, iniziò a dimenticare i suoi buoni propositi di torturarlo per puro gusto di farlo, e iniziò a d accarezzarlo con l’intenzione di godersi quel desiderio tra le dita.
Affondò le dita nella peluria bionda, massaggio con una mano i testicoli delicatamente mentre con l’altra percorreva interamente la lunghezza.
- Ti sono mancato?- domandò, mentre altalenava movimenti dolci con altri più frenetici. Il pomo d’Adamo del suo ragazzo saltellava lungo la gola nella disperata ricerca d’aria mentre diventata un tutt’uno col piacere.
Ma se Harry era frustrato da un mese di astinenza, Draco non era certo da meno. Vederlo venire così presto, lasciò al moretto un senso sia di orgoglio che di delusione.
Draco socchiuse gli occhi e lo guardò, già esausto. Harry continuò ad accarezzarlo dolcemente lasciandogli godere fino all’ultimo scossa di orgasmo.
Ciò che non si aspettò e Draco che provò a scuotere la testa per dirgli di no, prima che fosse troppo tardi. Harry si rese conto d’un tratto che, nonostante l’orgasmo, il sesso riprese in fretta ad indurirsi.
- Ti sono mancato davvero tanto!- esultò, continuando a giocare con la pelle sensibile. L’altro sembrò appuntare mentalmente di ucciderlo.
Essendo già venuto una volta, accarezzarlo nuovamente divenne una lenta e frustrante tortura di cui Harry riuscì a godersi ogni attimo.
Draco faticava a venire ora, come non poteva fare a meno di essere di pietra perché era alla sua mercé.
Perché era suo. Oh, se era suo.
Dalla sua espressione però, quella nuova erezione stava diventando dolorosa. Un po’ come la propria, costretta dai boxer e ignorata da tutto il tempo.
Se solo fossero stati nella sala delle necessità a quest’ora lo avrebbe fottuto per bene, ma non era importante. La verità era che, se Draco fosse stato libero dall’incantesimo e consenziente, si sarebbe spinto in lui senza remora anche in sala grande.
Draco schiuse le labbra, e un gemito nuovo riempì l’aria insieme ad un piccolo inevitabile affanno. Le dita ebbero un fremito, riuscì a chiuderle e riaprirle. Stava iniziando a fare sempre più effetto l’antidoto, così come la sua nuova espressività stava rendendo chiaro quanto fosse provato dalla mancanza del nuovo orgasmo.
Draco sudò nello sforzarsi a muovere, con uno scattò riuscì a avvolgere le proprie dita sul polso di Harry.
Una richiesta di fermarsi.
Harry strinse le labbra e lo fece.
Si sentì come se lo avessero sgridato di rimettere a posto i giochi. Non che avesse mai avuto dei giochi da bambino con cui comparare la sensazione.
Tremante e sempre più provato, Draco chiuse gli occhi per respirare profondamente, quando li riaprì Harry ci lesse qualcosa che non si aspettava.
Implorazione.
Aveva visto troppe volte quello sguardo per non riconoscerlo. Di solito, però, quegli occhi erano accompagnati da una semplice parole: scopami.
Pur non parlando, quelle iridi lo trafissero come lame.
- Merlino, non guardarmi così.- lo rimproverò – O ti fotterò, ‘sti cazzi chi viene.-
Draco inghiottì a vuoto, e fece un unico faticoso momento: annuì.
Una scarica di adrenalina lo invase, si avventò sulle sue labbra, adorò sentirlo rispondere, adorò perfino sentirlo spingersi su di lui, inarcandosi come poteva.
- Merlino se mi sei mancato!- esclamò disperatamente sulle sue labbra, prima di affondare le mani sulla sua cintura e spogliarlo.
Quando affondò le dita in lui, Harry dovette appellarsi ad ogni sua stella in cielo, per non venire. Quella magnifica pressione la conosceva bene, la sola idea di sentire presto il proprio sesso in quella morsa riuscì di farlo semplicemente impazzire.
Quando lo sentì leggermente cedere, non poté più trattenersi.
Era consapevole che aveva passato poco tempo a prepararlo, ma la sua pazienza era del tutto venuta meno. Si posizionò tra le sue gambe, gli afferrò un ginocchio e glielo piegò per avere maggiore spazio e maggiore presa e due attimi dopo, si spinse dentro di lui.
Venne un poco, ma riuscì a trattenersi quanto bastava per continuare a fotterlo. Tuttavia era semplicemente meraviglioso essere tornato dentro di lui.
Chiuse gli occhi godendosi la frizione delle prime spinti, poi li riaprì e guardò in basso, beandosi della visione che lo aveva stregato fino a innamorasi perdutamente dell’altro: Draco aveva gli occhi lucidi, un po’ trasognanti, ma si sforzavano di guardarlo, come se il vederlo spingersi in lui completasse le spinte.
Mai più, pensò mentre si spingeva in lui con sempre più impeto, al diavolo lo studio, al diavolo ogni altra cosa!
Non avrebbe passato nemmeno più una settimana senza toccarlo.
Il letto fu messo a dura prova dalle spinte, l’incantesimo dal desiderio di draco di muoversi. Tra una spinta e l’altra, Harry si rese conto a stento, delle braccia di Draco che si tendevano verso di lui, come si rese conto a stento di avergli lasciato il ginocchio per correre tra quelle braccia.
Sentì le mani di Draco accompagnare le sue spinte sulla sua schiena, lo senti inacare il bacino verso di lui.
In fine, con più di un asito, sentì la cosa più bella di tutto: il suo nome sussurrato tra i gemiti.
L’orgasmo li colse così prepotentemente che ogni altro senso fu spento.
Vedere, sentire, perfino respirare, era diventato superfluo.
Solo il piacere esisteva, il piacere e il calore della sua pelle.
Crollarono distesi, esausti più che mai. Harry cercò di mettersi accanto a lui per non schiacciarlo mentre l’altro si sforzò di fargli spazio nonostante non ce ne fosse molto su quel lettino.
Il serpeverde alzò gli occhi e lo guardò, ancora leggermente confuso da gli eventi, poi la lucidità si fece strada in lui – Sei un coglione.- soffiò senza fiato.
Era arrivato il momento, sorrise Harry addolcito, il momento che seguiva il meraviglioso sesso che facevano, quello in cui Draco tentava di recuperare la faccia fingendo di non essere completamente dipendente da lui.
- E tu hai una faccia da cazzo, ci completiamo.- sorride.
Draco sembrò volerlo spintonare per farlo cadere dal letto – Potrei denunciarti.-
- Per cosa? Per orgasmo doloso?-
Draco si accertò di potersi muovere anche se a fatica. Quando le dita dei suoi piedi fecero la Ola si rilassò.
- Mi ero appena disintossicato.- si lagnò.
- Ah, ecco perché mi hai tenuto lontano in mese.- mormorò – Devo pensare male? Vuoi lasciarmi?-
Lo disse per scherzo, ma il solo pensiero lo mise di cattivo umore, cosa che odiò dopo essere finalmente riuscito di nuovo ad essere felice tra le sue braccia. Cercando di non dimostrare il panico, domandò ancora - … non vuoi farlo, vero?-
Draco lo guardò per un lungo minuto come se ponderasse bene cosa dire, cosa che fede sentire Harry sempre più a disagio. Poi sbuffò.
- Volevo fare una battuta, ma insicuro come sei potresti pensare male.- disse prima di roteare gli occhi – No. Non ti lascio.- lo informò.
Harry però non ne era soddisfatto. Gli toccò la guancia solo per dargli fastidio.
- Perché mi ami, giusto?- instette.
- Beh, se non amo te, di sicuro amo una parte di te.- fece un sorriso innocente prima di spingere una nocca sul sul sesso ancora un po’ duro nonostante l’orgasmo. Harry sentì un guizzo nuovo di eccitazione.
- Attento, o ti scopo di nuovo.- lo avvisò – Magari potrei scoparti fino a farti dire che mi ami.-
Metà labbro del suo meraviglioso ragazzo scattò brevemente in un sorriso di trionfo – Sfida accettata.- soffiò.
Harry si chinò a rubargli un bacio che voleva essere passionale, ma che con ancora il relax post orgasmo fu solo dolce.
Non che dolce gli dispiacesse.
Draco passò una mano tra i suoi capelli prima di aprire gli occhi – Mi scopi lo stesso anche se te lo dico?- sussurrò sottovoce.
- Non mi serve una scusa per volerti.- replicò dolcemente – Hai detto di esserti voluto disintossicare e ora mi dici di fotterti fino a farti perdere completamente la ragione. Dovresti decisamente deciderti.-
- Non è stata facile nemmeno per me.- replicò Draco colpito – Non riesco a essere lucido quando mi tocchi. – mise il broncio. Per davvero – E volevo essere lucido, per dirti che ti amo.-
Harry sbatté tre volte le palpebre comprendendo l’altro aveva appena detto.
- Hai appena…-
Draco sviò lo sguardo – Non farne un affare di stato.-
- Ma tu hai appena…-
- E tu no. Come la mettiamo?-
Harry fu colpito alla sprovvista. Adorò vedere le sue guancie arrossire. Gli rubò un altro paio di baci prima di dire – Ti amo anche io.-
Il baciò che seguì, fu di nuovo passionale e seducente.
Draco si morse un labbro, delicatamente, assaporando quel contatto con intensità - … verrò bocciato.- affermò.
L’altro sorrise, mentre riprendeva posto tra le sue gambe, pronto a riprende dove si erano interrotti – No, verrai solo scopato.- affermò.
Per il resto della tua esistenza tuonò nelle loro menti come una condanna… e una promessa.






 
 
 
 
 
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Titolo: Ciò che resta del nostro lieto fine (capitolo 1)
Cow-t 9, Quarta settimana, M2.
Prompt: Addormentarsi e Sognare
Numero parole: 1160
Rating: Verde
Fandom: Harry Potter

Ciò che resta del nostro lieto fine (capitolo 1)

Era fatta. Aveva vinto.
Lì, sul campo di battaglia, con il respiro che gli graffiava la gola, le ovazioni e i silenzi, tutto era diventato confuso.
Tutto aveva perso senso.
Così, mentre si raccoglievano le proprie forze e i propri morti, Harry si era allontanato in silenzio e da solo.
Non era corso a festeggiare in piazza, non aveva ascoltato le approvazioni dei suoi alleati superstiti né accettato le varie congratulazioni, non era mai stato da lui.
Tutto ciò che Harry Potter voleva era dormire.
Da quando era iniziato l’assedio delle guerra, infatti, il suo riposo era sempre stato guardingo, sempre timoroso di un attacco, sempre ansioso.
Era così stanco che avrebbe potuto svenire, ma aveva i nervi così tesi che non riusciva a chiudere occhio davvero.
Così, quando il corpo di Tom Riddle si era accasciato a terra, quando aveva realizzato di essere libero, di essere in salvo, la stanchezza gli era ricaduta addosso con un velo di piombo. Non era più in grado nemmeno di reggersi in piedi.
Perciò si era invece materializzato in quella che considerava più simile ad una casa propria, quella del padrino, e si era lasciato cadere sul divano. Aveva poi osservato per alcuni minuti il soffitto, prima di scivolare in un profondo sonno.
Era così esausto che una parte di lui credeva non avesse senso sognare, tuttavia nella sua mente iniziarono a prendere forma delle immagini precise: sua madre e suo padre orgogliosi, il professore Silente che gli donava un ghiacciolo al limone…
Erano tutti così felici.
Così… felici.
Si era svegliato qualche ora dopo, intontito e confuso, ma finalmente riposato. Per qualche attimo ancora aveva fissato il soffitto che non era cambiato molto in quelle ore, e aveva respirato profondamente contemplando la pace completa ed assoluta che percepiva, quasi come se l’intera aria del pianeta fosse cambiata diventando improvvisamente respirabile. Poi si era messo seduto dopo un tempo che gli era parso infinito e solo in quel momento si era accorto della nuova presenza.
Draco Malfoy era su una poltrona davanti al suo divano, era lì, fermo e lo guardava.
- Che ci fai qui?- gli fece piano, ancora intontito dal sonno pensante, quasi certo che stesse ancora sognando.
L’altro restò fermo per un po’guardandolo con occhi inespressivi e intensi, poi si alzo lentamente ma deciso, gli si avvicino e si chinò accanto al divano inginocchiandosi vicino al moretto.
Gli prese le mani con una delicatezza quasi mistica e gliele contemplò in maniera reverenziale. Poi gliele baciò in un gesto di remissione e gratitudine che mozzò il fiato del moretto e lo sorprese sopra ogni misura. Dopo sentì pronunciare da lui una sola parola, che era destinata a restare nella sua testa per un tempo indefinito.
- Grazie.-
Harry si ritrovò a piangere senza nemmeno rendersene conto, strinse le sue mani e trovò la forza di dire a sua volta.
- Prego.-
***

La vita era poi finalmente ripresa, quasi non fosse accaduto nulla, ma tutti erano profondamente cambiati.
Hermione e Ron si accingevano a fare i primi passi per essere una coppia, le lezioni erano diventare superflue mirate solo al conseguimento dei M.A.G.O.,
Primi tra tutti, Draco Malfoy e Harry Potter si erano avvicinati.
Harry non avrebbe potuto definirlo diversamente; era stato lento e graduale, un cenno, poi un ciao, poi una serie di chiacchierate tra una lezione e l’altra e prima che se ne rendevano conto si era ricreata una nuova intesa, simile successivamente ad una reale amicizia. Ben presto, frequentarsi divenne un’abitudine sia loro che delle loro case dove si era venuta a creare una collaborazione senza precedenti.
- Sei felice?- gli aveva chiesto un giorno Draco Malfoy una sera mentre se ne stavano seduti sul divano esausti dopo una partita di Quidditch e festa al seguito. Harry non aveva risposto, ma era sicuro che quell’attimo in cui tutti erano intenti a divertirsi e lui era seduto con il suo ex acerrimo nemico sul divano a chiacchierare e confidarsi era il momento più bello della sua vita. Sorrise, e Draco intuì la risposta.

