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Titolo:  E venne il giorno...
Cow-t 9, Terza settimana, M2.
Prompt: Morte
Numero parole: 4353
Rating: Verde
Fandom: Originale

 

E venne il giorno...

 

Sono stato convocato da Dio. Non accadeva da così tante epoche, che l’umanità che prima non era che una specie fra tante.
È così raro ormai per me tornare in paradiso e devo ripetermi più volte la strada in mente: sorpassa le barriere della vita, scavalca la ragione, sorvola la foresta del dubbio ed eccolo lì, bello come il sole. Letteralmente.
È luce pura, il paradiso, tanto da bruciare come un fuoco sacro. Molti sono caduti per via di quel bagliore.
L’ultima volta che sono stato convocato, era per far quello che so fare meglio: uccidere. Del resto sono Azrael l’angelo della morte, a me sono stati assegnati i più grandi genocidi della storia: Babele, Mosè, perfino durante il diluvio ho raccolto ciò che restava della anime sperdute.
È il mio compito, ciò per cui sono nato.
Mi mancano un po’ i tempi in cui la parola di Dio aveva valore e i popoli si inchinavano a cespugli parlanti e, se dichiaravano di aver parlato con Lui, non venivano sbattuti in manicomio.
Erano tempi dove si capiva chi comandava. Se mi ha convocato, significa che c’è qualcosa di grosso in ballo e sento una sorta di agitazione al pensiero.
Nessuno essere umano mi crederebbe se sapesse di non essere affatto a sua immagine e somiglianza, di essere la cosa più distante da lui, così chiusi in involucri di carne.
Devo socchiudere i miei numerosi occhi per poter anche solo scorgere un’unghia della sua magnificenza. Non c’è comunque permesso di guardarlo per davvero e non per troppo tempo, verremmo bruciati dalla sua luce, come le retine troppo esposte al sole.
E non possiamo udire la sua voce, possiamo solo percepirla con ogni nostra molecola nella nostra anima vibrare soave come una corda di violino. È un riflesso della nostra anima, qualcosa che sappiamo senza sapere come. Lui è quella voce, sottile e suadente, che sussurra agli umani parole che troppo spesso ignorano. La scambiano con la volgare coscienza che non ascoltano quasi mai per illudersi un minuto in più di possedere sul serio il libero arbitrio: la strada più veloce per giungere, infine, tra le braccia della stella del mattino.
- Mi hai chiamato, Padre?- la mia voce è roca come quella di chi non parla da millenni, di un angelo dimenticato, il cui unico scopo è traghettare le anime, prendersene cura e poi portarle dove è giusto che vadano.
È emblematico che ricordi appena la strada per il Paradiso.
La sua di voce, invece, rimbomba nella mia testa come un’eco, sussurra il mio nome e devo concentrarmi prima di sentirla con precisione.
- Figlio mio.- aggiunge ancora.
- Cosa posso fare per voi, Padre?-
- Figlio mio…- ripete e posso persino udire un segno di preoccupazione – Che notizie mi porti dalla Terra? Come stanno i miei figli?-
Come se non lo sapesse. Reprimo un senso di disgusto e chino la testa – Peccatori e fieri. Pure nella tua chiesa.-
- Non mi porti buone notizie, allora.- ribatte con tono pensoso. Annuisco.
- Dimmi, Azrael, vedi un futuro per i miei figli? Vedi speranza? Vedi una salvezza per l’umanità?-
È con fin troppo zelo, devo riconoscere, che rispondo – Affatto.- mi pento immediatamente di ciò che ho detto e alzò gli occhi su di lui, timoroso per la dichiarazione. La bellezza della sua luce mi disarma, lasciandomi senza fiato per un lungo secondo, sbatto le palpebre più volte per riacquistare lucidità.
-Eppure…- sento ancora la sua voce vibrarmi dentro, sinuosa – Cosa ti turba?-
Taccio, senza volerlo. Nulla mi aiuta a rispondere.
- Tu, Azrael, - un suono soave il mio nome pronunciato da lui – Sei colui che tra tutti puoi capirli meglio. Li osservi, li tocchi, li percepisci. Tu vivi a loro stretto contatto, li vegli fino a che non serve il tuo intervento. Tu, più di tutti, puoi rispondere alla mia sola ed unica domanda.- prende una pausa e io la sento dilatarsi in me, quasi fino a valicare i limiti del mio corpo - Salvezza o morte? -
Un silenzio inusuale riempie ora l’enorme stanza senza pareti che è il suo mondo. Sono costretto ad abbassare lo sguardo, ormai troppo abbagliato dal suo splendore. Stringo i pugni e la mia anima, tutto ciò che io credo di loro, si frantuma davanti ad una sconcertante certezza…
- Mio signore…- esordisco con insicurezza fin troppo udibile nella voce – Non credo di essere la persona adatta.-
- Rispondi, Azrael.- ordina, in risposta.
Debbo farlo, quindi. Predo un profondo respiro e le mie ali hanno un fremito. Le piego su loro stesse mettendole in posizione di riposo, rilassando il mio intero corpo, contro ogni più sensato galateo angelico.
- Il novantotto percento della popolazione non merita alcuna parola di Salvezza. Molti non seguono la tua legge, la ignorano, credono che non sia giusta, ne mettono in dubbio il valore. Altri invece agiscono in sua vece, la manipolano, la rendono indegna e insensata.- esito appena - I restanti vivono la loro vita eccedendo, ed eccedendo ancora, si consumano nel vizio, si lasciano sopraffare dei loro istinti. Sono creature deboli al fascino del peccato sempre di più e la cosa non può che peggiorare. Ogni attimo che passa, la fede viene vista sempre di più come una debolezza, anziché una virtù.-
- Eppure…- riprendo. Mi fermo, tuttavia per un istante, cercando di mettere bene le parole in ordine nella mia testa - Eppure c’è quella piccola percentuale, quel due percento di infanti, di innocenti, di gente che non hanno avuto il tempo di scegliere la strada. Che possono ancora essere salvati. Sono in pochi, una miseria rispetto alla maggioranza.- Medito su ciò e cerco io stesso il punto del mio ragionamento, quando la voce del Signore tuona dentro di me provocandomi un capogiro.
- Quindi, Azrael? -
Davanti a Lui si è disarmati, ogni cosa viene messa in discussione, viene distrutta. Ogni tua idea è insignificante rispetto alla sua, per questo mi sorprendo di mi stesso quando dalla mie labbra proviene un suono – Si sentono abbandonati, persi, senza strada. L’hanno smarrita. E lo sanno. Sanno di aver smarrito i precetti, di non rispettare la legge ma pensano di non avere altra scelta. Perché si sentono soli, perché sono spaventati. Se solo Lei potesse mostrare anche solo un granello della sua potenza, se li rimettesse in riga, forse potrebbero…-
- Salvezza o morte?- domanda all’improvviso Lui, riesco quasi a percepire il suo desiderio, una lieve speranza nelle mie ultime parole. È con mia stessa sorpresa che mi ritrovo a rispondere.
- Salvezza.-
Il suo sollievo mi aggredisce come un anestetico per elefanti, sento tutto il mio cuore traboccare d’amore e ne rimango basito.
Li ama così tanto…
- Ti farò un dono, Azrael.- esordisce dopo la mia sentenza - Ti renderò custode dell’ultima speranza umana. L’ultima occasione che concedo loro. Diciassette anni fa feci nascere una sposa senza peccato e la lasciai crescere tra gli umani. Il suo nome è Amelia Adams, è predestinata alla grandezza ed è ciò che le porterai: la mia Parola. Ella procreerà un figlio, lo alleverà con amore e rispetto, gli insegnerà la fede e lui sarà il nuovo Messia. Ora va! Diffondi il mio emanato.-
- Perché io?!- non posso fare a meno di chiedere – Io non porto vita, mio Signore, non è il mio compito, non è...-
- Tu mi obbedirai.- ruggisce la sua voce nella mia testa. Abbasso il capo alla sua onnipotenza e faccio un inchino.- Sempre al tuo servizio, Padre.- dico, prima di congedarmi.

L’angelo della morte che va ad annunciare l’imminente vita è un paradosso che non può essere sfuggito al Signore. Mentre mi accingo ad eseguire i suoi ordini, resto basito dal posto che circonda la giovane predestinata. Visti i precedenti, mi sarei aspettato una persona umile e modesta, ma la villetta a schiera con un prato ben tagliato ed un bassotto nero a macchie bianche sul pianerottolo mi lascia alquanto perplesso.
Tuttavia, non è mio compito avere dubbi.
Amelia è una ragazza assai normale. I capelli, raccolti in una coda di cavallo, lunghi e lisci, le lasciano gli zigomi pronunciati scoperti ed il suo sorriso è l’unica cosa degna di nota in lei. Tutto il resto è esattamente come qualsiasi altro essere umano ai miei occhi: insignificante.
La osservo, aspetto che resti sola e mi aggiro per la casa grande e dall’arredo troppo costoso per una Vergine portatrice di vita onnipotente. Con disgusto, critico ciò che la circonda, ciò che la rende lei, ciò con cui è cresciuta.
Deve, tuttavia, arrivare sera, perché torni nella sua stanza, una stanza che sembra differire molto dal resto dell’appartamento, una stanza di una qualsiasi teenager di questi tempi, poster alle pareti, peluche, libri sugli scaffali. Un libro è ripiegato sul letto, aperto per tenerne il segno. Con noncuranza, lascio che i miei occhi ne accarezzino il titolo “La Sacra Bibbia”. Alzo un sopracciglio. Religiosa. Almeno è qualcosa.
- Sai…- esordisco palesandomi a lei, senza troppo badare alle cerimonie – che la Bibbia non è esattamente la sua parola? Quasi per nulla, devo dire.-
Lei si gira verso di me, spalancando gli occhi, realizzando la mia presenza. E l’urlo le si strozza in gola ad un gesto della mia mano.
- Sono un angelo del Signore. Non sono qui per farti alcun male.-
Le iridi si dilatano dal terrore, mentre si agita alla ricerca di una via di fuga. Il fatto che l’abbia privata della parola, la innervosisce ancora di più. Sì, decisamente non ho fatto una buona prima impressione, ma non ci sono abituato. Io uccido, non porto la vita. Io osservo, non interagisco.
- Calmati.- le intimo – Ti assicuro che non sono un ladro, né che sono attratto dal tuo corpo. Sono qui per farti un grande dono. Se libero la tua voce, mi ascolterai?-
Fa “sì” con la testa, con la disperazione di chi non ha nemmeno capito cosa abbia detto. Se le avessi detto “gira su te stessa e fai la riverenza”, avrebbe fatto esattamente la stessa cosa. Tuttavia, sigillo misticamente la stanza, affinché non ne esca alcun suono o corpo, e le libero la voce. Nonostante mi aspettassi un suo urlo, sembra che le mie parole abbiano sul serio sortito un qualche effetto. Resta immobile, ancora terrorizzata, ma immobile.
- Non sono qui per farti alcun male.- le ripeto, più accondiscendente che posso.
Una lacrima scivola sulla sua guance, mentre inghiotte a vuoto – C-cosa vuoi da m-e?-
Mi aspettavo peggio, ma ancora non si è creata l’intimità giusta affinché io possa regalarle l’eternità e la gloria divina. Sorrido e la invito a sedersi e, con le mani alzate in segno di resa, mi allontano da lei per palesarle la mia assoluta volontà di non farle alcun male.
- Sono un angelo del signore.-
I suoi occhi sono così chiari che quasi ho l’impressione di sentirla sussurrare “sì, certo e io sono la regina Elisabetta”. È con un inchino ed un sorriso nuovo ed affabile che lascio uscire dalla schiena le ali lucenti e dispiegandole, mostrandole l’ unico vero segno riconoscibile per loro. La sua lacrima si cristallizza in un attimo e le sue pupille si contraggono dallo splendore delle mie ali. Le ripiego su loro stesse, per renderle meno ingombranti, e le sorrido ancora.
- Mi credi ora?-
I suoi occhi cercano con terrore la Bibbia, poi tornano su di me. Annuisce, trattenendo il respiro.
- Sono qui per farti un dono, Amelia, il dono più importante dell’universo.-
- Un dono?- ribatte – Che tipo di dono?-
Mi avvicino a lei, piano, quasi fosse di cristallo, di un cristallo così puro e lucente da non poter essere toccato da sudice mani umane. Le tendo la mia per indicarle di alzarsi e lei esegue, come in trance.
- Sei stata predestinata Amelia. Sarai la nuova Vergine portatrice di vita. Lui ha scelto te.-
Sbatte le palpebre e schiude le labbra – Scelto? Me? No. Ci deve essere un errore io…io non sono…non sono adatta.-
- Perché dici questo?-
- Non…non sono degna.- bofonchia animata – Una cosa del genere non può accadere a me, proprio no.-
- Ma sta accadendo.- ribatto risoluto – E non puoi tirarti indietro di fronte alla sua parola. –
- Ma io..!-
- Lo farai. Devi farlo.- ribatto subito – La vita dell’intera umanità dipende da te, lo capisci Amelia?-
- Perché io?!-
- Sei nata per questo.-
Si ammutolisce e mi fissa, nella speranza che le dica che è tutto uno scherzo, sta pregando che lo sia, e comprendo che per i tempi che corrono è già tanto che mi abbia creduto. Le poso le mani sulle spalle e cerco di essere più calmo possibile.
- Tu partorirai il Messia. Gli darai un nome e lo allatterai, lo crescerai nella fede e lo consacrerai a Dio. Questo è ciò per cui sei nata. Preparati, Amelia.-
Le lacrime hanno ricominciato a scorrere, questa volta copiose, il terrore ancora nei suoi occhi.
- Ti prego…- pigola – Non io. Non fatemi questo. Ho la scuola, mio padre mi ammazzerà …-
- Nulla di questo ha importanza di fronte alla salvezza dell’umanità. Come puoi anche solo pensarlo?-
- Tu non capisci! Non posso! Non sono pronta, ho solo 17 anni!-
Qualcosa esplode in me e la calma e la risolutezza fin’ora dimostrate vengono a mancare. La spingo con forza, facendola ricadere sul letto che sobbalza sotto un cigolio sinistro.
- Tu obbedirai.- sibilo rabbioso, le ali dispiegate in avvertimento e la mia rabbia diventa palpabile perfino nell’aria che respiriamo. Questa umana sta calpestando ogni cosa che Lui ha fatto per salvarli, per liberarli dal peccato.
Sta calpestando quell’amore così intenso che io ho percepito solo di sfuggita. Quest’umana non merita alcun conforto, alcuna salvezza. Non può dubitare e rifiutare quando è così chiara la sua esistenza, in questo momento - Tu tacerai e obbedirai al tuo Dio. Chiaro, Amelia?-
Trema sotto il mio sguardo, terrorizzata, annuisce senza nemmeno dar veramente segno di aver capito. Lo fa due, tre volte, poi si prende il grembo con le mani.
- A-spetto un bambino allora? Per davvero?-
La mia espressione si allarga in un sorriso di pura soddisfazione e piacere. Il senso di vittoria e potere mi avvolge.
- Congratulazioni Amelia Adams.-

Qualcosa è cambiato. Lo sento nell’aria, nella terra, nel battito del cuore della gente. Loro lo sanno, non per davvero, ma lo percepiscono.
Sorrido, soddisfatto.
Non è da me provare sentimenti di alcun genere. Sono sempre stato piuttosto pragmatico: è la tua ora? Prendo la tua anima.
In tutti questi millenni, mai un tentennamento od un dubbio. Sono sempre stato molto fiero di me stesso, so di meritarmi l’amore di mio Padre.
Tuttavia, non posso che sentirmi sopraffatto dalla soddisfazione, al pensiero di essere stato scelto per un compito tanto importante. Di essere riuscito a consegnare il messaggio, perfino superando le barriere dello scetticismo che ormai è ovunque e appesta il mondo, vanificando secoli di comandamenti e leggi.
Ho dato prova a quella ragazza dell’esistenza dell’Altissimo e lei ora è destinata a grandi cose. È qualcosa di cui andar fieri, oggigiorno.
I miei passi echeggiano per le strade dell’ospedale psichiatrico Sant’Elena con teatralità, quando il sorriso, che non mi ero accorto di avere, si spegne incontrando la figura slanciata di qualcuno di familiare.
Sembra lei, ma resto per un attimo a guardarla, cercando di rievocare i dettagli del suo volto nella mente. È difficile, visto che per me loro sono tutti uguali.
La osservo in un letto, raggomitolata in candide lenzuola. Sembra stanca e debole e il grembo è appena gonfio. Piego la testa, studiando il suo volto contratto in una smorfia di dolore, la scia salata delle lacrime è evidente sulle sue guance.
Le appaio, incuriosito di capire cosa la turba e perché è lì. Quando apre gli occhi e li fissa su di me, non c’è il terrore del nostro primo incontro, ma è un espressione di rabbia e sofferenza a illuminarle il viso.
- Che ci fai qui?- pigola piano, come se faticasse a parlare. Mi guardo attorno cercando di capire cosa stona, notando il suo pallore, la flebo nel braccio e solo in un secondo momento concretizzo la cosa più ovvia: è in ospedale psichiatrico.
- Cosa ci fai tu qui?- le domando, sorpreso.
Un sorriso di scherno mi spiazza - Dimmelo tu.- replica. La mano che si appresta al suo grembo, ma resta lontana come se anche il solo toccarlo potesse farle male – Sei stato tu a mettermelo in pancia. E ora la mia vita è distrutta, è questo che vuole Dio?-
Sbatto le palpebre senza capire. Un angolo della sua bocca si alza maggiormente, accentuando la smorfia di poco – I miei mi hanno cacciata di casa. Alberto mi ha lasciata accusandomi di averlo tradito, non ho un soldo. Sono sola. Era questo il mio grande destino?-
- Lo so che è difficile, ma..-
- Lo sai?!- sbotta, adirata mettendosi seduta – Lo sai?! Tu non sai niente! Cosa vuoi saperne tu, che ti sei limitato a mettermi questa cosa dentro, ignorando ogni mio pensiero?! - ride all’improvviso, con un tono tanto stridulo da graffiarmi le orecchie – Sai la cosa bella? Ho provato a spiegarlo alla fine. È per questo che sono qui, cosa credi?! Credono che io sia pazza. E forse non hanno torto. Grazie tante, di aver distrutto tutta la mia vita!-
- Non mi piace il tuo tono.- ribatto innervosito – Ti è stato fatto un dono. Salverai l’umanità.-
Ridacchia ancora, ma le lacrime iniziano ad uscire da i suoi occhi – E chi salverà me? Chi mi aiuterà a vivere? A dargli da mangiare? A farlo crescere? Non ho un lavoro, non ho nulla. Sono sola. -
- Ma non sarà sempre così.- protesto e la raggiungo in pochi passi, sedendomi accanto a lei e le prendo la mano dolcemente – Tu sarai amata da tutti, sarai un eroina, regnerai nel cieli come una regina. Conosci la storia, no? Quando sembrava tutto perduto, quando tutti scacciavano la sacra famiglia loro hanno trovato una modesta mangiatoia ed è lì che è nato il Messia.-
- Maria aveva un marito che l’amava. E che le credeva.- protesta con gli occhi rossi e pieni di lacrime – Che l’ha protetta. Io chi ho, invece?-
Resto interdetto a quelle parole e sento per la prima volta nella mia vita un senso di smarrimento. Come può una cosa così insignificante mettere in dubbio il mio operato? Ho fatto davvero qualcosa di sbagliato?
No. È stato un ordine del Signore. Non può essere stato un errore.
- Non temere.- la rassicuro amabile, sorridendo ed illuminando la stanza con la mia energia - Lui ti darà una mano. Tutto si sistemerà. Devi solo avere fede e pregare.-
Lei mi guarda con un espressione smarrita, ma ombreggiata di speranza. Annuisce piano prima asciugarsi le lacrime.

È passato del tempo da quell’incontro. Ho avuto da fare: il mondo è andato avanti, persone sono nate o svanite. Alcune non sono nate affatto. Altre invece sì.
Il bimbo è nato a maggio. Tutti l’hanno percepito, gran parte senza nemmeno saperlo. Tutti hanno sorriso, per un unico istante in tutta la terra.
Eppure c’è odore di morte.
Appesta tutto il mondo, lo percepisco nei mie sensi di angelo. È come respirare lo zolfo, brucia il palato e scivola giù fino ai polmoni, corrodendo i tessuti. Non è mai stato così forte.
Il pensiero che presto l’umanità sarà salvata di nuovo accarezza il mio ego. Sarà grazie a me. Presto il nuovo Messia crescerà, camminerà sulla terra e non conoscerà la morte.
Questa, è la volta buona che l’umanità si piegherà alla volontà di Dio e la rispetteranno come è dovere che sia. Finalmente gli umani diverranno più simili a noi, suoi servitori.
L’umanità sarà salvata dal caos e per questo dovrebbero solo ringraziarmi.
Forse, penso mentre immergo il mio braccio in un corpo morente e ne estraggo l’anima, forse giungerà il giorno in cui conosceranno l’immortalità.
Tuttavia, non ho bisogno di concentrarmi su questo, gongolare non è nelle mie usanze. Non è avere un opinione il mio compito. Mentre sorvolo la città, accarezzo il vento e vengo trascinato da esso, mi lascio trascinare e lo plasmo appena un poco per arrivare alla mia meta.
Non appena tocco il terreno, un brivido mi percuote dalla punta dei piedi fino alla cima delle piume. Qualcosa è andato storto, lo sento.
Prendo un profondo respiro per calmare l’improvvisa agitazione che mi ha colto, mi guardo attorno e mi rendo conto di non essere stato l’unico ad avvertirlo. Tutti si sono fermati per la strada e si guardano attorno a disagio, i bambini hanno iniziato a piangere.
Cosa è stato?
La voce del Padre è solo un sussurro quando pronuncia il suo nome.
Amelia.
Corro da lei. L’odore di morte ora aggredisce direttamente lo stomaco, provocandomi la nausea.
Cosa è stato? Cosa è successo? Amelia. Amelia cos’hai fatto?
Mi fermo davanti ad una porta arrugginita, di un palazzo abbandonato. Non devo nemmeno forzare la serratura quando entro nella stanza della Vergine. Provo ad accendere la luce, ma non trovo l’interruttore. Forse non c’è. Con dita tremanti, concentro l’energia per irradiare ciò che mi è attorno e devo soffocare un conato di vomito a quell’odore. Sangue. Sangue ovunque. Sangue che scorre.
Amelia è in piedi, un coltello stretto nel pugno che cade non appena si accorge della mia presenza. Gli occhi marroni della Vergine si puntano su di me, spenti e vuoti, un sorriso malato le ombreggia appena il viso.
- Cos’hai fatto?- sussurro quando vorrei urlare – Cosa hai fatto?! -
- Piangeva.- è la sua risposta sussurrata piano – Continuava a piangere e sono così stanca…-
Con orrore la consapevolezza mi aggredisce. Non devo avanzare molto prima che scopra la provenienza del sangue. Nella culla arrangiata con panni di fortuna non proviene alcun gorgoglio, né schiamazzo. Il bambino ora non piange più.
- …Tu!- tuono avvicinandomi a lei, con la rabbia che mi scorre nelle vene – Hai idea di cosa hai fatto, stupida umana?! -
I suoi occhi non guardano nulla di preciso, vagano per la stanza come se improvvisamente non ricordasse più nemmeno la mia presenza.
Quella rabbia che mi aveva soggiogato, la sento ribollire dentro di me e avverto il bisogno di calpestarla, insignificante com’è. La colpisco con tanta potenza da farla volare per la stanza. Atterra con un tonfo e non ha nemmeno la decenza di piangere. Mi ergo su di lei, con l’intendo di punirla per ciò che ha fatto. Per aver vanificato il suo operato… ed il mio.
- Stupida puttana! Hai condannato l’umanità! Tu non meriti nemmeno più di esistere!-
- Piangeva...- pigola lei e le sferro un calcio che le fa sputare sangue, tossisce, ma ancora non piange, ancora non si pente, ancora non capisce.
Io la ammazzo.
- Pia-angeva.- balbetta ancora, tossendo – Non voleva..smettere…e io lo cullavo…e lo imploravo. Ma non voleva smettere. Aveva fame, ma…- trattiene il respiro – Non avevo nulla da mangiare… aveva fame e piangeva… e soffriva e io…- singhiozza, le lacrime le ricoprono di nuovo il viso – Piangeva.- geme disperata – Piangeva così forte! -
Levo la mano su di lei, concentrando la mia energia nelle dita che lanciano piccole saette. Si è macchiata di un peccato così grave, che a Dio non sprecherà che io la polverizzi. Ha dimostrato che l’umanità non merita più alcuna salvezza. Ha dimostrato che avevo torto.
- Ti condanno per l’uccisione del figlio di Dio. - sibilo crudele, sentendo la rabbia scorrere come sangue nelle vene – Hai qualcosa da dire, prima che esegua la sentenza?-
Gli occhi marroni si alzano su di me, gonfi e arrossati. Si porta una mano al ventre, come se dentro ci fosse ancora la creatura che ora giace sgozzata tra vecchi stracci.
- Puoi chiedergli solo una cosa?- sussurra piano, un pigolio così sottile che devo tendere le orecchie per udirlo – Puoi chiedergli perché mi ha fatto questo?-
Mentre concentro la mia energia su di lei e la canalizzo, sono io a rispondere alla sua domanda.
- Perché Lui può.-
Le sue urla rimbombano nella stanza non appena il raggio la colpisce. Sento la sua vita scivolare via, spegnersi in pochi istanti e la sua anima cadere nella fauci dell’inferno. Abbasso la mano e prendo un profondo respiro. È finita.


Il corpo della Vergine giace inerte ai miei piedi e quello del bambino tra gli stracci.
Non sarebbe dovuta andare così. Tutto è sbagliato.
Ma Lui non sbaglia mai, Lui sa cosa fa, Lui può cambiare le cose se solo volesse, ma allora perché mi ritrovo in una stanza con le due persone più importanti dell’universo… morte?
La morte non può portare la vita, vero?
Io, Azrael, non ho potuto far davvero nulla che giovasse a questo mondo.

Chiedigli perché mi ha fatto questo.

Già, perché?
Un gemito soffocato improvvisamente attira la mia attenzione. Poi un pianto acuto. Il bambino.
Mi avvicino alla culla e lo scorgo vivo più che mai sgolarsi con il viso arrossato e, sorpreso, lo prendo tra le braccia.
È vivo. È vivo.
Improvvisamente, avverto un dolore acuto al petto, sbatto le palpebre, abbasso gli occhi per capire e noto qualcosa che mi trapassa. Una spada di luce. È un angelo colui che mi ha colpito.
Tutto il mio corpo viene scosso da un brivido e un fiotto di luce sgorga dalle mie labbra. Non ho nemmeno il tempo di rendermi conto effettivamente di cosa sta accadendo, che il bambino mi viene strappato dalle mani.
Il viso ormai dimenticato della stella del mattino, mi appare con in braccio il Messia, un sorriso gli ombreggia il viso.
- Devo dire che mi hai risparmiato molto lavoro, sai?- cinguetta tutto contento – Grazie Azrael.-
Tendo la mano verso il neonato nell’ultimo disperato tentativo di salvarlo, ma scompare in mille frammenti di oscurità. Cado in ginocchio, poi al suolo. La luce celeste delle mie ali si spegne.
Le fiamme che divampano dal mio corpo consumano tutta la mia energia.
È questa la mia fine.
Salvezza o morte?
Morte.
 
 
 
 
 
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Titolo:  Integrazione
Cow-t 9, Terza settimana, M2.
Prompt:
Era una gioia appiccare il fuoco
Numero parole: 3378
Rating: Verde
Fandom: Harry Potter - Seamus/Blaise

 


Integrazione

 

Seamus Finnigan era un irlandese DOC e, come tutti gli irlandesi, prendeva la vita come veniva: bevendo, divertendosi, studiando se proprio era necessario o solo sotto occhiatacce poco assicurative di Hermione Granger e passando il tempo ed escogitare nuovi e folli piani per puro scopo ludico. Trascorreva le sue giornate a ridere e scherzare con i suoi amici, ad intrattenersi con ragazze, ad attaccare bottone praticamente con chiunque. Seamus possedeva quella innocenza infantile e crudele dove non esistevano differenze, di colore, di nascita, di magia o meno. Alla gente piaceva questo suo modo, assolutamente spassionato, di vivere la vita, senza restrizioni o regole, infatti, era l’unico che avesse amici in quasi tutte le case, forse perfino un paio di professori. E diversi elfi domestici. Gli mancava solo la casa più difficile da conquistare e un giorno, nel bel mezzo del temporale del secolo dove i fulmini faceva letteralmente tremare le mura di Hogwarts , Seamus Fennigan prese un’importante decisione.

Si annoiava troppo ed era un po’ di tempo che non dava fuoco a qualcosa.
Quando si alzò da tavolo del pranzo e chiese l’attenzione di tutti, prese tre secondi precisi prima di dire ad alta voce – Voglio fare amicizia con qualche Serpeverde-
Il tuono che illuminò il cielo e la sala grande si sentì rimbombare in tutte le parenti accentuato dal silenzio assordante che si era creato poi. Non solo tra i grifondoro, ma anche dai Tessorosso poco più in là che l’avevano sentito. Vi era solo un leggero chiacchiericcio passato del tutto inosservato ma che si era fermato al rimbombo di quel tuono.
Ciò che si udì dopo fu la voce di Harry Potter – Sei forse impazzito?!-
Gli occhi dei presenti altalenarono tra i due. Seamus si mise la mani sui fianchi e sostenne lo sguardo alzando il mento arrotondato con determinazione.
- Forse. Ma infondo che male c’è, facciamo parte della stessa scuola!-
- Seamus…- intervenne Hermione pacata – Di solito sono d’accordo con te, ma questa volta stai esagerando. Capito che fare amicizia ma…serpeverde?!-
- Certo! Perché no? – sbottò altezzoso arricciando il naso un po’ a patata – Altrimenti come abbattiamo i muri dell’indifferenza? Come valichiamo le montagne del razzismo? Come …-
- Si, ho capito. Ma un serpeverde? Sul serio? Perché vuoi morire giovane?- fu la risposta secca di Ronal Weasley che cingeva forse senza nemmeno rendersene conto le spalle dell’amica del cuore dallo shock.
- Nessuno ci ha mai provato, no?- replicò convinto.
- Tengono un po’ tutti alla loro vita.- continuò aggrottando le sopracciglia – O perlomeno alla loro sanità mentale.-
- Ma…Spervedere?- disse ancora qualcuno, una vocetta indistinta.
Seamus alzò le spalle. La gente iniziò a mormorare sottovoce come se la loro opinione avrebbe potuto o meno fermarlo.
- Oh piantatela!- si sentì all’improvviso una voce più alta delle altre. Harry Potter comparve quasi come un’ombra accanto alla figura un po’ più esile di Fennigan - Sono d’accordo con lui.- Tutti si zittirono per guardarlo - Lo dice anche il cappello no?-
Fu quasi comico come uno ad uno in un’onda i sopraccigli si alzarono. Harry e Seamus si guardarono per un attimo poi quest’ultimo lasciò che il suo sorriso si aprisse trionfante - Perfetto! Andiamo!-
- Eh?- pigolò Harry, mentre tutta la sua risolutezza scivolava via – Proprio ora?!-
- Andiamo, sei Harry Potter!- sbottò l’irlandese – Tu ridi di fronte al pericolo, punizioni e a Maghi oscuri! Non avrai paura di un ragazzo come te che conosce i tuoi stessi incantesimi? Hai appena detto di appoggiarmi.-
Le guance di Harry si tinsero di scarlatto – Ti appoggio, il tuo è un proposito nobile, ma…-
Nessuno udì mai quel “ma” perché Seamus aveva tirato via Harry dall’involucro protettivo di amici e lo stava trascinando lungo la sala grande sorpassando il tavolo dei corvonero e dei tassorosso senza dar assolutamente modo di replicare al moretto che sentiva le proprie suole strisciare sul pavimento.
Quando Seamus si fermò con il sorriso largo da un lato e l’altro della faccia, Harry si voltò, sconsolato, per vedere dove esattamente l’avesse trascinato. Gli morì un imprecazione in gola.
- ….Malfoy?- scattò sottovoce a Seasmus – Tanto valeva buttarmi tra le fauci del basilisco. Di nuovo.-
- Shhh.- fece l’amico, prima di tossire e attirare l’attenzione della serpe bionda che li aveva notati ma tentava ostinatamente di ignorarli.
- Ehi, Ciao Malfoy, che stai facendo?-
Stavolta fu il turno delle Serpi di zittirsi. Fu graduale, come se il sipario fosse stato appena aperto e lo spettacolo cominciato. Bhè, penso divertito Fennigan, probabilmente era così.
L’interpellato restò un attimo fermo, per poi girarsi con una estenuante lentezza verso i visitatori - Mangio. Cosa che dovreste fare anche voi, o sbaglio?-
- Non sbagli!- esultò l’irlandese con entusiasmo – Non ti disturberemo oltre, volevamo solo sapere se stasera vi andava di venire da noi per una burro birra e quattro chiacchiere. Sai una festicciola.-
Ci fu silenzio generale, stavolta nell’intera in sala. Tutti gli occhi erano puntati su quel siparietto e Harry desiderò sprofondare in un abisso senza fondo, tutto, pur di non essere lì in quel momento. Seamus sorrise, ingenuo e piegò la testa in segno di attesa.
- Prego?- si sentì la voce melliflua di Draco Malfoy vibrare, scettica ed un tantino incredula.
Seamus aprì le labbra per parlare quando Harry gliele tappo con una mano.
- Nulla, non ci badare, scherzava.-Il ragazzo cercò di liberarsi dalla stretta- Ora noi andiamo e…-
- Mi pareva di averti sentito dire che eri d’accordo con lui!- gli urlò Dean dall’altra parte della sala. Harry lo fulminò con lo sguardo. Ron scuoteva la testa e Hermione semplicemente assisteva impensierita.
Harry si morse un labbro, indispettito. Nuovamente l’attenzione fu sua e il ragazzo a cui manteneva ostinatamente la bocca lo guardò come a dire: bhè?!
Poi Harry guadò Draco Malfoy in procinto di tornarsene a mangiare, probabilmente classificando quell’invito come una presa per i fondelli.
- Ok sentite…- sbottò arreso, lasciando l’amico - Secondo me Seamus ha ragione. Dovremmo andare tutti d’accordo. Confermo l’invito.-
- Bravo Harry!- esultò l’irlandese abbracciando di slancio il moretto, poi si allontanò e tornò alle serpi con aria trionfante e speranzosa– Quindi venite?-
- Io e chi, di grazia?- replicò il biondino confuso. Evidentemente non si aspettava una cosa simile, né la comprendeva ancora. Sulla difensiva li scrutava come un gatto puntata il topo.
- Bhè, chiunque voglia.- fece il castano alzando le spalle – L’invito è aperto a tutti.-
- Fammi capire.- la voce insinuante di Draco Malfoy si avvertì quasi concreta rimondando nella sala silenziosa – Ti rendi conto che potremmo venire tutti nella sala dei grifondoro, dove voi siete più vulnerabili, e lì potremmo combinarvi di tutto e di più facendo ricadere la colpa su di voi. Potremmo distruggervi la sala principale, razziarvi le stanze… devo continuare?-
Harry scosse la testa. Seasmus ridacchiò.
- Oppure potreste divertirvi.- propose - Dai su! Per una sola sera!-
Nemmeno un incantesimo supersegreto del più supersegreto dei libri di incantesimi supersegreti avrebbe potuto tagliare la tensione che si creò nel momento dell’attesa. Draco Malfoy si chinò un attimo verso Blaise Zabini che gli sussurrò qualcosa. Ci fu una piccola consultazione di massa e poi gli occhi grigi del capo delle serpi tornarono ai due eroi volenterosi.
- E sia.- disse – Ma se ci annoiamo le cose che ho elencato prima saranno niente confronto a ciò che sappiamo fare.-
Seamus esultò e Harry sudò freddo. Un tuono si scagliò nel cielo, riprodotto fedelmente dal soffitto della sala grande e imbiancò le pareti e il viso di tutti gli studenti.