Fu la mattina dopo che il loro rapporto che la loro amicizia cambiò in modo inevitabile. Si erano risvegliati spalla contro spalla, respiro contro respiro, avvolti da un tepore che scaldava l’anima. Harry aveva alzato gli occhi e li aveva incrociati a quelli del suo nuovo amico e vi aveva trovato un universo sconosciuto dentro, un universo che aveva potuto solo scorgere quel primo giorno dopo la fine della guerra. Ma ora, mentre Draco Malfoy lo guardava, se ne sentiva completamente soggiogato, come un buco nero che lo attraeva a sé.
Lo sguardo di Draco era diverso da quello di sempre, e allo stesso tempo simile. Era come se svegliarsi con lui accanto avesse permesso a qualcosa che di solito sapeva dissimulare bene, di mostrarsi senza remore.
Era una dolcezza e un sentimento che avevano radici così profonde che al solo guardarle a Harry mancava il respiro.
Avevano già gli occhi socchiusi e le labbra dischiuse pronte ad accogliere quelle dell’altro quando Ron giunse in sala a chiamare Harry.
Si separarono immediatamente, come se la stessa aria scottasse all’improvviso. Boccheggiando in cerca di una spiegazione più per convincere loro stessi che Ron che sembrava non capire il perché di quella reazione istintiva.
Si allontanarono senza dirsi una parola e senza più guardarsi.

Si erano quasi baciati e quella realtà era così ovvia e così schiacciante che al solo pensiero gli mancava il respiro. Il ricordo tormentava Harry come una nenia fastidiosa nella mente.
Ricordava, percepiva, sentiva, bruciargli ancora addosso quella sensazione di inevitabile che lo aveva catturato in quel momento.
Si era sentito un burattino nelle mani del fato, assolutamente sottomesso dal impeto del suo cuore.
Avrebbe voluto provare repulsione, avrebbe voluto scacciare quel pensiero, ma quando lo guardava…Voleva baciarlo. Voleva sentire quelle labbra sulle sue, sempre e probabilmente in eterno.
Ma perché si sentiva così? Cosa albergava nel suo cuore?
E, cosa più importante, cosa provava Draco verso di lui?
Glissò i dubbi dietro la facciata della realtà crudele che lo voleva un sognatore.
Era impossibile del resto che una cosa simile accadesse.
Chissà forse nel dormiveglia Draco l’aveva scambiato per qualcun altro.
S’illudeva, pur sapendo la verità.
Ci volle una settimana perché Draco Malfoy barricasse Harry in un aula stanco di aspettarlo e passasse al contrattacco.
Harry osservava il suo viso contrito in una smorfia di sofferenza avvicinarsi cautamente come se fosse su un campo minato.
Ricordava i movimenti lenti, le mani che gli si avvicinavano al viso con dolcezza, il suono dello schiocco delle labbra che si schiudevano per apprestarsi a baciarlo... ed il suo respiro.
Poi tutto era scomparso dietro una nuvola di confusione e passione. La ragione restò annebbiata finché Draco non si staccò da lui a corto d’aria.
Si guardarono in silenzio sorpresi e confusi dall’intensità dei loro sentimenti.
Poi Harry annuì. Non ci fu bisogno di parole.
E così Draco Malfoy e Harry Potter erano diventati una coppia.


 
 
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Titolo: Lucky Lemon(capitolo 8)
Cow-t 9, Quarta settimana, M2.
Prompt: Cadere e farsi (molto) male.
Numero parole: 6107
Rating: Rosso
Fandom: Harry Potter
 


Lucky Lemon (Capitolo 8)

La casa che condividevano Draco Malfoy e Jamie Jonson era un piccolo appartamento che si estendeva più il altezza che in larghezza. All’entrata si trovava la cucina sulla destra, il salottino con il divano sulla sinistra. Tutto il resto era sopra, una stanza, un bagno e lo sgabuzzino per la passione del castano.
Era perfetta per due persone, piccola e intima quanto bastava. In quelle mura avevano fatto l’amore per anni, condividendo le piccole cose quotidiane che, tassello dopo tassello, creavano una vita insieme.
Harry lì si sentiva come in un museo.
Quando varcava quella soglia i ricordi di cui era pregno lo aggredivano come uno schiaffo. Riusciva a respirarlo, era così soffocante che lo avvertiva come un veleno insidioso che gli scivolava dentro silenzioso e letale.
Era più doloroso che vederli scambiarsi quegli sguardi complici, sentire i racconti di dov’erano nell’esatto instante in cui avevano ricevuto una buona notizia, o avevano deciso che quella sarebbe stata la loro casa, era più doloroso che guardare le fotografia in giro che documentavano quei due anni.
L’idea della loro intimità lo rendeva inquieto.
Ma non era nulla, nulla, rispetto al tornare a casa sua e sentirsi strangolare dalla totale assenza di quell’aria. Dal calore di quelle pareti, dai racconti di una vita felice, dal affetto che traspariva dalle foto.
Tornare a casa e realizzare quanto fosse miserabilmente geloso di loro e quando volesse possederli fino a impedirgli anche solo di concepire una vita senza di lui… era peggio. Semplicemente peggio.
Per stare con loro, per assimilare anche solo un granello di quella famigliarità che li univa, era disposto anche a dormire sul divano. Ad imporsi. Non importava quanto mortificante fosse e quanto la notte stesse sveglio a osservare gli occhi delle foto osservarlo con giudizio come se stessero tentando di dirgli: “che che ci fai qui?”
Non importava. Doveva restare lì.
Poi tutto era successo, e loro erano diventati suoi. E quel nido d’amore solo loro era diventato un ricordo, perché si erano trasferiti da lui.
Non ci fu bisogno di far spazio, bastò aprire la porta dopo una luna di miele stupenda e quella casa si riempì in un secondo d’amore.
La carta da parati verde sporco sembrò acquistare una diversa tonalità, più luminosa, più calda. La foto della loro dichiarazione sul molo era stata appesa in camera da letto e, insieme a quelle di Jamie e Draco da soli, erano state affiancate quelle con lui.
Gli sembrò che tutto acquistasse finalmente un senso, che tutto avesse un proprio posto. Che tutti i suoi sforzi, avevano avuto finalmente frutto.
Perfino se Draco avesse deciso di avere un elefante in giardino gli sarebbe stato bene e l’avrebbe fatto sentire a casa.
Harry concepì la felicità una sera. Una semplice sera come tante in cui scoprì di aver dimenticato le chiavi a casa. Suonò alla porta e Draco gli aprì con un grembiule addosso e un residuo di farina sul viso. Gli fece un sorriso sghembo con gli occhi che gli brillavano. Jamie era seduto sul divano, le gambe distese e il telecomando in mano alzò un sopracciglio come a dire “è questa l’ora di tornare?”
Nell’aria vagava un profumo di crostata di mele. Nel suo cuore, la sensazione che quella fosse la normalità.