I grifondoro corsero nelle loro stanze a sigillarsi dentro per impedire il più grande casino della storia di Hogwarts.

Nonostante le premesse di distruzioni gli unici Serpeverde che si presentarono furono Draco Malfoy, Pansy Parkinson, Blaise Zabini, Tyger, Goyle e un uno spauracchio di cinque o sei di secondo e terzo anno che non riconoscevano. Entrarono con l’aria impettita e sofisticata di chi entrava in una topaia impolverata. Ci mancava il fazzoletto su bocca e naso per completare il quadretto.
Seamus li accolse con un sorriso largo, indicandogli le patatine e i rustici e più in là il la burrobira.
- Tutto qui?- sentì la voce di uno di terzo anno – Che altro potevamo aspettarci?-
Harry s’inumidì le labbra, ansioso, prima di presentarsi. Mise la musica, che gli criticarono immediatamente, provò a proporre dei giochi, anche quelli criticati.
- Eh ditemi, voi come fare le vostre grandiose feste?- sbottò ad un certo punto, esasperato. Nessuno sembrava veramente essere venuto per appiattire i dissapori. Erano venuti per disapprovare e stare sulle loro, forse per curiosità di vedere la famigerata sala dei grifoni o anche semplicemente per ridere di loro; non con loro.
Eppure, nonostante la festa faticasse a decollare e i loro tentativi di creare un qualsiasi approccio cadeva nel vuoto con tanto di gente che se ne andava stizzita, Seamus manteneva il sorriso e passava per la gente annoiata riempiendo i bicchieri.
- L’alcool li scioglierà un po’- diceva ad Harry che lo fermava e gli lanciava occhiate ansiose. Poi Seamus riempiva anche il bicchiere di Harry e il moretto, non sapendo cos’altro fare, lo beveva in un soffio.
Due ore dopo Seamus nel tentativo di risollevare il morale della gente non aveva bevuto ancora niente. La gente se n’era quasi tutta andata o parlottava ingessata da qualche parte divisa in gruppetti. Serpi da una parte grifondoro dall’altra. Un paio si erano spinti anche a parlare tra loro, in particolare Hermione con Pansy che a quanto pare si erano ricordate di aver avuto un dialogo poco prima di essere smistate e divise e si erano confessate che per lungo tempo avevano voluto parlarsi ancora e, cosa che Seamus pareva voler comunicare a tutti, che era stupida quella rivalità. Malfoy e Zabini erano finiti a giocare a scacchi magici non con le classiche pedine ma con bicchierini pieni di liquore che buttavano giù quando mangiavano la pedina del rivale. A quanto pare, visto il grado di ubriachezza del primo e di sobrietà del secondo, Malfoy stava decisamente perdendo.
Harry, in un angolo, beveva sorseggiando la sua burro birra bofonchiando qualcosa con Dean Thomas che era lì più per sostegno morale al suo migliore amico che altro.
Seamus sospirò lasciando che il suo sorriso si spegnesse per la prima volta da quella serata. Si lasciò cadere sul divano e prese finalmente anche lui un bicchiere in mano. Lo bevve tutto d’un fiato e s’inumidì le labbra godendosi il retrogusto dolce amaro. Era stato un disastro, ma almeno aveva tentato, si disse in un sospiro.
Fu in quel momento che qualcun gli si sedette accanto con in mano una bottiglia di cherry e gli riempì il bicchiere. Con sorpresa scoprì essere Blaise Zabini.
- Bella festa.- disse, con voce profonda. Seamus si perse un secondo a fissarlo prima di capire cosa avesse detto. Poi sorrise amareggiato.
- Almeno non posso dire di non averci provato.-
- Non tutto è perduto. Io e Draco siamo ancora qui. E c’è anche qualcun altro.-
Seamus piegò le labbra in un nuovo sorriso, ma stavolta non era né gioviale, né divertito. Rigirò il liquido nel bicchiere prima di prendere a sorseggiarlo.
- Almeno non ci avete distrutto la cosa.-
Con la coda dell’occhio giurò di aver visto le labbra di Zabini piegarsi in una smorfia simile ad un sorriso – La festa non è ancora finita.-
- No?-
- Guarda.-
Seguì l’indicazione e i suoi occhi vagarono imprecisi per la stanza fino a focalizzarsi con l’immagine più stramba che avesse mai visto. Malfoy e Harry Potter giocavano a scacchi, i bicchierini riempiti e gli sguardi poco lucidi. Seamus ne sapeva qualcosa di cose da fare da ubriachi, ma perfino lui doveva ammettere che non gli era mai successo di giocare a quel gioco maledetto. E forse solo da ubriaco avrebbe potuto, visto l’avversione che aveva per quel gioco in particolare.
Ridacchiò, sobbalzando e bevve un sorso di liquore.
- Chissà magari potrebbe essere l’inizio della più strana amicizia di tutti i tempi.-
Zabini piegò la testa di lato scrutandoli – O forse di qualcos’altro.- asserì.
- Come?-
- Oh andiamo. Credi che saremmo venuti davvero se Draco non avesse insistito?-
- E perché avrebbe dovuto?- gli domandò di rimando il castano aggrottando le sopracciglia.
- Hai la risposta proprio davanti agli occhi.- asserì il corvino con un sorriso mordace.
Nuovamente Seamus spostò lo sguardo sui due amici e non comprese. Non subito.
Quando Draco esitò su una pedina, quasi non riuscisse a vederla, per poi cambiare idea e si fece mangiare apposta il bicchierino per farlo bere ad Harry fu strano notare quel lampo di lucidità e soddisfazione passargli tra le iridi. Con sorpresa lo vide leccarsi le labbra quasi e, bhé, mangiarsi il compagno con gli occhi.
Chiunque, comprendendolo, avrebbe portato le mani alla bocca inorridito e avrebbe urlato allo scandalo. Ma non Seamus Finnigan che alzò le sopracciglia ed iniziò a ridere attirando l’attenzione di tutti nella sala. Perfino dei due amici che si accigliarono a sentirlo, ma subito tornarono al lavoro faticoso di rendersi ubriachi peggio di spugne.
- Malfoy vuole scoparsi Harry?!-
- Da anni.- asserì Blaise alzando le spalle e riempiendo il bicchiere di Seamus nuovamente. Il ragazzo lo alzò come per ringraziarlo e se lo scolò.
- Sarebbe un modo nuovo per riunire due nemici incalliti.- rise, mentre Blaise gli versava un altro po’ di liquore – E tu non bevi?- chiede poi notando che Zabini non aveva alcun bicchiere in mano. Solo la bottiglia e che continuava a versargli il liquido con costanza, quasi volesse fare la stessa cosa che Draco tentava con uno stratagemma di fare al compagno di casa.
La risata scemò sul suo viso mentre si faceva spazio in lui la consapevolezza.
- Stai cercando di ubriacarmi.- asserì, rigirandosi il bicchiere tra le mani – Vuoi portarmi a letto o distrarmi per distruggere la casa e far casino?-
Fu con estrema soddisfazione che vide Zabini inumidirsi le labbra.
- La prima. – disse, prima di sfoggiare il più seduttore dei suoi sorrisi – Ma sai reggere l’alcool meglio del tuo amichetto e non hai bevuto per tutta la serata. Credo che andrò in bianco.-
Finnigan alzò un sopraciglio, divertito – Sono io grifondoro o non riuscite a scopare senza far ubriacare qualcuno?-
- La prima.- ripeté alzando le spalle e facendo come per poggiare la bottiglia, segno di essersi arreso dopo aver tentato ed essere stato scoperto. Finnigan piegò la testa di lato mentre con gli occhi accarezzava la forma delle dita lunghe e affusolate del sempreverde.
- Non sono mai stato con un uomo.- asserì, sovrappensiero. Zabini esitò prima di lasciare la bottiglia. A Seamus sembrò di avere una penna in mano davanti ad un contratto con un diavolo, quasi avvertì la mano scrivere il proprio nome sulla carta mentre allungava una mano e tendeva il bicchiere vuoto. Sentì la stessa soddisfazione della firma perfetta quando finalmente disse – Magari con un altro paio riesci a convincermi.-
Zabini lo fissò qualche attimo, poi la sua espressione pacata si sciolse in una nuova che il castano era troppo brillo per poter studiare. Quando sentì l’attrito del vetro della bottiglia contro il bicchiere e poi vide il liquido scivolare liscio, non poté fare a meno di chiedersi perché si sentisse così maledettamente convinto di quella scelta.

**

Seamus si svegliò di soprassalto non appena udì l’urlo di Neville. Ci volle qualche attimo per fare mente locale: era nella sua stanza, fin qui ok, nel letto, anche qui non problem, aveva bevuto, bhe come sempre e…
- Paciock…- sentì una voce rauca arrivare dalla sua destra, una voce che non riconosceva – Non hai modi meno chiassosi di scandalizzarti?-
- Che ci fai tu qui?- gli domandò Finnigan sorpreso, solo in quel momento si accorse di essere nudo e che lo era anche Zabini. Nel suo letto.
Zabini uscì dall’involucro di coperte e si stropicciò gli occhi con una mano – Sesso. Cos’altro?-
- Abbiamo scopato?- chiese ancora il padrone del letto, confuso. Neville semplicemente era rimasto impietrito.
La Serpe sospirò – Lo sapevo che sarebbe finita così. Sì Finnigan, abbiamo scopato. E prima che gridi allo stupro te la sei spassata anche tu. Dove diavolo sono le mie mutande?- sbraitò alla fine alzandosi e dando pieno sfoggio delle sue nudità ai presenti. Fortunatamente solo lui e Neville che cadde venuto in quel preciso momento.
L’Irlandese si grattò la testa cercando di ricordare, l’unica cosa che riuscì ad ottenere fu momenti fugaci di cosa? Mani, bocche…accitazione. Dolore assuefatto dall’ebbrezza. Piacere.
Era tutto confuso, ma ricordava abbastanza bene che ciò che aveva fatto gli era piaciuto.
- Mh ok. E ora?- domandò buttando le coperte di lato.
- Ora cosa?-
- E’ una cosa che avrà un seguito oppure no?-
Si aspettava qualche sprezzante commento come “non farti illusioni” “E’ stata solo una scopata, cosa credevi?” o “patetico grifondoro”. Eppure Zabini per un attimo si limitò a rivestirsi.
- Suppongo.- esordì iniziando a allacciarsi la cravatta con attenzione – Che da qualche parte dovrò pur iniziare questa riappacificazione tra case. Non siamo i condottieri di punta, ma almeno siamo qualcuno.- finì di aggiustarsi e riuscì a sembrare impeccabile anche dopo una notte di sesso frenato senza nemmeno una doccia. Alzò gli occhi e sorrise, mordace – Seguito.- rispose.
Finnigan alzò le spalle come se non gli importasse. Del resto cosa stava facendo se non iniziare una torbida relazione omosessuale con uno dei ragazzi più oscuri e misteriosi di tutta la scuola perdi più serpeverde? C’erano tante cose che poteva ancora storto, litigi, incomprensioni, prese in giro, tutto era una grande forse eppure Seamus sentì quell’adrenalina che gli scorreva nelle vene ogni volta che faceva qualcosa che smetteva di limitargli la libertà. Sorrise ad annuì, quindi si rivestì anche lui.
Un altro urlo attirò la loro attenzione che si guardarono per un attimo prima di correre a vedere. La consapevolezza di fece strada in loro non appena videro una testolina bionda e confusa aggrapparsi ad una mora e altrettanto confusa che imbruttiva tutti per via del fatto che non avesse gli occhiali.
Seamus fissò Malfoy e Harry distesi sul divano, mezzi nudi, stringersi come a cercare l’un l’altro il coraggio di affrontare tutti gli studenti che gli avevano attorniati incuriositi e perplessi. Seamus alzò le sopracciglia e tentò, davvero tentò di non farlo, ma non ci fu verso; scoppiò a ridere e, con lui, Blaise Zabini.
- Bhè anche le punte di diamante hanno iniziato l’integrazione, siamo a buon punto!- asserì girandosi verso il nuovo compagno di avventure che aveva le lacrime a gli occhi dalle risate.
Fu in quel momento che il serpeverde lo baciò, dolcemente, come se semplicemente desiderasse farlo. Quando si allontanò il suo sorriso scemò sulle labbra fino a diventare un espressione seria, perfino accigliata.
- Che c’è?- gli fece Finnigan sbattendo le palpebre non riuscendo a sostenere i suoi occhi così vicini.
Zabini si mise dritto e sospirò – Vado ad impedire a Draco di suicidarsi, tu cerca di impedirlo ad Potter. ok?-
- Ok.- annuendo l’irlandese partì verso la folla con determinazione.
- Ah Fenigam.- lo chiamò.
- Sì?-
- Sono un tipo possessivo. A buon intenditor poche parole.-
Il ragazzo sbatté le palpebre sorpreso dal quella frase non comprendendone immediatamente il senso. E, come un fulmine a ciel sereno, comprese che Zabini vedeva loro non come una scopata facile per svago ma come una coppia e che gli stava intimando di non tradirlo. Seamus aveva sempre pensato che stare con qualcuno avrebbe in qualche modo limitato la sua libertà e che si sarebbe sentito soffocare, eppure in quel momento non riuscì a non vedere in Zabini un qualcosa a cui aggrapparsi e riempirlo di baci fino alla fine dei giorni.
Il compagno alzò un sopracciglio, chiaramente in attesa di una risposta e Seamus lasciò che il suo sorriso gli riempisse tutta la faccia, da parte a parte.
- Altrettanto.- asserì tornando alla carica per togliere la neo coppia dall’imbarazzo.
Quella non era una limitazione della sua libertà. Quella con Blaise Zabini, la loro storia, la coppia che formavano… era forse la pazzia più assurda della sua vita.

 
 
G
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Titolo:  Non sapevo di essere maledetto
Cow-t 9, Seconda settimana, M3.
Prompt: Nobili Origini
Numero parole: 5748
Rating: Rosso
Fandom: Harry Potter


Non sapevo di essere maledetto




Harry Potter si guardava attorno, completamente disorientato. Era stato invitato a quella festa solo perché era l'eroe del mondo magico e non perché avesse davvero senso la sua presenza lì. Sospirò gravemente; non era la prima volta, non sarebbe stata nemmeno l'ultima. Questa volta, tuttavia, rispetto alle altre, al suo fianco mancava la sua amica di sempre e unica in grado di riconoscere tutti i partecipanti, quindi molto spesso si ritrovava a stringere mani, sorridere e fingere di riconoscere gente che, mano sul fuoco, era sicuro di non aver mai visto in vita sua.
- Salve signor Potter! - esclamò una donna sulla cinquantina, alta con un abito blu che le metteva in mostra più pelle di quanto gliene fosse rimasta dopo i vari lifting – E’ un piacere rivederla! Come sta?-
Harry le sorrisi in modo più naturale possibile e le tese la mano – Il piacere è tutto mio, la trovo bene!-
- Oh, trova?- cinguettò lei – Ma mi dica, perché non ci ha più chiamato per la cena?-
Quale cena? Pensò disperatamente Harry. Il panico doveva essere chiaro nei suoi occhi visto che la donna sembrò intuirlo.
- Oh, non mi dica che non lo ricordate signor Potter!-
Harry non aveva la minima idea nemmeno di chi fosse lei, figurarsi di una possibile cena.
Era intento a inventare una qualsiasi patetica scusa quando la voce melliflua e che avrebbe riconosciuto tra mille giunse nella loro conversazione.
- Miss Pellegrin, non siate avida, in molti aspettano di poter salutare Harry Potter.-
Draco Malfoy spuntò tra loro, vestito di un color grigio chiaro che esaltava il suo pallore naturale. I suoi occhi brillavano nel vedere la donna.
- Oh, Signor Malfoy. Elegante come sempre.-
- Mai quanto lei Miss. – il rampollo della famiglia Malfoy le fece un piccolo baciamano e le sorrise cordialmente, poi lanciò un’occhiata al Salvatore e aggiunse – Il signor Potter è stato impegnato con delle indagini di natura riservata, immagino che si rammarichi molto di non averla avvisata, non è vero?-
- Assolutamente.- confermò di rimando Harry assecondando la scusa – Sono stato oberato di lavoro. La prossima volta non mancherò.-
Lei si illuminò e cinguettò – Ma certo, è normale!- prima di dargli un piccolo buffetto con la mano – Ma rinnovo l’invito, e anche per lei Malfoy. Siete entrambi invitati! –
Malfoy accentuò il sorriso e rispose semplicemente – Non mancheremo.- cosa che permise alla donna di passare al prossimo ospite.
Improvvisamente soli, Malfoy guardò il suo ex compagno di scuola con un sopracciglio alzato.
- Non è colpa mia.- si difese subito Harry – Hai idea di quanta gente incontri a questi eventi?-
- Infatti, non sei tipo da questi eventi. Conosci almeno qualcuno?-
Harry si guardò attorno e la risposta gli parve più ovvia che mai. Li conosceva? Non era sicuro. Forse li aveva visti ad altre feste a cui il Ministero l’aveva costretto di partecipare, ma non aveva idea dei volti, dei nomi o di qualsiasi avvenimento della loro vita.
Guardò l’ex compagno di classe, colpevole.
Draco Malfoy finì quello che restava nel suo bicchiere e fece spallucce – Resta con me, farò in modo di farti fare bella figura.-
- Davvero?- soffiò l’altro – Come mai?-
- Potrei dirti per bontà d’animo, ma sarebbe una bugia. La realtà è troverò divertente la faccia che fai quando qualcuno che non conosci ti chiede qualcosa.- ammiccò – voglio il posto in prima fila.-
Probabilmente quello era il suo modo per giustificare quell’evidente gentilezza, perché un Malfoy non poteva semplicemente essere gentile, doveva sempre nascondere una sorta di secondo fine.
Iniziarono così a girare la sala, Draco intercettava ogni persona, e nella conversazione che seguiva riusciva a metterci nomi, occupazione e qualche nozione base della famiglia del suo interlocutore, agevolando la conversazione in un secondo momento per lui. Per due ore strinsero mani, chiesero come stessero parenti, accettarono e fecero farlocchi inviti a fantomatiche cene.
Durante le pause, bevevano qualche sorso di vino bianco per riuscire a bagnare la gola secca per le troppe chiacchiere.
Quando ogni invitato finalmente ebbe la sua buona dose del salvatore del mondo i due finalmente poterono iniziare a raccapezzarsi su cosa fosse divenuta la loro vita dopo Hogwarts.
Harry gli raccontò che diventare Auror era stato più sulla carta che sul campo. Quasi mai partecipava attivamente alle missioni, ma anzi sembrava che il suo compito fosse presentarsi a queste feste e attirare investitori dal momento che nessuno voleva mettere davvero a rischio la vita dell’eroe del mondo.
- Cos’è quella faccia?- soffiò Malfoy con un sorrisetto divertito – Direi che hai rischiato la vita abbastanza per una vita intera.-
Harry aveva sorriso – Forse non hai tutti i torti.-
Poi fu il turno di Malfoy di raccontare. Con i genitori rinchiusi, aveva preso le redini degli affari di famiglia. Confessò che non era facile, che si era ritrovato con tutto addosso, con tutti che si aspettavano che fosse esattamente come Lucius ma che invece all’inizio non aveva quasi idea di cosa avrebbe dovuto fare.
- Ora però va meglio. – disse – e a differenza di qualcuno, so tutti i nomi dei miei possibili finanziatori.- gli fece l’occhiolino e Harry si ritrovò ad arrossire, imbarazzato.
- E’ che non mi piacciono queste cose.-
- Queste cose ti pagano lo stipendio.-
- E allora?- replicò Harry – Non vuol dire che debba piacermi.-
Il tono tra loro era cambiato. Draco restò in silenzio per un lungo minuto, poi gli fece cenno di seguirlo. Dopo un secondo di esitazione, Harry lo raggiunse in una stanzetta adiacente; rispetto alla sala da ballo in cui erano stati finora, questo sembrava un piano bar. C’erano tavolini da una parte e un bancone pieno di liquori dall’altro. Draco entrò nel bancone e prese una bottiglia e due bicchieri.
- Ma possiamo stare qui?-
- Certo che no.- rispose, con un sorrisetto beffardo – Io non dirò nulla, se non lo farai neanche tu.-
Dopo un attimo di esitazione, si avvicinò al bancone e prese uno dei bicchieri riempiti. Bevve un sorso e la potenza del liquore lo fece tossire.
- Avrei dovuto avvisarti che è forte.- disse, dopo un sorsetto. Per lui sembrava acqua fresca. L’altro gli lanciò un’occhiata moralmente ferita.
Restarono ancora in silenzio, ma l’atmosfera tra loro era di nuovo leggera, quasi intima.
- Quando mio padre era costretto a partecipare a queste feste io e Zabini trovavamo sempre una via di fuga. Abbiamo trovato questo posto un giorno e da allora ogni volta che venivano in questa villa era il nostro posto.-
- Come sta Zabini?-
- Sposato.- replicò divertito – Non può più accompagnarmi nelle scorribande e bevute in case altrui purtroppo.-
- Quindi posso fare domanda per il posto?- ridacchiò Harry alzando il bicchiere – Suppongo che ti vedrò ad altre feste e potrebbe servirmi ancora una spalla.-
Di tutta risposta il serpeverde ridacchiò e prese il bicchiere per spingerlo contro il suo – Periodo di prova. Se risulti essere una chiavica, ti licenzio.-
- Farò del mio meglio.-
Lontano dalla folla e dalla musica del grammofono magico, i due ripresero a parlare e, questa volta, uscirono dalle loro bocche confessioni che non avevano mai avuto il coraggio di dirsi; come si erano sentiti durate la guerra, come si erano ritrovati sperduti e spaventati.
Draco ammise perfino, con voce bassa come se faticasse a parlare, che quando Harry lo aveva colpito quel fatidico giorno in quel bagno in disuso con un incantesimo mai sentito, si era sentito quasi sollevato. Morire, sarebbe stata una liberazione dalla paura, dall’ansia e dalla missione che era così terrorizzato da svolgere.
- Però ora sono contento.- ammise – Di essere vivo, che sia finita. Perfino di stare parlando con te.-
Mentre parlava, le labbra di Draco si muovevano piano, i suoi profondi occhi grigi restavano bassi per molto tempo per poi alzarsi solo per trafiggerlo. Era strano che Harry si sentisse trascinato nella profondità dei suoi occhi ogni volta che li incrociava? Era strano che quando lo guardava, non riusciva letteralmente a vedere altro al mondo?
Qualcuno bussò alla porta e domandò- Signor Potter?-
Harry fece in tempo ad imprecare sotto voce, prima che Malfoy lo afferrasse per trascinarlo dietro la bancone e poi in basso, per nasconderlo.
Restarono seduti per terra, più vicini di quanto non lo fossero mai stati, in attesa che il visitatore andasse via.
La porta fu aperta, il suo nome fu ancora chiamato, poi fu richiusa.
Draco sbucò con la testa dal bancone per essere sicuro che fossero di nuovo soli e Harry non poté fare a meno di notare quanto sembrasse morbida e candida le pelle del suo collo.
In un angolo della sua testa, decise di registrare quell’osservazione, così come tante piccole altre cose, e far finta di nulla.
Ma Draco Malfoy si girò verso di lui ed erano così vicini che gli sembrò che avrebbe potuto baciarlo semplicemente chiudendo gli occhi e spingendosi in avanti. Gli sembrò un eventualità così concreta che si rese conto delle sue azioni solo quando Malfoy gemette per aver sbattuto la schiena per terra dopo che Harry ce lo aveva spinto per sovrastarlo.
Non solo lo aveva solo baciato, ma quella poteva essere a tutti gli effetti considerata un aggressione.
Lo guardò, dall’alto e cercò di capire cosa dire per giustificarsi, per fargli capire che era stato un idiota…
Ma Draco alzò un sopracciglio e come se essere baciato e atterrato da lui fosse la cosa più naturale del mondo, semplicemente chiede - Perché ti sei fermato?-
Così, Harry decise che non c’era un perché.
E che non si sarebbe fermato.

**
Harry non era mai stato con un uomo, ma non l’avrebbe mai ammesso con colui che si stava fidando che sapesse cosa stava facendo mentre due dita cercavano di abituarlo a quello che sarebbe giunto dopo. Dal canto suo, il biondino se ne stava steso, gli occhi chiusi e era sicuro che stesse cercando di regolare il suo respiro.
- Ti faccio male?- domandò, temendo fosse così.
Draco aprì gli occhi e le sue iridi sembravano brillare di una luce nuova, le labbra si tirarono in un sorriso nuovo, un po’ affaticato – Potter, se mi disonori, dovrai poi sposarmi.- lo prese in giro.
In qualche modo il fatto che scherzasse fece sentire Harry più tranquillo. Approfittò ancora delle sue labbra, coinvolgendolo in un nuovo bacio, più profondo dei precedenti, mentre con le dita, si spingeva dentro di lui.
Si accorse del cambiamento quasi subito, un attimo prima c’era resistenza, l’attimo dopo c’era avidità in quell’anello di carne.
L’idea che sarebbe presto affondato in lui, lo eccitò come non mai.
Tolse le dita, adorando il gemito di disapprovazione che giunse del suo amante, poi guidò il proprio sesso puntato su quella porta del paradiso.
Mentre spingeva per entrare, i due trattennero il respiro. Draco strinse le dita sul suo collo, teso come una corda di violino.
- Stai bene?- sussurrò Harry senza fiato, sopraffatto dal piacere, ma disperato che fosse reciproco.
Draco di morse un labbro, prima di annuire.
Entro ancora un poco, alla gola del serpeverde sfuggì un delizioso gemito che lo fece quasi venire.
Ancora una spinta, ancora un respiro profondo e… fu sepolto in lui.
All’inizio di quella serata se qualcuno gli avesse detto che sarebbe stato biblicamente insieme a Draco Malfoy lo avrebbe minacciato di diffamazione, per l’assurdità della cosa.
E invece ora era dentro di lui e non voleva essere da nessun’altra parte.
Merlino, non voleva mai più essere da nessun’altra parte.
Si mosse piano all’indietro per poi rientrare, lo fece per qualche spinta finché farlo con lentezza e controllo divenne semplicemente impossibile.
Quando Draco alzò il bacino per andare incontro alle sue spinte, fu la fine di ogni suo barlume di autocontrollo.
Da lento e intimo, divenne animale. Se la musica non avesse coperto i loro gemiti sarebbero stati uditi anche nell’altra stanza. C’era qualcosa di osceno nel suono della loro pelle che sbatteva, nel suono del suo sesso affondava in lui fino alla base solo per provocare in Draco uno spasmo di piacere.
- Sì, lì…- lo sentì sussurrare mentre chiudeva gli occhi. E lì, sarebbe stato ad ogni spinta.
Non aveva mai provato tanto piacere, non aveva mai voluto fottere qualcuno così tanto, così forte, così disperatamente.
Esplose in lui con così tanta forza, che il suo intero corpo fu paralizzato dall’estesi, le dita affondate nella sua coscia, un urlo bloccato nella gola.
Per quel secondo di paradiso, nulla a parte quel piacere ebbe importanza. Poi aprì gli occhi e le suo priorità cambiarono; Draco era steso, gli occhi socchiusi, il suo seme sull’addome, mentre altro colava dalla punta del suo sesso mentre le dita continuavano a sfiorare la pelle tesa alla ricerca di ogni briciolo ulteriore di estasi.
Draco era venuto con lui e vederlo completamente abbandonato e in cerca di ogni briciolo di ulteriore piacere, lo fece impazzire.
Cercò le sue labbra per rubargli un bacio a fatica, per via del respiro corto, poi gli tolse la mano dal sesso e la sostituì con la propria.
Complice del fatto che fosse ancora duro, iniziò a spingere e Draco soffiò sorpreso – …Che fai?-
Harry appoggiò la fronte alla sua e rispose semplicemente – Ti scopo per il resto della sera.-
Draco fu colto da una nuova piccola ondata di piacere, e chiuse gli occhi per qualche secondo. Quando li riaprì c’era un nuovo rinnovato desiderio nei suoi occhi.
- Sei assunto.- sussurrò con un sorriso divertito – sei decisamente assunto.-

**

Un paio di giorni dopo, Harry aveva la testa completamente nel pallone. Riviveva quei momenti, li analizzava, li studiava per comprendere tutte le più complesse implicazioni. Purtroppo, capire le cose, non era mai stato il suo forte.
- Se…- soffiò verso Hermione una mattina mentre lei era passata a consegnargli dei fascicoli nell’ufficio privato che gli avevano assegnato - Se fai sesso con qualcuno. Dopo quanto tempo devi chiamare?-
Lei si girò, con un espressione incuriosita – Harry, cos’è questa novità?-
- Nessuno novità.- disse – E’ solo in via ipotetica.-
Gli occhi svegli della ragazza brillarono di curiosità – Questa via ipotetica, ha un nome?-
L’altro affondò il viso nelle cartelle per non guardarla in faccia – Che io sappia, tutti al mondo hanno un nome.-
- Quindi Via Ipotetica, ti piace?-
Harry avvampò e la ragazza non mancò di notarlo.
- Quindi ti piace tanto!- esclamò – Che aspetti allora? Chiamala!-
- Cosa? Ora?- replicò in preda al panico.
- Avete fatto sesso, lei ti piace, la vuoi chiamare.- affermò divertita – E non saprai mai se è reciproco se non la chiami, non trovi?-
- E’ complicato.-
- E’ semplice, invece.- fece lei – Vuoi rischiare di non fare nulla e non rivederla mai più?-
Si sarebbero rivisti, era quello il problema. Si sarebbero incontrati tra i corridoi del ministero, tra la gente alle feste. I loro destini sembravano sfiorarsi, anche se raramente riuscivano a incrociarsi.
- Va bene.- disse arreso – Manderò un gufo.-
- Allora è una strega?- esclamò lei, felice – Chi è? La conosco?-
Harry si alzò e la sospinse gentilmente alla porta – Ora lasciami solo, devo pensare bene a cosa scrivere quindi…-
Aprì la porta e ci ritrovò Draco Malfoy con la mano sospesa bloccato nell’intento di bussare.
- Malfoy?- fece Hermione sorpresa – E’ raro vederti da queste parti come mai sei qui?-
Draco spostò lo sguardo da Harry a lei e le sorrise cordialmente – Devo parlare a Potter, ma è un piacere rivederti.-
- Allora vi lascio soli.- disse nuovamente ricomposta, poi fece l’occhiolino al suo migliore amico – Fammi sapere che ti risponde, okay?-
Harry la odiò, mentre avvampava.
Una volta soli, Draco entrò nell’ufficio e si chiuse la porta alle spalle.
- Cosa devi farle sapere?- domandò, incuriosito.
Harry prese un profondo respiro – Cosa risponderà la persona con cui ho fatto sesso ad una festa quando l’avrò contattata.-
Draco alzò un sopracciglio – Ah, quindi mi avresti contattato, alla fine.-
L’altro arrossì, prima di annuire – Stavo per farlo.-
- Beh, sono qui.- fece Draco attraversando la stanza fino alla scrivania dell’Auror per appoggiarsi con nonchalance. Sembrava così rilassato che non pareva proprio essere lì per affrontare una conversazione imbarazzante.
Ma forse l’unico in imbarazzo era solo lui. Mentre Draco afferrava cose sulla sua scrivania per giudicarle e nel frattempo si riempiva la bocca di cose simile a “facciamo finta di nulla”, “è stato un momento di una notte”, “siamo adulti e vaccinati”, Harry non poteva fare a meno di vedere davanti ai suoi occhi l’immagine dell’altro sconvolto dall’orgasmo.
Se fino a quella mattina quella notte stava quasi svanendo per via del tempo e delle sue fantasia, ora che ce l’aveva davanti, che poteva vedere il suo corpo fasciato in un vestito che esaltava la figura esile e slanciata, che il suo collo era ancora desiderabile, e le sue labbra erano ancora invitanti…
- Mi stai ascoltando?- la voce di Draco lo portò alla realtà.
Harry sospirò gravemente – Sinceramente no.- ammise, poi scrollò le spalle – Vedi è difficile ascoltarti se non mi piace cosa stai dicendo.-
L’altro sembrò incuriosito – E cosa vorresti sentirmi dire?-
Harry piegò mezzo labbro in un sorriso – Di chiudere la porta. –
Sul viso dell’altro passarono una serie di emozioni tutte più o meno evidenti. Curiosità, esitazione, aspettativa, desiderio e, infine, decisione.
- E allora chiudila.- gli ordinò, mentre si portava una mano al collo per sbottonare il primo bottone della camicia.
**

Avevano avuto più privacy ad una festa con le loro voci nascoste da note coordinate, che nel suo ufficio, ma questa volta si presero il tempo necessario per assaporarsi.
Harry non si limitò a baciare le sue labbra, ma osò anche collo, e sfiorò con curiosità i capezzoli scoprendo con piacere che erano una sua zona erotica.
- Sembra che voglia essere succhiato.- mormorò sulla pelle mentre con l’indice giocava con uno dei capezzoli.
- Non è l’unico.- replicò Draco, divertito.
Harry alzò la testa – Vorrei avere più di una bocca.- confessò – C’è troppo di te da baciare, leccare e succhiare…-
Draco piegò la testa di lato e sogghignò – Beh, allora inizia.-
Lo fece, meticolosamente. Cercò sul suo petto e sull’addome ogni angolo che provocasse nell’altro più eccitazione possibile.
Quando arrivò all’ombelico sentì la presenza del suo sesso ormai completamente duro sulla gola. Arpionò il pantalone sbottonato e aprì maggiormente l’entrata scoprendo un boxer verde smeraldo che faticava a contenere quella che sembrava essere una magnifica erezione.
- Vuoi che te lo succhi?- domandò, alzando gli occhi su Draco che gli restituì un sopracciglio alzato in risposta.
- Non è ovvio?-
- Mi piacerebbe sentirtelo dire.- replicò l’altro – Vorrei sentirti dire ciò che vuoi che ti faccia esattamente.-
- Ah, vuoi che ti dica cose zozze, eh Potter?- replicò l’altro mettendosi comodo sulla scrivania – O vuoi che ti comandi?-
Entrambe le opzioni sembravano allettanti. Harry premette le labbra sul rigonfiamento e concesse un guizzo di lingua che fece attraversare un universo di frustrazione nelle iridi dell’altro.
- Voglio che mi dici esattamente quanto vuoi che te lo succhi.- disse, sulla stoffa – E poi voglio che mi dici esattamente…- mormorò mentre spingeva delicatamente giù il boxer lasciando libero il sesso turgido – Quanto vuoi che ti fotta.-
Vide Draco mordersi il labbro così forte che lasciarsi un segno.
Alzò una mano e la affondò nei suoi capelli, con il pollice sembrò quasi accarezzargli la nuca – Voglio che tu mi faccia di tutto, Potter.- disse, riuscendo a mascherare solo parzialmente la realtà di quelle parole. Gli bastava.
Era la prima volta che Harry succhiava un uccello. Prima di Malfoy non erano mai stati così invitanti. Probabilmente, l’uccello di chiunque altro, non sarebbe stato tanto invitante.
Ma quello di Malfoy sembrava perfetto per la sua bocca, sembrava aver scritto solo ed esclusivamente il suo nome.
Iniziò a torturare la pelle tesa senza nessuna esitazione, si riscoprì a farlo con una certa abilità a giudicare dal fuoco che ora leggeva negli occhi dell’altro che non lo lasciavano solo nemmeno un minuto. Succhio, lecco, massaggiò con più naturalezza possibile poi Draco gli tirò via la testa, con una certa urgenza.
Sentì il liquido caldo finirgli sul viso e invece che sentirsi disgustato, si sentì marchiato. Aprì gli occhi e trovò le lenti appannate da parte del seme.
Vide una mano dell’altro tentare di toglierne il grosso con le dita e, quando di nuovo riuscì a intravederlo nonostante tutto, si ritrovano a ridere.
Harry drizzò la schiena cercò il suo viso, smaniò per le sue labbra. Si baciarono con naturalezza disarmante ma soprattutto un intimità nuova.
Continuare, venne più che naturale.
Mentre parlavano prima, Draco aveva preso degli oggetti a caso con l’apparente intento di giudicarli, ma ora che si ritrovò a stenderlo si rese conto che erano stati posizionati in modo da non finire sotto la sua schiena.
- Sei venuti qui apposta, non è vero?- soffiò divertito prima di toglierli con poca grazia il pantalone.
- Per qualche altro motivo sarei dovuto scendere quaggiù?- replicò Draco con un espressione innocente.
Harry si posizionò in mezzo alle sua gambe e infilò una mano tra loro, pronto a prepararlo.
- Lo sai vero che questo significa che non puoi più tirarti indietro?- domandò Harry mentre affondava gentilmente il primo dito - Che significa che ci stiamo frequentando?-
L’altro mise una braccio sotto la testa, per mettersi più comodo, mentre con l’altro iniziò ad accarezzarsi il membro che si stava rilassando per tenerlo sull’attenti – Voi grifondoro.- mormorò – Non riuscite a scopare senza restare coinvolti eh?-
- Chiamalo deformazione professionale.- replicò Harry, infilando anche il secondo dito.
Draco chiuse gli occhi lentamente, come se volesse godersi meglio quella intrusione, poi tirò le labbra in un sorriso – Se questo significa orgasmi…- disse, con il respiro leggermente affaticato – Frequentiamoci.-
Una scarica di adrenalina attraversò Harry.
Draco Malfoy era suo, pensò prima di iniziare a fotterlo, solo suo.

**

Non era mai stato più in torto, pensò dopo aver mandato il quattordicesimo gufo. Sarebbe stato l’ultimo.
Dopo quel giorno nel suo ufficio, Draco Malfoy era sparito del tutto. A nulla erano valsi i messaggi, le richieste, perfino i piccoli agguati quando lo vedeva nei corridoi per riuscire ad ottenere un qualsiasi tipo di risposta.
Era scappato, invece che avere le palle di dirgli che aveva mentito, che non c’era nulla tra loro, che aveva ottenuto quello che voleva e non voleva più nulla da lui.
La rabbia lo aveva consumato per cinque mesi, mentre passava dall’odiarlo a chiedersi cosa aveva fatto di male. Aveva passato tutti gli stadi della perdita, e ora, cinque mesi dopo, era arrivato finalmente al punto dell’accettazione.
“mi piacevi davvero” aveva scritto nella sua lettera, prima di scrivergli addio.
Quattro mesi dopo tuttavia il ministro si presentò nel suo ufficio con un espressone grave – Signor Potter, posso parlarle un secondo?-
- Certo.-
Il ministro avanzò nella stanza - Mi pare di ricordare che lei sia un amico di del Signor Malfoy, è vero?-
Harry fu colpo alla sprovvista, mettersi a ribattere che non erano amici, avrebbe fatto molto male ora come ora, quando anche solo pronunciare il suo nome gli causava una piccola stretta al cuore.
- Che le serve?-
- Non si presenta a lavoro da mesi ormai.- spiegò il ministero.
- Cosa?-
- Si è preso un tempo indefinito di aspettativa.- continuò – Ma il suo contributo è strettamente vitale e volevo sapere se conosci un modo per convincerlo a tornare a lavoro.-
Harry sentì il cuore stringersi in una morsa – Ha…- esitò – Ha detto perché non sarebbe venuto a lavorare?-
- Questioni di salute, pare.- il ministro scrollò le spalle – Ma se non è questione di vita o di morto, mi serve qui. Potresti convincerlo a tornare?-
- Non credo di essere la persona adatta.- replicò amaramente.
- Può comunque fare un tentativo? Non lo chiederei se non fosse necessario.-
Harry strinse le labbra con disappunto, ma annuì. Mentre il ministro finiva i convenevoli nella sua mente si affollarono solo domande su domande: possibile che era arrivato a tanto per evitarlo?
Ma una domanda si insinuò ancora più crudelmente nel suo animo: e se, invece, lui non c’entrasse nulla? Se tutto ciò che Harry provata nella scala di valori dell’altro non fosse altro che un semplice fastidio o ancora peggio, i suoi sentimenti cadevano nella totale indifferenza?
Quel pensiero, gli gelò il cuore. Pensarlo codardo era gran lunga meglio di pensarlo indifferente.
Ci mise qualche giorno a trovare il coraggio di andare da lui. Quando lo fece, preparò nella sua testa parole precise da dire, in qualche modo, mirate a salvargli la faccia; avrebbe detto lui che non gli moriva certo dietro, che se era per questo che non si presentava a lavoro, poteva benissimo tornare visto non provava più nulla per lui.
Mentire non gli risultava poi così difficile del resto, non a caso aveva solo scelto di essere un grifondoro.
Quando picchiò il batacchio per bussare, un elfo aprì la porta immediatamente e gli fece una profonda reverenza.
- Sono un emissario del primo Ministro, sono qui per suo conto.-
Immaginò che non l’avrebbe mai ricevuto se avesse detto il suo nome e cognome. Il piccolo elfo si prostrò nuovamente e lo fece accomodare. Lo lasciò in una studio ben arredato e svanì dopo alcuni attimi.
Una volta solo, Harry si guardò attorno. Tutto era talmente in ordine che sembrava essere tutto finto. Sulla scrivania non c’erano scartoffie, né segni di inchiostro. Sembrava letteralmente non esserci alcuna residue presenza di qualcuno.
Sentì uno scricchiolio, si girò e, per la prima volta dopo mesi, si ritrovò davanti al suo sogno proibito. Si aspettò fastidio, perfino un poco di odio nei suoi confronti, ma Draco sembrò guardarlo come se non riuscisse a riconoscerlo, ebbe il tempo di notare le profonde occhiaie e la vestaglia comoda che lo copriva come se cercasse di proteggerlo dal mondo.
- Stai bene?- domandò preoccupato.
Draco sembrò riscuotersi, si chiuse meglio la vestaglia, quasi fosse un armatura - Che ci fai qui?-
Il salvatore strinse le labbra - Mi manda il ministro. Servi a lavoro.-
Il padrone di casa aggrottò le sopracciglia, pensieroso – Non posso tornare.- disse.
- Sembrava urgente e non puoi restare in aspettativa così a lungo. -
- Digli che mi licenzio, allora.- replicò pratico l’altro.
Cosa? Ma che diavolo stava succedendo?
Fece un passo verso di lui e Draco indietreggiò, sulla difensiva.
- Non voglio farti del male.- si difese Harry confuso.
L’altro sembrò chiudersi meglio nella vestaglia, come se volesse nascondere qualcosa. Le spalle sembravano così tese che pareva fargli mare il semplice atto di respirare.
- Merlino, Malfoy, cos’hai?- domandò, sinceramente preoccupato – Ti porto al San Mungo? Se hai bisogno di qualcosa…-
- Sto bene.- lo freddò di rimando – Manderò le mie dimissioni al ministro non appena te ne vai. Grazie di essere passato.-
Fece per girarsi, ma Harry gli afferrò un braccio e lo costrinse e guardarlo.
Le labbra di Draco si contrassero in una smorfia senza allegria prima di dire – Non ti è chiaro il rifiuto, Potter?- disse, cercando di imprimerci più acidità che poteva – Non mi piaci, ti ho solo usato. E ora vattene da casa mia…-
Erano esattamente le parole che aveva temuto di sentire, ma ora che avevano preso forma, che le sue orecchie le aveva ascoltate, c’era qualcosa che non quadrava. Dentro di lui, la semplice verità che fossero state dette solo per spaventarlo divenne una certezza.
Dentro di sé, sapeva che lasciarlo solo, andarsene, o semplicemente rimanere ferito da quelle parole, erano le cose più sbagliate da fare.
- Draco…- soffiò, per la prima volta pronunciando il suo nome – Non vado da nessuna parte.-
- Devo cacciarti?- insistette Draco, cercando di mantenere quella maschera di indifferenza.
- Ti sfido a provarci.-
Per un intero minuti i due restarono fermi, cercando di capire cosa fare. Poi il padrone di casa si arrese, le spalle crollarono così come anche ogni sua indifferenza.
- Va bene, non sto… benissimo.- ammise.
- Cos’hai?
- E’… complicato.- mormorò – Ma starò meglio, te lo prometto.-
Come se lui avesse il diritto di ricevere quella promessa.
- Posso fare qualcosa per te?- si ritrovò a domandare.
L’altro scosse la testa, poi si riappropriò del suo braccio – Vai a casa, Harry.- ci fu famigliarità nella pronuncia del suo nome.
Draco provò a fare un passo indietro, ma qualcosa andrò storto. Sembrò che perdesse per un attimo l’orientamento, rischiando si cadere, così Harry lo prese al volo per reggerlo in piedi. Tuttavia, la vestaglia si aprì rivelando qualcosa che Harry non realizzò di vedere all’inizio, poi quando concretizzò cosa fosse, non riuscì a capirlo.
- Sei ingrassato?- domandò a Draco che, ripresosi, si affrettò a richiudere la vestaglia con fare frettoloso.
- Non sono affari tuoi.-
- Certo, non volevo dire nulla ma…- lo guardò – solo sulla pancia? Non sembri essere ingrassato altrove, è…strano.-
Draco si portò una mano alla testa come se gli fosse venuto mal di testa - … lascia perdere, okay?-
Harry lo studiò, come se cercasse di risolvere un puzzle, ma aveva la sensazione di riuscire a vederlo nella sua interezza senza però capirne il significato, poi qualcosa si risvegliò da qualche parte nella sua testa: cinque mesi che non lo vedeva, una malattia, sarebbe mancato a lavoro per tempo indefinito, addome gonfio…
- E’ impossibile.- soffiò senza fiato – Sei un maschio.-
Draco lanciò un’occhiata veloce all’altro, poi distolse lo sguardo – Non è come pensi.- replicò, senza però essere minimamente convincente.
Harry aprì le mani e se le guardò come se mettesse in dubbio interamente la sua biologia – Cioè non può essere, giusto? Non puoi aspettare un figlio!-
Il padrone di casa alzò gli occhi e non disse nulla, incapace di ribattere.
Questa volta, a rischiare di cadere in terra fu Harry.
**

Draco gli mise tra le mani un bicchiere del liquore forte che gli aveva fatto assaggiare la loro prima volta insieme. Questa volta gli sembrò acqua.
- Spiegami.- disse solo.
Pensieroso, si mise apparentemente senza rendersene conto una mano sulla pancia – Ha qualcosa a che fare con le mie nobili origini.- confessò piano – Nella mia famiglia ci deve essere un erede maschio a tutti i costi, non importa quali siano i tuoi problemi o… le tue inclinazioni.-
- Ma come puoi…cioè …-
- E’ una maledizione.- continuò - in mancanza di eredi maschi e in caso di inclinazioni omosessuali, pare che la mia famiglia sia in grado di riprodursi comunque. – si morse un labbro – Cioè non è che lo faccia a prescindere, devono esserci delle condizioni: un partner di sangue forte, una certo tipo di compatibilità…- la voce sfumò – Un certo tipo di sentimento.-
Harry sbatté le palpebre e fece scivolare lo sguardo sul suo grembo gonfio. Per la prima volta, realizzò qualcosa di ancora più sconvolgente dello scoprire che il ragazzo per cui era invaghito fosse incinto… quel figlio con tutta probabilità era suo.
- Sì.- Draco intercettò i suoi pensieri.
Harry era senza fiato mentre chiedeva – Avevi intenzione di dirmelo?-
Lo sguardo colpevole dell’altro lo fece sentire sinceramente male.
- Quindi…- riprese cercando di capire. Ma erano troppe informazioni, troppe emozioni tutte insieme – Sei sparito perché sei incinto ed è mio figlio. – sintetizzò.
- Puoi smettere di ripeterlo? Sto ancora cercando di metabolizzare e sono passati cinque mesi.-
- Beh, dammi almeno cinque minuti.- replicò Harry – Cioè non capita certo tutti i giorni. Cioè… aspettiamo un bambino. Un bambino!-
Lo guardò e notò nuovamente le occhiaie e l’aria trasandata - … e deve essere stato spaventono per te.- realizzò – Non sapevi come dirmelo, non è vero? Per questo sei sparito.-
Seduto nella sua poltrona, Draco sembrava studiare ogni sua mossa – Non voglio niente da te.- esordì serio in volto – Non vorrò mai un soldo o che tu lo riconosca. Non pretendo che tu gli faccia da padre, se non è quello che vuoi. –
Se non è quello che vuoi, quelle parole risuonarono nella sua testa come un eco.
- Quindi, se lo voglio, mi permetterai di essere suo padre?-
- Beh, lo sei.- confermò Draco.
- E se volessi anche te?- replicò senza nemmeno rendersene conto.
Draco alzò il viso e si incrociò il suo sguardo. La mano si contrasse sulla pancia, come se si fosse fermata da stringerla.
- Mi vuoi ancora… dopo quello che ti ho fatto?- domandò e Harry non poté fare a meno di notare la vulnerabilità nella sua voce.
Cinque mesi senza di lui ed era letteralmente impazzito. Erano stati a letto solo in due occasioni e nessuno delle due comprendeva un vero letto, ma la quello che aveva provato era stato travolgente…e inevitabile.
- Quale sentimento? – domandò d’un tratto – Hai detto che un figlio viene concepito solo con alcune condizioni, tra le quali un sentimento. Di quale si tratta? Basta che lo provi solo uno o… è reciproco? -
L’altro lo guardò a lungo, dietro i suoi occhi si accumularono i pro e i contro del rispondere seriamente a quella domanda, ma poi chiuse gli occhi e sembrò voler allontanare le insicurezze e le paura.
- Deve essere reciproco.- confessò.
Fu perfettamente chiaro.
Harry scattò in piedi, attraversò la stanza e cercò le sue mani prima ancora delle sue labbra. Le baciò dolcemente, adorando il modo esitante ma desideroso con cui rispose l’altro.
- Che sia chiaro.- soffiò, ansante dopo un lungo bacio – Ho intenzione di sposarti.-
- Tu sei pazzo.- replicò Draco alzando gli occhi al cielo.
Harry annuì solennemente – Non intendo ora, ma un giorno, di sicuro. – continuò - Non voglio solo frequentarti, voglio stare con te, voglio che pensare al futuro e voglio che questo bambino abbia una famiglia che si ama.-
- Sei cocciuto abbastanza da rendere queste cose esattamente ciò che avrà.- replicò l’altro.
Si baciarono ancora, poi Draco si staccò a disagio. Divertito dalla confusione di Harry, gli prese una mano e se la poggiò sulla pancia per sentire il calcio.
- Ciao papà.- tradusse per lui.
Harry si ritrovò con le lacrime che gli colavano lungo le guance.
- Non ti lascerò andare mai più.- disse e sembrò una potente minaccia.
Draco gli accarezzò il viso e lo corresse con dolcezza – “Vi” –

 
 
 
 
 
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Titolo: Il mostro della stanza buia
Cow-t 9, Seconda settimana, M2.
Prompt: Oscurità
Numero parole: 7178
Rating: Rosso
Fandom: Originale

 

Il mostro della stanza buia


Nathan era parte una parte integrante dell’oscurità. Dal momento che era nato, si era mosso nelle fessure della realtà, tra un’ombra e l’altra, tra una finestra coperta, tra porte chiuse e “no” alle sue richieste di uscire fuori a giocare.
Era nato diverso. Era nato difettoso.
La luce del sole poteva ucciderlo, per questo, rinchiuderlo e buttare via la chiave era stata la scelta più ovvia... e anche la più comoda.
I primi anni sua madre aveva fatto di tutto per aiutarlo, aveva coperto le finestre, gli permetteva di uscire a in giardino a giocare.
Ma era sempre solo. Sempre arrabbiato.
Così, gli avevano dato un fratellino, Pascal per tenerlo occupato e per un po’ aveva funzionato.
Quella strana piccola e paffuta novità dava alla sua giornata una nuova prospettiva. Non gli interessava nemmeno che piangesse ad ogni ora del giorno e della notte, perché quanto lo guardava con i suoi enormi occhi chiaro, il suo fratellino lo guardava, e lui non si sentiva un fantasma nella sua stessa vita.
Tuttavia, suo fratello non era portatore del gene e, per la prima volta in anni, suo padre Cecile aveva un pargoletto da mostrare in giro, di cui vantarsi.
A volte usciva con il passeggino e non li vedeva per ore e Nathan si sentiva come un cagnolino che restava chiuso nella sua stanza in attesa che i padroni tornassero.
Quell’amore che gli era stato sottratto, era incanalato nel fratellino, quella salute che gli era stata negata era una realtà schiacciante.
Lui era un aborto, un errore, qualcosa che sua madre cercava di dimenticare, mentre mostrava con orgoglio il suo secondogenito.
Quando aveva sette anni, Cecile decise che era stanca di vivere nell’oscurità. Relegò Nathan nella sua camera e tolse dalle finestre i tendaggi pesanti e i vetri oscuranti.
Non poté mai vederla godersi quella luce, ma la sentì ridere spesso con gli amici che tornarono a trovarla, mentre mostrava il suo piccolo Pascal e, nel contempo, veniva adorata per prendersi cura di un bambino così gravemente malato com’era lui.
Nathan crebbe così, non voluto, rifiutato, relegato e sostituito, riempito di regali solo per mettere a tacere un senso di colpa quasi inesistente.
Pascal era troppo piccolo per capire perché suo fratello lo odiasse così ardentemente, così spesso di presentava nella sua stanza e tentava di coinvolgerlo a giocare. Sospettava in realtà che fosse sua madre a costringerlo.
Perché avrebbe dovuto tentare di coinvolgerlo del resto? Quale attrattiva poteva mai avere un bambino della sua età nel tentare di giocare con un mostro del genere, un ombra di ciò che era un bambino.
Pascal era Peter pan… e lui era l’ombra che gli sfuggiva.
Non importava quanto Peter pan tentasse di cucirsela ai piedi, però. Nathan sbatteva sempre fuori suo fratello.
Aveva aspettato paziente che suo fratello si stancasse di essere mandato lì dalla loro madre, che si ribellasse, che iniziasse a risentirsi dei rifiuti, ma ogni pomeriggio, Pascal bussava alla sua porta, con un nuovo gioco tra le mani e la sua voce innocente che gli chiedeva di giocare.
A quel punto, Nathan era semplicemente troppo arrabbiato per sopportare ancora.
- Vuoi giocare?- gli aveva detto un giorno. Si era reso conto di non riconoscere nemmeno più la sua voce tanto era abituato a non parlare con nessuno – Giochiamo.-
La prima volta, lo costrinse a prendere del vetro rotto tra le mani. Gliele strinse con forza, fino a fargliele sanguinare.
Sua madre giunse non appena sentì il pianto incontrollato e quando gli chiede cosa fosse successo il primogenito si limitò a dire che si era rotto un vetro, e aveva detto a Pascal di non prenderlo, di chiamare lei, ma non gli aveva dato retta. Sua madre lo aveva fissato, con occhi vitri come se si ponesse la domanda più crudele che una madre avrebbe mai dovuto porsi: era davvero andata così?
Ma se fosse stato il contrario, se fosse stato Nathan a provocare i singhiozzi incontrollati del suo bimbo preferito, se lo avesse gridato, punito, scacciato, che razza di madre l’avrebbe creduto la gente?
Così si limitò ad annuire e portò via Pascal e il resto dei vetri.

Nathan era convinto che sarebbe bastato. Pascal aveva imparato la lezione, sua madre sarebbe stata spaventata abbastanza da tenerlo lontano.
Così lui sarebbe rimasto finalmente solo, a vivere la sua vita steso in un letto al buio, sentendo solo di sottofondo la televisione come una fittizia compagnia.
Eppure, il giorno dopo, sentì nuovamente bussare alla porta e quella rabbia che aveva iniziato a scemare scoppiò in lui, più forte che mai.
Questa volta, quando aprì la porta e si ritrovò il suo fratellino con le mani fasciate ed un gioco in mano, pensò a come potergli fare male senza che sua madre accorresse.
- Vuoi giocare?- soffiò ancora e sent’ l’odio scaturirgli da ogni poro, vibrargli sotto la pelle.
Lo avrebbe punto per ogni attimo che lo costringeva a guardarlo, pensò mentre lo faceva entrare, lo avrebbe punto per ogni attimo che lo costringeva a odiarlo.
Prima o poi, avrebbe smesso di bussare alla sua porta.

Nel tempo, aveva trovato nuovi modi per torturarlo senza che sua madre lo venisse a sapere. Pascal si era riscoperto essere piuttosto stupido e presto fargli fisicamente aveva perso il suo fascino ed era passato a modi più subdoli. Questa volta, avrebbe rovinato Pascal a gli occhi di sua madre.
Voleva che il bambino di cui andava tanto fiera diventasse una nuova pecca, un nuovo orrore da nascondere.
Iniziò con i piccoli capricci, poi con l’andare male a scuola. Finì con il convincerlo a fare cose molto stupide, come sputare addosso ad un bullo della scuola.
Ogni giorno, Pascal travalicava un limite, come se Nathan segnasse un linea e lo sfidasse a superarla e il suo stupido fratellino lo facesse, passo dopo passo, ciecamente e senza batter ciglio.
- Perché lo fai?- gli chiese un giorno, dopo che era tornato con un occhio nero e un gioco tra le mani chiedendogli nuovamente di giocare.
Pascal rispose semplicemente – Perché me l’hai detto tu.-
Confuso più che mai, Nathan aveva osservato suo fratello, le sue cicatrici erano coperte dal vestiti ma nn per questo erano meno vere e gliele aveva fatte lui.
- Provi così tanta pietà per me?- gli aveva domandato, con nuovo astio – Ti faccio così pena che devi ubbidire a tutto quello che dico? –
Pascal lo aveva guardato senza risponde, come se non si aspettasse quelle domande.
La rabbia, che un tempo esplodeva, fino a farlo desiderare di fargli del male, all’improvviso iniziò a traboccare lentamente, più centellinata.
Lo odiava.
Lo odiava davvero tanto.
E non voleva più vederlo.

Nathan iniziò a chiudersi sempre di più in sé stesso. Era sempre stato convinto di non esistere al di fuori di quelle mura, ma quando iniziò a rifiutare di vedere Pascal del tutto, si rese conto di quanto ormai non era più nemmeno un’ombra.
A volte il suo passatempo era semplicemente concentrarsi a respirare, per concentrarsi sull’essere vivo.
Andava bene così, però, Pascal poteva vivere la sua vita senza la sua influenza, sua madre poteva uscire e essere felice dimenticando la sua esistenza.
Tutti erano felici.
Ma sua madre, ancora una volta, dovette rovinare tutto.
Un giorno decise che doveva diventare una sarta, così cacciò Pascal dalla sua stanza per farne uno studio e, in una sola notte, quella che era la sua stanza divenne la loro stanza.
Ancora una volta, Nathan si vide sacrificato per i capricci della madre, e derubato da ogni sua aspirazione di solitudine.
- Non hai degli amici?- gli domandò un pomeriggio mentre se ne stava sul suo letto a studiare con la luce di un lume improvvisato.
Pascal aveva alzato gli occhi e lo aveva guardato come se fosse sorpreso che il fratello maggior che per anni lo aveva maltrattato gli rivolgesse di nuovo la parola. Fu strano vedere per la prima volta dopo anni, nei suoi profondi occhi blu, una sorta di indifferenza.
Per qualche strana ragione, gli dette il voltastomaco.
- Certo che ho amici.- rispose tornando a leggere il libro di testo.
- E allora perché non sei da loro?- replicò Nathan.
Pascal, si prese il tempo di finire di leggere una frase prima di rialzare gli occhi – Perché hanno da fare. Contrariamente a ciò che credi, non tutti restano chiusi nella propria stanza tutto il giorno.-
Las ua mano ebbe uno spasmo, ricordò quanto era bello stritolargli il braccio fino a portarlo alle lacrime. Desiderò farlo solo per la sua insolenza.
- Da quando sei così sarcastico?- disse, tentando di reprimere la rabbia.
Pascal scrollò le spalle, poi tornò a leggere. Ancora indifferenza, ancora fastidio, ancora rabbia.
- Potresti studiare in cucina. –
- Ci sono le stoffe di mamma in cucina.-
- Ovunque sarebbe meglio che qui.-
- Perché non ti annoieresti?- gli rinfacciò.
Nathan si strinse un labbro con i denti – Perché ci sarebbe più luce.- disse, e quella parola gli risultò al sapore di veleno sulla lingua.
Pascal alzò gli occhi e per un secondo gli parve di vedere quel bambino che ogni giorno bussava alla sua porta, quel fratellino bisognoso di attenzioni a cui aveva fatto del male perché era la causa di ogni suo male.
- Sto bene qui.- disse ancora.
Nathan sapeva che non era vero, sapeva oltre quella porta chiusa a chiave c’era una luce abbagliante che rispendeva dalle enormi finestra e, soprattutto, sapeva che gli occhi di Pascal faticavano a leggere con quella fioca luce. Guardò il soffitto dove una neon abbandonato ormai da tempo svettava impolverato. Da che ricordava, non l’aveva mai acceso. La poca luce che riempiva la stanza era di un lume e del pc che lo aiutava a tenersi occupato, per il resto se la vita aveva deciso per lui che avrebbe vissuto nella totale oscurità, tanto valeva assecondarla.
Quell’oscurità era la sua migliore amica, la sua vera casa, l’unica cosa che non lo avrebbe deluso mai.
L’unica cosa vera.
Il suo fratellino girò una pagina e si stropicciò un occhio chiaramente infastidito. Non era giusto che lui fosse succube della sua oscurità.
Si alzò e gli accese la luce per poi buttarsi di nuovo al letto e coprirsi con una coperta perché non c’era abituato.
- … non dovevi.- lo sentì dire.
Non gli rispose. Non avevano fatto pace. Dovevano solo convivere.

*

Pascal aveva davvero degli amici, li salutava quando lo accompagnava a casa. Tornava a casa sempre più tardi, così tanto che il sole era già tramontato all’orizzonte quando finalmente tornava a casa. Tra tutti era il più basso, pensò divertito guardandoli dalla finestra, perfino la ragazza che aveva chiaramente una cotta per lui era più alta di lui.
La guardò pensando vagamente se lui la troverebbe eccitante. Non aveva mai avuto modo di incontrare una ragazza, trovarla attraente. Perfino i porno aveva smesso di attrarlo dopo qualche mese, e non poteva comunque toccarsi con suo fratello sempre in stanza con lui.
Sarebbe morto giovane e pure vergine. Come se la sua sfiga non fosse già abbastanza dura da digerire.
Alzò gli occhi e osservò il cielo. Le uniche volte che usciva da casa era per andare a fare le visite di routine, non conosceva nulla del quartine o della città in cui viveva. Pure delle lampade alogene potevano fargli del male, ogni cosa poteva fargli del male.
Perché era nato?
Non avrebbe potuto semplicemente morire e risolvere la vita di tutti?
Pascal bussò alla porta e Nathan sospirò gravemente.
Se lui poteva andare ovunque, perché si ostinava a tornare in quell’inferno?
Aprì la porta e lo lasciò entrare, poi prese come di consueto posto sul suo letto al suo angolo della stanza. Afferrò il DS e iniziò a giocarci mentre con la goda dell’occhio vedere il fratellino mettere a posto i libri, poi prendere un blocco e una matita e sedersi a sua volta sul suo letto per iniziare a scrivere febbrilmente qualcosa.
Come sempre, tra loro regnò il silenzio, fu strano per Nathan sentire il bisogno di riempirlo – Piaci a quella ragazza, sai?-
Pascal alzò gli occhi e aggrottò le sopracciglia – Come?-
- La ragazza bionda. Le piaci.-
- Non è così.- replicò l’altro, tornando a guardare il foglio. Quella sua sicurezza lo infastidì, era come se stesse insinuando che visto che lui non aveva alcun tipo di esperienza non poteva affermare questo tipo di cose.
- Dì un po’, hai mai baciato una ragazza?-
Il fratello fermò il movimento della matita e non rispose. Nathan insistette – E invece ti sei mai masturbato?-
Questa volta, era riuscito a scalfire la superficie del suo sarcasmo e della sua calma. Alla luce del piccolo neon riuscì a vedere il lieve rossore che colorò le sue guance.
- Allora?- insistette, volendo cavalcare l’onda – Sai se quella ragazza ti si dichiarerà dovrei farci sesso prima o poi.-
- che ne sai tu?- replicò subito il fratello.
- I giovani di oggi sono precoci. Lo sanno tutti.-
- Luoghi comuni.- replicò subito – E poi guarda che hai solo un paio di anni in più.-
Oh, era indispettito. Divertente.
- Non sai che le difficoltà rendono più saggi?- lo prese in giro – A quest’età ho la saggezza di un centenario.-
Pascal alzò gli occhi e sembrò trafiggerlo, scuse le labbra e sembrò esitare nel rispondere, tentò più volte di trovare qualcosa da dire oppure… di trovare un modo di replicare che non lo ferisse troppo.
- Difficoltà?- soffiò – Vitto e alloggio gratis senza avere mezza preoccupazione?-
Nathan si ritrovò alla sua gola prima ancora di rendersene conto. Strinse le dita così strette che lo vide diventare paonazzo prima di capire cosa stava succedendo e lasciarlo andare.
Si allontanò di qualche passo, mentre Pascal tossiva disperatamente.
Ancora quell’istinto. Pensava di averlo messo a tacere.
Ma Pascal scatenava in lui… qualcosa. Voleva fargli male, punirlo, distruggerlo.
Torturarlo per anni non gli era bastato, né era bastato al caro fratellino per fargli abbassare la cresta. Tornò al suo letto, cercando di calmare i forsennati battiti del suo cuore, prese di nuovo il DS e infilò le cuffie.
Nonostante per un attimo aveva creduto che avrebbero potuto avere una conversazione normale, l’accaduto gli aveva fatto capire che non era così.
Non erano destinati ad avere alcun rapporto.

**

Per una settimana Pascal indossò una sciarpa, alla mamma aveva detto di avere mal di gola. Quando erano in camera la toglieva e la forma delle sue dita era ancora così netta che Nathan non poteva fare null’altro che fissarle.
Ne era straordinariamente affascinato, a volte si era riscoperto a desiderare di sfiorarle con i polpastrelli, ma non si era avvicinato a lui più dei due metri che li separava. Solo una volta, ebbe modo di vederli da vicino. Si era addormentato e era stato Pascal a svegliarlo per la cena, per farlo si era seduto sul letto accanto a lui e si era sporto.
Il suo collo era sembrato particolarmente bello, con i suoi maschi addosso.
Pascal era bellissimo con i suoi marchi addosso.
Quel pensiero, sopraggiunto nel dormiveglia, lo lasciò per un attimo disorientato, ma si sforzò di ignorarlo.
*
C’era qualcosa dentro di lui. Qualcosa che andava oltre l’essere depresso, o malato, o stanco.
Lui era sbagliato su ogni livello, era marcio fino all’ultima fibra del suo essere e era messo, tutti i giorni, tutti gli attimi davanti a quella che era la perfezione: un fratello a cui non mancava nulla, che aveva ottimi voti, una madre che lo amava, amici, una ragazza che lo desiderava e… la luce.
Lui aveva la luce, e tra tutte le cose, questa non poteva perdonargliela.
Non aveva mai potuto perdonargliela, anche soli nell’oscurità della sua stanza, anche se Pascal faceva di tutto per non urlalo, o infastidirlo, anche se gli aveva voluto bene, l’aveva cercato, l’aveva rincorso, quella distanza tra loro, che fisicamente non era che poco più di due metri, li avrebbe sempre tenuti separati.
Questo pensiero, lo accompagnava un pomeriggio mentre suo fratello era nel loro bagno comuni a fare una doccia. Il cellulare, continuava a squillare e trillare, chiaramente per via di una chat di gruppo.
I suoi amici, penso alzandosi. Li aveva visti di sfuggita, ma non aveva mai avuto modo di sapere nulla di loro. Raggiunse il cellulare e lo fissò dall’altro, consapevole che se avesse aperto la conversazione Pascal si sarebbe potuto rendere conto della sua intromissioni.
Iniziò però a leggere alcuni dei messaggi che scorrevano sulle notifiche. “perché non esci mai con noi?” stavano dicendo “Dai! stasera esci?” “dai, andiamo al locale!” “Manda al diavolo tuo fratello e vieni con noi”
Manda al diavolo tuo fratello…
Lo usava come scusa per non uscire? Loro lo volevano fuori da quella stanza, lo volevano a divertirsi, a vivere e lui… sceglieva di restare?
Pascal uscì dal bagno e aggrottò le sopracciglia nel vedere il fratello sconfinare dalla sua parte.
- Che stai facendo?- domandò, mentre si asciugava i capelli con il cappuccio dell’asciugamano.
Nathan spostò lentamente gli occhi dallo schermo del cellulare su di lui. Non riconobbe la sua voce mentre chiedeva.
- …Perché non esci con i tuoi amici?-
La mano di Pascal esitò sulla nuca – Ho molto da studiare.- disse, e sembrò una patetica scusa perfino a lui che non si era sentito ripetere menzogne.
- Perché non esci mai con i tuoi amici?- riformulò – loro voglio stare con te e tu… rifiuti. Perché? –
Riusciva a sentire il tono d’accusa stonare in quella che poteva essere solo in apparenza una domanda innocente, quel tono riempiva l’aria, la intossicava. L’ossigeno era sempre stato così poco?
Pascal lo guardò per un lungo minuto, poi rispose semplicemente – Perché non voglio uscire.-
Quella cosa che era sbagliata in Nathan esplose, distruggendo tutto ciò che incontrava. Lui era perfetto, lui poteva uscire, lui poteva avere tutto… e lo rifiutava? Restava lì, in quella stanza, con lui, per semplice noia?
Lo odiava.
Lo odiava.
Lo odiava!
Lo odiava!
Fu come un esperienza extra corporea. Sapeva che gli avrebbe fatto del male prima ancora di farglielo, sapeva che questa volta non si sarebbe fermato e sapeva che questa volta non ci sarebbe stato più ritorno.
Lo avrebbe ferito, ferito più di quanto avesse mai fatto prima, più di quanto lo avesse mai desiderato.
Prima era un gioco. Ora voleva distruggerlo.
Picchiarlo, minacciarlo, ferirlo, nulla sarebbe bastato, nulla gli avrebbe fatto capire quella realtà che aveva tentato in tutti i modi di fargli vedere: scappare via, allontanarsi da lui, lasciarlo solo.
Pascal si dimenò, scappò, ma Nathan lo raggiunse, lo sovrastò. Nella colluttazione che seguì, l’accappatoio di Pascal si era aperto lasciando vedere un corpo pieno di vecchie cicatrici e vecchi rancori.
Era ovunque sul suo corpo, quel corpo gli apparteneva.
Pascal era suo.
Quel pensiero vorticò così impietoso nella sua anima che si rese conto di essere dentro di lui solo mentre veniva. Si rese conto di quello che aveva fatto, solo dopo esce uscito e aver visto il suo seme colare dal corpo nudo di suo fratello.
Si rese conto che non c’era più nulla per loro, solo sofferenza.