Quella sera c’era stata la prima nevicata dell’anno. Il freddo pungente lo aveva quasi ucciso durante il suo giro e quando tornò a casa desiderò solo buttarsi sotto una doccia calda e sopra uno dei suoi due mariti.
Suoni di fornelli accesi e i movimenti delle stoviglie provenivano dalla cucina così non fu difficile indovinare chi fosse in casa.
Si poggiò sullo stipite della porta e osservò il suo biondo marito essere così preso dal cucinare qualcosa da non essersi accorto nemmeno del suo ritorno. Riusciva a scorgere il fiocchetto di un grembiule che gli decorava la schiena, cosa che talaltro permetteva alla maglia che portava di essere un po’ più rialzata e di mostrare un bel paio di belle prelibatezze.
Harry sorrise pensando che fino ad un anno prima non era mai stato in grado di vedere un corpo maschile ed eccitarsi, ma invece eccolo lì. A desiderare di riempire i suoi palmi con quelle natiche e stringerle forte.
E sorrise anche al pensiero di molto altro.
Meditò su se stesso, in quel momento. Come se finora non avesse avuto tempo di farlo ed ora in attesa di essere considerato fosse un momento adatto.
Meditò su quanto fosse stato facile per lui cambiare gusti, su quanto fosse facile per lui desiderare un legame non solo mentale con Draco Malfoy.
Perché poi era tutto lì, no? Se la loro relazione fosse rimasta platonica, nulla sarebbe accaduto.
Ma era stato impossibile non bramare completamente il ragazzo seduto dall’altra parte che con un sorriso indulgente ascoltava la sua vita e condivideva attimi della propria.
Per Harry era stato impossibile non associare la voglia di non lasciarlo tornare a lavoro, all’idea di non permettergli di respirare con una serie di baci uno più profondo dell’altro.
Farlo smettere di parlare, anche se l’avrebbe ascoltato per ore.
Draco Malfoy, lo stesso Draco Malfoy che per anni era stata una vera spina nel fianco. E invece eccoli lì. E trovava veramente semplice, quasi ovvio, desiderare di monopolizzare quell’uomo anima e corpo.
Lasciò che il proprio sguardo risalisse lungo la schiena accarezzandola centimetro dopo centimetro. Lo vide irrigidirsi le spalle come se avesse avuto sentore di quella carezza mentale.
Harry ridacchiò e Draco si girò di scattò puntando un mestolo verso di lui come se fosse una bacchetta.
- Harry, per la barba di merlino! - sbottò – Da quando sei lì?!-
Il moretto s’inumidì le labbra prima di alzare un sopracciglio – Da un po’.-
Draco assottigliò lo sguardo – Era così difficile annunciarti?-
Harry si alzò dallo stipite e drizzò la schiena – Signori e signore ecco a voi, l’unico, l’inimitabile nonché bravo a letto…- fece una paura teatrale e si piegò in un inchino pronunciato – Harry Potter. Al tuo servizio.-
L’unica risposta che ottenne fu un alzata d’occhi al cielo, ma Draco non riuscì a dissimulare del tutto il sorriso divertito.
- Spaccone!- lo apostrofò rigirandosi verso i fornelli – Avresti dovuto avvisarmi che tornavi prima.-
- Ma questo è il mio solito orario di ritorno!-
- Non nell’ultimo mese.- gli rinfacciò allora Draco con una nota critica nella voce.
Harry ridacchiò dirigendosi verso di lui – Sì, hai ragione. Ma il caso che stiamo seguendo è veramente importante. Se riesco a risolverlo potrebbero darmi una promozione.-
Draco gli lanciò un occhiata accusatoria prima di girare la testa quanto bastava da permettere ad Harry di rubargli un bacio a stampo.
- E cos’altro vorresti conquistare? Hai salvato una pietra filosolare, una lenticchia di cui nessuno avrebbe sentito la mancanza, il mondo magico e non, me, e infine perfino Jamie.- gli rinfacciò – Sai che la tua sete di potere non ti porterà a nulla?-
Harry alzò un sopracciglio – Mi ha portato con due bellissimi ragazzi nel mio letto. E tu dici nulla?-
Draco girò il contenuto della padella con il mestolo prima di prenderle una cucchiaiata ed assaggiarla. Poi tese l’asticella di legno verso il marito.
- Assaggia, dici che manca del sale?-
Harry prese un sorso di sugo.
- Ma è…- esordì sorpreso – E’ buonissimo!-
- Perché ne sei così sorpreso?- borbottò offeso l’altro.
- No, è che sapevo che sapevi fare dolci strepitosi, ma…-
- Se tu fossi stato a casa nell’ultimo mese e mezzo avresti saputo questo mio grandissimo, misterioso, segreto.- alzò le spalle.
- Non dubiterò mai più di te, promesso.-
Draco finalmente gli sorrise e fece un passo di lato per appoggiarsi con la spalla sul petto di Harry. Pur non lasciando mestolo e padella si accomodò con la testa nell’incavo del collo e gli rubò un bacetto sulla clavicola.
Harry avvolse le sue spalle in un abbraccio.
- Prometto di tornare a casa più presto.- mormorò.
- E il caso?-
- Non importa. Ho cose più importanti ora, no?-
Draco sogghignò e si districò dall’abbraccio - Allora? Il sale? Manca?-
Harry scosse la testa – No, è perfetto così.-
- Alla faccia tua, Gorgon Ramsey! – esclamò fiero di sé.
- Tu conosci Gordon Ramsey?!-
Draco discorse lo sguardo – Jamie lavora alle sue foto e tu rincasi tardi, qualcosa devo pur fare!-
Harry aggrottò le sopracciglia come se si fosse accorto improvvisamente che qualcosa stonava – A proposito – soffiò – Che fine ha fatto Jam?-
L’altro ammiccò verso la finestra – Prima neve. Pensi che poteva resistere?-
- Fuori fa un freddo cane!-
- Gliel’ho fatto notare si.-
- e…?-
- è stato come parlare al muro.-
Harry sospirò – Beh i muri parlano, mica ascoltano.-
- Come?-
- Niente.- Harry trattenne una risata e guardò la mistura che ribolliva silenziosa nella padella – Secondo te…- esordì – Jam in che casa sarebbe finito ad Hogwarts?-
Draco si immobilizzò nell’atto di prendere il sale. Strinse la labbra con sguardo attento ad un calcolo infinitesimale delle ipotesi.
- Spero non tassorosso.- mormorò infine mentre afferrava la boccettina della preziosa spezia e ne aggiungeva un pizzico al sugo – Sarebbe drammatico se fossi sposato ad un tassorosso. Già che lo sia di un Grifondoro la dice lunga sulla mia sanità mentale! -
- Ehi!-
- Sai cosa intendo.- gli fece un sorriso ironico.
- Sei pessimo. Sul serio.-
- Lo sapevi quando mi hai sposato!-
Già. Harry lo sapeva. Sapeva di aver sposato un uomo che era cresciuto nella bambagia e nel razzismo. Un uomo che ne era uscito facendo uno dei lavori più umili che il suo status sociale poteva aberrare.
Sapeva che si era innamorato di un uomo dal cuore così grande da accogliere anche lui, un uomo che non aveva tradito senza rimorso o per gioco. Un uomo che aveva visto crollare sotto il peso delle sue colpe.
Un uomo a cui doveva tutta la sua felicità.
- Sei fantastico.- soffiò dolcemente mentre si avvicinava a lui. Gli sfiorò delicatamente la schiena e si chinò a baciare dolcemente il collo.
Draco piegò di poco la testa per dargli più spazio, restando in silenzio. L’altro lo intraprese come un tacito permesso.
Gli baciò la delicata zona sotto l’orecchio, poi una guancia, il desiderio di avventarsi sulla labbra divenne impellente. Ma le sfiorò appena, con delicatezza.
- Quindi…- sussurrò Draco con voce flebile senza togliere lo sguardo dalla mistura - …mi ami?-
Harry avvolse i fianchi dell’amato e sorrise sulla sua guancia dopo un altro bacio – Chissà.- sussurrò – Potrei averti sposato solo per i tuoi soldi.-
Draco non poté fare a meno che scoppiare a ridere e dargli una spallata provocatoria – Attento.- soffiò – Ho un mestolo in mano e so come usarlo.-
Harry ridacchiò – oh che paura!- soffiò baciandogli una tempia – Se faccio il bravo e ti lascio cucinare come mi dai in cambio?-
- la cena?-
- E…?-
Alzare gli occhi al cielo contornato da un sorrisetto affatto seccato fu semplice – E tutto quello che vuoi.- dichiarò.
- Anche se fosse cambiare i ruoli?- scherzò.
- Ancora questo discorso?- sbuffò Draco spegnendo il fuoco – Se insisti potrei accogliere la tua richiesta, attento.- gli sorrise innocentemente.
Harry s’inumidì le labbra e si allontanò quanto bastava per permettere a Draco si muoversi nella piccola cucina. Si appoggiò al mobile e incrociò le braccia restando a fissarlo, con attenzione.
- Com’è stata la prima vostra prima volta?- domandò.
Draco si bloccò nell’atto di prendere una pentola - …come?-
- La prima volta tua e di Jamie. Com’è stata?-
Le guance del biondino presero fuoco – Perché dovrei dirtelo?-
Harry alzò un sopracciglio – E perché non dovresti?-
- Pensavo avessi superato la fase del “com’è con lui”. Pensavo che non volevi pensarsi e goderti il presente.-
Harry piegò la testa di lato – come mai questo mistero?-
- Non è un mistero!- sbottò prendendo la pentola e posizionandola sul fuoco.- Cioè vuoi che ti faccia un racconto dettagliato di quello che abbiamo fatto?- lo guardò alzando il sopracciglio, poi un sorriso mordace si fece strada sul suo viso - Non preferiresti vederne una riproduzione dal vivo?-
Harry rise, poi si morse un labbro – E’ che ci sono ancora così tante cose che non so di voi…- soffiò – Di prima, intendo.-
L’altro fissò il fondo della pentola, pensieroso – E non ti da fastidio saperlo?- soffiò – Cioè…pensare a me e Jamie “prima”.-
Harry sembrò rifletterci – La curiosità vince.- tagliò corto – Dimmelo.-
Rilassò le spalle prese un profondo respiro – Cosa vuoi sapere esattamente?- si arrese.
Il sorriso dell’auror si allargò, trionfante – Tutto.-
- Tutto?-
- Tutto.-
Mentre Draco riempiva la pentola d’acqua si tuffò nei suoi ricordi – Era il nostro secondo appuntamento.- esordì.
- Dopo il secondo appuntamento? Non siete arrivati nemmeno al provvidenziale terzo?-
Draco s’inumidì le labbra – No. Era quello il secondo appuntamento.- ridacchiò – E’ una storia lunga.-
- Abbiamo tempo.-
- Tu e la tua curiosità. Non lo sai che la curiosità uccide il gatto?-
Harry alzò un sopracciglio intimidatorio – Racconta dall’inizio allora.-
- Dovrei partire da quando siamo usciti la prima volta.-
- Che abbiamo tempo l’abbiamo già chiarito.-
Draco sospirò e accese il fuoco sotto la pentola. Poi si allontanò dai fornelli e si appoggiò alla cucina di fronte ad Harry.
- Ok.- sbotto – Ti ho raccontato come ci siamo “dichiarati?”-
Harry scosse la testa.
- Beh lui si dichiarò mostrandomi le foto che mi aveva fatto e io baciandolo subito dopo. Il punto era che quella sera stessa uscimmo e fu…- strinse le labbra – la parola “disastro” non rende bene l’idea.-
- Un disastro? Sul serio?-
Draco fece spallucce – Lo portai ad un ristorante sofisticato, volevo mettermi in mostra, cercare di fargli vedere la parte migliore di me.- la voce si spense – Il risultato fu che per tutta la serata non riuscimmo quasi a parlare, eravamo tesi. Ed era strano visto che mentre lavoravamo eravamo così affiatati, parlavamo di tutto, per ore. Ma in quel momento…niente! Silenzio totale, siamo tornati a ognuno alle proprie case con un senso di sconfitta e l’idea che tra noi non funzionasse affatto.-
Harry aggrottò le sopracciglia – E poi avete fatto sesso?-
Le guance di Draco punsero di imbarazzo – Dopo qualche giorno di disagio eravamo tutti e due demoralizzati, perché volevamo ritentare, ma avevamo paura. Era una situazione molto…opprimente.-
- E come avete fatto?-
Draco sorrise, imbarazzato – Come al solito fu Jamie a risolvere tutto.- si grattò nervosamente un braccio – Avevamo appena finito di lavorare e dal nulla, come se fosse la cosa più naturale del mondo mi ha baciato e… non so… è stato come se tutta la tensione di quei giorni scivolasse via. Non parlammo affatto, non serviva. Lui mi portò al suo appartamento ed è stato….- rifletté sulle parole da usare – Magico.-
Un rossore si diffuse sulle sue guance, assieme ad un emozione nuova nella voce.- Poi abbiamo parlato per ore, come se dovessimo recuperare quei giorni che avevamo trascorso senza parlarci. – Draco improvvisamente esitò come se si fosse ricordato qualcosa improvvisamente – Oh diamine!- sbottò – E’ stata anche la prima volta che ti ha nominato.-
-C.come?!- scattò Harry agitato – Come mi ha nominato?!-
- Beh…- Draco sbuffò – Gli stavo parlando degli anni della scuola e mi è sfuggito il tuo nome. Si è illuminato e ha iniziato a chiedermi tutto di te.- strinse le labbra - … maledetto te.-
La risata del moretto riempì la cucina – Cioè la prima chiacchierata post sesso è stata su di me?!- continuò a ridere piegandosi perfino su se stesso – Wow…- arrancò tra le risate – Ero destinato a intromettermi tra voi, praticamente!-
Draco lo fulminò con lo sguardo – Non c’è da andarne fieri. Il ragazzo che mi piaceva aveva una cotta per te e nemmeno ti aveva mai visto! Non è servito a nulla insistere su quanto fossi brutto, antipatico, megalomane e qualsiasi cosa mi venisse in mente. Non c’era verso di fargli cambiare idea!-
Harry continuò a ridere mentre si gonfiava il petto – Senti chi parla! Quello che poi mi ha conquistato!-
- Ah io non ho fatto nulla!- replicò l’altro – Sei tu che sei entrato nel negozio, nella mia vita e hai mandato all’aria tutti i miei piani!-
- E certo! Tutta colpa mia, eh?-
- Mi pare ovvio!- Draco assottigliò lo sguardo – Sei anche entrato in casa mia senza bussare e mi sei saltato addosso.-
- Ehi, parliamoci chiaro!- Harry drizzò la schiena – Sei tu che mi guardavi come a dirmi “saltami addosso. Ora!”-
- Non ho fatto nulla di simile!- replicò sulla difensiva. Harry alzò un sopracciglio di sfida, l’altro accusò il colpo.
- Ok, ammetto che non è proprio tutta colpa tua. Ma gran parte.-
- Certo, perché ho detto io a Jamie di volere una relazione con entrambi.-
- Sbaglio o sei tu che l’hai pedinato in un bar per fargli la ramanzina del “in tre è bello?”-
Tacquero, guardandosi con i sopraccigli alzati a voler puntualizzare la loro posizione.
Un tossire riempì l’aria e i due si girarono verso la nuova presenza. Jamie se ne stava in piedi viso e mani arrossati, e i vestiti pieni di neve.
- Se volete scopare fatelo.- sbottò – Non serve fare così tanti preliminari.-
Draco e Harry scoppiarono a ridere e Jamie aveva troppo freddo per seguirli.
**