*


Pascal faticava a muoversi, ma si sforzava di non darlo a vedere. Quando loro madre gli chiese cosa avesse, mentì, come le aveva sempre mentito.
Non era la prima volta che taceva, non importava fino a che punto il fratello maggiore lo ferisse, non aveva mai detto nulla a loro madre.
Sospettava perché volesse esser ben voluto, visto che era l’unico figlio a cui lei dava una qualche attenzione.
Si aspettava che evitasse di tornare in stanza, si aspettava che uscisse con i suoi amici anche solo per evitarlo, ma nulla era cambiata nella loro routine.
Tornava da scuola, si sedeva sul letto davanti al suo e studiava.
Come. Ogni. Fottuto. Giorno. Normale.
Perché faceva così? Perché doveva fargli saltare i nervi a quel modo?
- Sembra quasi che tu voglia farmi incazzare.- gli disse, un pomeriggio.
- Non sto facendo niente.- replicò l’altro con voce atona.
Appunto.
Cosa doveva fare per liberarlo da quell’oscurità?
Aveva fatto la cosa peggiore che chiunque avrebbe mai potuto sopportare e lui se ne restava ancora lì, dall’altra parte della stanza, a imporgli la sua presenza.
Ma la cosa davvero peggiore era che Nathan iniziasse a desiderarla.
Aveva violato il suo corpo, non c’era stato nulla di sensuale in quel momento, era stato veloce, doloroso e animale e la scarica di adrenalina lo aveva sopraffatto come una potente droga.
Non gli era piaciuto nel senso classico del termine, era stato molto diverso dal toccarsi, ma sotto la pelle vibrava la sensazione di essere stretto ancora nel suo corpo.
- Vieni a succhiarmi l’uccello.- gli ordinò d’un tratto.
Pascal s’irrigidì e faticò ad alzare il capo.
- Come?-
- Mi annoio.- replicò l’altro fingendo indifferenza – succhiamelo.-
Vide gli occhi del fratello cercare la porta, forse meditando se avrebbe avuto modo di scappare, o forse pensato alla madre che era nella stanza accanto intenta a fingere di sapere cucire insieme due stracci.
- Io… non… - mormorò.
Nathan capì di aver tirato troppo la corda, scollò le spalle e fece per alzarsi solo per andare in bagno, ma quel movimento fece sobbalzare Pascal che disse solo – Va bene.- in risposta.
Incuriosito dagli eventi, e ormai ben più che consapevole che non ci sarebbe stato nessun paradiso ad attenderlo Nathan si risedette sul letto e aprì le gambe.
Lo guardò scendere dal suo letto e raggiungerlo, con meno timore di quanto si sarebbe aspettato.
Un guizzo di anticipazione si fece strada in lui mentre lo vedeva inginocchiarsi impacciato, provò un po’ di pietà nel vederlo trafficare con i suoi pantaloni del pigiama, come se cercasse di capire come abbassarglieli senza chiedergli di alzare il bacino.
Quasi gli venne da sorridere beffardo, quando lo alzò per andargli incontro.
Quando Pascal posò gli occhi sul membro rilassato del fratello, qualcosa nei suoi occhi brillò, forse era paura. Per un lungo minuto, sembrò cercare di capire come procede, poi posò delicatamente le dita sulla punta.
- Prova a accarezzarlo.- suggerì Nathan. Pascal non rispose, ma seguì l’indicazione. Nonostante l’evidente esitazione e la ovvia paura che ormai doveva provare nei suoi confronti, le sua mano iniziò a muoversi con fermezza lungo il membro molle e, dopo un po’, quella nuova frizione iniziò a dare i suoi frutti.
Vedersi diventare duro tra le sue mani, fu soddisfacente ad un livello che non credeva possibile. Ormai era sul punto di non ritorno.
Nathan sapeva di essere del tutto impazzito, di non avere più freni o morale.
Lo aveva violentato e ora sarebbe venuto nella sua bocca.
Pascal si chinò sul sesso all’improvivso e regalò con gli occhi serrali una lunga e profonda leccata dalla base alla punta. Rifece l’azione, avvolgendo come poteva il sesso co le labbra. Era scoordinato, un po’ esitante, ma la lingua calda e quella frizione lo stavano eccitando come mai nessun porno aveva fatto.
- Ingoialo.- gli ordinò e fu estasiato dalla pronta azione, quasi avesse aspettato quell’comando dalla prima leccata.
Appena sentì la bocca stringersi attorno a lui, realizzò di aver violato ogni entrata del fratello, di aver posto una bandierina. Primo, ancora prima di chiunque altro, ancora prima della ragazza che era innamorata di lui.
Divertito, pensò, quella ragazza un giorno avrebbe potuto baciare quella bocca che si stava scopando.
Fu divertente e, afferrare la sua testa e costringerlo ad un ritmo più intenso, fu totalizzante.
Venirgli in gola, lo condanno ad una sorte peggiore dell’essere condannato all’inferno; Il cambiamento totale della sua realtà.

**

Nel giro di un mese, divenne una routine.
Pascal non solo aveva imparato a succhiarglielo in maniera magistrale, ma affondava in quella bocca con una naturalezza che rasentava l’intimità.
Non c’era più alcune esitazione, né paura, non aspettava nemmeno che glielo ordinasse, dal momento che si alzava la mattina, lo raggiungeva nel suo letto per iniziare a succhiargli via ogni briciolo di autocontrollo.
Lo faceva per fare in fretta e non fare tardi a scuola.
Quella bocca era divina e il solo pensarla lo rendeva duro come pietra.
Mentre Pascal era a scuola non faceva che toccarsi, immaginando quelle labbra chiudersi attorno al suo sesso duro, succhiarlo, i suoi occhi brillare di una luce indefinibile, ma altre immagini si affollavano nella sua testa, immagini della loro prima volta. D’un tratto si ritrovò a fantasticare al suo odiato fratellino aggrappato alle coperte mentre si spingeva in lui.
Oh, scoparlo, sarebbe stato grandioso. Il suo sesso ormai ricordava a stento com’era stato essere stretto in quell’anello di carne.
Aveva fatto delle ricerche, nei ritagli di tempo, aveva ordinato perfino del lubrificante.
Così, un giorno, dopo che Pascal aveva finito di fare i compiti Nathan soffiò.
- Vieni qui.-
Con totale tranquillità Pascal mise i testi a posto e si alzò per raggiungerlo.
- Facciamo in fretta, mi fa male la mascella.- disse.
- Stavolta non voglio la tua bocca.- gli sorrise Nathan divertito.
Un milione e mezzo di emozioni passarono nello sguardo del fratellino. Quasi fu piacevole vederlo esitare. Poterlo mettere in difficoltà era sempre stato un suoi piccolo vezzo.
- Spogliati – gli disse- e stenditi con me.-
La prima volta che gli aveva dato l’ordine di fare sesso con lui, anche se solo orale, Pascal aveva guardato la porta, dilaniato dalla scelta di scappare e la paura. Questa volta il suo viso era solo pensieroso mentre si spogliava lentamente. Mentre si stendeva era tanto irrigidito tanto delizioso.
Se Nathan fosse stato gay avrebbe di sicuro trovato eccitante il suo fratellino, pensò posizionandosi in ginocchio davanti a lui, era magno, ben proporzionato, i capelli mossi e biondi, gli occhi azzurri. Un vero angelo da sporcare.
Le cicatrici erano come il sale, davano gusto a quella esotica pietanza.
Si tese per prendere il lubrificante nel cassetto. Con la coda dell’occhio vide Pascal fissare il muro, quasi cercasse di non vederlo da così vicino.
- Hai paura?- domandò, seduto sui talloni e guardandolo dall’alto.
Pascal restò in silenzio, rimase solo a guardarlo, così Nathan non ebbe più alcuna esitazione.
Seguì le istruzioni, fu preciso e clinico. Iniziò a scoparlo con le dita, a prepararlo più minuziosamente possibile. Lo vide perfino chiudere gli occhi, mentre le labbra si schiudevano in un piccolo gemito.
Con sua sorpresa, scoprì che, nonostante le rimostranze, Pascal stava provando un certo tipo di piacere. Così spinse più in profondità e, questa volta, un singhiozzo scoppiò nella sua gola.
Sorrise, più divertito che mai, e gli afferrò il sesso. Era la prima volta pensò, distrattamente, per quante volte era stato dentro di lui, ma l’aveva toccato e fu stranamente inebriante sentirlo indurirsi insieme all’intensificarsi delle dita sempre più audaci.
Pascal si coprì la faccia, imbarazzato dal fatto che stava per essere scopato per ricatto e capriccio e fossi diventato duro e smanioso.
Se gli piaceva, pensò con aspettativa Nathan, quel gioco era ancora più crudele… e divertente.
Lasciò il suo sesso per dedicarci al proprio, lo massaggiò, spargendo più lubrificante possibile, scoparlo già con le dita si stava rivelando assolutamente fantastico, così scoparlo davvero divenne impellente.
Quando si posizionò sulla sua entrata, Pascal tranne il respiro.
Entrare fu come essere risucchiato dentro, boccheggiò, colto alla provvista dalla pressione e dal calore. Annaspò, in preda al piacere.
Cazzo, pensò affondando completamente in lui, aprendo gli occhi e ritrovandosi davanti a qualcosa di divino, ogni attimo che Pascal si fosse ostinato a restare in quella stanza… lo avrebbe passato dentro di lui.
Non c’era più alcun modo di fermarlo.
Iniziò a muoversi quasi subito, sbatté l’erezione con forza dentro di lui, assecondando ogni suo più basso insisto.
Sentì le mani esitanti di Pascal posarsi sulla sua schiena, aprì gli occhi e lo vide inarcare la propria, in preda al piacere.
Le sue labbra socchiuse, gemevano senza alcun controllo.
Non c’era controllo, pensò, a quel punto, non c’era più alcun controllo.
Lo baciò, con prepotenza, si scoprì sorpreso nel sentire le sue labbra replicare ai suoi movimenti, cercare nuovi baci quando si staccavano per respirare, assecondare la lingue, nei suoi giochi perversi.
Lo sentì stringersi con forza attorno a lui, mentre si staccava dalle sue labbra per sospirare un ultimo intenso gemito, poi crollò, esausto.
Era appena venuto. Era venuto perché lo stava scopando lui.
Nathan gli passò una mano nei capelli, in una carezza che voleva essere gentile, ma gli fece aprire gli occhi e guardarlo.
I suoi bellissimi occhi azzurri erano offuscati da ciò che restava del piacere, il suo corpo si stringeva ancora attorno a lui, ma si era fermato.
Voleva dargli un attimo di respiro.
Pascal inghiottì a vuoto, poi aprì le gambe e posò una mano sul suo fianco – continua.- disse, e non sembrò del tutto una concessione.
Nathan non se lo sarebbe fatto ripeter due volte.
Riprese a spingere, riprese a baciarlo, riprese a perdersi completamente in lui…
Mentre si scioglieva dentro quel corpo bollente, per la prima volta in tutta la sua vita, Nathan si sentì parte della luce che suo fratello emanava e che aveva sempre tentato di spegnere. E la amò, avidamente.

**

La prima volta era diventata una routine, la seconda era diventata un’ossessione.
Complici del fatto che la loro madre non entrasse mai in quella stanza, restare nudi e consumarsi divenne una necessità.
Pascal non faceva nemmeno più i compiti, sapeva che una volta tornato a casa, il suo malato fratello avrebbe voluto scoparlo in ogni angolo del loro piccolo mondo.
In un giorno, passava più tempo dentro di lui, che fuori. In un giorno, aveva più orgasmi di quanti ne avesse avuti in tutta la sua vita.
Finché tutto cambiò.
Iniziò con uno spasmo alla spalla. Sembrò un attimo del tutto casuale, ma la seconda cosa che notò fu la scoordinazione delle dita della mano mentre tentava di passare il tempo a giocare al Ds.
Aveva letto abbastanza della sua malattia per riconoscere la progressione dei sintomi. Stava peggiorando, nella peggiore delle ipotesi, stava morendo.
Magari non quel giorno, magari non domani… ma presto.
Per anni quel pensiero era stata una benedizione; niente più restrizioni, niente più paura, niente più analisi, niente più odio, o dolore o risentimento. Nulla era meglio di quello che aveva avuto per il resto della sua vita.
Ma ora… ora all’improvviso faceva male.
Ora che aveva qualcosa che era sua, che non importava quanto la respingesse, non lasciava il suo fianco, ora che si svegliava la mattina con la consapevolezza che avrebbe trovato un attimo di felicità nelle tue tenebrose giornate…
Tutto. Era. Orribile.

*

Pascal sembrò confuso dal cambio d’umore del fratello. Nathan tornò silenzioso, inerte, di cattivo umore.
- Stai bene?- gli chiese un giorno, con premura.
- Lasciami in pace.- replicò subito l’altro.
- Se ho fatto qualcosa…-
- Il mio mondo non gira certo intorno a te.- replicò prima di girarsi e dargli le spalle.
Era vero, del resto, il suo intero mondo non girava attorno al suo fratello, ma attorno ad una malattia invalidante che gli aveva messo un timer sul cuore.
Attorno al fratellino, girava solo la sua felicità.
Pascal sembrò arrendersi, accettare il nuovo cambio di rotta. E perché non avrebbe dovuto?
Quello che erano diventati era solo il risultato di violenze, paure e raggiri.
Non che si amassero, non che si rendessero felici.
Beh, pensò sentendo le lacrime scorrergli lungo le guance… lui era stato felice. Almeno epr un po’.
Se non avesse saputo che era impossibile, sbagliato sotto ogni punto di vista, avrebbe potuto perfino affermare ad alta voce di essere innamorato.
Ma non poteva dirlo, non poteva nemmeno pensarlo.
Quando doveva essere malato per poter pensare una cosa simile?
Ma le lacrime continuavano a scorrere.
E quel pensiero, non andava via.

**

Pascal tornava sempre tardi da scuola e passava sempre meno tempo in camera. Nathan si ripeteva che non avrebbe dovuto pensarci, che finalmente si stava comportando come avrebbe dovuto: si stava allontanando da lui, si stava proteggendo da quello che sarebbe arrivato.
Quella sera stava facendo più tardi del previsto tanto che il buio era ormai inoltrato. Confuso, passava il tempo sbirciando dalla finestra, cercando di scorgere ogni persona che attraversava il vialetto.
Quando finalmente lo vide il suo cuore saltò in gola, ma quando lo vide con lei, si fermò.
Avrebbe voluto distogliere lo sguardo, per evitarsi quel dolore, ma non riusciva a evitare di osservare lei sorridere, ammiccare.
Lei passo una mano sulla sua fronte, togliendogli una ciocca dal viso e un’ondata di possessività lo invase, ma la mise a tacere quasi subito.
Era normale che Pascal avesse una ragazza del resto.
Forse, tutto sommato, non l’aveva del tutto rovinato, forse per c’era ancora speranza di vivere nella luce.
Poi vide il bacio, e ogni suoi pensiero si spense.
Lo vide entrare in casa, sentì la porta aprirsi, sentì i passi sulle scale, poi lo sentì fermarmi dall’altra parte della porta, come se cercasse il coraggio di entrare o forse di dirgli che aveva trovato una ragazza e che non era più suo.
La porta cigolò mentre veniva aperta e, quando Pascal lo vide alla finestra, capì immediatamente.
- Non è come pensi.-
Non c’era nulla da pensare; era giusto così, era naturale, era ovvio.
Se doveva lasciarlo andare, doveva accettarlo, del resto lui non ci sarebbe stato per sempre. Lui…
- E’ solo un amica. – soffiò Pascal, e sembrò sincero.
Odiò desiderare di credergli.
- Lo sa che fino alla settimana scorsa venivi no n appena ti entravo dentro?- gli domandò con di nuovo quella fastidiosa sensazione di rabbia r rancore che vibrava sotto la pelle. Si avvicinò e lo fronteggiò, tirando in un sorriso senza allegria – Lo sa che con quella bocca al succhiato il mio cazzo?-
- Vuoi che vada a dirglielo?- domandò, con una naturalezza così spontanea che ebbe l’impressione che se glielo avesse ordinato sarebbe corsa da lei a confessare.
- Una ragazza dovrebbe sapere se al ragazzo che vuole gli piace l’uccello.- replicò accentuando il sorriso.
Pascal guadò l’orologio – ormai è lontana penso. Va bene se la chiamo?-
Nathan congelò il suo sorriso – Perché devi sempre fare così?-
- Così come? -
- Così! Come se lo faresti davvero! –
Pascal incrociò i suoi occhi e sembrò essere leggermente esasperato, come se fosse faticoso avere a che fare con qualcuno che sembrava parlare un’altra lingua.
- Lo farai.- rispose.
- Lo so.- replicò Nathan sincero - Lo so! Cos’hai che non va? Perché non riesci a dirmi di no? Ti faccio così pena?- la sua voce si stava spezzando, quella familiare sensazione di disagio e dolore lo stava divorando da così tanto tempo che il suo cuore non ne poteva più.
- No.- rispose Pascal e sembrò sincero.
- Allora perché?- lo aggredì afferrandogli la felpa e strattonandolo – Ti ho violentato, cazzo! Perché me lo hai permesso?!-
Pascal non smetteva di guardarlo negli occhi e il peso di quello sguardo lo fece sentire più vulnerabile che mai. La sua pelle era sensibile alla luce del sole, poteva letteralmente ucciderlo, ma la luce che c’era in quegli occhi poteva distruggerlo.
Pascal non rispose. Non c’era davvero bisogno. Fece un passo in avanti e lo abbracciò, lasciando che il viso ottenesse un posto speciale nella sua spalla.
Solo allora Nathan scoppiò a piangere. Pianse così tanto che i singhiozzi non gli permettevano di respirare, così tanto che si sentì morire dalla tristezza prima ancore del suo poco tempo.
Poi il vortice di sensazioni iniziò a scemare, ma non quell’abbraccio. Pascal restò stretto a lui con così tanta forza che sembrava reggerli in piedi entrambi.
Quando fu troppo stancante stare in piedi. Pascal lo aiutò a sedersi sul letto e si sedette al suo fianco.
- Da che ho memoria ci sei sempre stato tu.- confessò con voce bassa – Nella mia vita, da che io ricordi, volevo stare con te.-
Nathan non riusciva a guardarlo – Ma io…- ti ho fatto del male.
- Non importava. Non è mai importato.- continuò – Non sono mai riuscito ad odiarti, nemmeno le volte che lo volevo davvero. Anzi, più tu mi facevi male, più tu mi guardavi, e allora accettavo ogni cosa purché tu posassi i tuoi occhi su di me.-
Nathan era senza fiato, Pascal, cercò le sue mani con una vulnerabilità nuova.
- Poi hai smesso di guardarmi.- riprese – E allora ho dovuto convincere mamma a metterci in stanza insieme.-
- L’hai voluto tu?-
- Tutto quello che credi di avermi fatto, l’ho voluto io.-
Nathan lasciò scivolare gli occhi sul punto in cui l’aveva preso la prima volta contro la sua volontà, per un secondo le iridi restarono vacue e perse in quel ricordo.
- beh, non quello.- sentì il fratellino continuare e fu strano sentire quasi ironia della sua voce nonostante stessero parlando davvero per la prima volta – Non in quel modo, almeno.- specificò, poi strinse le dita – Ma non avevo più un modo davvero per farmi guardare da te, quindi quello che è successo, mi ha aperto una nuova possibilità di avere un rapporto con te.-
Nathan guardò il fratello e si ritrovò per la prima volta a vederlo per come era davvero; negli anni lo aveva visto un burattino di una madre manipolatrice che lo aveva costretto a inseguirlo nonostante tutto. Lo aveva visto come una vittima, come uno stupido che accettava di farsi fare di tutto in nome della paura.
Ora però vedeva la persona che aveva fatto di tutto, pur di stare con lui.
- Se dici così, sembra quasi che tu sia ossessionato da me.-
- No, Nath, - replicò - te lo sto proprio dicendo.-
Il silenzio si dilatò tra loro, Nathan non poteva fare a meno di guardarlo. Non avrebbe mai più smesso ora che sapeva di averne il permesso.
- Io sono un mostro. Perché mai vorresti stare con me?-
- Io sono tuo fratello, - replicò Pascal - Perché mai vorresti stare come?-
I sue si guardarono, un mostro e un fratello ossessionato. Due lati di un amore malato che aveva travalicato decadi.
- … io sto morendo.- disse allora Nathan.
Pascal, calcolò la distanza tra loro mentre si avvicinava per un bacio. Premette piano le labbra sulle sue e aspettò di ricevere una risposta. Nathan si sciolse presto e si lasciò coinvolgere.
Quando si separarono, il peso di una settimana senza toccarsi si condensò nelle loro vene in un spasmodico desiderio.
Lo sospinse steso e lo sovrastò.
- Sei mio?- gli domandò staccandosi dalle sue labbra. Sapeva la risposta, ma nessuno gli avrebbe più impedito di avere ciò che davvero voleva: essere egoista, pretenderlo, averlo, amarlo.
Pascal gli afferrò la maglia del pigiama per tirargliela via con urgenza, poi gli afferrò i fianchi per spingerselo addosso.
- Sempre stato.- confermò.
Come aveva fatto ad essere così cieco?
Fece scivolare le mani sotto la sua divina e iniziò a scoprire più pelle che poteva. Aveva da farsi perdonare, così iniziò a baciare tutte le cicatrici che riusciva a vedere, a leccare ogni angolo di pelle più sensibile.
Sentì il suo nome sussurrato con un nuova frustrazione e gli venne da sorridere. Ora che non doveva più nascondere di adorarlo, Pascal non tratteneva più i sospiri, e non aveva remore a cercare più contatto, ad implorarlo.
Ma era allo stremo anche lui. Se non gli fosse entrato dentro presto, sarebbe impazzito.
Lo preparò pazientemente nonostante il fremere del suo fratellino sotto di lui.
- Nath…- soffiò, in una chiara supplica.
Come il canto di una sirena, Nathan non riuscì più a resistere. Entrò dentro di lui in un'unica, continua, spinta e presto si ritrovò senza fiato e senza pudore.
Pascan non era l’unico ad aver mandato al diavolo l’autocontrollo, Nathan faticava a concepire il mondo oltre quel corpo caldo e stretto attorno a lui.
Iniziò a spingere con sempre più frenesia, non appena sentiva il fratello più rilassato dall’eccitazione aumentava il ritmo. Faticava a rallentarlo quando rischiava di venire, ma ci provò lo stesso. Se poteva durare anche solo un attimo in più dentro di lui, lo avrebbe fatto.
Pascal iniziò a toccarsi, assecondando col il bacino quelle spinte, andandogli incontro. Di istinto, Nathan gli tirò via la mano e gliela inchiodò sul cuscino.
- Ti ho dato il permesso di venire?- soffiò, divertito e austero.
Gli occhi azzurri del fratello erano completamente lucidi e sembravano più lucenti che mai - … ti prego.- soffiò.
- Verrai quando te lo dico io. - soffiò prima di baciarlo.
Questa volta, rallentare il ritmo fu una necessità. Più temporeggiava, più sentirlo contrarsi e gemere in preda alla smania di venire, diventava inebriante.
Quel corpo era suo, quel fratellino era suo.
Solo suo.
- Ora.- gli ordinò, stremato dall’attesa egli stesso, e iniziò a spingere i fianchi contro di suoi cercando di trovare i punti giusti per portarlo al piacere.
Vennero insieme, soffocando i gemiti come potevano.
Per un lungo minuto, il mondo di Nathan fu meraviglioso e eterno.
Crollò di lato nel letto, stanco e affaticato, lo sguardo perso nel vuoto.
Pascal aveva gli occhi chiusi, il respiro pesante e l’aria di qualcuno che non avrebbe camminato per un paio di giorni.
Se ancora non era così, si sarebbe impegnato a fare in modo che lo fosse.
Qualcuno bussò alla porta.
I due s’irrigidirono mentre il panico li agguantava. Il più vestito era Nathan, quindi si rassettò al volo e corse ad aprire la porta solo quel poco che bastava per parlare con loro madre ma senza lasciargli veder lo staso sfatto del suo figlioletto preferito.
- Che c’è?-
Cecile avevo un espressione confusa – Vi ho sentiti lottare. – disse e sembrò davvero completamente ignara di cosa fosse appena successo. Effettivamente nessuno sano di mente avrebbe potuto pensare alla realtà – Sai che non devi sforzarti.-
- Stavamo solo giocando.- rispose Nathan prima di sorriderle felice.
Cecille sembrò sorpresa da quella sua nuova espressione, come se non fosse l’aver appena sentito i figli gemere, ma vederlo sorridere la cosa più strana.
Forse era così.
- Se vi serve qualcosa… fatemelo sapere.-
- Certo.-
Dall’altra parte della porta si sentì Pascal gridare – Patatine!-
E i tre si ritrovarono a sorridere insieme, forse per la prima volta nella loro vita.
Quando la madre andò via, Nathan affrontò il fratello, ancora nudo e del tutto al suo agio nel restarlo.
- Ho fame.- si giustificò.
- Se fosse entrata?-
Lui fece spallucce e si mise più comodo nel letto.
- Dovremmo unirli e farne uno grande.- meditò. Non aveva tutti i torti, sarebbe stato più comodo.
Era… così strano. Tutto era semplicemente strano.
Pascal tese la mano e lo guardò con i suoi profondi oggi lucenti e finalmente riuscì a intravedere la sua stessa oscurità.
Non erano un mostro ed un angelo, erano due mostri, solo che lui era il più ovvio.
Pascal aprì le gambe e sussurrò solo - …Vuoi giocare?-
Per anni quella domanda era stata il preludio di una lunga tortura.
Per tutti gli anni che gli restavano, sarebbero stati il preludio della loro lunga, stupenda, tortura.

Fine.






















 
 
G
M
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Titolo: La luce nei tuoi occhi
Cow-t 9, Seconda settimana, M1.
Prompt: Fantasy
Numero parole: 3378
Rating: Rosso
Fandom: Fantaghirò AU




«Cosa farai se scopri che il Conte di Valdoca è una donna?»
«La sposerò.»
«E se fosse un uomo?»
«Lo sfiderò a duello. Un duello all'ultimo sangue, senza esclusione di colpi. Lo ucciderò, senza alcuna pietà. E poi ucciderò me stesso.»

«Non potresti sopravvivere alla vergogna di amarlo?»
«Non potrei sopravvivere al dolore di perderlo.»



Fantaghirò sbuffò mentre Caterina avvolgeva attorno il suo esile corpo dentro un vestito pomposo con pizzi e merletti. Li detestava. Tentò con poca convinzione di toglierselo.
“Devi smetterla di far intravedere la tua vera natura! Qualcuno potrebbe capirlo!” lo rimproverò aspramente la sorella con un cipiglio seccato. Fantaghirò alzò gli occhi al cielo.
“Ma sono un uomo!” protestava.
“Ma la Dama bianca ha predetto che se la tua natura di uomo sarebbe stata rivelata la cattiva sorte di sarebbe abbattuta contro di te. Avresti sofferto.”
“Sono pronto a correre il rischio!” rispondeva caparbio “sono stanco di passare per ciò che non sono”
Caterina lo guardava sempre con un misto di comprensione e paura.
“Sta molto attento, Fantaghirò. Il mondo fuori dal castello è crudele, ci sono orrori che non riusciresti nemmeno ad immaginare”
“Sono un uomo, combatterò.”
“Ci sono cose che non puoi combattere, Fantaghirò”
Se solo avesse potuto far vedere alle sorelle quando era diventato forte grazie agli allenamenti del cavaliere misterioso. Era stato perfino facile maneggiare la spada, era un uomo del resto, ne era portato.
Se la sarebbe cavata nel mondo esterno, avrebbe combattuto e si sarebbe fatto onore. Avrebbe sconfitto il principe del paese vicino e poi avrebbe detto a tutti che colei che conoscevano come la ribelle principessa Fantaghirò non era altri che un principe. Si sarebbe tagliato i capelli, avrebbe indossati comodi abiti maschili ed avrebbe imparato a sputare e guardare le gonne delle donne con brama anziché disgusto. Aveva fantasticato mille volte sull’idea di togliersi quei fastidiosi abiti femminili ed indossare un benedetto pantalone! Di camminare con libertà e senza pudore. Agognava quel giorno come le donne agognavano un principe azzurro. Era lui stesso il suo principe azzurro, pensava sempre con una punta di orgoglio.
Poi accadde che il Re suo padre consultò nuovamente la Dama bianca. Quando Fantaghirò seppe che la predizione aveva previsto lui in abiti da uomo e finalmente pronto a combattere, quasi saltellò dalla gioia. Con fin troppa gioia sciolse i suoi capelli boccolosi e li recise, con maniacalità scelse la sua armatura.
Con attenzione divaricò le gambe sul cavallo anziché andare all’amazzone. Era una posizione disgustosamente scomoda!
Ed ora eccolo lì, nella tende ad attendere l’ultima sfida, le sorelle che avevano rinunciato ovviamente. Erano donne del resto.
Lui avrebbe vinto. Ne era certo. Si sarebbe riscattato, tutti avrebbero dimenticato i suoi anni passati ad indossare gonne anziché pantaloni e lo avrebbero portato in trionfo.
Guardò il proprio corpo nudo, il petto piatto e con un paio di peli appena spuntati. Si immaginò villoso e mascolino, si desiderò volgare.
In quel momento qualcuno scostò la tenda per entrare. Per un secondo pensò di coprirsi, per il pudore, perché così gli era stato insegnato. Ma poi ricordò a se stesso di essere finalmente un uomo, anche nell’aspetto esteriore.
Con orgoglio lasciò le mani lungo i fianchi e sorrise al nuovo venuto.
Il principe Romolaldo restò sulla soglia, la mano stretta alla tenda con forza e gli occhi vuoti.
I quel momento le parole della sorella sovvennero in mente al principino.
Ci sono cose che non puoi combattere, Fantaghirò


***

I suoi occhi.
Era questo che ripeteva Romoaldo come un mantra nella sua testa. L’aveva vista solo un istante, tra la boscaglia e di sfuggita, ma i suoi occhi si erano impressi a fuoco dentro di lui, come un marchio. Avrebbe ucciso pur di rivederli…
E poi era capitato. Un battaglia contro il campione del reame vicino ed un fendente. Valdoca a terra, l’elmo scoperto ed un fulmine al cielo sereno; quegli occhi su di lui.
Gli occhi di un uomo potevano essere belli quando quelli della fanciulla che amava?
“Cosa farai se scopri che il Conte di Valdoca è una donna?”gli aveva chiesto Cataldo, apprensivo.
“La sposerò.” Gli aveva risposto lui con orgoglio e desiderio.
“E se fosse un uomo?”
“Lo sfiderò a duello. Un duello all'ultimo sangue, senza esclusione di colpi. Lo ucciderò, senza alcuna pietà. E poi ucciderò me stesso.”fu pronto a rispondere.
“Non potresti sopravvivere alla vergogna di amarlo?”continuò Tebaldo.
“Non potrei sopravvivere al dolore di perderlo.”


Quella notte era gelida. O forse era l’oscurità che albergava nel suo cuore a gelarlo, come una morsa. In quell’abisso buio di disperazione, se chiudeva le palpebre, vedeva ancora la luminosità di quegli occhi; erano dappertutto, un’ossessione. Li cercava nelle persone attorno a lui, nelle donne che gli passavano accanto, nelle fanciulle che ballavano alla festa. Se chiudeva i suoi gli sembrava addirittura di potere allungare la mano e afferrare la testa a cui erano attaccati. L’avrebbe coperto di baci le labbra, le avrebbe morse, succhiate, rese rosse e lucide. Avrebbe goduto di sentire il suo respiro sulla pelle, forse perfino un gemito contrariato. Avrebbe significato che esisteva davvero, la sua piccola ossessione.
Quasi sentiva le dita strattonare i capelli, erano più corti di come li immaginava, ma li passò tra le dita e li strinse, li tirò. Guardò la donna che stava immaginando e l’immagine del cavaliere Valdoca gli vi soprappose. Fu con un brivido sconosciuto che comprese di essere realmente nella sua tenda e di aver appena assaggiato il frutto proibito delle sue labbra.
Un mostro dentro di lui ruggì, desideroso di rifarlo, avvertiva le proprie labbra esser calamitate da quello sguardo confuso.
“Cosa fate?!” la voce del cavaliere indignata, rabbiosa “Sono un uomo!”
Lo ucciderò. E poi morirò.
Strinse ancora la presa, sentendo il passo ventre fremere da un principio di eccitazione. Il potere di decidere di far vivere o morire la sua ossessione, la salvezza di poter porre fine poi alla sua vergogna. Era un piano perfetto. Averlo solo una volta, e poi morire.
Sarebbe morto comunque, no? Allora perché non lasciare libero il mostro di agire?
Il suo corpo intanto si era spinto in avanti, aveva riassaggiato nuovamente le labbra, aveva stretto il corpo a sé, nonostante cercasse di sfuggirgli come un pesciolino, di scivolare tra le sue dita. Lo strinse, più forte, per riflesso per volontà, per eccitazione.
Si sentiva preda di un incantesimo.
E’ un uomo, sentiva in lontananza la voce della sua coscienza, sei un uomo d’onore Romoaldo, smetti ora che sei in tempo, affronta la sfida e lasciati alle spalle questa storia.
Ma più tentava di smettere di toccarlo, di stringerlo, di baciarlo, più approfondiva i tocchi.
E’ un uomo, Romoaldo. Non si può amare un uomo.
“Lasciatemi!” un urlò strozzato eruttò dalle labbra morse “Lasciatemi o vi ammazzo!”
Il mostro era come veleno nelle vene e un sorriso folle ombreggiò il viso di Romoaldo.
“Moriremo insieme” gli fece, con voce carezzevole, lasciando scivolare la bocca lungo il collo “vi amerò con tanto ardore da rendermi indimenticabile”gli promise poi afferrandolo per i fianchi e trasportandolo fino al letto.
Era leggero Valdoca, quasi come carta.
“ Voi!” scattò il ragazzino girandosi ed allungandosi per prendere la spada. La mano di Romoaldo gli artigliò un gomito e glielo impedì. Le dita dell’altra mano accarezzarono gentilmente la conga della schiena.
“Siete poco più di un bambino” gli sussurrò sulla nuca, beandosi del suo profumo “Sono più forte di voi”
“Lasciatevi maledetto! Non sono una donna!” protestò nuovamente Fantaghirò dimenandosi con forza e terrore “Cosa volete farmi!Non possiedo nulla che possa piacervi! Sono un uomo! Un uomo!” c’era una disperazione profonda in quelle parole, come se finalmente si fosse reso conto delle intenzioni malvagie, come se ora ne fosse terrorizzato. Romoaldo non riuscì a reprimere un senso di eccitazione all’idea di spingere il suo viso sul cuscino per farlo tacere, o di morderlo per farlo urlare di più. Le labbra scivolarono lungo la clavicola mentre Fantaghirò cercava di venir via con sempre più paura. Senza volerlo urtò la nascente erezione del principe che inarco la schiena e gemette.
“Si siete un uomo” disse Romoaldo con un sospiro guardando la propria preda inerte tra le sue braccia, schiacciata contro il giaciglio, il viso arrossato ed i capelli scompigliati. Desiderò mordergli le guance, leccargli le lacrime, riprendere a lambire quelle labbra troppo rosse e carnose per essere di un uomo “Un bellissimo uomo”
Le mani di Romoaldo furono poi mosse dalla brama di accarezzare ogni angolo di quel corpo, di conoscerlo, di capire cosa poteva o meno dar piacere ad un uomo. Non che non lo sapesse, tante volte si era accarezzato da quella prima volta che aveva incrociato quegli occhi. Aveva immaginato di possedere la donna, di farle male. La figura della donna era stata poi sostituita dall’immagine del conte Valdoca e tale era rimasta fino a quella sera quando era entrato nella tenda per offrirgli di fare la sfida quanto prima e lo aveva visto semi nudo con l’aria di chi era stato appena scoperto a toccarsi.
Era stata l’espressione di eccitazione a spingerlo a quello, qualsiasi cosa fosse.
“Cosa pensate di farmi?” sentì la voce del conte lieve, quasi un pigolio, lo riportò alla realtà per un solo istante, rendendo fin troppo concreto lo stato delle sue azioni. Le sue volontà.
“Avervi” rispose piano “solo una volta..solo una”
Fantaghirò tentò senza troppa convinzione di ritirarsi dalla presa, era debole, inerme.
“Non capisco, principe” confessò “come pensate di poterlo fare..? Sono un uomo per Dio!”
Romoaldo sorrise, un sorriso senza allegria “Rilassatevi…” gli sussurrò all’orecchio prima di prendere il lobo delicatamente tra i denti “Rilassatevi e presto finirà, ve lo prometto. Potrebbe perfino piacervi”

Romoaldo non aveva ben chiaro come avrebbe dovuto agire. Seguì l’istinto, il desiderio.
Pensò che entrare in quel buco piccolo era difficile, gli venne in mente di allargarlo, provò con le dita asciutte incurante dei piagnucolii del conte. Vista la difficoltà cercò qualcosa con cui lubrificarlo. Usò l’acqua.
“Fa male” protestava Fantaghirò mentre Romoaldo lo teneva esposto con le ginocchia piegate e la guancia premuta contro il giaciglio.
“Respira” gli disse, senza sapere bene cosa dire. Contando i secondi che mancavano a scoparsi quel ano vergine. Oh si sarebbe presto spinto in lui, lo avrebbe scopato come una volgarissima puttana e l’avrebbe amato per una singola unica volta.
Infondo era colpa sua. Era lui che era nato uomo, se invece fosse stata una donna non si sarebbe dovuto abbassare a tanto, l’avrebbe perfino sposata.
Lo avrebbe punito per essere un uomo, lo avrebbe punito per averlo fatto innamorare così disperatamente di lui.
Era colpa sua.
“E’ ora”decretò senza più autocontrollo, si mise in ginocchio e puntò l’erezione ormai dolorosa contro l’anello di carne. Fantaghirò sussultò e fu colto dal panico. Tentò di dimenarsi per scappare, ma il principe lo agguantò e lo spinse con forza sulla paglia.
“Vi prego” si abbassò ad implorare il ragazzo “vi prego, lasciatemi andare..non lo dirò a nessuno!Vi prego..vi..vi darò il regno! Sarà vostro! Vi prego…non fatelo. “
Romoaldo allentò la presa sulla schiena e si chinò a baciargli la nuca, la sua mano scivolò lungo la schiena in un'unica carezza gentile.
“Vi amo”. Sussurrò poi, prima di entrare.