Draco scivolò nella camera da letto mentre si massaggiava le mani. Lo faceva sempre prima di dormire. Era convinto che saper cucinare significava dover avere anche bellissime mani.
Harry pensava che fosse solo vanità, ma erano quei piccoli gesti a rederlo…lui.
- Jamie?-
- Al computer, sta modificando le foto che ha fatto oggi. Conoscendolo non si schioderà di lì finché non le riterrà perfette.-
- Quindi siamo soli.- soffiò, un leggero sorriso ad increspargli le labbra.
Draco rallentò il movimento della mani come se la cosa lo avesse colto di sorpresa. – A quanto pare.-
Per un po’ restarono in silenzio, mentre Draco prendeva dei vestiti da un cassetto. Poi si fermò e guardò Harry che lo osservava attraverso lo specchio.
- Mi stai fissando.- sbottò alzando un sopracciglio.
Harry sorrise – Non posso fissare il mio bellissimo marito?-
Gli occhi di Draco mascherarono la lusinga, prima di mostrare ironia – Che c’è? Vuoi scopare?-
Harry alzò gli occhi al cielo – E addio romanticismo.- brontolò drizzando la schiena e continuando a fissare l’amato oltre lo specchio – Dovremmo averne di più.- dichiarò.
- Di romanticismo?- rimbeccò Draco.
- A volte ho la sensazione che ci siamo persi qualche passo, sai. Abbiamo passato i primi mesi della nostra relazione a struggerci invece che a goderci la reciproca compagnia.-
Gli occhi del biondo si estraniarono pensierosi – Ma poi è stato bello.-
- E poi di nuovo drammi.-
- E poi di nuovo bello.-
Si guardarono in silenzio, poi Draco si arrese – Vero, ci siamo persi qualche passaggio.- ne convenne, ma c’era qualcosa nella sua voce che non piacque al compagno.
Harry alzò un sopracciglio e discostò la coperta a mo’ di invito – Quindi vuoi raggiungermi a letto o devo costringerti io?-
Le labbra dell’altro si tirarono in un sorriso – Vediamo se indovini quale mi metterebbe dell’umore di farti passare la notte in bianco.-
Harry quasi rise mentre discostava le coperte e si alzava per raggiungere Draco che non perse tempo per usare le mani appena curate per aggrapparsi al suo collo.
Si fissarono un altro po’, il tempo di realizzare quella nuova vicinanza. Poi fu Harry a baciarlo.
Poggiò le labbra piano, le mosse con dolcezza su quelle dell’altro, fino a staccarsi con uno schiocco. Nemmeno il tempo di respirare e tornarono a baciarsi, con sempre più intensità, fino a che qualcosa non si scivolò via, facendo crollare ogni difesa.
Si sentirono cadere in un abisso di calore e labbra, mentre continuavano a lambirsi avidamente.
Era come se non si baciassero da secoli. Come se si fossero mancati.
Una insolita fame li avvolse e iniziarono a baciarsi con più foga di quella necessaria. Harry si staccò ansante e si rispecchio negli occhi dell’altro.
Bastò un attimo di sconcerto, una piccola esitazione, come se testassero il cammino, ma finì in un battito di ciglia. Ripresero a baciarci e due attimi dopo furono sul letto.
Harry non riconobbe le sue dita mentre tentava disperatamente di strappare i vestiti di Draco.
Questi lo aiutò a liberarsi della maglia, ma pretese di far volare via anche quella del compagno. Liberarsi dei pantaloni fu stranamente più facile.
Mentre tornava a baciarlo, il cuore nuovamente perse un battito.
Si staccò da lui. Lo guardò. Ed aggrottò le sopracciglia.
- … hai messo qualche afrodisiaco nella cena?- mormorò divertito.
Draco sbatté le palpebre, confuso – No.-
- è solo che…-
Già, c’era… qualcosa.
Qualcosa era diverso in quel momento. La fame, il desiderio, l’avidità di voler avere Draco lì, in quel momento, subito. Era un fuoco che avanzava senza tregua lungo tutto il suo corpo.
La mano sfiorò il corpo perfetto del compagno. Sembrò vivere di vita propria, sembrò desiderare di avere altro, molto di più. Desiderò avere la possibilità di poter immergere le dita sotto la pelle dell’amato, quasi fosse fatto di cera fusa. Quel desiderio fu strano e sconcertante e alzò lo sguardo sul viso di Draco che lo fissava desideroso e accigliato.
- …Harry?- mormorò.
Era abituato alla passione. Con due mariti era un passo obbligato, non avrebbe resistito un giorno se non fosse stato consumato dal fatto di desiderarli.
Però in quel momento, qualcosa era diverso dal solito.
- Io ti amo.- gli sfuggì, in un sussurrò. Lo realizzò a voce alta. Come se lo scoprisse per la prima volta.
Draco non alzò gli occhi al cielo, invitandolo a smetterla di blaterale e usare le labbra per altro. Ma sembrò capire la portare di quelle tre parole.
C’era ancora eccitazione nell’aria, la voglia di perdesi l’un nell’altro. Ma per qualche ragione restarono immobili a fissarsi.
Draco lasciò scivolare le dita tra i capelli nel compagno – Dillo di nuovo.- disse.
- Ti amo.- ripeté Harry cercando di imprimere in quelle parole l’emozione stessa.
Fu quasi come lanciare un incantesimo, ma non era magia. Non quella di un mago.
Era solo…
- Ancora.- mormorò Draco fissandolo, poi gli strattonò due ciocche – Baciami e dimmelo ancora.-
Il bacio che seguì non fu vorace. Si sfiorarono le labbra piano, assaporandole, quasi riscoprendole.
L’eccitazione aleggiava tra loro, ma era sotto controllo, in gabbia, ma pericolosa e pronta ad uscire. Ma per qualche strana ragione continuarono a baciarsi, piano, dolcemente.
Si separarono con uno schiocco e si guardarono negli occhi.
Harry sentì prepotente un nuovo “ti amo” tentare di sfuggirgli dalla labbra. Ma lo fermò, perché ricordò quando si era sentito così.
Rivangare i ricordi. Rivangare il momento che avevano fatto l’amore quella prima volta. Guardò il viso di Draco, come i capelli erano scompigliati sul cuscino, le labbra gonfie, gli occhi pieni di desiderio.
Aveva già visto quello sguardo. Era la loro prima volta, era lo sguardo disperato di quanto la sola idea che il loro amore non fosse vero sembrava poter disintegrare quel ragazzo.
Perché quel dejà vu ora? Draco era suo, Jamie era suo…
Allora perché si sentiva come se dirgli che lo amava era l’unica cosa che poteva tenere insieme pezzi di lui?
- Lo sai, vero?- mormorò – Lo sai che ti amo?-
Si aspettava derisione, uno sguardo ironico, qualcosa…
Ma vide l’ombra nei suoi occhi, era come se fosse diventare densa e palpabile, come se potesse toccarla solo allungando la mano.
- è così?- domandò Draco in un flebile sussurro.
Se era così…?
Se Harry era innamorato di lui? Dopo tutto quello che avevano passato? Dopo quello che avevano condiviso?
Dopo che era lui a struggersi per Jamie mentre lui era stato per mesi impotente davanti quell’amore?
Ricordare il passato quel giorno gli aveva fatto male. Quel “ti amo” aveva fatto male.
Il bacio che seguì fu vorace, rabbioso. Harry desiderò distruggere quell’ombra. Pretese di annientarla o annientare Draco stesso.
Quando finalmente lo prese, se ne appropriò, lo rimarcò senza tregua, senza dargli tempo di pensare nemmeno a pronunciare il suo nome. Consumò e saziò la sua fame. Annientò la sua paura, annientando ogni ragione.
Crollarono con un tonfo sul letto, esausti, Draco non sembrava in grado di muovere un solo muscolo. Harry inghiottì a vuoto, mentre raccoglieva le sue ultime energie per allungare una mano ad intercettare quella dell’amato.
La strinse, pretese che l’altro sciogliesse le dita per lasciarci intrufolare le sue.
Si guardarono in silenzio, condividendo un momento solo loro.
**

Harry lasciò scivolare le dita tra i capelli lisci del marito.
Una volta asciugato il sudore diventavano leggermente più soffici eppure avevano la straordinaria capacità di restare perfetti. Quei pochi capelli che sfuggivano al maniacale ordine li metteva in ordine lui sistemandoli con le dita. Osservò il viso di Draco attentamente mentre respirava piano, rilassato.
Non dormiva, riusciva a percepirlo, ma era molto vicino a farlo.
Draco però aprì gli occhi e Harry si ritrovò a tuffarsi in quelle iridi color nubi invernali che istoriavano giornate pigre, a coccolarsi, a baciarsi per ore.
Aveva occhi veramente belli il suo Draco.
- Ehi.- soffiò.
- Mi stai fissando di nuovo.- disse il ragazzo con un mezzo sorriso.
- Ed è inquietante?-
- So di essere bellissimo. Continua pure.-
Quasi rise, mentre tornava a far scivolare le dita tra i soffici capelli.
- Così mi addormento…- soffiò l’altro chiudendo gli occhi per un secondo. Harry increspò le labbra in un sorriso – Per una volta allora faremo dormire Jamie di lato. Ne sarà felice.-
Draco alzò un sopracciglio – …Se torna a dormire. - mormorò- Adora la neve, avrà fatto almeno mille foto.-
- Dovrebbe fare una mostra, non credi che sia ora?-
La serpe arricciò il naso – Buona fortuna a convincerlo.-
- Non vuole?-
Draco fece spallucce – L’ultima volta che ho provato a convincerlo è andato del tutto in panico. Nessuna foto è all’altezza di un simile onore secondo lui.-
Harry lanciò un’occhiata al soffitto – Ma se sono splendide.-
- Noi siamo profani.- ironizzò Draco – che ne capiamo noi di fotografia in fondo? Non siamo certo critici della gazzetta o qualcosa di così snob.-
- Ah, in quanto a snobberia non ti batte nessuno.-
Draco pizzicò il fianco di Harry che sussultò.
- Ahi!
- Modera il linguaggio, plebeo.- ribatté divertito – O potrei decidere di non offrirti il mio bellissimo corpo mai più.-
- Taccio. Giuro.-
E tacquero per un po’ mentre Harry continuava a scorrere le dita tra i capelli del compagno e questi se ne stava mollemente disteso al suo fianco.
- Però…- riprese Harry dopo un po’ – Hermione ha contatti, potrebbe…-
- Stai sul serio suggerendo che la tua amica che approva a stento la nostra storia aiuti uno di noi a realizzare il sogno che coltiva da una vita?- sbottò Draco ormai del tutto sveglio.
- Perché no?-
- Perché ci odia, magari?-
Harry si accigliò e si spostò per guardarlo meglio – Non vi odia.-
Draco sostenne il suo sguardo – Hai ragione. – soffio - Rettifico. Odia me.-
Harry fermò strinse due ciocche tra le dita - Diciamo che non è una tua fan.-
– Eufemismo, direi.-
- Non vi avrebbe invitati ad una cena a casa sua se vi odiasse davvero. È che non capisce, e lei odia non capire le cose. È fatta così.- s’imbronciò all’alzata di spalle del marito - A proposito della cena, quando avete intenzione di andarci?-
Draco alzò un sopracciglio - Non abbiamo temporeggiato abbastanza per far annullare l’invito?- mormorò poi speranzoso.
- No. Ron continua a chiedermi quando verrete.-
- Vogliono avvelenarci allora.- sentenziò Draco mettendosi supino –
- Non essere ridicolo.-
- Siamo a malapena riusciti a sopravvivere ad una cena “di famiglia”, direi che una volta l’anno basta e avanza.-
- Quello era diverso.-
- Ti rendi conto che nostra suocera fa meno paura della tua migliore amica? E lei è una suocera.-
- Tu hai manie di persecuzione.- sentenziò Harry in un sospiro – E la madre di Jamie aveva tutti i motivi per comportarsi in quel modo.-
- Sarà, ma quella cena mi ha già provocato un infarto. Non muoio dalla voglia di viverne un'altra simile. Che poi come ci sei finito a cena quella sera da Emily?-
Nell’aria colorata di dolcezza apparvero punti più scuri. Harry li vide uno ad uno formarsi davanti ai suoi occhi mentre un brivido gli attraversava il corpo. Strinse le labbra – Prometti di non arrabbiarti?- mormorò.
Draco alzò la testa per guardarlo – In che senso?- nei suoi occhi vibrò l’innocenza dell’inconsapevolezza. Harry sentì un macigno pesargli alla bocca dello stomaco.
- Quando mi hai detto che saresti andato a cena da Emily ho voluto controllare. Lei mi ha trovato a girovagare da quelle parti e mi ha riconosciuto, così mi ha invitato. Tutto qui.-
Sperò che la cosa cadesse lì, ma un’ombra di incertezza colorò le iridi del marito – Perché avresti dovuto controllare?- soffiò con un filo di voce.
Harry sentì l’aria farsi ancora più pesante. Strinse le labbra, colpevole.
– Non puoi certo biasimarmi, non sarebbe la prima volta che usi questa scusa per uscire solo con Jamie.-
Non appena finì la frase l’aria che sembrava essersi appesantiva diventò densa, irrespirabile. Ebbe l’istinto di ispirare a fondo, pronto a trattenere il respiro.
Come sulla cima delle montagne russe.
Vide Draco, i suoi occhi metallici vibrare di una nuova, terribile verità.
Poi, come se una scarica elettrica lo avesse attraversato, scattò seduto.
- Non posso crederci.- sussurrò così piano che Harry appena lo sentì.
Harry annaspò nel panico – Draco, non intendevo dire nulla di male, era solo…-
Draco si alzò in piedi ed iniziò a raccogliere i suoi vestiti.
L’aria pesante era così carica di elettricità che Harry iniziò ad avvertire un strano nervosismo - Draco, ti prego.- grugnì – Non fare così.-
Lo sguardo che gli restituì l’altro lo raggelò – Dimmi, Harry.- esordì, la rabbia appena velata - Perché avrei dovuto mentirti? Cosa ti ha fatto pensare che potessi inventarmi questa scusa per stare da solo con Jamie? Che motivo avrei?-
Ah questa poi! Che motivo? Era serio?
Harry sentì il fastidio pungere, irritante – Non puoi biasimarmi per avere avuto un sospetto. Ci sono dei precedenti. E non è che la prima volta ci fossero stati dei segnali rivelatori.- tagliò corto.
Draco s’irrigidì visibilmente - Cosa ho fatto di male?- sibilò rigiro – Quella volta volevo solo stare un po’ solo con Jamie perché ne aveva passate tante, e sì, ti ho mentito, wow, uccidiamo chiunque dica una piccola bugia!- si girò iniziando a vestirsi.
Harry alzò gli occhi al cielo, nervoso come non mai - Le piccole bugie hanno conseguenze, Draco.-
Draco lo fulminò - È stata una cazzata, Harry. Sul serio. Per una cazzata simile non ti fidi più di me?-
Una cazzata simile?
- Non ho detto che non mi fido di te.- disse, ma sputò le parole come se fossero sbagliate e bruciassero la gola.
- Ah davvero?- gli occhi di Draco dardeggiavano – Credevi ti avessi mentito e sei venuto a controllare. Se non è mancanza di fiducia questa!-
Stava accadendo davvero? Harry era incredulo.
Draco aveva appena definito una cazzata tutto ciò che era accaduto. Ciò che ne era conseguito? Il dolore, la separazione, quel mese così nero e la mancanza… tutto una cazzata?
Fu troppo. Semplicemente troppo.
Un’onda di sentimenti che Harry aveva fatto di tutto per sopprimere gli si riversarono dentro come uno tsunami. E fu devastante.
Quasi boccheggiò alla ricerca di mettere in ordini i pensieri mentre la rabbia si faceva strada tra la confusione.
Sul serio Draco pensava di essere nel giusto? Come poteva porsi ad innocente dopo quello che aveva combinato? Si erano lasciati per colpa sua, per il suo egocentrismo. Lui li aveva lasciati.
- E perché dovrei fidarmi di te?- soffiò e quelle parole ebbero il sapore amaro sulla lingua, gli provocarono la nausea, ma non riuscì a fermarsi. Non più. – Sul serio. Vuoi parlarne? Va bene.- strinse i denti – Ho tutto il diritto di dubitare perché quella bugia ha avuto conseguenze ben peggiori!-
Draco si strinse nelle spalle – Non avrei potuto prevederlo, lo sai.-
Harry si alzò e raggiunse Draco. Lo affrontò con il dolore negli occhi.
- Non avresti dovuto.- sembrò una minaccia – Mentirmi, fare di testa tua. Ci siamo insieme in questa storia, se volevi stare solo con lui vi avrei lasciato soli.-
L’aria era densa come melassa.
– Ho fatto un errore, Harry. – soffiò Draco serio in volto – Un singolo, stupido, errore.- sviò lo sguardo, poi tornò su di lui e Harry notò il lieve rossore – Che vuoi che ti dica? Ho sbagliato. Ma quante volte mi sono già scusato? Pensavo l’avessimo superata.-
L’aveva davvero superata? La verità vibrò dentro di lui distruggendo ogni illusione che si era creata.
Erano avvelenati. Lui e Draco, erano come infettati dal loro passato, dalle cose non dette, dalle cose lasciate perdere.
Quando lo aveva stretto poche ore prima aveva avuto la sensazione che si fossero mancati e in quel momento quella realtà lo stava schiacciando sotto un pesante fardello che avevano ignorato.
Si era mancati perché si erano allontanati.
Ma quando era successo? Dopo la lontananza? Dopo la luna di miele?
Si erano mai riavvicinati o si erano solo illusi di averlo fatto?
Si erano mancati perché non si erano mai davvero ritrovati.
Ed ora quel Ti amo ripetuto ossessivamente, chiesto ossessivamente aveva un altro colore, un'altra sfumatura.
La verità si era nascosta appena sotto uno strato della sabbia ed era bastata una lieve folata di vento, una semplice domanda per riportarla a galla. Risvegliando un rancore che Harry si era sforzato di mettere a tacere, di ignorare.
Ed ora, in quel momento, avrebbe dovuto farlo di nuovo. Insabbiare tutto. Scusarsi, baciare Draco e fare pace.
Avrebbe dovuto solo mettere ancora, per l’ennesima volta, da parte i suoi sentimenti e tacere, nasconderli.
Era per il loro bene, per stare con loro.
Si era annullato per stare con loro.
Per reggere gli sguardi delle foto che li ritraevano assieme che sembravano accusarlo.
Tu che ci fai qui?
- Hai rinunciato a noi, Draco.- soffiò, incapace di tacere.- Una parte di me non te lo perdonerà mai.-
Fece male guardare Draco negli occhi. Vide le pupille dilatarsi. Gli occhi già rossi divennero lucidi in un attimo, fino a che una lacrima non sfuggì.
Avrebbe voluto tendere la mano per raccoglierla. Avrebbe voluto abbracciare Draco e dirgli che andava tutto bene.
Ma non lo fece.
Draco schiuse le labbra piano, come se cercasse di parlare - Non mi ami più?- chiese a stento.
Harry avvertì una fitta di dolore al petto– Se non ti amassi…- soffiò stringendo i pugni – Se non ti amassi non sarei qui.-
- Se non ci fosse Jemie non saresti qui.- lo sentì rimbeccare. Non era una domanda.
Questa poi.- Non è così.- ringhiò.
- Ah no?- altre lacrime scivolarono sulle sue guance, Draco le asciugò nervosamente con la mano – Quando siamo insieme non parli che di lui.-
- Anche tu.-
- Lo svegli per fare l’amore con me vicino, Harry. Credevi davvero che non mi sarei svegliato?-
La voce si incrinò lievemente da un singhiozzò Harry ebbe l’impulso di controbattere quando Draco scosse la testa.
- Non dire nulla, va bene? Sei deluso da me, una parte di te mi odia e se è anche vero che mi ami ancora non puoi negare una semplice verità…- lo guardò dritto negli occhi, un’altra verità che giaceva sotto la sabbia che stava per essere rivelata. Harry ebbe l’impulso di posargli una mano sulle labbra per farlo tacere. Ma non si mosse.
– Ami lui più di me.-
Fu come un interruttore. Fece click ed Harry sentì le forza abbandonarlo, scivolare via. Cercò dentro di sé la risposta, ma non ottenne che silenzio dalla sua mente.
Guardò Draco piangere in silenzio, mentre affrontavano verità che si erano negate.
Verità che ora erano incapaci di restare nascoste.
Stavano cadendo, e il suolo si avvicinava ad una velocità esorbitante. L’impatto era inevitabile.
- Forse.- ammise piano abbassando gli occhi.
Furono colpiti, e fece male.
Draco non aggiunse altro. Prima che Harry riuscisse ad alzare gli occhi, raccolse i suoi vestiti e si infilò in bagno.
Mentre Jamie era rinchiuso nel suo sgabuzzino buio, inconsapevole del disastro che era appena accaduto.



 
 
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Titolo: Se non puoi batterli...
Cow-t 9, Quarta settimana, M1.
Prompt: Rivelazioni
Numero parole: 2019
Rating: Verde
Fandom: Harry Potter

Se non puoi batterli...


 

Tornare a lezione dalla Cooman per Harry era un vero tormento. doversi sedere lì ogni settimana sapendo che, a parte qualche sporadica profezia, la professoressa non aveva alcun talento, era davvero seccante. Però aveva imparato ad assecondare le letture: metterci morte e sventura faceva lievitare il voto sempre e comunque.
Quella mattina non era una mattina diversa dalle altre, Harry si arrampicò sulla scalinata con Ron che si lamentava che Hermione lo faceva studiare anche se stavano finalmente insieme e si sedette al tavolo davanti la sfera di cristallo.
- E ora, cercate di vedere il futuro!- ordinò la professoressa con un sorriso trasognante e fiducioso.
Harry abbassò gli occhi sulla sfera e iniziò a muovere le mani con fare danzante sulla stessa, predicando implorazioni sul futuro. Lo faceva con un sorrisetto beffarlo ed un enfasi che faceva ridere tutti quelli che lo guardavano. Ovvero tutta la casse.
Poi guardò nella spera e attese. E attese. E attese ancora.
- Amico, cosa vedi?- soffiò Ron esasperato.
- il nostro riflesso.-
- Magari devi fargli una domanda specifica. Tipo: quali sono le domande del prossimo compito di pozioni?-
- O chi vincerà la prossima partita? - rimbeccò Harry divertito.
- Oppure se Hermione e io riusciremo a andare oltre i baci.-
- E dai!- gli dette una spallata - Non farmi pensare a queste cose con voi due! Ho ancora la colazione sullo stomaco!-
Ron alzò un sopracciglio - Beh, allora chiedigli quando ti troverai qualcuno anche tu. Amico, davvero, dovresti iniziare a cercare qualcuno. Ti voglio vedere felice! -
-O occupato.- rimbeccò - Così puoi stare da solo con Herm.-
Ron fece un largo sorriso - Non puoi giudicare un amico per volerti felice. Se poi questo mi porta a pomiciare con la mia ragazza, tanto meglio.-
Ridacchiarono, poi Harry tornò alle sfera. Una domanda precisa, eh?
- Qual è la prossima persona che bacerò?-
Fissò nell'enorme palla di vetro e attese. In un battito di ciglia però, una strana nebbiolina fece capolino dal centro e si condensò in due piccole figure di cui una riconobbe essere lui mentre teneva alle strette qualcuno prima di avvicinare i loro visi fino a baciarsi. Sbatté tre volte le palpebre e cercò di mettere a fuoco chi fosse la persona, ma non ci riusciva. Poi sentì il rumore di qualcosa che cadeva e si ritrovò il video della professoressa a due centimetri da lui; aveva gli occhi vitrei e le labbra schiuse, mentre nella sala cavala il silenzio.
- L'amore il prescelto attendere - tuonò, con voce profonda e gutturale - ma di ragione si difende! l'antico nemico d'amore si strugge, e nessun vince se si fugge! -
Il silenzio calò e la Cooman iniziò a tossire, poi in un battito di ciglia la lucidità tornò nei suoi occhi.
- Potter...?- domanda confusa - che ai da guardarmi?-
Un0altra profezia? Cos? dal nulla? Sulla sua situazione amorosa e nulla che riguardava la vita o la morte?
Perfino il destino non ne poteva di vederlo single.
In ogni caso, le parole della profezia narrata davanti a tutti fecero il giro della scuola. E, in poco più di due minuti, iniziò a farsi strada anche l'ipotesi su chi possa essere il fantomatico antico nemico che sarebbe potuto essere il suo vero amore.
- Ma tu hai solo nemici maschi!- esclamò Neville pensieroso - Non hai mai avuto screzi con nessuna che io sappia.-
Herm faceva della strane smorfie come se cercasse di non ridere - No, nessuna.- confermò.
- Allora chi...-
La ragazza cercò di non farlo, ma con la testa si voltò per qualche attimo sul lato serpeverde. Bastò.
Illazioni iniziarono a espandersi come una macchia d'olio. Entro la fine della giornata, sulla bocca di tutti e nell'idea collettiva, l'antico nemico che avrebbe stregato il cuore del golden boy altri non era che Draco Lucius Malfoy!
Come se ciò non bastasse, nei giorni seguenti, dei veri e propri fan club vennero creati per tifare quella strana coppia.
Harry Potter aveva provato a fermare l'orda di convinzione che si stava instillando in tutti con qualche rimostranza, ma più protestava, più sembrava negare l'evidenza per loro.
Anche se non c'era nessuna evidenza!
Ancora una volta si era ritrovato invischiato in male lingue e pessimi pettegolezzi.
Non mancò molto che, ormai sparsa in tutta la scuola, Draco Malfoy non si presentasse da lui con un espressione furente sul volto.
- Che cazzo vai dicendo alla gente?- sbottò iroso.
- Proprio niente!- replicò Harry sulla difensiva - E' stata... una serie di eventi.-
Gli occhi grigi di Draco brillavano di rabbia, mentre afferravano il mantello per spinge con forza sul muro - Elimina queste voci.- gli ordinò.
- Ci ho già provato.-
- Provaci meglio!-
Harry alzò gli occhi al cielo - Abbi pazienza, non è colpa mia.- soffiò - Aspettiamo che la cosa sfumi e vedrai che nel giro di un mese la cosa sarà già dimenticata.-
- Potter, ci immaginano insieme! Io e te! - esclamò l'altro esasperato - Ti rendi conto della gravità della situazione?-
Harry mise il broncio - Non è proprio così grave, non credi?-
- Certo che lo è! -
- Beh, in ogni caso starmi così appiccicato e vicino, pensi possa aiutare?-
Malfoy si allontanò da lui quasi scottasse e mise il broncio, leggermente rosso in viso - La situazione è insostenibile! Girano cose su di noi.-
- Che tipo di cose?-
- Storie.-
Harry aggrottò le sopracciglia e Draco gli allungò un piccolo volumetto. Gli bastò leggere qualche frase per restare senza parole.
- Ma qui noi...-
- Esatto.-
- Cioè, nei dettagli.-
- Capisci?- esclamò Malfoy ancora più rosso - Dobbiamo fare qualcosa!-
Il grifondoro lo guardò con un espressione assente per qualche attimo - cosa suggerisci?-
L'altro si guardò attorno, come a cercare una soluzione - Uccidere tutti...?- propose.
- Non penso sia fattibile.-
- Querelare i creatori di questa schifezza?-
Harry la sfogliò, ma non sembravano esserci nomi o indicazioni di sorta su chi fosse il creatore. Aggrottò le sopracciglia - Non possiamo fare niente Malfoy. Sono lasciare che la situazioni sfumi da sola.-
Draco assottigliò lo sguardo - Sei inutile, lo sai vero?-
Di scatto, prese il volumetto e andò via.
Harry sospirò gravemente.