Quando Romoaldo uscì da lui soddisfatto e appagato, Fantaghirò non aveva nemmeno più la forza di piangere. C’era stato un momento, tra l’attimo in cui si era sentito spaccare in due da qualcosa di troppo grosso per la sua entrata, all’attimo in cui quel corpo estraneo lo inondava di sperma, che aveva desiderato non essere mai nato.
Era questo dunque il suo destino? Essere stuprato dal principe nemico era ciò che aveva predetto la dama bianca? Allora perché aveva anche predetto che sarebbe stato lui a vincere la guerra?
Era stato tutto un trucco…?
Romoaldo gli era crollato accanto, addormentato di botto e, solo allora, Fantaghirò trovò il coraggio di muoversi. Lo fece piano, per evitare di svegliarlo, per capacitarsi di essere ancora vivo, per riprendere a sentire il proprio corpo a pezzi. Sentì le lacrime nuovamente sovvenire, ma non di paura, bensì di rabbia. Trattenne i singhiozzi e si alzò il più piano possibile.
Le gambe gli tremarono non appena si alzò, tutto il resto semplicemente gli faceva male. Sicuramente avrebbe avuto dei lividi molto preso. Si guardò allo specchio e si trovò miserabile.
Era stato venduto, preparato da sempre al ruolo femminile dalla dama bianca. Quella puttana.
Strinse i pugni e agguantò malamente i suoi abiti e se li buttò addosso. Non sarebbe stato lì un attimo in più.

Un ora dopo il suo cammino si arrestò sotto un tiglio. I destriero che si era portato dietro, senza però poterlo cavalcare, si fermò con lui.
“Sta buono..” soffiò legandolo ad un ramo “ho solo…bisogno di un po’ di riposo”.
Si sedette con attenzione sulla radice di un ramo e prese diverse boccate d’aria. La lanterna che si era portato dietro non sarebbe durata ancora molto ed era saggio accendere un fuoco, ma come poteva se era ancora così vicino? L’avrebbero trovato subito. Sospirò e si strinse nelle spalle. Ora che era fermo il sudore gli si era asciugato addosso diventando un blando residuo della calura del passo veloce. Sospirò ancora e decise che era meglio accendere un fuoco che morire assiderato. Mezz’ora dopo se ne stava rannicchiato vicino alla fiamma scoppiettante.
La foresta non era mai silenziosa, ma per Fantaghirò non lo sarebbe stata nemmeno volendo. Ogni sasso, albero o foglia si sentiva il diritto di parlargli e consigliarla. Sussurri e mormorii costellarono i suoi sogni quando finalmente riuscì ad addormentarsi, ma pur ore dopo e con del sonno recuperato Fantaghirò continuava a sentire il respiro del principe Romoaldo su di sé.
Si svegliò di soprassalto, ansioso.
“Salve” avvertì una voce calda improvvisamente. Il principino scattò in piedi con la mano sulla spada e gli occhi sbarrati. Il cuore era in gola quando posò gli occhi sulla nuono arrivato. Questi sorrise apertamente e si inchinò “Fantaghirò, presumo.”
“Chi siete?” scattò il principino sfoderano la spada e alzandola verso il nuovo arrivato “come conoscete il mio vero nome?”
“Oh so molte cose di voi” sorrise lo sconosciuto.
Fantaghirò assottigliò lo sguardo “Sapere anche che potrei uccidervi in un secondo?” quasi urlò, in minaccia “sono abile con la spada!”
Lo straniero piegò le labbra all’insù prima di aprirle e far uscire una risata profonda, i suoi occhi però non avevano smesso un secondo di fissarlo.
“non lo metto in dubbio, principe” aggiunse l’uomo abbassando di poco la testa “Non mi vedrebbe mai in mente di battermi con voi, vorrei solo offrirvi il mio aiuto”.
“Aiuto?”
“Ho visto cosa è accaduto.” Soffiò ancora l’uomo con un espressione nuova, quasi sofferente “E me ne rammarico molto.”
Il giovanotto si sentì sopraffare da un senso di dolore “Non…non vi prendete gioco di me!” quasi urlò, alzando minacciosamente la spada.
“Non lo farei mai” continuò l’altro “Ma, perdonate l’ardire principe, dove andrete ora?”
La spada tremò nella sua mano e nello sguardo del principino vi fu un bagliore di paura “…Ho dove andare.” Mormorò.
“Non potete certo tornare a casa, saresti il disonore della vostra famiglia e il regno di…” esitò “non avete alcun posto dove andare”
Fantaghirò si sentì nuovamente sopraffare dallo sconforto, e il ricordo della sottomissione a cui era stato costretto gli bruciò nell’anima. Desiderò scappare via, lontano, lontano da tutto e tutti e svanire nella profondità della foresta.
“Io posso farlo” sentì gentile la voce del ragazzo invadere i suoi cupi pensieri “posso esaudire il tuo desiderio”.
“E perché dovresti?” replicò il principino non con la nota nervosa che avrebbe voluto. L’uomo si avvicinò lentamente, e oltrepassò senza problemi la spada che continuava ad essere ritta verso di lui “Vi dico come andrà” esordì ancora, calmo “Se tornate non riuscirete ad affrontare Re Romoaldo tranquillamente e perderete la guerra, è questo che volete? Essere lo zimbello del regno? E se lui confessasse cosa vi ha fatto? Riuscite a capire l’infamia che vi getterebbe addosso?” l’uomo di fermò vicino a lui, una mano si alzò lenta sul suo volto, ma il ragazzo, contro ogni logica, non si sentì minacciato.
“Come posso evitarlo?” soffiò sostenendo lo sguardo dello sconosciuto che scoprì essere di un nero profondo quanto la notte stessa.
“Oh voi non dovete fare nulla” soffiò lui “lo farò io. Lo ucciderò e farò in modo che a voi sia destinata la gloria. Sarete conosciuto come il Conte Valdoca che ha salvato il regno”
“cosa vuoi in cambio?” domandò allora Fantaghirò.
Lo straniero sorrise e il principino si sent’ sopraffatto da una strana sensazione di timore e attrazione. Per un secondo sentì lungo tutto il suo corpo una scarica elettrica e non riuscì a fare a meno di pensare al membro pulsate di Romoaldo dentro di lui.
Inghiottì a vuoto, confuso, e con un calore nel basso ventre, un calore sconosciuto.
“Vi renderò una legenda, e vi darò asilo presso la mia dimora. Non rivedrete più la vostra famiglia che vi ricorderò con calore e affetto anziché con ribrezzo e pena”
Fantaghirò trattenne il respiro “Devo solo..vivere con voi?”
Lo straniero lo guardò intensamente per un lungo attimo, poi alzò la testa di scatto, con l’attenzione a qualcosa di distante.
“Lui vi sta cercando. Dovete in fretta, principino”
“Lui?”
“ Re Romoaldo sta giungendo qui” continuò l’uomo “Ora o mai più, Fantaghirò. Venite con me nel mio regno o restare ad affrontare l’uomo che ha abusato di voi un intera notte?”
Prima ancora che lo sconosciuto finisse la frase Fantaghirò si era aggrappato a lui con forza.
“Portatemi via” lo implorò con terrore “Non voglio…non voglio più sentirmi così” e iniziò a piangere.
L’uomo gli prese il mento e lo alzò e gli sorrise ancora “Allora Piacere Fantaghirò, il mio nome è Tarabas, il mio regno è un oscurità calda ed accogliente…. Trattieni in respirò. Sarà un viaggio molto veloce”.


**

“non credevo che ne avrei mai sentito la mancanza” confessò Fantaghirò guardndosi i piedi.
“di cosa?” domandò Tarabas “Di casa? Di vostro padre? Le sorelle?”
“No, dei vestiti da donna”
Tarabas non riuscì a trattenere un risolino “Avete la mancanza di pizzi e merletti?” domandò “Se vuoi te ne faccio recapitare a volontà.”
Fantaghirò piegò la testa di lato lasciando cadere i capelli sciolti e mossi oltre il collo, sorrise vagamente “Siete sempre così acondiscendente con me.”
“Ho le mie ragioni”
L’altro editò “Siete nemico della strega bianca, vero?”
Il re del regno dell’oscurità alzò gli occhi e lo guardo come per studiarlo “Anche” confessò “Ma non è l’unica ragione”
“ E quali sono le altre?”
“ Ditemelo voi. Voi perché rimanete?”
“ Perché devo”
“Sul serio?” lo incalzò, con un sorriso nuovo.
Fantaghirò sospirò “No.” Soffiò “Siete anche l’unico amico che ho”
Tarabas si alzò e allungò una mano per scompigliargli i capelli “sono cresciuti. Ti stanno meglio”Fantaghirò non disse nulla mentre Tarabas ritraeva la mano, ma la afferrò non appena ne ebbe l’occasione. Il proprietario dell’arto restò a fissarlo immobile quasi aspettandosi una seconda mossa e il principino non riusciva a distogliere gli occhi da lui.
“Voi sapete, vero?” domandò, con la vergogna nella voce “Cosa…sento”
Tarabas non rispose, ma si avvicinò un po’ di più e usò l’altra mano per accarezzargli il collo.
“Perché mi sento così?” continuò in un sospiro il principino “Non dovrei..il mio corpo non dovrebbe…è stato orribile, come posso desiderarlo ancora?”
Sembrava volersi aspettare davvero una risposta, ma il Re del paese dell’ombra tacque limitandosi a sorridere esattamente come il giorno che si erano incontrati.
Fantaghirò socchiuse gli occhi e si portò la mano stretta alle labbra per posarvi su un bacio “vi prego….” Soffiò piano “vi prego, fate smettere tutto questo”
“Chiedimelo” proruppe la voce di Tarabas “chiedimi di prenderti, Fantaghirò.”
Il principe quasi tremò mentre con voce sottile ripeteva “Ti prego”.
Tarabas gli afferrò la nuca e si chinò a rubargli un bacio.
Il cuore di Fantaghirò minaccio semplicemente si spezzarsi.
La prima volta era stata rude, cruda, dolorosa.
La seconda volta, le mani di Tarabas gli infuocarono ogni angolo, anche il più remoto. Onde di piacere lo soffocarono, la sua mente si annebbiò, la gola su sopraffatta damuguni e sospiri.
Era diverso. Il membro di Tarabas era più grande di quello di Romoaldo, incuteva perfino timore e sconcerto nel pensare che gli scavasse dentro con forza, ma lo voleva.

 
 
 
 
 
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Titolo: Iglù: istruzioni per l'uso.
Cow-t 9, Seconda settimana, M2.
Prompt: Neve
Numero parole: 7112
Rating: Rosso
Fandom: Harry Potter


Harry era sicuro di due cose nella vita, una era che finire nella foresta incantata per uno scherzo crudele non era altamente stupido come lo era farlo durante una delle nevicate più abbondanti dell’anno e che limitavano di molto l’orientamento…
E l’altra era che perdersi inseguendo Draco Malfoy per una sfida a palle di neve finita male era stata un’altra cosa altamente stupida.
Harry cercò di guardarsi attorno, ma la foresta era talmente fitta che non riusciva nemmeno a vedere il sole oltre le alte cine degli alberi. Non che avrebbe potuto vederlo nemmeno ad avere una visuale libera da rami e arbusti, dal momento che il cielo da giorni restava di un neutro colore bianco.
Una pallina di neve lo colpì in testa e Harry imprecò.
- ehi, Malfoy!- lo chiamò – Hai mezza idea di dove siamo?-
Dopo un mezzo minuto di incertezza da dietro un enorme albero la figura slanciata e pallida del suo arcinemico sbucò come un folletto del malaugurio. Si appoggiò al tronco, con fare noncurante.
- Che c’è? ti sei perso, Potter?- soffiò e sorrise con i suoi perfetti denti bianchi.
Come sempre, da un po’ di tempo a questa parte, Draco Malfoy, impegnato nel semplice gesto di sorridere con arroganza, lo rendeva debole ad un certo batticuore.
Era anche il motivo del perché in quella infantile faida, lui avesse scelto specificatamente il suo obbiettivo.
- Non possiamo esserci allontanati tanto.- meditò cercando di guardarsi attorno – Non stiamo correndo da molto.-
Draco alzò il polso con eleganza e osservò il suo costoso orologio con occhio critico, da qualche parte nel suo cervello sembrò convertire tempo speso a rincorrersi come scemi in chilometri percorsi. Storse le labbra.
- Temo di sì. Corriamo da almeno quattro ore.-
- Quattro ore?!- la voce che Harry tuonò tra gli alberi – impossibile.-
Draco alzò gli occhi al cielo e poi tornò su di Harry. Si alzò e scivolò giù dalla collinetta dove si era rintanato.
- Possiamo tornare indietro, certo.- ipotizzò – Ma se scegliamo la direzione sbagliata potremmo allontanarci di più.-
- quindi nemmeno tu sai dove siamo?-
Un piccolo spasmo al lato della bocca di Draco rivelò un nervosismo finora celato – Diciamo che sono diversamente consapevole di dove siamo.-
- Ci siamo persi.-
- Non per colpa mia.- lo accusò pacato – Ho capito che mi odi, ma c’era davvero bisogno di mitragliarmi con della neve appallottolata?-
Harry strinse le labbra – io non ti odio.- replicò.
- Sì, certo.- soffiò ancora Draco – Dillo al mio mantello, morirò assiderato prima di te perché sono strapieno di neve.-
- Anche tu hai assestato bei colpi.-
- Legittima difesa.-
- vogliamo continuare a litigare o decidiamo come sopravvivere alla notte?-
Di tutta risposta, il serpeverde si strofinò le mani dal freddo. Poi prese la bacchetta dalla tasca e la puntò in alto. Poi si fermò.
- Che c’è?- fece Harry.
Osservando il fitto soffitto creato tra gli arbusti Draco ammise – Se lanciassi un incantesimo rischierei di incendiare la foresta.-
- Almeno farebbe caldo.- scherzò su Harry.
Di tutta risposta l’altro gli lanciò un’occhiata poco divertita e fece un alpiò cerchi con la mano. In due attimi, i loro mantelli iniziarono a riscaldarsi magicamente. Harry trovò stranamente gentile il fatto che avesse pensato anche a lui, ma forse, pensandoci, far morire nella foresta il bambino sopravvissuto non gli sembrava poi così saggio.
- Cerchiamo un riparo.- propose Harry.
- Vuoi davvero passare la notte fuori?-
- Abbiamo altra scelta?-
Vide gli occhi color nuvola brillare di confusione e forse un poco di paura, di sicuro nella sua testa stava cercando di pensare febbrilmente a una soluzione, una qualsiasi altra soluzione che non fosse passare la notte con Harry Potter all’addiaccio.
- Vorrei che ci fosse - ammise – Ma non me ne viene nemmeno una.-
- Sì ma anche cercare un riparo è rischioso.- insistette Harry – potremmo finire chissà dove e si sta facendo buio.-
- Non serve che insisti sui problemi, cerchiamo di concentrarci sulle soluzioni, che ne dici?- propose Malfoy di rimando.
Harry si guardò attorno pensieroso; dovevano sopravvivere. Le priorità erano un rifugio e non affidare totalmente alla magia la loro temperatura corporea.
- Beh, prima di tutto, dobbiamo raccogliere della legna per accendere un fuoco.-
- Non serve, il mio incantesimo funziona benissimo.-
- Non durerà in eterno, e potremmo essere troppo stanchi per continuare a usare la magia.-
Il principe delle serpi fece una piccola smorfia di disgusto – Io non raccolgo roba dal terreno, se sei così avido si sporcarti le mani, accomodati.-
Harry alzò gli occhi al cielo e iniziò a cercare rami di ogni genere per fare una piccola raccolta, cercò rami piccoli, più secchi possibili. Il fatto che fossero bagnati era solo un minimo problema, potevano asciugarli magicamente, ma dovevano comunque essere predisposti. Dopo una buona mezzora di ricerca, Harry aveva fatto una bella pila e per poerne prendere più possibile iniziò a farla lievitare.
Draco restò in silenzio per tutto il lavoro, ma non si allontanò da lui quasi avesse paura di perderlo.
- Sei consapevole che se ci troviamo così è tutta colpa tua?-
- Sì.-
- Perché mi hai preso di mira?- domandò, e non sembrò una provocazione come era sicuro era originariamente pensata.
Harry poggiò in terra in uno spazio il legname con un gesto della bacchetta e prese qualche attimo per rifletterci.
- Volevo coinvolgerti.-
- Come?-
L’incantesimo di Draco stava svanendo, ogni attimo che passava il mantello si stava lentamente raffreddando. Si strinse nelle spalle prima di ribattere.
- Da quando sei tornato te ne stai sulle tue, non parli con nessuno. Forse non l’hai notato, ma ho cercato di farti uscire dal guscio.-
- Non sono in nessun guscio.- replicò Draco, confuso.
- Un guscio metaforico.-
Il serpeverde aggrottò le sopracciglia mentre meditava su quella risposta – Non ti è venuto il dubbio che magari io volessi stare da solo?-
- Nessuno lo vorrebbe.- replicò il grifone.
Draco alzò le spalle – Voglio solo frequentare le lezioni, prendere i miei M.A.G.O e farmi una vita lontano da qui. Non voglio fare comunella o altro.-
Harry iniziò a sistemare i rametti più piccoli in circolo, poi prese la bacchetta e accese il fuoco.
- Ma ti stavi divertendo.- disse – Fino a un’ora fa ridevi, correvi e ti divertitivi. E non dirmi che non era così, perché l’ho visto.-
Quell’accusa colpì l’altro dritto in faccia, abbassò lo sguardo e si limitò a mettersi più vicino al fuoco. Restarono in silenzio per almeno dieci minuti prima che il serpeverde si degnasse di riprendere a parlare.
- Sono sicuro che ti stanno cercando. Vedrai non dovremo passare la notte qui.-
Qualcosa in quella frase fece sentire Harry a disagio. Era quel “ti”, come se lui non fosse parte di quella ricerca, di quella preoccupazione, come se non credesse davvero che qualcuno aprisse delle ricerche per trovarlo.
- Ci stanno cercando.- soffiò, duro – Nessuno professore lascerebbe uno studente al freddo, Harry Potter o no.-
Draco gli lanciò una lunga occhiata, come se lui non fosse in grado di capire, poi tornò a fissare il fuoco.
Si era alzato un vento gelido da qualche minuto, fuoco e incantesimi non poteva nulla con la semplice fisica degli spifferi.
- Ci serve un riparo.- meditò Harry alzandosi. Studiò attentamente ciò che lo circondava, ma non c’era altro che neve, neve e ancora neve.
- ho trovato!- esclamò trionfante.
- Cosa?-
Gli fece cenno di aspettare, poi prese la bacchetta e fece una piccola danza. Dal nulla manciate di neve iniziarono a condensarsi in blocchi e volare in circolo attorno a loro creando preso una piccola cupola fatta di cubi di neve.
- … ci hai circondato con la neve?!- quasi urlò Draco.
- Si chiama iglù. Lo usano al polo nord come case.-
Draco alzò gli occhi e vide il buco nel soffitto della cupola – E quello?-
- Serve per far uscire il fumo del fuoco.-
- Sì, ma è neve, si scioglierà! Ci hai circondato di qualcosa di freddo e che durerà poco!-
- Vuoi avere un po’ di fede in me, per favore?-
Draco strinse le labbra e si raggomitolò per terra, nel piccolo iglù, sembrò non essere a suo agio con la bassezza.
- Non potevi farlo più grande?-
- Più piccolo è, più calore resta.-
- Come fai a saperlo?-
Harry ripensò ad un tempo in cui un sottoscala era il suo intero mondo e sognare di andare in un qualsiasi altro posto, un posto lontano, più isolato possibile lontano dai perfidi zii, era un sogno irrealizzabile.
Non era arrivato fino al polo nord, ma Hogwatrs si era difesa bene.
- Ci sono cose che non sai di me.- soffiò.
Per qualche motivo la cosa sembrò ferirlo - Né tu di me.- replicò duro – Quindi non rifilarmi ancora la manfrina in cui credi di capirmi e mi vuoi coinvolgere.-
Stavolta fu Harry ad accusare il colpo. Nel piccolo iglù il viso pallido di Draco era illuminato solo dalla luce del fuoco e per un secondo gli parve di intravedere della tristezza. Ma poteva essere solo un impressione.
Del resto era vero, per quanti anni avessero passato insieme, per quante avventure e disavventure, nonostante l’essersi salvati a vicenda durante una guerra… nessuno dei due aveva idea di cosa provasse l’altro dentro di sé.
- Ti chiedi mai…- soffiò Harry d’un tratto – Se avessi preso la tua mano il primo anno che tipo di amici saremmo stati?-
L’altro tacque per un lungo minuto, poi soffiò – dopo un po’ ti saresti stancato di me.- disse.
- Perché dici questo?-
- Ero un bullo con degli scagnozzi, Potter. Non hai mai amato i soprusi, mentre per me erano l’ordine del giorno. Col tempo, avresti capito che chiunque altro sarebbe stato un migliore amico di me. -
- Può darsi.- ammise l’altro – O forse tu saresti stato una persona migliore.-
- pensi che avresti potuto cambiarmi?- un nuovo sorriso divertito spuntò sul viso – Sei leggermente delirante o sbaglio?- poi il sorriso si spense – Perché insisti con me? Vuoi coinvolgermi, pensi che sarei potuto essere migliore, tutte queste cazzate. Potter, hai per caso qualche strana sindrome? –
- Sono San Potter, no? Credo che credere nelle persone sia un requisito della sentitudine.-
Draco fece un altro mezzo sorriso – Sì, ma temo che con me sia alquanto sprecata.- tese le mani al fuoco per riscaldarsi di più – Non puoi fare miracoli su qualcuno che non li vuole.-
- E’ una sfida?-
- E anche se lo fosse?- rimbeccò Draco – Come pensi di attuarlo? Palle di neve? Una bella burro birra? Quidditch?-
- non sono cattive idee, sai? Quando torneremo ti va una bella burro birra dopo una bella partita di Quidditch?-
Draco alzò gli occhi al cielo e gli dette un piccolo calciotto – Per una volta, sono serio. – replicò – Faresti meglio a lasciarmi in pace. Dovresti studiare per gli esami.-
- Perché non vuoi che ti aiuti?-
- Perché non mi serve aiuto.- replicò Draco con una naturalezza unica – e francamente mi ferisce che tu creda che io abbia problemi solo perché me ne sto sulle mie. Per esperienza, tutti i problemi mi sono piovuti addosso solo quando mi sono lasciato coinvolgere. Credimi. Stare da solo, è davvero una liberazione. -
Aveva senso. Voler vivere pacificamente era un desiderio che Harry poteva comprendere e condividere. Alla luce di queste parole, il suo sembrava puro egoismo, ma quella rivelazione poteva essere colta solo da qualcuno che non ne era già pienamente consapevole.
Non si era svegliato una mattina e aveva visto Malfoy tutto solo decidendo di volerlo aiutare, ma si era svegliato una mattina e lo aveva trovato… carino.
In qualche modo, era peggio.
Non aveva voluto aiutarlo perché lo pensava solo e bisognoso di amici, aveva voluto aiutarlo perché voleva stargli vicino, testare il terreno con un amicizia prima di capire se poteva ottenere altro.
Draco Malfoy aveva scambiato per pietà e altruismo una cosa che in realtà rendeva il salvatore del mondo un manipolatore egoista.
Per un po’ restarono in silenzio, assorti nei loro pensieri. Anche se si sforzava di fissare le fiamme, non appena veniva distratto dai pensieri, i suoi occhi scivolavano sulla figura dell’altro che riusciva ad essere elegante e perfetta anche se rannicchiato in un ambiente stretto.
Due ore prima l’aveva visto ridere, immerso nella neve, brillare con essa, i suoi occhi grigi che sembravano cristalli. Quel pomeriggio, la curiosità di Harry si era trasformata in una devastante cotta.
E quella nuova vulnerabilità che avevano appena condiviso, aveva trasformato quella cotta era diventata amore.
- Mi dispiace.- disse Harry – Non volevo crearti disagio.-
- Scuse accettate.-
- Ma mi piacerebbe davvero prendere una burro birra con te.- insistette.
Draco gli lanciò un’occhiata – perché dovresti volerlo?-
- Per brindare al fatto di essere sopravvissuti magari.-
- Prima sopravviviamo, poi si vedrà.-
Harry sospirò volutamente in modo esagerato – sei davvero impossibile lo sai? Il mio è un genuino interesse nei tuoi confronti, mica ti ho chiesto di sposarmi! –
Draco s’umettò le labbra che con freddo iniziavano ed essere leggermente screpolate. Si strinse tra le spalle, e Harry d’istinto si fece più vicino.
- Sto cercando solo di scaldarci.- si giustificò subito.
- Almeno questo iglù sta aiutando.- concesse studiandolo – Sono sicuro che faccia molto più caldo che all’esterno.-
- Io non ho freddo, ma tu sembra stia gelando.- meditò Harry ad alta voce – Stai bene?-
- No, che non sto bene.- replicò Draco immediatamente – Ho freddo!-
Harry inghiottì a vuoto e, guardando con nonchalance il buco nel soffitto, lasciò passare un braccio intorno alle spalle di Draco e si fece così vicino che sentì finalmente i loro corpi toccarsi.
Se invece che avere le chiappe a congelare, fossero stati davanti ad un film in un cinema, quella sarebbe stata un gol di un ipotetico appuntamento.
Draco, contrariamente a quanto si sarebbe aspettato, restò inerte e silenzioso, forse godendosi quello strano nuovo calore. Si rilassò perfino un poco fino a rilassare le spalle irrigidite dal freddo.
Ormai fuori era diventato completamente buio. Draco osservò l’orologio e sembrò contrariato.
- Beh, direi che passeremo la notte qui.- decretò.
- Merlino, ma quanto ci siamo allontanati? –
- Troveremo la strada. Non morirò in una foresta di freddo in compagnia di Harry Potter.-
- Hai un contorto modo di darmi coraggio.-
Draco si fece leggermente più vicino, così tanto che se Harry non lo avesse pensato impossibile, la sua testa sembrava posizionata in modo da sembrare che si posse appoggiato alla sua spalla…
Come se quello fosse un abbraccio vero.
- Vedrai non lasceranno morire il loro eroe.-
- Non lasceranno morire due studenti.- gli rinfacciò – In più sono sopravvissuto un anno in giro per boschi e nascondigli. –
- Avevi una tenda? –
- Sì.-
- E un’amica che faceva tutto il lavoro di incantesimo di protezione.-
Harry accusò il colpo – Li so fare anche io.- masticò, offeso.
Draco iniziò a vibrare e fu strano capire che era perché stava ridacchiando. Fu bello sentirlo completamente rilassato in quello che poteva essere solo definito un abbraccio.
- Beh, se saremo costretti a vivere per sempre nella foresta, sia messo a gli atti che farai tu il lavoro grosso; caccerai, cucinerai e ti prenderai cura di me.-
Harry sorrise, tutto sommato divertito – E cosa ottengo in cambio?-
- Di farmi sopravvivere, ovvio. –
- Cioè io farò i lavori forzati e quando torno a casa, non potrò nemmeno godere del piacere carnale della mia mogliettina?-
Per un secondo, temette di aver osato troppo a scherzare su un loro possibile rapporto fisico, ma Draco scrollò le spalle, che sotto il braccio di Harry sembrò quasi un mettersi più comodo.
- Dipende da ciò che mi porti da mangiare. Se è qualcosa di veramente buono potresti avere fortuna.-
Stava scherzando con lui. Su una loro possibile relazione.
- Buono a sapersi allora. – soffiò – Mi impegnerò nella caccia e così non avrai altra scelta che rendere il tuo maritino felice.-
Non riusciva a vedere il viso di Draco, ma ebbe la sensazione che stesse sorridendo dal momento che, attorno a loro, l’aria era diventata più leggera.
Restarono in silenzio per un lungo minuto, poi un brivido colse Draco.
- Hai ancora freddo?-
- A metà.- rispose – Sei un ottimo calorifero, ma la parte che non ti è attaccata soffre.-
- vieni tra le mie gambe, allora.-
Draco drizzò la schiena e lo guardò come se gli chiedesse se fosse serio, Harry fece pat pat al terreno davanti a lui.
- Ti abbraccio. Così ti copro, come fossi una pelliccia.-
- Una pelliccia?-
- Una pelliccia.-
- Sei matto?-
- Hai altra scelta?-
Quella risposta, colse Draco alla sprovvista. Esitò solo due secondi prima di sospirare e posizionarsi seduto tra le gambe di Harry e poggiarsi con la schiena al suo petto. Appoggiò la testa di nuovo in quello che era diventato il suo incavo del collo preferito e si lasciò avvolgere da Harry senza alcune remora.
Tutta quella fiducia colpì Harry come un pugno. Aveva proposto quella posizione non soltanto per riscaldarlo meglio, ma per poterlo stringere.
Da cos vicino, riusciva a sentire il suo odore. Era delicato nonostante la corsa per giocare a palle di neve, ed era maledettamente buono.
Doveva concentrarsi però, non poteva eccitarsi mentre aveva la persona che gli piaceva tra le gambe. Anche se il problema era esattamente quello.
- Sei comodo.- soffiò Draco dopo un po’. Dopo un primo momento di tensione si era gradualmente rilassato – Caccia, cibo e letto.- soffiò – Sei davvero multi uso come marito di Neanderthal.-
Harry non poté fare a meno di ridere anche se tentò di contenersi, per non disturbare la serenità della sua mogliettina adorata.
Tornò il silenzio. Rispetto a tutti gli altri, sembrò naturale conseguenza di una strana quiete.
- Avresti mai creduto che saremmo finiti avvinghiati così?- soffiò Draco dopo un po’.
Harry strinse le labbra per non rispondere di averlo sognato spesso. Si limitò a dire – Perché, tu?-
- durante la guerra ti ho sognato spesso.- confessò – Venivi a salvarmi… a pprtarmi via. – fece un piccolo sbuffo di risata – Ero davvero patetico.-
- Perché dici così?-
- Sei solo un ragazzo, Harry. Non sei un supereroe.-
- Beh, ho sconfitto il cattivo.- replicò Harry.
Draco osservava le fiamme, forse perché erano letteralmente l’unica cosa da guardare – Questo non ha aiutato.- mormorò Draco.
- A far cosa?-
- A umanizzarti.-
Harry non riusciva a capire il flusso dei pensieri dell’altro, ma era stranamente lusingato che stessero parlando senza insultarsi. Sembrava che il principe della serpi stesse cercando di parlar e lui aveva tutta l’intenzione di assecondarlo.
- Non mi vuoi come eroe?-
Draco si mise leggermente più comodo, o forse si mosse per prendere tempo - non voglio idealizzarti. Mi sforzo di vedere i tuoi difetti, di concentrarmi su quelli. Devo. –
- Perché?-
Draco tacque, completamente rilassato nel suo abbraccio. Poi si allontanò da lui, come lo strappo d un cerotto.
- Dove vai?-
Draco scrollò le spalle – Sto meglio. Va bene così.-
Fece per andarsene, quando Harry d’istinto lo avvolse nuovamente, stringendoselo addosso – Hai freddo.- soffiò.
- Lasciami.-
- No.-
- Smettila di salvarmi, harry. Non puoi continuare ad essere il mio eroe.-
Harry affondò il viso nei suoi capelli, erano così sottili e morbidi che sembravano capelli di un angelo.
- Lo sarò, fin quanto ne avrai bisogno. – disse – ti riscalderò stanotte, e se vivremo per sempre nella foresta mi prenderò cura di te. –
Harry si rese conto di quello che aveva fatto e, poco dopo, di quello che aveva detto. Tutta l’intera conversazione era surreale, eppure sembrava essere la cosa più sincera che si fossero mai detto.
Draco stavolta si allontanò lentamente e Harry si arrese a lasciarlo andare, ma tutto ciò che fece Draco fu mettersi seduto dritto, per poi girarsi verso di lui.
Per la prima volta, dopo ore, erano di nuovo faccia a faccia, e forse, più vicini che mai.
- Tu non capisci.- mormorò – devi smetterla di essere gentile con me.-
C’era qualcosa di così serio nei suoi occhi, qualcosa che gli impediva di distogliere lo sguardo. Draco era troppo vicino, così vicino che ogni fibra del suo corpo desiderò baciarlo.
Se ora si fosse spinto in avanti, se avesse premuto le labbra sulle sue, assecondando quella inevitabile volontà, quella notte sarebbe potuta diventare un incubo, e il suo cuore sarebbe potuto rimanere spezzato.
Ma poteva rispondere – Mai.- e crederlo davvero.
Draco alzò le mani e le poggiò sul suo collo, le dita erano fredde ma non ci fece caso. Lo stava toccando come non l’aveva mai fatto, con intimità e gentilezza, che faceva a botte con la tristezza che improvvisamente vedeva nei suoi occhi.
Gli tolse una ciocca dalla fronte, solo per poterlo toccare a sua volta e tutto sembrò diventare più piccolo di quell’iglù.
Il bacio accadde come una naturale conseguenza dell’essere in un loro microscopico mondo, come se semplicemente lo spazio vitale per il loro corpo si fosse rimpioccolino respiro dopo respiro.
Al grifone mancò il suo rendendosi conto che si stava baciando.
Dimenticò il freddò, dimenticò dov’erano, dimenticò ogni sua esitazione.
Afferrò i suoi fianchi e se lo strinse addosso. Non importava che fosse scomodo, il corpo di draco doveva essere sul suo, doveva sentirlo, doveva…
Si staccarono.
- Avresti dovuto respingermi.- soffiò Draco a un centimetro da lui. Tutto lo spazio che Harry gli lasciava per allontanarsi.
Fu naturale per Harry rispondere - Mai.-
Il secondo bacio più meno dolce, pian piano divenne un impellente bisogno di divorarsi, cercarsi, toccarsi.
Harry si rese conto si essere stato spogliando quando sentì le dita gelide di Draco sull’addome. I muscoli si contrassero per la sorpresa e Draco fece un piccolo gemito.
Era forse… piacere?
- Ti piacciono i miei addominali?- domandò, un po’ divertito.
Draco piegò metà labbra in un sorriso divertito – Mi piaci tu. Addominali comporesi.-
Harry sostenne il suo sguardo – Sei consapevole di esserti appena dichiarato a me?- soffiò.
- Pensavo che il bacio avesse già chiarito quel punto.-
- Da quando?-
Draco alzò un sopracciglio, con una mano strattonò Harry vicno a sé dalla nuca – Magari non è vero.- soffiò – Magari ho solo freddo e voglio riscaldarmi.- lgi rubò un altro famelico bacio.
Harry lo approfondì, la lingua divenne una naturale conseguenza.
Qualche minuto dopo, staccarsi divenne inevitabile.
- Dovrò sacrificarmi per la causa, allora.- mormorò.
Harry fece scivolare la mani sulla sua schiena, e cercò la pelle oltre gli stati di stoffa. Non appena i polpastrelli la toccarono, Harry si sentì in grado di conquistare il mondo, al suo solo comando.
Era sua, pensò, era solo suo.
Lo fece scivolare indietro, steso al suolo gelido. Draco rabbrivid’ e Harry mormorò – Scusa.- prima di baciarlo, poi scese sul collo, sulla clavicola…
Draco tese il collo dando più spazio di maovra possibile al grifone, cosa che era pittusto impossibile con tutte glieli strati di induementi.
Ma spogliarsi non era fattibile.
- Harry…- mormorò Draco e il suono del suo nome fu più intimo di un bacio. Il grifone si alzò sui palmi, soprastando l’altro e lo guardò dall’alto con avidità.
- Sia chiaro,- farfugliò cercando di mettere insieme due pensieri coerenti – Ora stiamo insieme.-
L’altro alzò le sopracciglia come se non potesse credere alle sue orecchie. Forse era così.
- Come vuoi, Potter.- quasi rise – Se la pianti di metterti a pensare a queste minchiate e pensi invece a riscaldarmi, per me possiamo anche sposarci.-
- Promesso?-
Harry alzò una mano e alzò il mignolino. Draco sbarrò gli occhi, più esasperato che confuso. – Dovrei prometterti di sposarti? – quasi urlò.
Harry sapeva che la situazione era ridicola, ma nel sorriso che gli spuntò sul viso non c’era alcuna allegria – Devi promettermi di non spezzarmi il cuore.- soffiò – Io voglio stare con te, Draco.-
Il biondino lo guardò dal basso, con un espressione indecifrabile, poi alzò il braccio e legò il migliorino al suo. A contrato, il colore della loro pelle era così marcato che Harry si chiese se Draco fosse fatto di neve egli stesso.
- Non spezzarmi nemmeno il mio, di cuore.- soffiò.
Fu come il suggello di una promessa.
Tornarono a baciarsi, con una nuova passione. Draco si aggrappò a lui come se fosse l’unica cosa stabile in mezzo a una tempesta.
Harry fece scivolare una mano lungo il corpp di draco, i polpastrelli sfiorarono delicatamente le pelle esposta, fino a raggiungere l’ombelico. Lì si fermò, sentendolo sussultare.
Si guardarono, come a chiedere il permesso, e Draco glielo concesse come un sopracciglio alzato come a rimproverarlo di avere così tante premure invece di farlo e basta.
Forse era così.
Non appena la mano raggiunse il sesso del serpeverde la prima cosa di cui si sorprese fu di trovarlo duro. Non che il suo fosse ancora a risposo, ma in qualche modo nei suoi osgni, aveva sempre desiderato coccolarlo, fino a sentirlo indurirsi nel suo palmo.
Poco male, pensò, per quello c’era tutto il tempo del mondo.
Iniziò a accarezzarlo dolcemente, Draco gli rubò un piccolo bacio, condito da un gemito frustrato. Così, non gli restò altro che aumentare il ritmo.
C’era qualcosa di mistico nel fissare il suo viso contrito dal piacere. Harry non era mai stato un tipo artistico, i quadri del castello erano fin troppo chiacchieroni e seccanti per poter essere apprezzati, ma mentre Draco serrava gli occhi in preda al piacere, mentre le labbra si schiudevano in gemiti, Harry avrebbe voluto ritrarlo.
Forse lo stava facendo, ogni carezza era una pennellata. Stava plasmando il suo viso affinché risultasse di una bellezza spettacolare.
- Aspetta…- soffiò Draco dopo un po’, afferrandogli il braccio con forza – …Sto per venire.-
- E allora? -
Aprendo gli occhi, nelle iridi lesse la risposta. Il desiderio era così radicato in uno solcatura delle sue iridi che Harry rischiò di venire a sua volta, solo per aver contemplato l’idea.
Era strano non averla contemplata a tutti gli effetti. La sua erezione era dura, quasi a livello da far male, ma tutto quello a cui era riuscito a pensare era quanto Draco fosse bello, sull’orlo di un orgasmo causato da lui.
Harry lo baciò, e Draco faticò a reggerlo, senza fiato e al limite.
- Vieni.- soffiò sulle sue labbra – Perché non ci fermeremo solo a questo.-
Il corpo di Draco su scosso da un brivido e Harry sentì la sua mano impregnarsi del suo seme.
Nonostante la tenuta dell’iglù fosse stabile, quel guizzo di calore sulla mano lo accolse con un certo piacere.
Aspettò che Draco recuperasse fiato, rilassandosi, poi ritirò la mano e guardò il liquido bianco.
Era una prova. Era davvero successo.
Attraverso le dita sporche, mise a fuoco Draco che lo guardava con una certa curiosità.
- Sai cos’è. So per certo che ti sei masturbato, perché sei troppo bravo a farlo.- provò a scherzare.
Harry quasi rise, mentre cercava come pulirsi. Draco raccolse un poco di neve e gliela offfrì – Puoi scioglierla e farne un po’ d’acqua.- propose.
Mentre si puliva con la neve sopra un angolo del fuoco Draco si mise seduto su un fianco ad osservarlo.
- … tu non ne hai… bisogno?- domandò.
Harry arrossì – Certo che ne ho bisogno.-
- Sembri così calmo.-
- Cerco di farmi bello ai tuoi occhi.- gli fece l’occhiolino. L’altro però non raccolse quella provocazione. I suoi occhi scivolarono incuriositi sul cavallo e cercarono di intravedere il bozzo oltre la stoffa.
- Voglio vederlo.- sentì la sua voce pigolare. Harry arrossì ulteriormente ma non si mosse e Draco prese l’iniziativa. Si mise in ginocchio e sbottonò la patta con una naturalezza disarmante. Gli abbassò i boxer e Harry si ritrovò a stringere i denti. Il freddo sulla pelle tesa e sensibile sembrò graffiarlo.
Gli occhi di Draco restano fissi sulla meta, un luccichio nuovo spuntò nei suoi occhi. Con una mano spintonò delicatamente il compagno che cadde mezzo steso per terra. Draco fece un semi sorriso di scuse.
- Visto che non puoi metterti in piedi…- si giustificò – io non posso mettermi in ginocchio.-
Capire fu devastante per la sua erezione. Restò impotente a osservare il suo nuovo ragazzo stendersi davanti a lui, incastrasi perfettamente tra le sue gambe e cercare il suo sesso con la punta della lingua.
Il calore anche solo di quel piccolo lembo fu devastante.
Nonostante il freddo, era più duro che mai, nonostante la frustrazione, voleva solo durare il più possibile per godere di ciò che stava per arrivare.
Non era la prima volta che qualcuno si succhiava l’uccello, ma era la prima volta che la sola idea lo mandava letteralmente alla follia.
Draco baciò la masse, poi fece scivolare della punta della lingue sui testicoli, mentre la mano percorreva l’intera lunghezza.
Le sue palpebre si chiusero per via dell’ondata di piacere che lo invase, ma si sforzò di riaprire gli occhi. Aveva sognato così tanto un simile momento e non avrebbe permesso a nulla di impedirgli di guardare.
Draco lasciò i suoi testicoli e risalì l’intera lunghezza con ampie leccate contornate da piccoli tocchi di labbra e, infine, arrivò alla cima.
La punta della lingue stuzzicò il glande e Harry dovette stringere la neve per non urlare di piacere.
Il cuore gli martellava nel petto, non poteva credere a nulla di quello che stava succedendo, ma non importava.
Draco che apriva la bocca e lasciava scivolare quanto poveva dentro di sé, era un altro quadro che Harry avrebbe volentieri ritratto per la sua collezione personale.
Il rampollo della famiglia Malfoy generalmente era bellissimo, di una bellezza inumana ed eterea, ma mentre aveva gli occhi lucidi e la bocca sul suo cazzo era a dir poco divino.
Cielo, pensò, sul punto di venire.
Non voleva tornare al castello, voleva restare lì, a scoparlo, o morire assiderato provandoci.
In fondo, cosa li aspettava al castello? Non certo solitudine, non certo intimità e non certo sesso.
Venne invocando il suo nome, mentre si faceva indietro così da venirmi in bocca ma non soffocarlo.
Draco si mise seduto e Harry lo vide portarsi una mano alle labbra per decidee cosa fare del seme.
- S-sputalo.- disse, senza fiato.
Draco di tutta risposta, aprì la bocca con un espressione malandrina e mostrò il suo trofeo, poi alzò la lingue a mostrò a Harry il seme che scivolava lungo la gola, mentre veniva ingoiato.
- Merlino…- mormorò Harry, affascinato e attratto più che mai.
Draco sorrise e si appoggiò ad una parete dell’iglù, visibilmente un po’ provato dall’esperienza.
- Cinque minuti.- disse massaggiandosi il collo.
Harry tentò di non scoppiare a ridere, ma non riuscì a farne a meno. Buttò la testa all’indietro e si calmò, aprendo gli occhi a fissando il cielo nero oltre la cima dell’ iglù. Dopo un attimo, aggiunse legna al fuoco giusto per fare qualcosa, cercò la mano dell’altro.
- Sei un tipo… romantico.- fece il principino osservando le mani unite, ma senza ritrarla.
- Ti dispiace?-
- Devo abituarmi.- confessò.
Harry scrollò le spalle – Tenterò di contenermi, promesso.-
- Allora… come sarà d’ora in poi?- soffiò.
- Ah, siamo arrivati al “discorso”?-
- Dobbiamo pure far qualcosa mentre aspettiamo di essere pronti per farlo di nuovo.- lo disse come se fosse una cosa naturale.
Beh, era giusto che fosse così. Stavano insieme.
- Dirlo agli altri. Si, no, forse?-
- Decisamente no.-
- Perché no?- mormorò Harry.
Draco alzò un sopracciglio – I tuoi amici mi odiano.-
- Un po’. Forse.- ammise – Non molto a dire il vero, altrimenti non avrebbero aiutato a inventare una gara a palle di neve per permettermi di inseguirti.-
- Quindi è tutta colpa tua se ci troviamo in questa situazione!-
- Se la punizione comprende essere sculacciato, me ne farò una ragione.- sorrise.
- Loro…- soffiò Draco piano – cosa sanno?-
- Della cotta che ho per te? Circa… tutto?-
L’altro sbarrò gli occhi mentre le guance si coloravano ancora di più di rosso di quanto già non fossero – Ma sei scemo?-
- Un po’.- soffiò – Quindi, i miei amici non ti odiano ma anzi hanno tifato affinché ti conquistassi, quindi resta la domanda; vuoi che la gente lo sappia?-
- Odio che debba essere una cosa da decidere.- quasi ringhiò tra i denti l’altro – Dovrei poter stare con te senza mettere i manifesti.-
- Quindi è un no?-
Esitò, a disagio nel suo piccolo angolo dell’iglù – No… per ora?-
- Per ora, mi basta.- scrollò le spalle il grifondoro – Mi sarebbe andato bene anche mettere i manifesti o passare il resto dell’anno sotto il mantello dell’invisibilità. Avrei accettato tutto.-
- Merlino, è inquietante.- soffiò guardandosi attorno come se all’improvviso non risucisse più a credere dove fosse – Ma dimmi la verità, è un incubo vero? Nei miei sogni, non sei certo così…-
Harry fece spallucce – sdolcinato?-
- Sì.- ammise.
- Beh, volevi dei difetti. – scrollò le spalle – Sono abbastanza umanizzato ora per te? – rinsaldò la presa alla mano e lo tirò gentilmente verso di lui per convincerlo a tornare a riprendere attività molto più interessanti con la bocca che dargli dello sdolcinato.
Draco non solo assecondo il movimento ma finì seduto sulle sue ginocchia. Il bacio fu invitabile.
- umano.- confermò, prima di iniziare a sbottonare i bottoni più in basso della camicia di Harry e lasciare intravedere la perfetta muscolatura creata in grazie al quidditch e a un anno di fuga e lotte. I suoi occhi vibrarono di aspettativa – Come questo ti renda più sexy davvero non lo so. Ho evidenti problemi.-
Harry lo coinvolse in un nuovo bacio. L’altro rispose dapprima con calma, per poi sciogliersi. Si staccarono senza fiato.
- Non ho nulla per prepararti.- mormorò come fosse un segreto inconfessabile.
Draco tirò le labbra in un sorriso malizioso – Conosco un incantesimo.-
- E’ strano che la cosa mi ecciti.-
- Se non ti eccitasse, sarei nei casini.- mormorò prima di rubargli un bacetto leggero, per poi sussurrare al suo orecchio l’incantesimo in questione. Non potendo spogliarsi per evidenti problemi logistici, Harry affondò le dita tra le natiche di Draco attraverso i pantaloni, eppure, fu stranamente osceno.
Quando sfiorò l’ano, il suo ragazzo s’irrigidì.
- E’ la prima volta che…?-
- Fa freddo.- replicò – Continua.-
Massaggiò per un poco l’anello di carne, cercando di trovare egli stesso il coraggio di proseguire. Non perché non voleva immergersi in quell’antro che da quanto sentiva poteva rasentare il paradiso, ma perché aveva paura di fargli del male.
Dopo un po’, gli strattonò i capelli, a mo’ di sollecitazione.
Il primo dito, fece irrigidire Draco di più, ma lo avvertì sforzarsi di rilassarsi. Contando i secondi, Harry si sforzò di studiare ogni spasmo pur di capire esattamente quanto sarebbe stato il momento giusto.
Draco schiuse le labbra, gemendo piano, e il secondo dito raggiunse il primo.
Quando Draco inarcò la schiena, come se avesse toccato un punto particolarmente interessante, provò col terzo, ma con i pantaloni addosso non c’era oggettivo spazio di manovra.
Draco sembrò intuire il flusso dei suoi pensieri, quindi si alzò sulle ginocchia per abbassarci i pantaloni fino alle cosce. D’un tratto Harry si ritrovò con letteralmente le mani avvolte attorno alle natiche calde e sode e la mezza erezione che era rimasta buona per via della concentrazione nel tentare disperatamente di non fargli male, divenne completa in due attimi.
Il tempo di capire che presto sarebbe stata sommersa nel corpo del suo sogno proibito.
Draco non attese il terzo dito, l’impazienza si poteva notare dal respiro corto e gli occhi sempre più lucidi. Si sedette sull’erezione gentilmente e dondolò, in un chiaro invito a usarla come di dovere.
- Merlino…- mormorò Harry mentre affondava il viso sul collo dell’altro per aggrapparsi a qualcosa per non perdere la testa – Nemmeno ti sono dentro, e già sto impazzendo.-
Draco gli prese il viso e lo costrinse a guardarlo. Con determinazione soffiò – Ti voglio dentro di me.-
Era un ordine. Un ordine impossibile da ignorare.
Quando la punta toccò l’ano Harry trattenne il respiro, fu Draco a scendere su di lui, tentando di rilassare i muscoli. Lentamente, ma inesorabilmente, i due si ritrovarono a metà strada verso il paradiso.
Con un altro paio di respiri, finalmente affondò completamente in lui.
E restarono lì, a comprendere che finalmente era successo, che i sogni bagnati, che i sogni ad occhi aperti, che i desideri celati avevano finalmente raggiunto compimento.
Draco Malfoy era di Harry Potter, completamente.
Fu solo una pausa, nel mezzo di un tornato, ben presto muoversi divenne impellente, ma sbattere l’un l’altro senza alcune remora divenne totale necessità, in modo scoordinato.
Draco dondolò, annaspò, lo baciò, lo morse perfino mentre il piacere montava e Harry era semplicemente in balia di quei meravigliosi eventi.
L’orgasmo li cose quasi alla sprovvista, come se il giro in giostra fosse finito troppo in fretta.
Draco crollò su di Harry e l’altro si sforzò di sorreggerlo come poteva mentre tentava di non liquefarsi dal piacere.
Crollarono stesi, uno sopra l’altro, mentre i respiri restavano corti e scoordinati.
L’avevano fatto pensarono. Era davvero successo.
Quando il freddo si fece di nuovo strada tra di loro, si sforzarono di rivestirsi, di rimettersi in sesto. Draco si mise dal lato dell’iglù lontano da Harry quasi temesse di saltargli ancora addosso se si avvicinava ancora.
Forse era così. Di sicuro lo era per Harry.
- Non mi hai ancora detto da quando provi qualcosa per me.- esordì il grifone dopo un po’, rimpiangendo il calore del corpo dell’altro vicino, non solo per il freddo.
L’altro alzò un sopracciglio – I miei sentimenti non dovrebbero essere una sorpresa per te, i tuo d’altro canto…- sostenne il suo sguardo – Perché?-
Non lo disse come una curiosità di come e quando erano iniziati quei sentimenti, ma come una sincera perplessità sul perché, quasi come se lasciasse intendere che non li meritava.
Nonostante il fastidio di quella insinuazione, Harry tentò di rispondere come poteva, perché se il suo ragazzo era insicuro era il suo compito aiutarlo.
E poi era stupendo definirlo “il suo ragazzo”.
- Dopo la guerra, sono potuto tornare un ragazzo normale. Per quanto possibile.- soffiò – Ho iniziato a guardarmi attorno, a scoprire lati di me che non avevo mai avuto il coraggio di comprendere. Ho capito di essere attratto anche dai ragazzi, per dirne una.-
Draco si strinse nelle spalle per il freddo, e Harry si avvicinò a lui nonostante il successivo sguardo d’ammonimento.
- Ti ho trovato bello, all’inizio.- soffiò – Cioè sei bello, non sono all’inizio. Sempre. Ma un giorno ti ho guardato e mi sono detto che se mai ci avessi provato con un ragazzo saresti stato tu.-
- Quindi sono bello.- confermò, ma il tono lasciò intendere una nota di delusione. Harry strinse le labbra.
- Beh, è iniziato così. Poi ho iniziato a osservarti, a tentare di coinvolgerti. Se non riuscivo a conquistarti perlomeno volevo provare ad esserti amico.-
- Quindi mi hai tormentato perché volevi scoparmi?-
- Mi sa che tra noi due devo essere romantico per entrambi, eh?-
Draco gli prese il braccio e se lo ripassò sulle spalle tornando al suo posto preferito nella spalla del suo ragazzo.
- Quando riuscivo a farti ridere, come oggi…- riprese – tutta la mia giornata sembrava d’istante colorata. Quando ridi sei ancora più bello.-
- Lo farò scrivere nel mio epitaffio “bello fa impazzire!”- ridacchiò.
Harry soffiò guardandolo – Vedi? Più bello.-
Non era sicuro se le guance dell’altro fossero rosse per il freddo, per il sesso appena fatto o per i discorsi. Fatto stava che Draco se ne stava rannicchiato addosso a lui, con le guance in fiamme e sembrava in cerca di coccole.
- Poi oggi…-
- Se dici altro sul mio essere bello, ti lascio qui a congelare.- replicò.
- …Eri bello dentro?- scherzò il grifone, l’altro gli dette una spallata.
Harry gli rubò un bacio sulla testa – Mi piaci davvero, Draco.- soffiò serio – Ti prego di credermi.-
L’altro restò in silenzio per un lungo minuto, poi alzò il vico e gli baciò teneramente la guancia. Tutto sommato forse non era l’unica ad essere romantico.
Harry intercettò le sue labbra e riprese a baciarle e, come temevano entrambi, quel nuovo contatto portò a una nuova euforia.
La lingua di Harry scivolò nella sua bocca, giocò con la gemella, poi sfiorò le sue labbra. Desiderò leccare tutto il resto, ogni parte di lui. Iniziò con il collo. Draco gemette e il collo vibrò deliziosamente. Lo baciò, desiderò marchiarlo. Trovò il corpo dove lo sentì fremere e iniziò a succhiare dolcemente.
- Harry…- sussurrò l’altro, di nuovo eccitato.
La sua lingua si spostò sulla clavicola, la mano iniziò a sbottonargli la camicia. C’era ancora una parte del suo corpo che non aveva avuto occasione di vedere e che voleva disperatamente leccare. Scese lungo il petto libero e trovò i bottoncini che stava cercando, erano chiari che desiderò farli diventare completamente rosso. Ci si prodigò quasi sicuro.
Leccò il primo, strinse tra le dita il secondo. Da così vicino riusciva a sentire il battito del cuore del suo ragazzo sulla lingua e batteva talmente forte da sembrare emozionato come il suo.
L’altro cercò di strattonarlo, allontanarlo dal proprio petto – Non lì…- soffiò.
- Non ti piace?- mormorò Harry sulla pelle, prima di concere un’altra generosa leccata al piccolo bottoncino torturato. Gli occhi dell’altro erano di nuovo lucidi, di nuovo eccitati.
- No.- mentì. Riconobbe la bugia dall’esitazione.
- Allora è un peccato, che a me piaccia.- soffiò ancora Harry prima di dedicarsi all’altro bottoncino di carne.
L’altro inarcò la schiena e sussurrò qualcosa che poteva benissimo essere un imprecazione. Lo vide cercarsi la patta con una certa urgenza.
Oh, ora aveva capito.
Era già sul punto di venire e solo perché aveva torturato un poco i suoi capezzoli? Harry se lo annotò mentalmente prima di allontanargli la mano con crudeltà.
- … non ti muovere, a te ci penso io.- disse Harry.
Draco lo fissò negli occhi, più stanco e eccitato che mai - Non dormiremo stanotte, vero?-
Harry iniziò a sbottonargli i pantaloni con un sorriso divertito – Sconsigliano di addormentarsi tra la neve, è per una giusta causa.-
Smisero di rivestirsi dopo un po’, tanto si sarebbero amati ancora e ancora…
Non chiusero occhio per tutta la notte.
Il mattino dopo, li trovarono vestiti solo per puro miracolo.


Fine
 
 
 
 
 
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Titolo: App fantastiche e dove trovarle
Cow-t 9, Seconda settimana, M1.
Prompt: Fantascienza
Numero parole: 2329
Rating: Verde
Fandom: Originale



La vita di Igrith York non era particolarmente avvincente, le giornate le scivolavano addosso come acqua, e gli anni passavano in pochi battiti di ciglia. Tentava di non pensare molto, si distraeva spesso, giocava, usciva con le sue amiche, cercava l’amore.
Pensava sarebbe stato divertente, per questo aveva scaricato la app.
Era in metro quando l’aveva scorta per la prima volta tra i suggerimenti. L’icona era rosso acceso, ma possedevo un design semplice di un piccolo telefono antico, spiccava tra tutte le altre icone con prepotenza. La didascalia era emblematica e semplice “ Il futuro ti aspetta!”
Il marketing aveva fatto un buon lavoro, anche se non l’aveva scaricata in quel momento, in un piccolo angolo del suo cervello era rimasta silente, come un idea.
La seconda volta che gli era apparsa, aveva osservato le anteprime e i commenti, facendosi può una chiara idea di cosa si trattasse: sembrava un app che millantava di permetterti di essere chiamati dal futuro!
Molti dei commenti sembravano contenti per la vero-similità dell’esperienza, alcuni ne rasentavano l’idiozia.
Sarebbe bello se fosse vero, pensò distrattamente mentre risaliva i commenti per premere il pulsante INSTALLA.
Mentre l’applicazione prendeva il meritato posto nel suo cellulare, Igrith stava buttando in padella un uovo.
La prima chiamata arrivò immediatamente.
Mentre svettava sullo schermo il telefono rosso della app che simulava la chiamata, Igrith ebbe per un secondo un brivido lungo la schiena.
Una chiamata dal futuro, pensò vagamente.
Ma come avrebbero potuto simulare una cosa simile? Ci sarebbero state voci registrate, o forse un callcenter con qualcuno che aveva una storia scritta da dover interpretare? Dubitava che chiunque avesse creato la app avesse così tanti operatori in grado di gestire la curiosità delle masse quindi il suo pensiero si orientò sulle chiamate registrate, forse con un AI abbastanza sviluppata da darti un vero senso di discorso.
O forse era tutta una truffa, ma dal tono dei commenti non sembrava essere così.
Aveva solo un modo per saperlo, prese il telefono e rispose.
Dapprima sentì elettricità statica, poi qualche parola incomprensibile, poi altro rumore non ben identificato, poi, come se si fosse stabilizzata la connessione sentì:
- Pronto?-
Era un ragazzo, pensò, di sicuro non era una voce registrata. S’umetto le labbra prima di rispondere.
- Ciao.-
- ciao a te.- rispose la voce. Sembrava un po’ tesa, come se fosse la sua prima volta – Come ti chiami?-
Igrith non si sentiva abbastanza stupida da dare il suo vero nome, così rispose – Teresa.-
- Io sono Tyler, piacere.-
L’uovo ormai era pronto. Così Igrith lo spense e lo tirò via dal fornello.
- Come stai facendo?- domandò ancora Tyler. Era chiaro che si sforzasse di fare conversazione.
Igrith sospirò – Ammetto che non credevo che funzionasse all’istante.- soffiò – Non ho nemmeno aperto la app. stavo per mangiare qualcosa.-
- cosa stai mangiando?-
- Uova.-
- oh, perfetto. Puoi descrivermele?-
Igrith fece un sorrisetto – Oh, qui arriva la parte dove mi dici che in futuro non esistono le uova?-
- Precisamente.- lo sentì ridere – descrizione dettagliata, prego.-
Igrith ci pensò sopra – Quando escono dalla gallina sono quasi rotonde ma sembrano bombate nella parte superiore. All’interno ha due consistenze gelatinose, una trasparente e l’altra gialla, e quando vengono cucinate la parte trasparente diventa bianca.-
Tyler fece una piccola risata e Igrith soffiò – Non è vero che non ci sono galline nel futuro, vero?-
- Già, però ti riempirò di queste domande. Sono molto interessato alla tua epoca.-
Igrith si guardò attorno – E’ molto simile ad altre epoche: politici corrotti, giovani senza futuro, inquinamento di mari, terra e cielo…-
Tyler sembrò improvvisamente pensieroso – Nel futuro, queste sono cose abbastanza risapute. – confessò – Però vorrei sapere qualcosa di più quotidiano. Com’è la vita di una ragazza come te?-
- Piuttosto noiosa.-
- E’ per questo che hai provato la app?-
- Non è perché tutti la provano?- replicò lei piccata. Ai suoi occhi, quelle parole parvero quasi un accusa.
Tyler attese qualche attimo – Chiedo scusa se ho detto qualcosa che ti ha offesa.- mormorò.
Igrith scosse la testa – Senti ora devo mangiare. Chiudiamo qui la chiamata?-
- Certo, nessun problema.- disse – Spero di potersi sentire ancora.-
Igrith, meditò di cancellare la app non appena la chiamata fosse chiusa, ma rispose lo stesso – Certo. A presto.- prima di chiudere.
Il suo uovo si era freddato, e nel suo animo era confusa per la chiamata appena ricevuta.
Dall’altro capo del telefono c’era chiaramente qualcuno, ed era inquietante…

**

Si era ripromessa di cancellare la app la sera stessa, ma due giorni dopo aveva già dimenticato l’esistenza della stessa nel suo cellulare, perciò fu sorpresa quando ricevette la seconda chiamata. Era così distratta che rispose senza vedere chi fosse.
- Ciao, Teresa! Come stai?- tuonò la voce di Tyler allegra.
Ighith restò un attimo interdetta prima di rispondere – Bene.-
- Hai da fare? Ti posso disturbare?-
- Mi vuoi vendere qualcosa?- soffiò sulla difensiva – O forse sei uno stalker? Credimi, non sono la ragazza giusta da perseguitare.-
Tyler soffiò – Nulla del genere. Te lo prometto. Ma se non vuoi più giocare, lo capisco. – soffiò – Hai libero arbitrio, chiudi la chiamata, cancella la app e non mi sentirai mai più, ma vorrei davvero che non lo facessi, penso che tu sia simpatica e sono davvero interessato alla tua epoca.-
- Perché ti interessa la mia epoca?-
- Vuoi sincerità?-
- Certo.-
- Un compito in classe.- soffiò – Ci hanno assegnato la tua epoca, la prima che grazie alla tecnologia seppur obsoleta siamo riusciti a intercettare. Sapere le cose dalle persone che le vivono invece che da i libri di storia è un enorme passo avanti, non trovi?-
- E’… - cercò le parole – macabro.-
- Non hai tutti i torti.- ammise Tyler.
- Allora, se è vero quello che dici e non è una truffa telefonica, cosa succederà oggi nel mondo? Sono sicura che avrete qualcosa come la nostra internet per controllare.-
Tyler restò in silenzio per un lungo minuto – Non ci è permesso rivelare troppo del futuro.- ammise.
Igrith ci pensò su. Era ovvio che ci fosse come regola, del resto era solo un gioco. Uno strano, inquietante gioco, però per il momento lui non aveva idea di quale fosse il suo nome, non gli aveva dato nessuna informazione vitale, continuare a giocare non sembrava poi una cattiva idea.
Del resto, era qualcosa di diverso dalla sua solita giornata.
- Va bene, facciamo che sto al gioco.- disse Igrith – Una domanda per una domanda. –
- Però non posso entrare nei dettagli.- continuò Tyler.
- Non lo farò nemmeno io. Affare fatto?-
- Perfetto.-
Iniziò così.
Se da una parte Igrith raccontava la sua vita: una famiglia normale, con parenti non proprio solidali, con i voti altalenanti, professori tutt’altro che imparziali, amiche con i loro drammi, l’amore, i passatempi, le aspirazioni per il futuro…
Dall’altra parte, riusciva a intravedere, attraverso il ragazzo misterioso, un futuro alquanto utopico: non c’erano macchine volanti, ma macchina a acqua di mare sì, tutto veniva riciclato, l’aria filtrata da i pali della luce che nel mentre venivano alimentali a energia solare. Avevano inventato dei piccoli insetti che erano in grado di mangiare la plastica che ancora giaceva nei mari inquinati. Il cancro? Alcuni si potevano curare, altri restavano letali. Ci stavano ancora provando.
Quello che Tyler gli raccontava non era che una versione leggermente più illuminata e avanzata di un futuro che si poteva intravedere tra le fessure del tempo, di un futuro che si sarebbe potuto realizzare con una menta aperta, più comprensione e, di sicuro, più soldi per la ricerca.
- Se tutto quello che mi dici è vero…- fece un giorno Igrith, mentre se ne stava stesa sul letto a carezzare Mr.Palladipelo che faceva le fusa – Con tutta la tecnologia di oggi dovresti avere giù idea di come sia la vita di oggi. Perché chiamare le persone?-
Tyler era un ragazzo sempre allegro, spesso faceva battute, se non poteva dirgli qualcosa si limitava a dirglielo, quindi fu strano sentirlo all’improvviso nel più totale silenzio.
- Tyler?- soffiò Igrth.
Tyler si schiarì la gola, e esitò prima di rispondere – Devo andare.- e mettere giù.
Era la prima volta che lo faceva, quindi Igrith allontanò il telefonino e fissò per un lungo minuto lo schermo restituirgli l’immagine del suo sfondo per il cellulare.
Tyler non chiamò per molto giorni, Igrith cercò un modo per poterlo rintracciare, senza risultato.
Secondo i commenti dello store, la app era ancora in funziona, altre persone venivano chiamate, ma al suo cellulare non arrivavano chiamate di nessun tipo.
Arrivò perfino a pensare di cancellarla, ma ogni volta che premeva quella icona per trascinarla nel cestino nella sua testa si sentiva in torto.
Forse l’avrebbe chiamata, senza trovarla. Cosa avrebbe pensato?
Beh, era un gioco. Probabilmente in questo momento stava parlando con qualcun altro. Forse si era solo stancato di parlare con lei.
Eppure, d’istinto, non riusciva a cancellare quel piccolo programma a cui aveva giocato per un mese intero.
E, forse, una piccola parte di lei, sentiva che Tyler le mancava.
Due mesi, sette giorni, e ventitre ore dopo quell’ultima chiamata una nuova telefonata arrivò sul cellulare.
Era notte fonda, e la svegliò. Prese il telefono e vide la piccola icona rossa trillare sullo schermo e meditò di non rispondere, di mandare tutto al diavolo, di ignorare la chiamata.
Ma la curiosità ebbe la meglio e rispose al telefono.
- Pronto?-
Ci furono diverse interferenze poi si udirono le tre parole chiare- Esci di casa.-
Era Tyler.
- Cosa?-
Ancora interferenza - Prendi la tua famiglia, esci di casa.-
- Che cosa stai dicendo?-
- … ti prego.- insistette Tyler, la voce sempre più rabbiosa – Solo… esci di casa.-
C’era qulcosa nel suo tono che non ammetteva repliche, ma nessuno sano di mentre avrebbe dato retta ad un ragazzo che non aveva mai visto, che millantava di venire dal futuro per un gioco. Nessuno.
Ma dentro di lei, provò paura.
La chiamata si interruppe come se fosse caduta, lei raccolse il suo gatto e si sentì un mostro a svegliare la sua famiglia per una sensazione.
Dovette ivnentare che non si sentiva bene, che dovevano portarla immediatamente al pronto soccorso. Millantò un dolore molto forte al petto.
Seppur di malavoglia la sua famiglia la accontentò, infilò del vestiti e la aiutarono ad uscire fuori.
- Non puoi portare il gatto in ospedale!- esclamò sua madre.
Ma lei non volle sentire ragioni, trascinò il micio fuori e salì in macchina.
Fecero inversione, poi suo padre mise la prima per partire…
E tutto iniziò.
La terra iniziò a tremare così forte che la macchina faceva strani cigolii mentre veniva sballottata da una parte e un l’altra. Il gatto iniziò ad agitarsi e Igrith lo tenne stresso a sé incurante dei graffi e dei morsi.
Ebbero paura, ma nulla li poteva preparar alla vista della loro casa, che crollava su se stessa.
La scossa sembrò durare così tanto che ebbero perfino il tempo di guardarsi e comprendere che erano vivi per miracolo, poi com’era tutto iniziato, tutto anche finì.
Suo padre aveva le mani tremanti quando ebbe il coraggio di girarsi verso Igrith - … ti fa ancora male? Dobbiamo…andare…-
Era ancora preoccupato per la salute di sua figlia nonostante avesse appena visto i risparmi della sua vita e la sua intera esistenza crollare su sé stessa.
Igrith non sapeva cosa pensare, ma non poteva lasciare che suo padre guidasse in quelle condizioni.
- No, papà, sto meglio.- lo rassicurò – Chiaro i vigili del fuoco.-
Lasciò i genitori e il gatto in macchina e scese dalla vettura.
Guardò lo schermo del cellulare cercando di ricordare, scossa com’era, il nomero dei vigili del fuoco. Era sicura che non era l’unica casa in città ad essere crollata e di sicuro non tutti erano stati fortunati come loro ad avere una soffiata dal futuro…
Il futuro.
Tyler.
All’improvviso, la consapevolezza che tutto era vero la colpì. Tyler veniva davvero dal futuro! Finora, si era frenata dal crederlo, come se fino avesse volontariamente tenuto il coperchio della giara della fiducia pressata per non farla uscire, ma ora fosse in frantumi.
L’icona rossa spuntò nuovamente sullo schermo del suo cellulare, e lei rispose prontamente.
- Tyler?-
Ci fu elettricità statica, po’ la voce calda del suo insolito amico si udì, seppur in lontananza.
- Stai bene?-
- Sì.-
- Meno male.-
- … è tutto vero.- mormorò Igrith – è tutto… vero.-
Tyler restò in silenzio, ci fu altra elettricità statica – Nella mia epoca, tu sei morta da duecento anni. – confessò e un brivido percorse la schiena di Igrith - … non avrei dovuto affezionarmi.-
- Mi hai salvato la vita.- replicò lei – suppongo che sia contro le regole.-
- Non ne hai idea.- replicò lui.
- Cosa ti faranno?-
Tyler restò in silenzio, poi replicò – Addio Igrith.- prima di chiudere la conversazione.
Igrith restò immobile come una statua di sale, mentre la sua mente elaborava tutte le informazioni. Abbassò il braccio e vide lo schermo del suo cellulare e notò che lì dove sarebbe dovuta stare l’applicazione che l’aveva messa in contatto col futuro, c’era un semplice giochino simile a tanti altri.
Sapeva il suo nome. Aveva sempre saputo il suo nome.
Ma soprattutto, sapeva quando sarebbe morta.
Guardò la casa in frantumi e si rese conto di essere sopravvissuta, che poteva continuare a vivere la sua vita in modo monotono e noioso, vivere una vita che non aveva nulla di speciale e che non sarebbe davvero valsa la pena di salvare.
O avrebbe potuto contribuire al futuro che Tyler le aveva raccontato.
Suo padre scese dalla macchina e la chiamò, lei annuì e gli sorrise.
Un passo alla volta, pensò. Ora doveva prendersi cura dei suoi genitori, rimettersi in sesto, ricominciare.
Aveva tutto il tempo per creare un futuro migliore.