Per giorni, si limitarono ad attendere che la cosa sfumasse, ma grazie ai fan club e i volumetti che giravano, ogni minuto che passava la cosa finì per ingigantirsi.
Ad un certo punto, la fantasia iniziò a mischiarsi con la realtà: per tutta la scuola non era più solo una voce, era la verità.
Per tutti, Harry Potter e Draco Malfoy erano una coppia fatta e finita.
Il serpeverde era passato in le fasi del lutto: diniego, rabbia, depressione, tristezza...
Per l'accettazione erano ancora tutti in attesa.
Harry d'altro canto, non era sicuro di cosa pensare della situazione. Dapprima ne era stato leggermente infastidito, ma il fastidio era svanito com'era apparso e per tutto il tempo si era divertito a rintracciare volumetti e leggere cosa la gente pensasse di una loro possibile relazione.
Col tempo, era perfino diventato un fan della loro finta coppia.
Fu mentre stava leggendo con particolare attenzione su come la lingua del bel serpeverde avrebbe giocato con la sua avidamente che qualcuno lo raggiunse.
Con gli occhi di qualcuno che era lì per fare una strage, Draco Malfoy disse - Io ti odio.-
Harry si armò della migliore espressione innocente prima di dire - Non secondo tutta la scuola.-
- Se vuoi che ti uccida basta che lo dici. Mi firmi una liberatoria così sarò esentato da Azkaban, per il resto ti faccio scegliere quanto dolorosamente vuoi morire.-
I due si guardarono, poi Draco sospirò e si sedette vicino a lui, teso come la corda di violino - Perché a te non da fastidio?- gli domandò.
Harry lasciò scivolare gli occhi su una frase del testo per prendere tempo e riflettere sulla domanda - Eravamo condannati quando è nata l'insinuazione.- confermò - Che senso avrebbe avuto dannarci a tentare di mettere a tacere le voci?-
Draco gli lanciò un'occhiata in tralice - Avremmo potuto almeno provarci.- disse - Potter, la gente ci crede davvero un coppia. Te ne rendi conto?-
Harry si guardò attorno e cercò lo sguardo di alcuni alunni che erano nei paraggi. Ovviamente, erano tutti a guardarli ed era sicuro che tutte le conversazioni che fingevano di avere per non sembrare troppo ovvi fossero comunque incentrate su di loro due.
- Potremmo provare a lasciarci.- propose d'un tratto.
- Come?-
- Lasciarci.- scrollò le spalle - Possiamo fare una scenata incredibile e fingere di rompere. Poi ci fingiamo col cuor spezzato e magari col tempo la smetteranno di tormentarci.-
Tra loro regnò il silenzio per un lungo minuto, poi Harry si alzò - Pensaci.- scrollò le spalle e poi fammelo sapere. Si avviò lungo il corridoio, ma Draco lo seguì prontamente.
- Come puoi parlare così?- sbraitava - Tu sei completamente assurdo, lo sai?-
D'un tratto un gufo planò dalla finestra e rischiò di colpire Draco in pieno viso, Harry lo afferrò al volo e lo spinse sul muro per essere sicuro fosse incolume.
- Stai bene?-
Draco alzò gli occhi, ancora confuso dagli eventi. Guardò il gufo che si alzava stordito ma bene, poi guardò lui. Con i capelli un po' sconvolti dal movimento brusco, il suo viso aveva un'ara più trasandata e sexy. Nella mente di Harry si affollarono le mille immagini mentali lette tra le righe dei racconti, ma prima di ogni altra si figurò nella testa l'immagine vista oltre il vetro di una sfera. Lui che braccava una persone al muro, poco prima di baciarla.
Realizzò che era quella scena, e realizzò che quel bacio era inevitabile.
Ma ancora più devastante fu realizzare che era una scusa perfetta per serrare le loro labbra, cosa che non vedeva l'ora di fare.
Lo baciò con impeto e un po' di urgenza. Le sue labbra erano così morbide e fu belle baciarle. Così bello, che non riuscì a smettere.
Dopo un attimo di esitazione, Draco iniziò a cercò di tirare la testa all'indietro ma il muro fu impetuoso. Era senza scampo e senza forze.
Come se si fosse arreso all'opinion di tutti, Draco schiuse le labbra piano. Una piccola, microscopica concessione, che fu come il crollo di una diga.
Due attimi dopo, il bacio s'infuocò. Dimenticarono di essere in corridoio, davanti a chiunque passava di lì, di non essere una coppia e nemmeno degli amici. Dimenticarono di aver odiato quella situazione, o di averla sopportata, o di averla vissuta in primo luogo.
ricordarsi che c'era un intero monto attorno a loro, divenne semplicemente impossibile.
Si staccarono, senza fiato e con il cuore a mille e si guardarono consapevoli che quello cambiava tutto. Tutto.
- ...tu sei completamente pazzo.- soffiò Draco tra un respiro e l'altro.
Harry non potette dargli torto. Lo liberò dalla costrizione e alzò le spalle.
- E ora... lasciami.- soffiò - Se vuoi colpirmi, schiaffi e non pugni.-
Una strana luce passò negli occhi di Malfoy, come se avesse capito solo ora il suo piano: confermare le voci, prima di confermare la loro rottura.
Harry aspettò la scenata, le urla, schiaffi, pugni e odio, ma l'altro gli restituì solo uno sguardo vacuo.
- E per quale motivo?- domandò.
- Mh?-
- Ti hanno appena visto ficcarmi la lingua in gola, se ci lasciassimo ora, sarebbe troppo strano non trovi?-
- beh...-
- Ti lascerò fra un po'.- continuò staccandosi a fatica dal muro come se gli tremassero ancora le gambe - Prima dobbiamo renderci ufficiali.-
Cosa stava dicendo?
Draco si sistemò i capelli con una mano, mentre cercava di darsi un tono - Ci vediamo stasera, Potter. Voglio un regalo e portami in un posto carino. Mielandia ovviamente non vale.- soffiò - E... cerca di metterti apposto i capelli. Se devo essere il tuo ragazzo, cerca di essere decente.-
Harry lo vide andare via con un espressione beffarda. Era tipo di lui: riacquistare il controllo della situazione nonostante tutto.
Ma Harry non poteva fare a meno di sorridere e decidere che Draco Malfoy era inequivocabilmente il suo ragazzo. Per davvero.


 
 
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Insicurezze

Mar. 3rd, 2019 10:47 pm
macci: (Default)
Titolo: Insicurezza
Cow-t 9, Quarta settimana, M1.
Prompt: Rivelazioni
Numero parole: 2019
Rating: Verde
Fandom: Harry Potter
Insicurezze


Se dopo cinque mesi di lontananza Harry credeva di aver trovato Draco Malfoy già molto incinto per i suoi gusti, col passare del tempo si era ritrovato a ricredersi. Nei restanti mesi era letteralmente lievitato, pur restando magro per il resto del corpo donando al suo corpo una protuberanza così atipica che doveva ammettere con un certo dispiacere di trovarlo ancora strano.
Un uomo era incinto e quel frugoletto in arrivo e lui avvertiva i rimorsi di coscienza nel avvertire dentro di lui che qualcosa non concordasse con la più basilare logica.
La prima volta che erano stati insieme era stata improvvisa e inaspettata, la seconda volta una consapevolezza più che una scelta: voleva stringerlo di nuovo tra le sue braccia a prescindere di tutto e tutti.
-Draco.- soffiò un pomeriggio dopo essere uscito prima da lavoro per raggiungerlo a manor munito di provviste su ogni sorta di voglia avuta e pure su possibili voglie future.
-mh?-
-Come ti senti?-
Draco lo aveva guardato, seduto sulla poltrona con un libro in mano. Aveva il libro appoggiando sull’enorme pancia e sembrava seccato da quella domanda.
-Come una mongolfiera, grazie per averlo chiesto.-
Un po’ lo sembrava, pensò Harry in colpa, ma non poteva dirlo.
Merlino, si apprestava ad essere un marito orribile…
Ingoiò il rimorso e si avvicinò per rubargli un bacio leggero sul labbra, bacio che restò glaciale.
Draco non era di buon umore. Beh, non lo era per ovvie ragioni, lui più di entrambi era quello che non avrebbe voluto mai scopare con un vecchio compagno di scuola e ritrovarsi incinto, soprattutto perché non era normale su ogni punto di vista, ma oggi sembrava non essere di buon umore per ulteriori e sconosciuti motivi.
-Massaggio ai piedi?- domandò in extremis, con un sorriso gentile.
Il suo ragazzo alzò gli occhi dal libro solo un secondo prima di riabbassarli –Sto bene, Potter.- disse, freddamente – Puoi anche andare via. Me la cavo benissimo da solo.-
-Stai cercando di litigare.- realizzò. Non era la prima volta. Ogni tanto i nervi del padrone di casa erano talmente tesi che sentiva il bisogno di litigare e ogni scusa era buona per aggredirlo. Le prima volte era caduto nel tranello, era anche andato via sbattendo la porta per poi tornare due secondi dopo consapevole di essersi comportato come un cretino, poi Hermione gli aveva svelato l’arcano: pazienza, era la parole giusta.
-Non sto cercando di litigare.- lo freddò immediatamente –Sto cercando di non vomitare. Puzzi, Potter. –
D’istinto, Harry provò ad annusarsi –Oh.-
-O ti fai una doccia, o te ne vai.-
-Non dovresti più avere le nausee mattutine.-
-Ho le nausee normali di una persona che non può avere un compagno che puzza.- disse, girando la pagina.
Harry sospirò gravemente –Vado a casa a fare una doccia, torno entro un’ora.- soffiò –Se c’è bisogno…-
Draco fissava ora le pagine come se cercasse di capire il significato di una parole precisa –sì, lo so.-
Mentre entrava nel camino della sala, per qualche ragione, Harry si sentiva come se stesse sbagliando tutto, ma prese lo stesso la pozione e svanì.