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Titolo: I due volti del Carnevale
Cow-t 9, Seconda settimana, M1.
Prompt: Storico
Numero parole: 1849
Rating: Verde
Fandom: Originale


Orsù è giunto il giorno tanto amato,
Tutti per strada, il Carnevale è arrivato.
Una maschera sul viso a svelare il cuore,
per celebrare infine il silenzioso amore.

Il carnevale. Di nuovo. Come ogni anno.
Una tradizione nata per festeggiare le vittorie e, come tutte le feste, divenuta un pretesto solo per oziare e abusare dei piaceri della vita. Un sorriso spunta sul tuo viso mentre ammiri la tua maschera nuova. Ne fai fare una ogni anno, nuove decorazioni, nuovi colori e nuove forme.
Non che ti interessi sul serio, a te interessa solo che sia stata creata da Lui.
Rimiri tra le mani la nuova opera d’arte e sorridi compiaciuto. Zanni, naso lungo, bella, elegante, ma come un tocco di originalità sui contorni smaltati. Con le dita cerchi i rilievi e leggi le sue iniziali: C.T.
La indossi e, come ogni anno, avverti il profumo di vernice fresca.
Un’ultima occhiata allo specchio e scendi in strada, eviti i posti affollati. Nonostante i fuochi d’artificio siano ancora lontani, San Marco è impraticabile sin dalle prime ore del mattino.
Stranieri attirati dalla nomea della festa si aggirano come bimbi in un negozio di dolciumi, con occhi sbarrati, impossibili da nascondere nemmeno sotto delle maschere.
Paesani che si muovono con coscienza tra le strade affollate e strette. Dame che cinguettano con i gondolieri per ricavarne un passaggio.
Il sole è alto, ma non così caldo da farti sudare nel tuo abito di rara seta orientale, eppure la folla attorno a te sembra stringerti in una morsa soffocante.
Scivoli tra le vie più strette e sconosciute, quelle che la gente normale evita o semplicemente non conosce.
I tuoi amici ti aspettano, affretti il passo.
Passi accanto al laboratorio, lo fai tutte le mattine. Non ti affacci come sempre, ma non ti sembra arrivato il giorno se non scorgi la porta verde della cantina.
Quasi la saluti con lo sguardo, come faresti con una vecchia amica e prosegui dritto.
Ma qualcos’altro attira la tua attenzione.

Chi è quella bella fanciulla? Chi è?
Bella come il sole viene verso di te.
Lo splendor della vestite del color del sole, indossato
impallidisce a confronto del sorriso accennato.


La persona che ha attirato la tua attenzione è in piedi sul molo, guarda il mare con aria concentrata.
Sbatti le palpebre tre volte prima di renderti conto del perché ti ha attirato così. La rivelazione è come un pugno nello stomaco.
Lui.
In un bellissimo vestito verde con il corpetto ricamato d’argento, la persona di cui indossi la maschera, fissa il vuoto. I capelli solitamente legati, per evitare che si sporchino durante il lavoro, restano lungo la schiena nascondendo le spalle un po’ larghe. Le mani provate dal lavorare sono nascoste in guanti raffinati, l’accenno di barbetta è stato cancellato dalla lama.
A nascondere il viso solo una maschera, una colombina, che sembra rilucere del colore delle stelle.
Rimani lì, fermo, incapace di capire cosa fare. Salutarlo? Forse no.
Se qualcuno indossa una maschera, c’è sempre un perché.
A toglierti dall’impiccio è lui che si gira come se avesse avvertito il tuo sguardo.
Sobbalza e per un attimo s’irrigidisce, incapace di decidere cosa fare. Poi ti fa un inchino impacciato.
- Signore.- sussurra con voce così flebile che quasi non la senti.
Aggrotti le sopracciglia, confuso. Non sai come reagire. Lo imiti e t’inchini.
- Signorina…-
Restate fermi lì, come incapaci di muovervi. Come se aveste fatto del vostro meglio per aiutare il destino, e ora toccasse a lui suggerirne il seguito. Fare il suo dovere, insomma.
Ma non puoi perdere questa occasione. E’ troppo allettante.
- Ci siamo già incontrati da qualche parte? - dici ancora, avvicinandoti – Forse… dai Bradamente?-
Da più vicino i suoi occhi grandi sembrano poter rispecchiare il mondo. Le labbra poter decorare l’intera esistenza.
Una maschera ben fatta è capace di far apparire “unico” anche l’essenziale e ogni volto diventa protagonista.
E lui è un maestro nel crearne.
Se non conoscessi ogni singolo dettaglio del suo corpo, dal cicatrice sulla guancia abilmente coperto, alla semplice postura, non lo avresti mai riconosciuto.
L’inganno è perfetto e non sarai tu a svelarlo.
Non sai perché si sia travestito, nonostante sia illegale dal 1458, ma non vuoi rinunciare a poterlo guardare davvero, come mai potresti fare.
Qualora se ne accorgesse e ti accusasse, potresti sempre dire di non averlo riconosciuto.
Le labbra si allargarono in un sorriso sollevato e annuisce – Credo di sì.- sussurra – anche se eravate piuttosto ubriaco e credevo che non mi avreste mai riconosciuta.-
A quella festa effettivamente eri ubriaco. E non avresti riconosciuto nessuna ragazza presente.
Per fortuna è l’alibi perfetto.
-Devo ammettere purtroppo di non ricordare il vostro nome.- sussurri sorridendo – Potresti rinfrescarmi la memoria?-
Nonostante la maschera riesci ad accorgerti del sopracciglio alzato.
- E se non ve lo dicessi?- ribatte.
- Dovrò passare il resto della giornata a convincervi a farlo.-
- Intende perseguitarmi fine alla fine del giorno?- sorride, divertito.
Tu annuisci – Certo. Per sapere il suo nome sarò la sua ombra fino alla fine del giorno.-

Il cavaliere dal sogno, affascinato,
si inchina a tal miracoloso creato.
E con una mano delicatamente protesa,
la dama vince il cuore e la contesa.

E’ come un incantesimo, non sai definirlo in altro modo.
Vi siete buttati nella festa, avete bevuto, riso. Avete vissuto.
Pare che il destino, infine, si sia messo a ruotare ed è come se vi foste dimenticati della folla soffocante.
Non esiste nulla al di fuori di voi. E le maschere che ingannano lo sguardo vi aiutano…
Non sai cosa prova lui, non capisci il perché del travestimento, ma non ti importa.
Finché lui crederà di non essere stato riconosciuto, puoi farlo. Puoi fingere di non sapere.
Puoi sfiorare i suoi capelli, puoi cercare le sue mani.
Puoi sembrare un Casanova qualsiasi che tenta di conquistare una bella fanciulla incontrata per caso.
E per la prima volta da quando lo conosci, hai l’impressione di poter essere te stesso, e di intravedere per la prima volta lui.
Non c’è derisione nel suo assecondare il corteggiamento. Non c’è repulsione.
Finalmente ti accorgi dello sguardo in cui ti rispecchi. Che, in quegli occhi grandi, così grandi che sembrano annullare l’effetto decorativo della maschera e attirare ogni attenzione, riesci a vedere cosa c’è.
Cogli infine il suo sguardo. I suoi occhi appaiono immensi, al punto che la bellezza della maschera, sbiadisce al loro confronto. E in quegli occhi ti perdi, anneghi, fino a capire cosa celano.
Ci sei tu. E non hai più paura.

Col cuore palpitante d'emozioni celate,
I due protagonisti scendono in strada.
Il viso contornato da maschere incantate,
le ore preziose voleranno via, comunque vada.


In un attimo si chiude tra le spalle, il viso nascosto nel tuo petto. Una guardia vi passa accanto, ridendo di una gentildonna che aveva ecceduto con il vino.
Sorridi tra te e te. Non corre alcun pericolo di essere incriminato, nessuno noterebbe la differenza.
Solo tu avresti potuto riconoscerlo. Lui è in grado di perseguitare i tuoi sogni di notte ed i tuoi pensieri da sveglio. Non saresti in grado di dimenticare il suo volto nemmeno dopo cent’anni.
Sorridendo del suo timore, fai scivolare la mano dietro la schiena.
Col il bustino sembra fragile, ma non lo è. Avverti la forza del suo corpo teso da quel nuovo tocco attraverso al stoffa. Sorridi, divertito.
- Il tuo nome?- sussurri piano, tanto che devi chinarti al suo orecchio per avere speranze di essere udito. Così lo avvicini di più, e senti il calore del suo corpo.
Quasi trema, mentre si aggrappa alla tua camicia.
- Il giorno non è ancora finito.- dice.
Ti allontani e riesci a vedere nonostante il trucco e la maschera il rossore delle sue guance.
Sfiori il viso con delicatezza, mentre i suoi occhi si fanno confusi. T’inumidisci le labbra e ti chini a baciarlo.
Il lungo naso della zanni urta la sua colombina nell’impeto, ma pieghi di più la testa. Ne approfitti per schiudere le labbra e invitare l’altro a fare lo stesso.
Quando lo senti aprirsi, avverti l’emozione distruggere ogni tuo autocontrollo.
Siete solo tu e lui, ed un bellissimo inganno.
Nessuno se ne accorgerà, nessuno vi riconoscerà, nessuno lo saprà. Puoi baciarlo, puoi assaporare la sua bocca, puoi godere del contatto con la sua pelle senza temerne la condanna.
Solo oggi. Sono in un affollato carnevale come tanti.
Ti allontani e leggi nei suoi occhi un’emozione che ha un nome; ed è un nome pericoloso.
Il sorriso che accompagna la maschera della colombina si tinge di tristezza.
- … fino alla fine del giorno.- sussurri.
- Fino alla fine del giorno.- ribatte e lo baci ancora.
Non importa quando le maschere si urtino, o quando lo faccia la gente, non notate nemmeno le battutine dei passanti, né gli schiamazzi.
Continuate a baciarvi, senza sosta, senza saziarvi. Incapaci di smettere come due assetati nel deserto.
Chissà, forse sperate che un bacio infinito consumi il desiderio. Sperate che faccia tacere ogni brama, che la allontani da voi così da poter riprendere come se nulla fosse il giorno dopo.
E lo fa, lo fa davvero, ora che potere essere voi stessi.
Ma solo fino alla fine del giorno.

E' giunto, non v'è via d'uscita.
Legno, decori e sorrisi mostreranno la verità
il giorno del Carnevale cambierà la loro vita.
Di due innamorati, il cui amore è crudeltà.


Il buio scende, inesorabile e la banchina si riempie di gente in attesa. I fuochi d’artificio sono pronti per essere accesi nella piazza di San Marco, i fuochi saranno così alti che rispecchieranno i mille colori sull’acqua, facendo brillare la città.
Voi siete lì, ve ne restate in piedi, tra la folla. Come due amanti, vi tenete la mano.
La prima luce che attraversa il cielo segna lo scadere del tempo. Come una cenerentola che deve scappare via dal ballo, lui stringe forte la tua mano, nella speranze di allontanare il finale. Non ci sarà nessuna scarpetta di cristallo quest’anno.
Il cielo si illumina di colori così intensi che senti di poter piangere. Nessuno se ne accorgerebbe.
Vorresti baciarlo ancora, ma non vorresti mai ricordare questo momento come il vostro ultimo bacio.
Vorresti che quei fuochi d’artificio illuminassero così tanto il cielo da ricreare un nuovo meraviglioso giorno come quello.
Vorresti con tutto te stesso, poterlo amare senza che sia qualcosa di sbagliato…
La mezzanotte è come una condanna.
Le vostre mani intrecciate bruciano a contatto.
Dovete tornare alla vostra vita, ma nessuno dei due vuole mettere fine a questo magico giorno.
Lo senti prendere un profondo respiro e ciò che più temi avviene.
Il giorno finisce.
- Addio.- sussurra appena prima di lasciare la tua mano.
Non fai in tempo a dir nulla che scivola via, tra la folla sognante e stanca.
Nemmeno il tempo di perdere il tepore del suo tocco e ti levi la maschera.
Il carnevale è finito.
Si torna alla finzione.



Orsù è giunto, il giorno tanto amato,
Tutti per strada, il Carnevale è arrivato.
Una maschera tra le mani a celare il cuore,
per dimenticare, infine, il perduto amore.
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Titolo: Le vendette, quelle divertenti...
Cow-t 9, prima settimana, All Star.
Prompt: Vendetta
Numero parole: 6745
Rating: Rosso
Fandom: Harry Potter





Draco Malfoy aveva passato la sua infanzia (e gran parte della sua adolescenza) a cercare di capire come sconfiggere e umiliare Harry Potter. Da quel giorno in cui aveva rifiutato la sua mano per poi conquistare la scuota in cui sarebbe dovuto essere il sovrano incontrastato, aveva cercato ogni modo per attuare la sua vendetta.
Ma lo aveva schernito, aveva creato spillette ironiche, lo aveva sfidato, preso in giro, senza che quell’espressione beffarda lasciasse il suo viso.
Quando la sua mente aveva iniziato a diventare più acuta rispetto a quella di un undicenne, aveva fatto anche piani più machiavellici, che erano però stati accantonati per problemi più urgenti; tipo il marchio, l’omicidio e la paura.
Tuttavia mai, mai aveva pensato che invece fosse così semplice.
Era bastato essere al posto giusto nel momento giusto.
Era bastato essere in un bagno, mentre lui era intendo a lavarsi la faccia. E loro erano lì, sulla ceramica levigata, tondi e orrendi come sempre, che chiamavano il suo nome.
Sì, aveva fatto piani machiavellici, aveva creato spillette, aveva insultato e tentato ogni cosa per sminuirlo, umiliarlo e deriderlo, quasi sempre senza riuscirci minimamente… ed invece era così semplice. Era sempre stato semplice.
Draco aveva afferrato gli occhiali prima di rendersene conto ed era scappato via con nonchalance, lasciando un Harry Potter con il viso gocciolante a cercare alla cieca le sue preziose lenti.
Ci aveva messo sette anni ma finalmente la sua vendetta era stata servita con un pizzico di pepe e una salsina niente male.

**

Vederlo entrare nella sala tendendo le mani alla ricerca di un sostegno o di un punto di riferimento per poi vederlo inciampare, fu la cosa più bella del mondo.
Quel giorno Harry cadde tre volte, ebbe difficoltà a mangiare, ebbe difficoltà ad andare a lezione pur con l’aiuto dei suoi due amici che lo reggevano come un infermo.
Ovunque andasse, aveva bisogno di qualcuno che l’accompagnava e ogni volta che inciampava ed ogni volta che era in difficoltà, sempre più persone lo trovavano divertente.
I professori avevano tentato di intimare al ladro di restituirli, che se gli occhiali non sarebbero tornati al legittimo proprietario si sarebbero avute delle conseguenze, ma Draco metteva ogni tanto una mano nella tasca e stringeva le preziose lenti, compiaciuto.
Di contro c’era il fatto che Harry non sembrava preoccuparsene particolarmente, ridendo da solo alle sue stesse cadute, ma nel momento in cui una ragazzina si era avvicinata per tastargli il culo e scappare via indisturbata Draco era morto sul tavolo dalla mancanza d’aria per via delle risate convulse.
Quella mattina, quindi, il mondo era particolarmente luminoso.
Draco trascorse le lezioni, la notte e il giorno dopo con un sorriso stampato sul viso, e il giorno dopo ancora con un simil risata isterica.
Il terzo giorno, iniziava quasi ad aver pietà per lui, ma solo quasi.
Così quando, gironzolando per il castello, trovò Harry seduto per terra con la mani sulla testa, dopo un attimo di sconcerto nel vederlo in una zona così remota, fu pronto ad avvicinarsi con il suo migliore ghigno e prenderlo in giro.
Il povero Grifondoro si girò verso il nuovo arrivato con una speranza palese negli occhi, che non svanì quando incrociò il suo sguardo.
Non può vedermi, pensò Draco di sfuggita. Fece per parlare, ma Harry scattò in piedi con un’espressione tra l’imbarazzato e lo speranzoso.
- Ciao!- esclamò sollevato – Mi sono perso. Non è che puoi aiutarmi a tornare alla mia Casa?-
Draco restò un attimo interdetto per la spontaneità di quella richiesta, ma quello sconcerto durò appena un attimo. Immediatamente un pensiero gli balenò nella testa: era la sua occasione!
Harry non riusciva a vedere oltre il suo naso, non riusciva a fare due passi senza un punto di riferimento e di certo non era in grado di orientarsi in quel labirinto che erano i corridoi dell’enorme scuola.
Senza contare che alle scale piaceva cambiare.
Avrebbe potuto portarlo ovunque, nelle segrete, sulla torre di astronomia, in braccio al platano picchiatore… ovunque. La cosa divertente? Se non avesse detto una parola, Harry non avrebbe mai potuto dire con certezza chi fosse stato.
Un sorriso, divertito e un po’ maniaco, spuntò sul suo viso mentre Draco tendeva per afferrare il più gentilmente possibile il braccio al moretto.
Lo sospinse, con delicatezza, per spingerlo a camminare ed Harry esitò solo un attimo, come se il suo istinto gli stesse suggerendo di non fidarsi.
Ma poi iniziò a camminare e Draco fu sul punto di ridere.
Mentre proseguivano in silenzio, Draco meditò su dove portarlo.
C’erano diversi punti pericolosi in quella scuola, poteva portarlo alla foresta e lasciarlo lì, ma Harry avrebbe iniziato a sospettare all’aria aperta.
Avrebbe potuto portarlo nelle segrete e abbandonarlo al suo destino, perdersi tra i corridoi bui e senza punti di riferimento. Come minimo sarebbe rimasto scomparso per una settimana.
Rinchiuderlo in una aula in disuso? Ce n’erano così tante che riuscire a ricordare in quale fosse avrebbe minato seriamente ogni tentativo di ricerca…
Senza contare la camera delle necessità, ma forse la magia della camera avrebbe potuto restituirgli i suoi occhiali e quel gioco sarebbe potuto finire troppo in fretta.
Queste e mille altre cose si affacciarono nella sua mente mentre Draco procedeva pensieroso.
Sì, Harry era indifeso e poteva infierire su di lui ora più che mai. Aveva letteralmente stretta tra le dita la sua vittoria.
Ma…
Sì, c’era un Ma.
Per quanto dentro di lui ambisse lasciarlo sulla cima di una scalinata e guardarlo sfracellarsi, non è che Draco lo volesse morto.
Lui voleva solo vincere.
Per tre giorni aveva vinto a ogni caduta, a ogni risatina, o divertimento molestia ricevuta.
Gli era sinceramente venuto mal di pancia quando era entrato per sbaglio nel bagno delle donne.
Ma ora erano solo loro due e Harry non era stato nemmeno capace di riconoscerlo.
Pensare alle conseguenze di ciò che avrebbe comportato portarlo chissà dove nel castello, rovinò, passo dopo passo, l’umore di Draco Malfoy che si ritrovò a seguire un percorso meno rovinoso.
Si rese conto di stare portando Harry nelle braccia sicure della sua Casa solo poco prima di essere poco lontani.
Rallentò il passo, riflettendo. Avrebbe potuto mettere le mani in tasca, tirare fuori i preziosi occhiali e restituirglieli, magari grugnendo qualche scusa prestampata ma, tutto ciò che si limitò a fare, fu poggiare una mano sulla sua spalla e poi sospingerlo verso il corridoio giusto.
- Sei silenzioso eh?- disse Harry dopo alcuni minuti.
Draco non poteva parlare, era evidente che Harry non l’aveva riconosciuto e parlare avrebbe vanificato l’unica buona azione che aveva intenzione di fare. Harry avrebbe smesso di fidarsi così ciecamente di una persona che lo stava accompagnando per i corridoi di un castello dove l’ultimo dei suoi problemi era che fosse infestato.
Così, per tutto il tragitto, non disse nulla.
Lo lasciò in fondo alle scale che lo portavano alla casa e scivolò via senza dire una parola. Avvertì a distanza la voce di Hermione:
- Eccoti! Dov’eri finito!?- e si sentì un po’ più sollevato.
Solo un po’.
**

Draco passò il giorno dopo senza riuscire a sorridere più della disgrazie di Harry. Passò anche la giornata a cercare modi di restituirgli gli occhiali senza far ricadere la colpa su di lui e così la condanna.
Ma Harry non era mai solo e usare una lettera e un gufo scolastico sarebbe stato rintracciabile.
Lasciarglieli da qualche parte? Nessuna garanzia di farglieli trovare.
Darli a qualcuno? Nessuno si sarebbe addossato la colpa per lui.
In fine… confessare? Ammettere di essere stato lui a mettere in ridicolo per giorni il Salvatore del mondo non avrebbe giovato granché alla sua causa di non dare troppo nell’occhio.
Così Draco passò il tempo meditando su come eseguire forse il suo primo piano machiavellico dedito al suo essere sotto sotto un bravo ragazzo. Peccato che quando spuntò al quinto piano pronto per andare a lezione di Astronomia, ritrovò Harry in cima alle scale che si guardava freneticamente attorno.
- Questo non è il secondo piano.- ammise verso Harry verso lui con un sospiro.
Draco sbatté due volte le palpebre, confuso. Harry si era perso si nuovo? Com’era possibile dal momento che non lo lasciavano solo nemmeno un attimo?
Harry stava stringendo gli occhi per metterlo a fuoco, quando sospirò rassegnato Draco ebbe l’impulso di parlare, ma per qualche strano motivo tacque.
- Ehm…- fece Harry a disagio – Mi sono perso. Di nuovo. – strinse le labbra con disappunto – Non è che mi aiuteresti, per favore?-
Draco prese un profondo respiro. Possibile che il destino glielo mettesse sempre tra i piedi? Perché non era nessuno degli altri mille studenti a trovarlo? Era un segno, pensò depresso, era un modo per redimersi del furto.
Ancora una volta parlare avrebbe fatto sì che Harry lo riconoscesse, così si limitò a prendergli gentilmente l’avambraccio per sospingerlo delicatamente lungo il corridoio.
Sulle scale Harry rischiò di inciampare un paio di volte, rischiò di sbagliare strada perfino con la mano di Draco che lo guidava saldamente.
Poi Harry si fermò e Draco con lui.
- Mi dispiace causarti disturbo. - soffiò – Puoi anche lasciarmi qui, se devi andare, sono sicuro che qualcuno mi troverà.-
Nella sua voce c’era una strana amarezza e Draco si sentì sopraffatto dai sensi di colpa.
Socchiuse gli occhi, e d’istinto cercò gli occhiali in tasca per restituirglieli, ma ricordò di averli lasciati in stanza.
Così prese un profondo respiro e tirò quel po’ che bastava ancora l’avambraccio per indicargli di continuare.
Procedettero in silenzio, impacciati, Draco camminava più svelto e a volte dimenticava di dover stare attento all’altro che rischiava puntualmente di scapicollarsi per terra.
Così Draco si dovette fare vicino e si fermò in cima a dove avrebbero dovuto stare le scale per scendere, ma erano ferme al secondo piano e sembravano non aver voglia di raggiungerli.
Harry proseguì nonostante Draco si fosse fermato cosa che gli procurò quasi un infarto.
Lo fermò in tempo da cadere nel vuoto e gli strinse le spalle così forte che Harry fece un piccolo gemito di dolore.
- … grazie.- mormorò non appena capì il pericolo corso - … grazie davvero. Sei… gentile.- strinse le labbra – Non riuscire a vedere un palmo dal naso è talmente fastidioso. E’ la prima volta da anni che non passo così tanto tempo senza occhiati, mi sento quasi nudo.-
Draco scrollò le spalle e gli tenne una mano sull’addome in attesa delle scalinata. Quando li raggiunse, pigra e lenta, ebbe appena il tempo di assestarsi che Draco tirò Harry lungo le scale.
Arrivarono finalmente al secondo piano e Draco fece per lasciare la mano di Harry pronto a lasciarlo libero di andare ovunque dovesse.
Peccato che si accorse solo in quel momento di avere la mano nella sua e questo gli provocò una strana sensazione.
Alzò gli occhi su di Harry nel timore, anche se non sapeva di cosa, ma Harry si limitò a guardare quella che doveva essere una macchia indistinta davanti a lui con un sorriso grato.
- Mi sdebiterò.- promise.
Draco sapeva che quei due momenti condivisi non erano che un’illusione data dalla difficoltà. Non è che ora loro due fossero amici, soprattutto perché Harry non aveva la benché minima idea di chi l’avesse aiutato.
E così doveva rimanere.
Gli lasciò la mano lasciando scivolare via anche quei piccolo attimo di intimità e andò via.
Ripromettendosi una volta per tutti di porre fine a quello scherzo.
Doveva restituirgli gli occhiali.
**

Ancora una volta se lo ritrovò davanti accucciato in terra, appoggiato al muro, in attesa di qualcuno che lo guidasse lungo la via.
Gli venne quasi da chiedergli se lo faceva apposta: non poteva essere così idiota. Cioè, lo era, ma non così!
Lo vide alzare gli occhi, tentare di metterlo a fuoco e… rinunciare.
- Dei ragazzini mi hanno aiutato a trovare la vita… - soffiò – almeno così dicevano, poi mi hanno lasciato qui.-
Ah, ecco come faceva a perdersi. Beh, la sua innata e assurda fiducia verso il prossimo affatto giustificata visto il resto della sua vita passata, lo aveva perfino spinto a fidarsi del suo arcinemico. Evidentemente Harry Potter aveva più problemi di quello di non vedere oltre il proprio naso.
Sospirò, si limitò a quel piccolo flebile suono, poi si chinò per prendere la mano di Harry e tirarlo in piedi.
Stringendogliela, iniziò a trascinarlo sulla giusta via, zittendo i quadri che esclamavano verso Harry di stare attento.
Stavolta, nonostante l’incertezza nei passi, la mano calda del Grifone restò ferma nella sua senza strattoni. Teneva la sua mano con così tanta sicurezza e fiducia che Draco si sentiva a disagio.
Non avrebbe dovuto fidarsi di lui, lui era suo nemico.
Ma la sua mano era calda e quella fiducia era gentile.
Penso nei suoi pensieri, con il percorso nella testa e concentrato in quel contatto che li univa non si conto di aver saltato lo scalino magico d’istinto, senza però dire al Grifone del pericolo.
Sentì uno strattone, poi la sua imprecazione a mezza bocca prima di rendersi conto che Harry era scivolato fino al ginocchio nello scalino.
Il suo primo istinto fu di dire il suo come, di chiedergli se stava bene, ma la voce gli morì in gola assieme alla paura paralizzante, che se l’avesse scoperto non avrebbe più potuto godersi il calore del palco suo proprio.
Aveva aspettato così tanti anni per sentirlo che…
- Aiutami!- esclamò Harry tendendo le braccia per essere preso e Draco si affrettò a afferrargli le braccia per poi fare leva sulle ginocchia e tirarlo su.
Il gradino mollò la gamba del compagno che crollò rovinosamente su di lui.
Caddero insieme, distesi sulle scale. Harry riuscì a afferrargli la testa affinché non la sbattesse, ma non riuscì a reggersi in modo da non finirgli completamente addosso.
Per un secondo, Draco cercò di capire cosa fosse successo e solo dopo realizzò di essere disteso sulle scale, con Harry disteso addosso e… tra la gambe.
Avvampò, sentendo quel contatto intimo più che mai. Riusciva a sentire il petto di Harry sul suo, oltre al fatto che i loro bacini erano a contatto.
Alzò gli occhi su di lui, pronto a dirgli di togliersi da dosso ma parlare lo avrebbe fatto scoprire. Ancora una volta, la voce gli morì in gola.
Harry ora lo guardava con attenzione, da vicino i suoi occhi erano grandi e le pupille dilatate avevano un ché di magnetico.
Harry era bello, pensò distrattamente, e quel pensiero lo distrasse dal fatto che Harry aveva chiuso gli occhi e che le sue labbra fossero finite sulle sue.
A colpirlo prima di tutto fu la morbidezza delle labbra di Harry, solo in un secondo l’umidità che assaggiò non appena schiuse le proprie.
Si rese conto di essere stato baciato nello stesso momento in cui si rese conto di star già rispondendo al bacio e serrò gli occhi non per lasciarsi andare, bensì per sorpresa.
Non stava succedendo davvero.
Non poteva star succedendo davvero.
Ma poi sentì Harry ancora più pesante, quasi come se si spingesse su di lui e sentì la lingua chiedere un tacito permesso.
E Draco era troppo preoccupato del fatto che sentisse sulla schiena una scala fargli male per via del corpo di Harry che gli gravava addosso che il pensiero di non dover permettere a quella lingua di fare i suoi porci comodi nella bocca.
Si accorse di ciò che stava davvero succedendo, nel momento in cui Harry si staccò e Draco sentì il bisogno di riprendere il contatto perché non era riuscito a goderlo davvero.
Così quando Harry tornò sulle sue labbra il suo unico istinto fu avvertire quel nuovo contatto con qualsiasi senso riuscisse a racimolare.
Rispose, come non aveva mai risposto ad alcun bacio, e soprattutto, lo baciò a sua volta quando Harry prese un attimo di respiro.
Stava pomiciando con Harry Potter mentre era disteso sulle scale con lui tra le gambe.
Questo pensiero, insieme ad ogni minima sensazione che gli offriva il suo corpo, lo condannò ad una sorte peggiore.
Gli divenne duro in un attimo e la sua unica consolazione fu sentire il bacino di Harry addosso al proprio, costatando di non essere l’unico.
Harry spinse i fianchi su i suoi e la frizione regalo a Draco un brivido che si spense nella bocca di Harry in un gemito.
Ebbe appena il tempo di goderselo, perché Harry ripeté l’azione e Draco desiderò solo andare incontro a quel contatto.
Era impossibile ciò che stava succedendo, ma Draco continuava a baciare e godere del contatto dei loro corpi e della delicata frizione del bacino di harry sul proprio.
Era frustrante, troppi vestiti, troppo poco contatto, ma non potevano muoversi più di così.
Se solo si fossero allontanati, si sarebbero fermati e questa convinzione li spinse a continuare a baciarsi fino a perdere il respiro mentre Harry continuava a dondolare sul corpo dell’altro.
Le spinte divennero più urgenti.
Il bisogno di venire più impellente. Harry poggiò un gomito su una scala e afferrò il fianco di Draco con una mano per darsi una posizione maggiore, per strofinare le erezioni in modo da ottenere migliore tocco e più piacere.
Draco stringeva le labbra, per non gemere, baciava Harry, per non gridare e odiava e amava quel contatto.
Voleva venire, ma non ci riusciva, voleva un contatto più vero, ma aveva troppa paura.
Harry si spazientì, frustrato quanto lui, sospirò nella sua bocca e si staccò come lo strappo di un cerotto.
La frustrazione li invase più che mai, ma Harry aveva altri piani. Cercò a tentoni la cerniera di Draco e la tirò giù e Draco iniziò a concepire di ciò che stava per succedere quando avvertì le dita di Harry intrufolarsi dentro i suoi pantaloni.
E quando le sentì afferrarlo e tirarlo fuori e si vide duro tra le mani del compagno di scuola Draco concepì l’esistenza di un eccitazione che andava oltre ogni cosa, di una voglia di essere toccato, di essere oggetto di desiderio, di godere con la mano di Harry Potter.
Lo vide armeggiare anche con i suoi pantaloni e per un attimo non seppe cosa fare. Durò solo un attimo, perché prima di realizzarlo era arrivato in suo soccorso e fu lui stavolta a prenderlo in mano con mani tremanti.
Ma non tremavano per la paura, no. Era l’aspettativa.
Quel membro che aveva sentito sul proprio attraverso la stoffa, all’improvviso era caldo e duro nella sua mano e quando Harry guardò verso di lui per metterlo a fuoco Draco adorò che non potesse vederlo.
Perché Harry stava per fare sesso con il ragazzo che lo aveva aiutato mentre era smarrito e non con Draco Malfoy. E era… rassicurante.
Draco poteva lasciarsi andare, poteva lasciarsi accarezzare e godere di quelle carezze senza doversene vergognare.
E se fosse stato attento, se non avesse fatto sentire la sua voce…
Sarebbe andato tutto bene.
Così quando Harry tornò su di lui e a tentoni cercò di nuovo le labbra Draco si godette quel nuovo bacio con una nuova felicità e quando sentì nuovamente le erezioni scontrarsi, stavolta senza fastidiose stoffe, il gemito che gli sfuggì fu così alto che temette per un secondo che Harry lo riconoscesse.
Ma Harry si spinse ancora su di lui, e ancora, e ancora e si rese conto che non solo Harry non aveva sentito ma che era concentrato sul proprio piacere quanto lui.
Dondolarono, sbatterono l’uno contro l’altro, in un sinuoso ballo fino a che venire non divenne impellente.
Draco desiderò più contatto così fece scivolare la mano tra i loro corpo e strinse tra loro le erezioni.
Vide Harry fremerne, chiudere gli occhi, e mormorare qualcosa. Ma non capì cosa.
Continuarono a spingersi l’un con l’altra con sempre più urgenza.
E poi vennero.
Harry continuò a dondolare pigramente su di lui fino a che l’ultima goccia di seme non colò dalla punta del suo sesso e Draco si ritrovò soddisfatto, ansante e sconfitto dal suo stesso piacere.
Era stato spettacolare, devastante e pericoloso e doveva rimanere un segreto.
Harry gli passò una mano tra i capelli in silenzio e posò dolcemente le labbra sulle sue e Draco non ebbe la forza di rispondere a quel contatto.
Fino a che non sentì le voci.
Erano ancora lontane, e si stavano avvicinando.
Realizzò che qualcuno li avrebbe presto visti, ma soprattutto realizzò che quel qualcuno avrebbe visto LUI con Harry e Harry avrebbe così scoperto chi era davvero quel ragazzo con ci aveva condiviso quell’intimità.
Così, senza pensare, lo spintonò e racimolando tutte le sue forze, scappò via.
Corse, finché non arrivò nella sua stanza, lì crollò sul letto esausto e ancora l’adrenalina che gli scorreva nelle vene.
Mise una mano in tasca e strinse i preziosi occhiali.