Harry si sentiva in torto praticamente sempre: per trovare la situazione strana, per odiare il fatto che una persona che era evidentemente stressata se la prendesse con lui, per odiare di sentirlo distante.
Questa faceva particolarmente male.
Era vero, la loro storia era passata da un gioco molto appassionante a un rapporto di assenze e incomprensioni.
Sembravano due corde scordate di chitarre completamente diverse, distanti e per nulla adatti a stare insieme…
Ma Harry si presentava da lui ogni giorno, nonostante ciò, stringeva i denti nonostante ciò, si forzava a restare nonostante ciò.
- Il bambino non è ancora nato.- soffiò Draco non appena varcò di nuovo la soglia.
- Vorrei ben sperare, è ancora presto.- replicò Harry sedendosi al divano accanto alla sua poltrona. Nella sala c’era solo il rumore della pagine sfogliate e lo scoppiettio del fuoco.
- Dammi i piedi.- disse facendo pat pat sulle proprie ginocchia – Ti faccio un massaggio.-
Draco alzò lo sguardo e lo guardò, senza capire, poi sembrò tentato. Tentato di ribattere qualcosa acidamente e allo stesso tempo, volenteroso di ricevere quella coccola. Decise che tutto sommato che Harry doveva restare lì, tanto valeva che si rendesse utile.
Aveva le caviglia gonfie, pensò mentre iniziava a massaggiarli, era normale in gravidanza. Nel tempo, aveva iniziato a mettere insieme informazioni su cosa fosse normale o meno durante la gestazione, e aveva iniziato a analizzare i comportamenti e i cambiamenti nel proprio partner, un po’ per essere preparato un po’ per riuscire a mettere insieme i pezzi di quelle realtà.
Draco chiuse il libro con uno scatto e lo guardò, infastidito.
- Perché vieni qui se non ci vuoi stare?-
Harry alzò gli occhi confuso – Come?-
- Oh, andiamo!- esclamò l’altro serrando la mascella – Stiamo per avere un figlio, direi di essere sinceri una volta tanto. –
- Non so di cosa tu stia parlando.-
- Mi trovi disgustoso.- tagliò corto il biondino con un sopracciglio alzato. Non era un insinuazione, ma una cognizione di causa.
Harry schiuse le labbra per poter ribattere ma Draco insistette – Non dobbiamo stare insieme per forza.-
- Mi stai lasciando?- domandò Harry, confuso.
- Siamo mai stati insieme in primo luogo?- replicò l’altro piccato – Vieni qui, quasi nemmeno mi guardi, sembri voler essere altrove e poi vai effettivamente via.- replicò – Direi che la situazione è abbastanza chiara.-
Harry sbatté tre, quattro, cinque volte le palpebre senza afferrare gli eventi. Poi capì cosa stava succedendo; insicurezza.
Tutte le sue, quelle che aveva cercato di ignorare erano invece state evidenti e si erano ripercosse su ogni aspetto della loro relazione.
- Hai ragione.- disse e Draco sviò lo sguardo per non permettergli di vedere quanto quelle due semplice parole lo ferivano. Provò a tirare via i piedi, ma Harry se li tenne stretti, riprese anche a massaggiarli, con più forza e convinzione di prima – Hai ragione, dovrei trasferirmi qui.- disse.
Draco tornò a guardarlo e i suoi occhi si assottigliarono rendendo lo sguardo affilato – Non fare finta di non capire.-
- No, ho capito.- replicò Harry subito - Ho capito quello che vuoi dire, ma in tutto quello che hai detto non ho sentito le parole “non ti voglio qui”. Quindi ti informo che, a meno che, tu non mi voglia effettivamente cacciare, non me ne andrò.-
- Non rigirare le frittata, Harry.- replicò Draco mentre l’altro dedicava particolarmente attenzione alla pianta del piede che a giudicare dalla smorfia che fece sembrava davvero tesa.
- Non…- Draco esitò – Non ti impedirò di vedere il bambino. Non serve che ti sforzi tanto.-
- Tu mi vuoi qui sì o no?- replicò Harry.
Draco esitò, visibilmente – Non così.- replicò allora.
- E cosa vuoi?- domandò subito l’altro.
Draco si accarezzò la pancia e quel gesto fece sentire Harry di nuovo a disagio.
- Cosa voglio?- echeggiò la voce di Draco piano – Voglio che non mi guardi così.- ammise – Ti disgusto, Harry. Non riesci nemmeno a fingere che non sia così.-
- Non mi disgusti.-
- A me sembra proprio disgusto.-
- Non lo è.-
- Ah sì? E cos’è allora?Odio? Ribrezzo?-
Harry smise di massaggiare i piedi e strinse le labbra – Ascolta,- soffiò – Nella mia vita mi sono dovuto abituare a molte cose strane e non è stato semplice come sembra. – lo guardò, e i suoi occhi si fissarono sul pancione – Lì dentro c’è nostro figlio, e sì… è incredibilmente strano. Assurdo, per dire. E’ da un mese che sono qui e non riesco a concepire che lì dentro ci sia un bambino. – scosse la testa – Se tu avessi solo acquistato peso, non avrei avuto alcun problema, ma che lì dentro ci sia una vita… è strano per me da concepire. Tutto qui.-
- … Tutto qui?- scattò Draco tirando via i piedi e mettendosi dritto sulla seria, per riuscire ad avere un minimo di autorità – Hai idea di cosa si provi a avere questo pancione e sentire questa cosa muoversi dentro di me?-
Harry lo fissò e Draco continuò – Fa paura. Non è normale e non so come facciano le donne!- si posò una mano sulla pancia – Non penso che loro debbano affrontare l’assurdità di questa situazione, a sentirsi così…. Sbagliato.- esitò, la sua voce tremò, come se cercasse di trattenere le lacrime – E vedere te giudicarmi, non aiuta affatto.-
Harry capì che non era l’unico a dover venire a patti con la situazione, a non sentirsi a proprio agio e non era di certo quello che doveva sentire quel bimbo muoversi tra le sue viscere.
Il disagio, era una cosa che condividevano, e questo, lo rassicurò come se s fosse svegliato da un incubo. E ora, era suo compito rassicurare lui.
Si fece vicino e poggiò una mano sulla sua pancia – Mi dispiace.- soffiò – E’ normale come ci sentiamo, nessuno dei due si aspettava una cosa simile, ma mi rifiuto di non esserci e di non affrontarlo insieme.-
- Ma…-
- Scopriremo insieme come affrontare questa cosa.- insistette.
Draco sviò lo sguardo per evitare di fargli vedere gli occhi rossi, Harry si allungò per rubargli un bacio e si rifiutò di relegarlo a quell’asettico contatto a cui si erano abituati. Insistette nel lambirle e, dopo un eterno momento di incertezza, sentì Draco sciogliersi.
Due attimi dopo un bacio nuovo e coinvolgente li colse alla sprovvista, come se tutto fosse scivolato via.
Per un attimo, Harry dimenticò dell’enorme protuberanza che avevano tra loro, dimenticò perfino ogni sua paura. Ricordò solo di quanto desiderasse l’altro. Si fece avanti e sobbalzò quando, schiacciandosi sull’altro, si ritrovò scacciato dall’enorme addome. Guardò il pancione e sbuffò.
- Posso già odiare un po’ nostro figlio?- domandò.
- Mettiti in fila.- replicò Draco.
Ridacchiarono, addolciti dalla situazione. Harry gli accarezzò i capelli prima di rubargli un altro bacio – Io e te dobbiamo parlare.- soffiò – Non possiamo continuare a tenerci le cose o… sparire.-
-Ancora me lo rinfacci? –
- E’ per chiarire.- insistette – dobbiamo confrontarci, altrimenti non potremo mai avere una relazione sana. Perché io voglio avere una relazione sana Draco, voglio stare con te.-
Gli occhi grigi dell’altro lo studiarono e la domanda successiva lo lasciò perplesso – Perché?-
-Come?
-Perché.- soffiò – Del resto abbiamo fatto sesso due volte in croce, non puoi certo amarmi.-
Harry alzò un sopracciglio e abbassò gli occhi sul pancione per poi rialzarsi e con essi un sopracciglio. L’altro arrossì.
- … non hai mai detto di amarmi.- corresse allora.
Oh, ecco quel’era il problema. Harry gli prese il viso tra le mani e riprese a baciarlo fino a che l’aria glielo concedeva, poi soffiò, a due centimetri dal suo viso –Certo che ti amo.- si dichiarò –Non ti libererai di me, non vado da nessuna parte.-
-Ma…
-Chiedo a Ron e Hermione di portarmi le mie cose. – insistette – Prenderò un congedo di paternità, resterò qui.-
-Non puoi lasciare tutto.-
-Sì che posso.- replicò – Noi due abbiamo bisogno di un po’ di tempo da soli prima che arrivi questo mostriciattolo piangente a toglierci il sonno. – poi fece l’occhiolino.
Draco alzò le mani e iniziò a pettinargli i capelli ancora umidi dalla doccia.
-Spero non abbia i tuoi capelli.- mormorò divertito – Potrei impazzire nel metterglieli a posto.-
-Spero non abbia…- lo guardò con attenzione – No, non trovo nulla che non mi piaccia di te.-
-Mi stai lusingando.- lo accusò gentilmente.
-La smetto?-
-No, anzi. Continua.- sorrise.
Harry gli rubò un altro bacio. Tornarono seduti ognuno nelle proprie posizioni, Draco tornò a leggere il libro e l’altro a massaggiargli i piedi doloranti. Per molto restarono in silenzio, godendosi la rinnovata allegria che riempiva l’aria.
In pochi giorni il trasferimento fu completato, e Harry annunciò la sua paternità a lavoro per poter usufruire delle ferie.
I due innamorati attesero l’arrivo dei pargolo per un tempo che parve infinito.
Nacque ad aprile e fu un bellissimo ometto.
E non appena lo videro, se ne innamorarono perdutamente.


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Titolo: Reazioni inaspettate
Cow-t 9, Quarta settimana, M1.
Prompt: Rivelazioni
Numero parole: 2019
Rating: Verde
Fandom: Harry Potter
Reazioni inaspettate

Nella sala grande Harry era seduto al tavolo quando lo stormo di Gufi entrò in sala e roteando sulle loro teste per dare spettacolo prima di posarsi davanti ai destinatari delle lettere.
Quando un gufo argentea si posò davanti a lui, Harry sbuffò.
Da quando si era lasciato con Ginny, una alla volta, le ragazze di Hogwarts si erano fatte avanti per dichiararsi.
La lesse; era una richiesta di poterlo incontrare in guferia. Sbuffò ancora.
Ci andò trascinando i piedi.
Si fermò davanti la porta della guferia con la volontà di sbrigarsi a rifiutarla e scappare agli allenamenti di quidditch, così aprì la porta con un gesto secco.
Peccato che dall’altra parte della porta ci fosse solo Draco Malfoy.
Malfoy si girò, puntando gli occhi metallici e freddi sulla sua figura. Per un attimo Harry restò immobile senza capire cosa stava vedendo.
-Cosa…- soffiò confuso –Cosa ci fai tu qui?-
–Un banchetto reale.- rispose con voce bassa –Cosa pensi? –
Ah, ma certo, pensò distrattamente, probabilmente stava spedendo una lettera.
Harry fece un passo avanti, cercando d’istinto nella stanza –Hai visto qualcuno?- domandò –Dovevo incontrare una persona.-
Il sopracciglio biondo si alzò con calcolata lentezza -Sì, lo so.- ammise – Infatti sono proprio qui.-
Harry lo fulminò con lo sguardo –Qualcun altro.- sentenziò, alzando la lettera stropicciata tra le mani –O sei tu la misteriosa persona che vuole dichiararmi amore eterno?-
Qualcosa vacillò nello sguardo del biondino e quell’espressione aveva qualcosa di familiare. Aveva visto quello sguardo in molte delle ragazze che gli si erano dichiarate, era quell’insicurezza che precedeva le parole.
Ad Harry manco il fiato -…Malfoy?-
Draco si morse un labbro e sembrò indeciso finché non rialzò gli occhi su di lui –Magari non proprio amore e di certo non eterno.- esordì – Ma la persona che devi incontrare sono io.-
Harry lo fissò, sbigottito –Beh sono qui. Di cosa volevi parlarmi?-
Draco s’irrigidì, sviò lo sguardo, poco prima di tornare su di lui –Penso che ti mi piaccia.- confessò Draco con gli occhi spenti e una nota di sconfitta nella voce –E sono qui per chiederti di darmi una possibilità.-
Ci fu silenzio.
Un silenzio così denso di Harry trovò difficoltà a respirare - … che scommessa hai perso?-
-Solo con la vita, Potter.- mormorò l’altro in un sospiro –Purtroppo sono serio.-
-Certo, e io dovrei crederti.-
Draco sembrò infastidito dal suo atteggiamento. Strinse le labbra con disappunto e abbaiò un – Rifiutami e basta.- seccato.
Harry sbatté le palpebre tre volte, ancora incapace di capire la realtà. Draco fece un sogghigno privo di allegria prima di fare un piccolo inchino – Prego, inizia pure. Sii più crudele che puoi.-
–Stai dicendo che mi ami e mi chiedi di rifiutarti?- soffiò incredulo.
Draco evitò il suo sguardo –E’ quello che farai, no? Ti sto solo suggerendo di procedere.-
Harry aveva piuttosto fatto incetta di dichiarazioni d’amore, ma quella la batteva tutte. Lo irritava, scoprì. Qualcosa in quella remissività lo irritava terribilmente –Malfoy, perché non la pianti e mi dici che sta succedendo?-
Draco alzò gli occhi su di lui, qualcosa ruggì nella profondità del suo sguardo.I suoi occhi brillarono, lucidi, addolorati da un amore che non lasciava scampo alla felicità.
In quell’istante Harry ebbe la certezza sulla pelle che Draco Malfoy era davvero lì per dichiararsi. Da dove veniva questo sentimento? Un incantesimo d’amore!
-Devo portarti da Snape, sei evidentemente sotto l’effetto di qualche pozione.-
Draco sospirò gravemente –Credi che non mi sia già autosomministrato ogni sorta di contro pozione possibile?
-Potrebbe esserti sfuggito qualcosa.-
–Sono il migliore pozionista della scuola, non credo proprio.-
-Andiamo, deve esserci qualcosa.- soffiò piano – Non puoi essere davvero innamorato di me.- avrebbe voluto ridere. Mai in vita sua avrebbe pensato di pronunciare quelle esatte parole.
Draco abbassò gli occhi colpevole – Ti assicuro che non l’ho scelto io e se esistesse una pozione per far svanire questi sentimenti l’avrei già presa.-
Harry strinse le labbra – Quindi perché me lo stai dicendo?-
Draco incrociò le braccia, più a disagio che mai – Perché mi piaci, e non riesco a farmela passare. Non importa quanto tu sia …tu. Questo è l’unico modo, penso. Rifiutami e facciamola finita.-
Harry sentì una punta di rabbia – Hai detto che eri venuto qui per chiedermi di darti una possibilità, ma in verità sei qui per farti rifiutare.-
–E perché dovrei pensare anche solo per sbaglio che tu voglia accettare di metterti con me? Andiamo, Potter! Sono così stupido da innamorarmi di te, ma non così tanto da credere di avere qualche speranza.-
-Non ho nemmeno il beneficio del dubbio? Non mi stai dando nemmeno una possibilità di decidere cosa fare!–
Draco alzò davvero gli occhi al cielo come se fosse Harry quello a dire cose assurde - Va bene, allora…- fece una pausa teatrale – Harry Potter, mi faresti l’onore di diventare il mio ragazzo?-
Draco era davvero con lui, lì, e lo guardava in attesa di quel “no”. Cosa che fece dire ad Harry, con una risolutezza che non si sarebbe mai aspettato – Sì.- seguito da un altrettanto determinato –Accetto.-
Contò quattro secondi buoni prima che la consapevolezza raggiunse Draco, vide gli occhi spalancarsi, le labbra schiudersi, le sue pupille dilatarsi – Non è divertente.-
Harry disse –Ora stiamo insieme.-
Per un lungo minuti i due si fronteggiarono. Draco era indeciso su cosa fare, e Harry pensò che se doveva tirarsi indietro era quello il momento.
-Essia.- soffio Draco con occhi attenti –L’hai detto. Non puoi rimangiartelo.-
-Non lo farò.-
-Ti rendi conto che ti sei appena messo con me?-
–Sì.-
-Bene.
-Bene.-
Il disagio si dilatò tra loro – Beh allora… ci vediamo, ci mettiamo d’accordo…. Per fare qualcosa insieme. Cose così.-
-Sì.-
-Certo.-
-Va bene.-
Draco dondolò due secondi sul posto prima di avviarsi alla porta, si girò solo un attimo sulla soglia per lanciare un’occhiata all’altro.
Harry alzò un sopracciglio mentre un sorriso divertito spuntò sulle labbra – A presto.-
Quando Draco andò via Harry si prese qualche attimo rendersi conto, contro ogni logica… che si era davvero messo con Draco Malfoy.

**


Harry non aveva molte idee per un appuntamento, non è che fosse stato a molti. Aveva immaginato di doverlo fare in un posto dove nessuno avrebbe potuto vederli così aveva portato Draco Mafloy in riva al lago per fare una passeggiata, sedersi, mangiare qualcosa.
Passeggiarono vicino all’acqua mano nella mano, impacciati, e silenziosi, poi Harry si fermò sulla rima e guardo i loro riflessi nell’acqua.
- è solo una mia impressione o siamo strani?- domandò, per interrompere quel silenzio.
Vide il riflesso di Draco osservarli –Harry Potter e Draco Malfoy.- mormorò –Una coppia.-
Draco tirò le labbra in un sorriso ironico –Beh ormai siamo in ballo, balliamo!-
-Vuoi ballare?-
Draco alzò un sopracciglio –Ci sono molte cose che voglio fare, ma ballare non è una di queste.-
Harry si ritrovò a ridacchiare spensierato, cosa che non gli accadeva da un po’ –Ma dimmi un po’, da quanto ti piacciono gli uomini?-
Draco meditò per tre passi prima di rispondere –Non mi piacciono.-
-Come no? E io?-
-Mi piaci tu.- replicò con naturalezza –Non loro.-
Il cuore di Harry gli regalò una leggera fitta, fu strano ritrovarsi quasi emozionato per una cosa del genere –E da quanto? Da quanto ti piaccio?-
Draco gli lanciò un’occhiata veloce, poi tornò a guardare davanti a sé –E a te? Piacciono gli uomini?-
Quella domanda lo colse in contropiede. Era una domanda complicata, non perché non conoscesse la risposta ma perché non riusciva a vedere più in là del suo naso in quel momento.
Harry non era particolarmente interessato all’amore, non ne sentiva il bisogno, credeva che dopo quello che aveva passato di meritarsi un po’ di riposo in generale. Aveva lasciato Ginny perché lo assillava, voleva uscire insieme, voleva passare il tempo insieme, cosa che Harry non era in grado di concepire non appena finita la guerra.
Voleva divertirsi, voleva sentirsi libero, voleva un sacco di cose.
E ora era lì, mano nella mano con Draco Malfoy a meditare su come sentirlo durante le lezioni, o dopo le lezioni, e a pensare ai possibili posti per un appuntamento. A legarsi a qualcuno, pur avendo voluto finora essere libero da ogni legame.
Lui non aveva accettato di uscire con Malfoy un paio di volte per vedere come andava, quello che si erano scambiati rea una promessa di stare insieme e vedere come andava.
Guardò Draco e provò a immaginare cose come il baciarlo. Gli guardò le labbra chiedendosi come sarebbe stato…
Ne provò curiosità, una curiosità magari che sarebbe sfumata non appena le loro labbra si fossero effettivamente incontrate, ma non certo repulsione.
A dire il vero ebbe perfino l’impulso di spingersi contro di lui in quell’istante e togliersi quella curiosità, ma non lo fece.
Non era il momento, pensò.
-Non lo so.- ammise con una punta di nervosismo –Non ci ho mai pensato. Non credo di esserne attratto in generale, me ne sarei accorto prima, suppongo.-
- Tipo nelle doccia degli spogliatoi del Quiddicth?-
- Sì, tipo una cosa del genere.-
- Non hai allungato l’occhio mai?- domandò con una certa ironia Draco e un sorrisetto divertito –Proprio mai?-
Harry scrollò le spalle – Non che ricordi.-
Draco sbuffò come se la cosa lo deludesse, ma non sembrò davvero contrariato.
- A te è successo?- chiese allora Harry con un cipiglio perplesso.
Draco scrollò le spalle – Quando ho iniziato a produrre ormoni ho passato l’anno a tentare di inventare modi goffi di uccidere qualcuno e far entrare dei pazzi maniaci in una scuola. Durante la guerra ho vissuto con un pazzo psicopatico e dopo la guerra beh… c’eri tu.- le ultime parole quasi le sussurrò, strinse le labbra – Diciamo che non ho mai davvero avuto tempo per domandarmi cosa mi piacesse.- confessò piano.
Harry metabolizzò le sue parole, avvertendo una punta di fastidio e una punta di compassione. Draco aveva fatto errori durante la guerra, era stato dalla parte sbagliata, ma allo stesso tempo non aveva avuto altra scelta. Aveva vissuto sotto il suo stesso tetto, era un ostaggio.
- E quando ti sei domandato se ti piacevo?- domandò, incapace di frenare la curiosità.
Le dita ebbero un fremito, come se Draco fosse indeciso se continuare a parlare, chiuse gli occhi un attimo prima di riprendere – Non è servito.- mormorò – All’improvviso tu eri lì, e non volevi andartene.-
Harry sentì ancora quella fitta al petto. Non aveva mai creduto che Draco potesse parlare così apertamente con lui, non lo aveva mai nemmeno creduto poi così profondo…
E invece era un pozzo pieno di sorprese.
Draco Malfoy guardava davanti a lui, non riuscendo a guardarlo in viso e si stava dichiarando a lui in mille modi diversi affinché Harry capisse quanto fosse serio il suo sentimento.
E all’improvviso quel tenersi per mano divenne soffocante, perché Draco aveva intenzioni serie con lui, mentre lui invece l’aveva preso come un gioco, una curiosità.
Ma quella curiosità non era stata saziata, ma si ingigantiva parola dopo parola, passo dopo passo.
Si fermò e Draco si fermò con lui, era ormai il tramonto e il sole faceva risplendere il lago come cristalli e il viso di Draco era illuminato tanto che i suoi capelli sembravano rilucere ed i suoi occhi brillavano.
Draco gli sembrò un oggetto prezioso, delicato e inestimabile.
E’ questo il momento, gli suggerì la sua mente, ma il corpo aveva già capito da sé.
Premette le labbra sulle sue, con una naturalezza inusuale. Si sentì sopraffatto da una sensazione che non provava da tanto… o non aveva mai provato.
Ebbe appena il tempo si realizzare ciò che aveva fatto che Draco schiuse le sue labbra permettendogli di approfondire il bacio, e Harry accolse quella con un insolita euforia.
Così, senza preoccuparsi di null’altro, si stavamo baciando, in modo lento, assaporando quel contatto fino all’ultimo respiro.
Quando si staccarono Harry si ritrovò a fare i conti con lo sguardo trasognato di Draco Lucius Malfoy alla luce del tramonto e realizzò che sì, si erano baciati e che sì, stavano insieme.
Non era più un gioco.
Erano una coppia.



 
 
 
 
 
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Titolo:  Le apparenze
Cow-t 9, Terza settimana, M2.
Prompt: Apparenza Ingannano
Numero parole: 942
Rating: Verde
Fandom: Originale

Le apparenze


Le apparenza contano e da oggi mi metto a dieta.
L’ho detto infinite volte e alla fine non l’ho mai fatto. Oh, ma questa volta è diverso, sono determinata!
In fondo è facile: ignorare il frigorifero e pensare ad altro, se ti viene in mente di avere quella barretta di cioccolato nella dispensa o quel sufflè nel frigo.
Perché ho un sufflè nel frigo se mi sono appena messa a dieta? E la barretta? Devo sbarazzarmene in fretta. Senza mangiarle, possibilmente.
Sì, ho deciso: Dieta! E faccio anche palestra. Potrei comprare uno di quegli attrezzi che si pubblicizzano tanto in Tv, quelli presentati da una donna tutta muscoli, bionda e il pesante accento inglese. Che poi io mi chiedo, ma è solo per dare un tono di americano alla cosa? Dovrebbe far venire voglia di fare sport visto che in America c’è una percentuale di obesità del 60%? Mah. Non ho mai studiato marketing quindi non posso dire la mia. Se poi contiamo che, subito dopo, ti mettono in vendita pentole per cucinare e l’80% delle pubblicità è prettamente di roba da mangiare, allora la dieta diventa una vera utopia.
Dieta. Giusto. Del resto non sono nemmeno tanto grassa, basterebbe modellare un po’ i glutei, appiattire la pancia, per non parlare del seno…
Va bene, lo ammetto, dovrei plasmare un po’ tutto, ma non è colpa mia. E’ il cibo che è troppo buono. Se Dio ci avesse voluti tutti magri avrebbe fatto diventare la cioccolata amara e la verdura buonissima. E’ proprio vero che le cose più buone sono le peggiori. Non è che lo trovi giusto…
E poi, ammettiamolo, quando si vedono quelle ragazze magre come un chiodo farsi fuori panini alla parmigiana lunghi almeno 30 centimetri e non mettere su nemmeno un chilo… ti rode. Soprattutto se a te basta respirare per ingrassare.
Dieta. Pensa alla dieta. Non al cibo. Il cibo è cattivo. Il cibo è molto cattivo. Il cibo cattivo fa ingrassare. No, rettifico: il cibo buono fa ingrassare.
Ma perché ogni volta che penso la fatidica frase “mi metto a dieta”, automaticamente mi viene fame come se non ne avessi mai avuta?
Ok, calma, respira. E’ facile. Devi distrarti. Mettiti un po’ al pc e non pensare. In fondo sei a dieta da…quando? Cinque minuti? Complimenti, Valentina, hai la volontà di ferro di un coniglio in calore. La cosa non mi fa onore, lo ammetto, ma a chi non è mai capitato?
“Dieta”. Ripetiti, dieta. O forse è meglio ripetersi “palestra”? Ardua scelta.
Ok. Di nuovo. Pc. Facebook. Link su quanto sia difficile resistere ad un bel budino di cioccolato od una ciambella zeppa di crema pasticciera che riempiono lo schermo, gli occhi, ma, aimè, non lo stomaco che brontola indispettito. Il karma ce l’ha con me, non può esserci un’altra spiegazione, semplicemente non può. Cambio pagina. Vedo le ultime notizie. Ecco! Le notizie più strane del mondo: c’è un uomo inglese che è riuscito a battere non so che record assurdo, una donna che dice che la figlia è stata ingravidata da una piscina, un uomo che si è ritrovato una macchina nella sua camera da letto…
Scorgo le altre notizie, quelle di cronaca. Non sono propriamente dell’umore di qualcosa di cruento: la politica! Sì, quella fa solo venire il sangue avvelenato, ma certo non fa venire fame. Te la fa passare. Gli Italiani sono poveri, non comprano, eppure non dimagriscono. L’obesità infantile aumenta. L’ho già detto che è un mondo strano?
E comunque ci credo che i bambini sono grassi! Se i genitori si ostinano ad accompagnarli a scuola ogni giorno, a farli stare sui libri (si, ok questa è utopia!), e a scuola non si fa altro che stare seduti pure alla ricreazione quando i maestri non vogliono la responsabilità di portarli nemmeno in giardino, allora è ovvio che siano così. Troppa staticità, e, quindi, chili in più.
Non io almeno. Non dopo aver fatto come minimo due settimane con una bella dieta bilanciata senza pensare al sufflè.
Accidenti ho pensato al sufflè. Accidenti mi è venuta fame. Accidenti e basta. Ho fame.
Mi alzo e faccio qualche passo verso la cucina, stringo i denti e torno a sedermi. Dovrei uscire. Fare una passeggiata, del resto fuori è una bella giornata, il sole splende, potrei andare a correre.
In pochi minuti sono pronta a trottare e sudare, buttar via chili infervorata come nessuno. Esco e sono sommersa di cartelloni pubblicitari giganti che pubblicizzano cibo. Ce ne sono anche altri ovvio, ma nelle mie condizioni è come se avessi le antenne solo per quel genere. Attraverso la strada, vengo sommersa dall’odore di tre diverse pizzerie ed un ristorante cinese.
Io non ho fame, il mio stomaco non si sta contorcendo. Lo ripeto, per cercare di convincermene. Ed io a casa non ho un sufflè che mi aspetta!
Mi sembra quasi di figurarmelo, nell’angolo del frigo esattamente tra le uova e l’insalata. Quasi nascosto, per via dei miei precedenti propositi di mangiarlo solo in caso di bisogno emotivo.
Lo stomaco brontola. Probabilmente sono solo stanca.
Una volta tornata a casa mi siedo malamente sulla sedia e accendo la televisione. Faccio zapping finché non trovo il telegiornale. Purtroppo è finito e c’è la rubrica “Gusto”. Ripeto; Il karma mi odia.
Oh al diavolo! sbotto alzandomi, non morirò certo per uno stupido sufflè!
Apro il frigo e guardo il dolce come se fosse il nuovo messia. Lo apro e lo annuso lasciando che attivi le sinapsi del piacere del mio cervello e affondo il cucchiaio con teatralità.
Ok, ho perso. Ma cosa posso farci?
Le apparenza ingannano, e sembrava veramente facile fare la dieta in apparenza!

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