***

Draco aveva la testa completamente nel pallone. Continuava a ripetere e ripetere nella sua testa quel momento, chiedendosi senza tregua cosa avesse significato.
In qualche modo, lui e Potter avevano fatto sesso.
Ma come? Perché? Non aveva alcun senso.
Era colpa di Harry, era lui ad averlo baciato per prima e Draco era semplicemente un essere umano. Chiunque in quella situazione avrebbe reagito come aveva fatto lui, era semplicemente impossibile restare impassibili.
Quindi sì, era colpa di Harry, di un Harry Potter a quanto pareva gay.
Un pensiero molto distante e vago si affaccio nella sua testa: lui e Harry… insieme.
Avvampò scacciandolo immediatamente via.
Anche se era successo quello che era successo e anche se Draco Malfoy avesse provato a riflettere su ciò che poteva o meno esserne la conseguenza, Potter non avrebbe mai accettato di stare con lui consapevolmente.
Il fidanzato di Harry Potter non avrebbe mai potuto essere Draco Malfoy.
Nemmeno se Draco Malfoy lo avesse voluto. Cosa che non era così.
Draco affondò il viso nelle mani rendendosi conto che a continuare a pensarci continuava anche ad eccitarsi, e farlo durante le lezioni non poteva essere che una cosa orribile.
Così decide di distrarsi, ma ogni volta che Harry appariva nella sua orbita si ritrovava sempre di più geloso degli sguardi della ragazzine che sospiravano palesemente.
Harry non poteva vederle, non sapeva che ora tutti gli occhi loro erano su di lui senza più alcuna vergogna.
Eppure lui non poteva unirsi a loro.
Così guardò il foglio che aveva davanti con la sensazione che aver preso gli occhiali quel giorno fosse stata la cosa più sbagliata che potesse aver mai fatto.
Sia perché non lo aveva danneggiato minimamente, sia perché aveva danneggiato lui, più di chiunque altro.
**

Draco soppesò gli occhiali tra le dita e strinse le labbra.
Voleva restituirglieli, ma ancora non sapeva come. Così quando la scolaresca si preparò per la gita, decise di non andare.
In apparenza perché andare ad Hogsmade era ormai una barba, ma temeva che Harry potesse perdersi ancora per il castello.
Forse poteva trovare il modo di lasciarli in un posto allo scoperto senza che nessuno lo scoprisse. Magari in un aula, a Trasfigurazione magari.
Era la sua occasione.
Tuttavia quando si addentrò nei corridoi pronto ad andare nell’aula ritrovò Harry girovagare a tentoni appiccicato al muro.
Draco si fermò d’istinto, quasi la regola del “se non mi muovo, non mi vede” potesse essere un incantesimo a parte, ma non era un opzione fattibile.
Harry alzò gli occhi su di lui e li strizzò come ormai era solito fare nei vani tentativi di metterlo a fuoco.
Però sembrò riconoscerlo – Pensavo che fossi ad Hogsmeade.- soffiò.
Draco strinse le labbra, non sapendo cosa dire. L’ultima volta che erano stati da soli e lo aveva accompagnato qualcosa era andato storto.
Harry schiuse le labbra, e Draco notò il rossore che gli colorava le guance – Mi accompagneresti?- domandò.
Draco aveva già teso la mano pronto ad accompagnarlo. Harry la prese e come se fosse la cosa più normale si tennero per mano lungo tutto il tragitto.
Non era la prima volta che si tenevano per mano, ma ora che erano stati insieme Draco sentiva quel contatto più intensamente.
Passo dopo passo, la meta si faceva più vicina e Draco sentiva il peso degli occhiali in tasca.
Quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe accompagnato Harry Potter alla sua casa e non appena la sua vista sarebbe tornata normale, quei sorrisi che era solito regalargli e i suoi baci… sarebbero stati solo un ricordo da tenere caro.
Draco si fermò sul fondo della scalinata che portava davanti la signora grassa e ebbe l’impulso di trascinare Harry altrove, di non lasciarlo andare.
Non sciolse la presa, aspettò che lo facesse l’altro, che però non lo fece.
Harry aveva riconosciuto l’ambiente, Draco se ne accorse dalla sicurezza con cui iniziò a salire le scale.
Si fermò due scalini più in su e si girò verso di lui. Non sembrava avere alcuna intenzione di lasciare la sua mano.
- Non c’è nessuno oggi.- soffiò, piano, come se parlare più ad alta voce fosse pericoloso – Siamo soli.-
Siamo soli, implicata una nuova gamma di significati all’improvviso.
Essere soli implicata che Draco poteva guardarlo, poteva adorarlo, poteva amarlo… senza che altri lo giudicassero per questo.
E ora, significava anche che poteva salire quelle scale, entrare nel dormitorio dei grifone per saziarsi a vicenda dei loro corpi, fino a che quella cecità sarebbe durata.
Draco capì che se non lasciava quella mano, la sua unica altra opzione era fare l’amore con Harry Potter, e non volle lasciarla.
Semplicemente nulla in quel momento lo avrebbe convinto a lasciare quella mano.
Così salirono in silenzio per le scale, Harry mormorò la parola d’ordine e il calore della casa ed i suoi colori accesi disorientarono Draco solo per un secondo. Stavolta fu Harry ad accompagnarlo, lo portò tre camere più in là e aprì la porta trascinandolo dentro.
Per un attimo restarono fermi, senza sapere come fare ad iniziare, poi Harry gli si avvicinò e, come se fosse la cosa più naturale del mondo, lo baciò.
Qualche volta Draco aveva la sensazione che Harry ci vedesse bene. Soprattutto quando centrava le sue labbra senza particolari problemi, o quando lo guardava tra un bacio e l’altro come se potesse davvero guardarlo.
Quel suo modo di fissare i suoi lineamenti senza strizzare gli occhi, e le sue iridi verdi senza alcun riparo scioglievano ormai ogni sua reticenza.
Prima di rendersene conto era disteso su un letto, le mani tra i capelli, le labbra incollate alle sue, e il suo unico pensiero era: non gemere. Non respirare. Non parlare. Non farti riconoscere. Fa che duri.
Harry Potter ora stava per fare l’amore con un ragazzo gentile che non lo aveva vessato per anni, che non aveva creato spille ironiche, che non gli aveva rubato gli occhiali.
Draco Malfoy, invece, stava perpetrando un inganno, e ne stava approfittando.
Ma cos’altro avrebbe potuto fare? Harry voleva fare l’amore con lui e Draco non concepiva proprio il concetto di rifiutargli qualcosa.
Si baciarono ancora, e ancora, e Draco rifiutò di preoccuparsi ulteriormente di cosa sarebbe successo se Harry avesse scoperto chi aveva sotto di lui.
Desiderò spogliarlo, lo spogliò. Desiderò essere nudo, si lasciò spogliare.
Harry si fermò solo un secondo, chinato appena su di lui, a guardarlo come se cercasse di capire come poteva essere il suo amante nudo e duro sotto di lui.
Draco ebbe quasi l’impressione che riuscisse a vederlo, e si sentì nudo più di quanto non fosse da quello sguardo.
Gli poggiò una mano sul petto e sembrò un tacito consenso.
Il bacio che si scambiarono fu lento e Draco dovette scacciare la sensazione di essere amato.
Harry Potter non lo amava, lui amava un'altra persona, la persona che credeva fosse.
Quel pensiero gli tolse il respiro e quasi lo portò alle lacrime.
Ma lui era quella persona.
Lui era stato gentile, anche se dopo tante cose, lo aveva accompagnato sempre, si era preso cura di lui…
Che importava che fosse lui la causa di questa sua menomazione?
Harry sembrò percepire il cambio d’umore, posò delicatamente le labbra sulla sua guancia in un tocco dolce, e null’altro.
- Vuoi che smetta?- sussurrò, non con voce critica, ma con dolcezza.
Si sarebbe fermato, se l’altro lo avesse rifiutato ora.
Perché lui era davvero gentile e meritava di andare a letto con qualcuno che non lo stava ingannando.
Ma il senso di colpa non riuscì a far dimenticare a Draco Malfoy una semplice verità: quella era la sua unica, preziosa, volta in cui avrebbe potuto essere il suo amante.
Non poteva rovinarlo.
Così gli abbracciò il collo e lo baciò, pronto ad essere suo, in modo in cui Harry non avrebbe nemmeno concepito.
Pronto ad essere suo e poi lasciarlo andare.

**

Quando aveva accettato di fare l’amore con lui non si sarebbe aspettato che fosse…. Così.
Il sesso stretto dentro di lui sembrava perfetto per vivere dentro di lui.
Lo sentiva, con ogni sua molecola, sentiva le spinte e l’urgenza di spingersi in lui.
Il respiro era un meno optional, spezzato, ansante, gutturale, era solo il contorno di qualcosa che lo stava plasmando dalle viscere, rendendolo null’altro che un ammasso di piacere incontrollato.
Harry si spingeva in lui e contro di lui, come se farlo potesse mantenerli in vita e forse si sentivano entrambi così.
Il letto sbatteva contro il muro ad ogni spinta ed il cigolio era una cantilena stranamente rassicurante.
Stavano facendo l’amore, ed Harry si stava davvero spingendo in lui fino a non dargli sentire che quel sesso, dentro di lui.
Draco Malfoy era il piacere fatto persona e non riuscì a credere di averlo fin’ora vessato e non essersi fatto scopare senza tregua in quegli anni.
L’orgasmo fu devastante ed odiato più che mai.
Draco boccheggiò, mentre veniva maledicendo il suo corpo, e il piacere che scemava.
Voleva che continuasse per sempre, voleva che non finisse mai.
Alzò i fianchi alla ricerca di ogni secondo di piacer che gli restava ancora prima che i muscoli ormai privi di adrenalina iniziassero a fargli male.
Crollò sul letto, senza più un briciolo di energia.
Non gli restò far altro che godere della presenza rassicurante della sua erezione ancora dentro di lui, come una garanzia.
Harry si morse un labbro e gli rubò un bacio veloce, poi fece per scivolare via, pronto a finire da solo. Ma Draco lo bloccò con le ginocchia.
Se lo tirò addosso e raccolse le sue ultime forze per spingere i fianchi su i suoi e sentirlo fremere di voglia dentro di li.
Bastò ad Harry come incoraggiamento che riprese a spingere, stavolta piano, come se volesse godere fino all’ultimo attimo di essere stretto in quella morsa.
Quando sentì il sesso di Harry esplodere dentro di lui, Draco avvertì un senso di completezza.
E di fine.
Quella loro preziosa unica volta, era appena finita e Draco si sentì sul punto di mettersi a piangere.
Non era pronto. Non ancora.
Affondò le mani tra i capelli di Harry e gli rubò un bacio, ed uno ancora.
Poi schiuse le labbra e, sperando che il suo mondo non crollasse con una sola parola, sussurrò – Ancora.-
**

Draco non seppe dire quanto tempo passò, l’unica cosa che sentiva erano le spinte di Harry su i suoi fianchi, e perfino quando iniziava a fare male, non gli importava.
Il suo corpo non era che uno strumento, a costo di distruggerlo, avrebbe consumato la sua passione fino a che poteva. Quella era la sua unica preziosa volta tra le sue braccia.
Affondò il viso sul cuscino mentre Harry gli afferrava i glutei per dividerli e cercò il suo buco per scoparlo ancora.
Quando lo sentì dentro di lui, il suo corpo lo accolse come un amico ritrovato e la sua voce fu attutita dal cuscino.
Si era girato quando aveva capito che non avrebbe più potuto trattenere la voce, così si era concesso ad Harry con il viso e le labbra che premevano sul cuscino.
Ed ora faticava a respirare, ma la concezione di poter sussurrare il suo nome senza che lo scoprisse era più importante.
Harry lo scopò, non poteva essere definito in altri modi, quel consumarsi aveva perso ogni concetto di “amore” dopo la prima volta.
C’era ancora amore, c’era ancora gentilezza, ma il desiderio, la voglia di spingersi e di essere preso, erano più forti.
Draco riusciva a sentire il desiderio da cui Harry era consumato fin dentro le ossa e voleva solo che lo desiderasse di più, che non ne potesse fare a meno.
Ed era bello, ed era straordinario, e lui era appagato come non mai, perché non c’era in ballo solo il suo piacere.
Crollarono dopo ore, ed Harry crollò accanto a lui, con il fiato corto e il viso appagato.
Draco ebbe appena il tempo di rendersi conto che erano venuti insieme, che Harry si avvicinò a lui con il casto intento di abbracciarlo.
- Resti qui, stanotte?- gli domandò con l’innocenza di un amante.
Draco non poté fare altro che baciarlo, promettendogli una cosa che non poteva accadere.
Ed aspettò, aspettò che Harry si addormentasse. Non ci volle molto.
Con tutto il suo corpo che gridava pietà raccolse i suoi vestiti e se li rinfilò. Prese gli occhiali e glieli lasciò sul comodino.
- Scusa.- sussurrò al ragazzo addormentato che sembrava infastidito dalla sua assenza e, dopo un ultimo sguardo, Draco andò via.

**


Draco trovò difficile sedersi il giorno dopo. Cercò di non darlo a vedere e in molti non ci fecero caso dal momento che la notizia che finalmente i magici occhiali erano tornati al suo proprietario si era sparsa a macchia d’olio.
Draco evitò la colazione per non dover stare seduto, saltò la lezione di trasfigurazione perché c’era Harry e frequentò solo lezioni come pozioni ed erbologia, che poteva seguire in piedi.
Evitò Harry, gli disse addio ad ogni passo che faceva per allontanarsi da lui.
Peccato che Harry avesse questa fastidiosa abitudine di essere ovunque, e gli spuntasse davanti senza alcun riguardo per i suoi sentimenti.
Draco scappò nella sua casa appena finite le lezioni e si precipitò nella sua stanza.
Ebbe appena il tempo di rendesi conto che c’era qualcuno prima di rendersi conto di chi fosse.
Sbatté cinque volte le palpebre, senza capire, poi Harry gli sorrise apertamente.
- Che ci fai qui?- domandò esterrefatto.
- Sei difficile da rintracciare oggi.- rispose Harry scrollando le spalle.
- Perché sei qui? Come sei entrato?-
Draco stavolta riuscì a imprimerci durezza, ma non senza la strana sensazione che gli sfuggisse qualcosa.
Stavolta fu Harry a sbattere le palpebre, perplesso – Dopo ieri ero preoccupato. - soffiò alzandosi dal letto e appoggiandosi con la spalla ad un asta del letto a baldacchino – Grazie per gli occhiali, comunque.-
Draco se ne restò in piedi, come un idiota senza capire. Ed Harry gli sorrise con un po’ di arroganza.
- Ti prego non dirmi che non avevi capito che lo sapevo.- soffiò, quasi sul punto di scoppiare a ridere – ti imploro, non puoi essere così scemo.-
Draco si sentì avvampare. Fece un passo indietro come se dovesse prepararsi a proteggersi da un colpo. Strinse i pugni.
- Quindi lo sapevi?- disse senza fiato – Perché non hai detto niente?-
Gli occhi di Harry svanirono dietro le palpebre come se non riuscissero a credere a ciò che stavano vedendo ora che finalmente potevano vedere.
- Malfoy sul serio, quanto mi credi cieco? Posso distinguere i colori, ed essere un serpeverde platino non ti rende certo anonimo, senza contare che…- esitò – Ci vedo piuttosto bene da vicino.-
Draco si sentì mancare.
Tutte le volte che Harry sembrava guardarlo, guardarlo davvero, tutte le volte che quello sguardo lo aveva infuocato… e tutte le volte che erano stati insieme.
Lui. Aveva. Visto. Tutto.
Lui. Sapeva. Tutto.
Qualcosa nel suo sguardo doveva essere cambiato perché la sfrontatezza di Harry svanì in uno espressione preoccupata.
- Stai bene?- gli domandò.
Draco sentì il bisogno di urlare, ma anche di non averne le forze.
- Perché non me l’hai detto?- domandò con voce che stentava ad uscire – Hai trovato divertente lasciarmelo credere? Hai fatto quello che hai fatto…- la voce gli venne del tutto a mancare.
Harry indurì la mascella – Abbiamo fatto. Insieme. Non m’è parso che te ne lamentassi.-
- Era diverso, tu non avresti dovuto...-
- Saperlo? – rinfacciò Harry con durezza – Secondo te sarei andato a letto con una persona che nemmeno conoscevo? Mi credi così idiota?-
Draco scosse la testa – Ma…- tentò.
- E chi dei due si è preso gioco dell’altro sei tu.- gli rinfacciò ancora Harry – Non solo mi hai preso gli occhiali, ma hai approfittato del fatto che non vedessi per venire a letto con me!_-
Draco si sentì mancare – M-ma tu sapevi chi ero!- gracchiò.
- Sì,- ammise Harry – Ma tu pensavi di no, e ci sei venuto lo stesso.-
Si studiarono, in silenzio, la sintonia raggiunta il giorno prima quasi solo un ricordo.
Draco si rese conto che ora che Harry poteva vederci, poteva vedere lo squallore che era e ciò che vedeva non gli stava piacendo.
Si sentì male, odiò se stesso, odiò quello che era successo sebbene non si pentisse di nessun attimo.
Si strinse nelle spalle cercando di trovare le parole adatta da dire - … io volevo solo che qualcosa, qualsiasi cosa, tornasse come prima.- confessò – Con te almeno. Io volevo solo…- esitò avvertendo la verità di quelle parole – Avere un barlume di normalità dopo la guerra. –
Abbassò gli occhi – La nostra rivalità era parte della mia vita, quasi quanto respirare e dopo la guerra, io…- esitò, odiando ciò che stava confessando – Mi mancava… mi mancavi. Scusa se ti ho preso gli occhiali, non volevo metterti in difficoltà per così tanto tempo, ma non sapevo come restituirteli senza dovermi prendere la colpa e non essere espulso. Non posso permettermi di esserlo.-
Non riuscì a sostenere lo sguardo di Harry, ma l’altro annullò la distanza che li separava e lo raggiunse.
Posò le mani sulle sua spalle e lo convinse ad alzare gli occhi.
Odiò quelle lenti che coprivano le iridi stupende del moretto, ma adorò rivedere il suo viso così come l’aveva sempre conosciuto.
Normalità, quotidianità, semplicità.
Harry si chinò a baciarlo con la stessa naturalezza disarmante.
Sbatté tre volte le palpebre prima di rendersi conto che sì, Harry Potter sapeva esattamente cosa e chi si stava facendo quando erano stati insieme… e sì, ora lo stava baciando.
Si staccò da lui con disappunto – A questo punto dovresti baciarmi a tua volta.- mormorò – O devo fare sempre tutto io?-
Draco schiuse le labbra e non seppe cosa dire, si limitò quindi a farsi avanti e riprendere il contatto.
Si baciarono di comune accordo, lentamente, assaporando la reciproca presenza e quando si staccarono a corto d’aria Draco si rese conto di essere tra le sue braccia, ed innamorato.
- Quindi…- esordì chiedendosi che significasse quel baciarsi come se fosse normale.
Harry gli sorride con una piccola nota ironica negli occhi – Stiamo insieme, sì.-
Draco sbatté le palpebre - … come “insieme”?-
Harry scrollò le spalle – Beh è così.-
- No, che non lo è!- esclamò Draco restando però placidamente nelle sue braccia – Non puoi decidere di stare con qualcuno perché è così, certo è successo quello che è successo ma dovremmo prima vedere se funziona e…-
Non pensò mai a cosa seguisse, perché Harry lo aveva baciato di nuovo e la sensazione che tutto fosse perfetto così lo colpì come un pugno.
Harry si staccò e gli sorrise, divertito – Ho deciso che saresti stato mio dal primo bacio e, mi dispiace, ma non puoi contraddirmi. Sono l’eroe e tu il ladro malfattore.-
- E se io non fossi stato d’accordo?- rimbeccò solo per mantenere il punto – Avresti potuto almeno dirmelo.-
- E ancora… perché devo fare sempre io tutta la fatica? Tu non spiccicavi parola, perché avrei dovuto dirti qualcosa? –
- Non puoi pretendere di stare con qualcuno senza dirglielo. Non funziona così.-
Harry gli sorrise – Non puoi fare l’amore con qualcuno con cui non hai mai parlato. Non funziona così.-
- Continuerai a prendermi in giro per questo?-
- Per tutto il resto della vita, ci puoi giurare.-
Draco si ritrovò suo malgrado a sorridere e accarezzò con i polpastrelli quell’orrenda montatura.
- Non cambiarli mai.- soffiò – Ormai ci sono affezionato.-
Harry alzò gli occhi al cielo, poi lasciò scivolare le mani sul collo di Draco.
- Credimi.- soffiò – Non li perderò di vista mai più.-




Fine
macci: (Default)
Titolo: Che vuoi farci con quella candela?!

Cow-t 9, prima settimana, All Star.
Prompt: Equilibrio
Numero parole: 6734
Rating: Rosso
Fandom: Harry Potter



Harry era un cretino, fin qui non c’era nulla di nuovo.
Ne aveva fatte di cazzate, dal fingersi etero e stare per un po’ con la pel di carota, a litigare con lui per anni mentre potevano impiegare il loro tempo a usare le loro bocche in modi più dilettevoli…
Era vero, ne aveva fatte tante di cazzate. Ma quelle la batteva tutte.
- Rimettila a posto.- soffiò Draco con esasperazione.
- Una più, una meno, non se ne accorgerà nessuno.- replicò l’altro tornando a terra con la scopa tenendo stretto in mano il suo trofeo.
- Per quale diavolo di ragione hai preso una delle candele sospese? Cosa c’è? Ti aveva guardato male?- un sorriso divertito spuntò sul suo viso – O ti ha illuminato il lato sbagliato in fotografia?-
Harry gli lanciò un’occhiata divertita – Diciamo che voglio levarmi uno sfizio.- ammise e alla luce della candela incantata il suo sorriso era sinistro, tanto che Draco ebbe per un attimo una punta di timore.
- Quale sfizio?- domandò.
Le lenti degli orribili occhiali di Harry riflettevano la luce della candela incantata, e così non riusciva a vedere i suoi occhi. Non poterlo fare era sempre qualcosa che infastidiva Draco, perché Harry aveva dipinto negli occhi ogni cosa che pensava, era un libro aperto.
Aveva capito di essere il suo sogno proibito da un semplice sguardo, se i suoi occhi avessero potuto fotterlo, lo avrebbero fatto volentieri.
La cosa lo aveva sempre divertito, ma ora era lì, in sala grande nel bel mezzo della notte, e Harry Potter era volato fino al soffitto della sala grande per prendere una candela magica.
Nulla di particolarmente strano, ma Draco Malfoy non riusciva a scrollarsi di dosso la sensazione che ci fosse qualcosa di losco sotto.
Certo, l’Harry Potter che tutti conoscevano era uno grifondoro fatto è finito, ma era stata pur sempre una scelta, nel suo animo l’astuzia e una buona parte di furbizia tipiche dei Serpeverde si era fatta notare, vorticava sotto la sua pelle, come una seconda realtà.
Le labbra di Harry si tirarono in un sorriso più largo – Mi chiedevo come facessero con la cera, dove finisse…-
- E’ incantata, Potter, non si scioglie.-
Ma Harry non smise di sorridere - Hai ragione.- fece un passo verso di lui e la candela vibrò con lo spostamento d’aria – Ma questo toglie solo uno dei giochetti che ci volevo fare alla mia lista.-
Draco rabbrividì e non per il freddo - …tienila lontana da me.-
Gli occhi di Harry brillarono di una malizia che gli aveva visto raramente addosso. Il suo sorriso si fece largo, predatorio, che faceva a botte con il suo tono divertito.
- Non fare così, dai!- tentò di convincerlo. Draco fece un passo indietro in perfetta sincronia con il passo in avanti di Harry.
- Tu non mi farai nulla con quella cosa!-
- Beh non ho intenzione di darti fuoco, tranquillo.- lo rassicurò. Come se potesse essere davvero una rassicurazione.
- Potter, qualsiasi cosa tu abbia intenzione di fare con quella candela, sappi che potrebbe darmi l’ennesima conferma che mettermi con te è stata una follia momentanea da correggere immediatamente.- decretò – Se vuoi che torni sui miei passi basta dirlo.-
Harry mise il broncio. Mise davvero il broncio.
- Non sei curioso?- sussurrò – La sua fiamma brucia davvero? –
- Datti fuoco e controlliamo.-
Tra loro era sempre così. Erano innamorati perdutamente, ma ammetterlo o, ancora peggio, dimostrarlo, era un gioco tra loro al massacro.
Era un equilibrio delicato tra l’amarsi e il dover fingere di odiarsi anche un po’, dal voler consumare le loro labbra, e volerle consumare nel prendersi in giro.
Quell’equilibrio era un ecosistema delicato, eccedere nei due lati opposti del loro amore poteva minare quell’insana, perfetta e incredibile chimica che era la loro attrazione.
Più Harry era incline al romanticismo, più Draco doveva salare il loro rapporto affinché si trovasse il giusto bilancio nella loro relazione. Una sfida all’ultimo sguardo, all’ultima battuta, all’ultima provocazione…
Ed era perfetto così.
Non avrebbe voluto una relazione diversa da quella.
Harry sospirò gravemente e, come se nulla fosse, avvicinò la mano alla fiamma.
Draco osservò con attenzione quel gesto aspettando il momento in cui Harry avrebbe scansato la mano in preda al dolore, ma non accadde.
Invece sospirò un – è fredda.- incuriosito – Secondo te che mangia è?-
- Quella che ti impedisce di fare l’ennesima cazzata.- scrollò le spalle Draco – Se la tua curiosità è stata soddisfatta, possiamo andare da qualche parte a pomiciare o devo considerare un’ora della mia vita sprecata?-
Harry gli sorrise e s’infilò in tasca la candela come se nulla fosse. Draco fu colto dalla paura che quel coglione del suo ragazzo andasse veramente a fuoco.
Ne sarebbe stato capace pure con una candela incantata per essere fredda e non bruciare, conoscendolo.
- Non potevi perlomeno spegnerla?-
Harry scrollò le spalle e gli si avvicinò – Allora, su, pomiciamo!- esordì.
- E tanti saluti all’atmosfera romantica e il lume di candela.- sospirò Draco sedendosi con un salto sul tavolo dei Corvonero – Tolto il dente, tolto il dolore, su, iniziamo.-
Harry alzò gli occhi al cielo mentre si avvicinava a grande passi. Posò i palmi delle mani sul tavolo ai due lati dell’altro, incatenandolo in una morsa.
Al lume delle candele sospese il viso di Harry parve improvvisamente famelico, quasi pericoloso.
Draco strinse le labbra mentre abbracciava il suo collo, e attendeva che le labbra del suo idiota preferito si posassero dove di dovere e gli facessero dimenticare di avere gusti del cazzo.
Un ghignò audace decorò il viso di quest’ultimo che si passò la lingua sulle labbra come a pregustare una gustosa pietanza.
Poi lo baciò.
Draco fece appena in tempo a pensare “Era ora!” che la sua mente si scollegò.
Gli succedeva sempre; due attimi prima si chiedeva perché Harry Potter avesse deciso di esistere e rovinargli la vita, e l’attimo dopo si chiedeva se era lui ad esistere.
Quelle labbra erano incantate, potevano annullare ogni pensiero.
Erano l’equivalente in carne del virus della stupidità di cui Harry era paziente zero.
Lui esisteva negli attimi di pausa, o una versione di lui molto basica, quella che non poteva altro che sentire il suo cuore battere, e le labbra bruciare dalla voglia di riprendere a essere tormentate. Era una versione che aveva poco autonomia, perché solitamente veniva annullata dal bacio successivo.
Harry strinse i suoi fianchi e se lo spinse addosso, lo strinse a sé e Draco fu piacevolmente sorpreso dalla sensazione di essere al sicuro.
Cosa assurda, trattandosi di Harry Potter. Sarebbe potuta cadere una cometa dal cielo sulla loro testa uccidendoli, da un momento all’altro.
Ma quei baci, quelle labbra e quelle mani… valevano il rischio.
Harry interruppe il bacio per mordersi un labbro, restando con gli occhi serrati.
Questo dette a Draco il tempo per mettere due neuroni ancora sani insieme e fingere di avere ancora il controllo della situazione.
- Si chiama baciare da Dio, goditelo finché non rinsavisco.- provò a sogghignare, ma le labbra protestarono di essere state troppo tempo in libertà.
Harry aprì gli occhi e lesse esattamente ciò che Draco adorava.
Il desiderio era così allo scoperto che Draco sentì il proprio bruciare nel basso ventre.
Harry gli afferrò gentilmente una coscia e gli bastò sospingerla per vedere Draco eseguire il comando. Aprì le gambe, tentando di mostrare più curiosità che brama.
Harry si chinò nuovamente su di lui, ma stavolta evitò le labbra. Si fiondò sul collo torturandolo con piccolo brevi baci, che gli fecero per un attimo il solletico.
Ma solo per un attimo.
Poi quelle labbra tornandono umide, calde e fameliche e torturarono zone che ormai avevano imparato a conoscere fin troppo bene.
Draco aveva perso le speranze di avere ancora il collo libero da succhiotti.
Le forza lo abbandonarono gradualmente, come se Harry gli succhiasse ogni energia, Draco si ritrovò steso sul tavolo dei corvonero prima di rendersene conto.
Aprì gli occhi e tutto ciò che riuscì a vedere furono le luci della candele che brillavano sopra di loro. Erano così lucenti che oscuravano il soffitto stellato, ma non abbastanza intense affinché illuminassero tutta la sala.
Solitamente c’erano migliaia di luci, ma la sera regnava sempre un atmosfera più soffusa, quasi romantica.
Quando girava per la scuola, controllando che nessuno contravvenisse al coprifuoco gli piaceva fermarsi nella sala grande e respirare l’atmosfera.
Harry gli mordicchiò leggermente la giugulare, provocandogli un brivido che lo riportò alla realtà. Poi si issò su di lui, per guardarlo dall’alto – A cosa pensi?-
Draco sorrise – Al fatto che il mio uccello non è ancora nella tua bocca.-
Due luci si unirono alla schiera di candele, erano verdi e vibravano di aspettativa. Harry avrebbe dovuto farsi controllare le pupille, perché era impossibile che non fossero in qualche modo stregate.
- A questo posso rimediare.- soffiò divertito, mentre si reggeva con una mano in bilico e spostava l’altra dalla coscia fino alla cintura. Esitò solo un attimo sulla fibbia – Certo, potrei anche inginocchiarmi qui, ora, e succhiarti così forte da farti dimenticare perfino come ti chiami…- sussurrò malizioso – Ma io cosa ho in cambio?-
Draco alzò la testa con disappunto – Di averne avuto l’onore?-
Ad Harry sfuggì una risata bassa, rauca… e sexy. Tornò a incatenare i suoi occhi, alzando il sopracciglio con calcolata lentezza.
- Certo, lo sarebbe.- concordò, mentre un dito si infilava nella fibbia e liberava la prima parte della cintura –Sarebbe un onore inginocchiarmi a te…- la liberò dal fermo e la tirò così che scivolasse lungo la fibbia per aprirsi – prendertelo in bocca, leccartelo dalla base alla punta…- posò le punta delle dita sul bottone del pantalone – spingerti in profondità nella mia gola, succhiare… farti implorare di venire.- tolse il bottone dall’asola e fece scorrere la zip verso il basso. Mentre la zip scendeva, la nocca del torturatore si strusciò sull’inevitabile rigonfiamento – E poi ingoierei fino all’ultima goccia.- mormorò, alzando gli occhi e incatenandoli di nuovo ai suoi – e ti succhierei ancora, fino a fartelo diventare duro di nuovo, e lo farò ancora… e ancora… finché non mi implorerai di smetterla.-
Draco non aveva più saliva in gola, ma inghiottì lo stesso – Certo che lo farò.- disse, con voce mal ferma – Dopo la seconda, diverrebbe monotono.-
Harry ridacchiò ancora – Quindi non vuoi che passi la mia vita con il tuo cazzo nella mia bocca?- domandò, divertito.
Draco sentì il vuoto d’aria nello stomaco - … solo se è ancora attaccato a me. Ci sono affezionato, ce l’ho da che sono nato.- tentò di sorridere – E dovremmo negoziare le tue opzioni: parlare e mangiare sarebbero fuori discussione. Conoscendoti sarebbe un miglioramento.-
Harry alzò gli occhi al cielo – Riesci ad essere un tale stronzo pure mentre parlo di venerare il tuo uccello per il resto dei miei giorni.-
Draco stavolta sorrise, mordace e divertito – Lo fai già ora, o sbaglio?- domandò.
Harry si morse un labbro e i suoi occhi studiarono con minuziosità il delicato punto tra spalla e mascella che sembrava attirarlo come una sirena.
- No, non lo faccio.- mormorò quasi sovrappensiero – Venero il padrone, è diverso.-
Il cuore di Draco sembrò voler raggiungere Harry, che importava se nel farlo avrebbe dovuto oltrepassargli il petto, uccidendolo?
Lo rimise in riga regolarizzando il respiro. O perlomeno ci provò.
Draco tornò a guardare le candele sospese – Stavamo parlando di qualcosa che la tua bocca dovrebbe fare invece che sparare cazzate…-
Un angolo della bocca di Harry si contrasse – e io stavo parlando di cose vorrei avere in cambio.-
Draco sospirò gravemente, sollevandosi sui gomiti e alzando un sopracciglio – Fai sul serio?-
Harry si morse un labbro, mentre gli occhi famelici scivolarono lungo il suo corpo pregustando lembi di pelle che erano ancora coperti.
- Voglio che mi dai il completo controllo.- sentenziò.
I sopraccigli alzati divennero due – …Prego?-
- Voglio che tu ti lasci completamente andare e lasci fare tutto a me.-
Le sopracciglia si aggrottarono, ora. Per un secondo la mente cercò di capire cosa stesse succedendo, ma l’essere duro e guardato con quegli occhi aperti e che promettevano materiale per fantasia da lì all’eternità, non aiutava.
Poi qualcosa lo illuminò. E non erano le candele, anche se si trattava di quel particolare materiale.
- Cosa diavolo vuoi farmi con quella candela, Potter?- domandò, una nota di panico nella voce.
Harry sogghignò – Nulla…- esitò – Che vedrai.-
Draco spalancò gli occhi – Potter che diavolo hai in mente?-
Le mani di Harry si posarono sulle sue ginocchia, erano caldi e grandi, che, a confronto con l’aria quasi gelida della Sala grande, erano un sollievo. Le lenti brillarono alla luce delle candele, mentre un nuovo sorriso dolce e rassicurante si rifletteva sul volto del suo stupido fidanzato.
Harry fece scorrere le dita lentamente verso l’alto accarezzando la cosce con i polpastrelli, avanzando, centimetro dopo centimetro verso zone che chiamavano quelle dita con insistenza.
- Voglio che ti fidi di me.- soffiò con voce, profonda. Così profonda che vibrò nel corpo ansioso di Draco, dandogli ancora quell’insano senso di sicurezza.
Lui si fidava di Harry, il problema è che si fidava anche della sua sfiga.
Sarebbe stato capace di ucciderlo per sbaglio e sarebbe stato un vero orrore morire per bruciatore da candele fredde.
Dal momento che piuttosto che farsela infilare in certi posti l’avrebbe ucciso con le sue stesse mani.
- Se mi spieghi in dettaglio cosa hai in mente, posso vedere se decidere se fidarmi di te.-
- Non è così che funziona la fiducia.- si lamentò l’altro.
Draco piegò la testa di lato – La mia sì.- decretò.
Harry sospirò mentre le mani si stringevano alle cosce aprendole con risolutezza.
Si fece avanti, trovando il suo posto tra le sue gambe, come se gli appartenesse e si spinse addosso a Draco, prima di unire le labbra alle sue.
Il bacio fu subito coinvolgente. Draco proprio non riusciva a resistere.
Si aggrappò al suo collo, se lo spinse ancora più addosso.
Gli accadeva qualcosa quando era sotto di lui, sentiva il bisogno di spingerselo ancora addosso, come se volesse fondersi.
Era qualcosa che trascendeva il sesso, era proprio un bisogno che avvertiva nelle profondità della sua anima.
Non gli bastava, non gli bastava mai.
Non lo faceva apposta, ma all’altro non sembrava infastidire. Ogni tanto si tirava indietro solo per togliere qualche strato di vestito di troppo, ma sembrava a suo agio avvolto tra gli arti dei serpeverde.
Harry si separò da lui e Draco s’istinto tirò la testa in avanti per riprendere il bacio. Quando non trovò le labbra ad accoglierlo aprì gli occhi infastidito.
- Per merlino!- si lamentò – Hai intenzione di passare la serata a fare i capricci? Basta che lo dici!-
Non riusciva a vedere bene il viso di Harry, la luce di candele dietro la sua nuca lo accecavano, ma il viso nella penombra sembrava sia serio che divertito. A dispetto se fosse la luce o l’ombra a coronargli il viso.
Una mano di Harry si spostò più in alto e si chiuse a coppa sul inevitabile rigonfiamento, mosse le dita per saggiarlo.
E per torturarlo.
Draco si morse un labbro, voglioso più che mai.
- Ti fidi di me?-
Sì. No. Forse. Dipendeva da dove fosse quella mano; dov’era ora? Decisamente. Lontana dal suo uccello? Oh, merlino, nemmeno per sogno.
Ed ora era proprio lì, e i polpastrelli applicavano pressione quanto bastava per farlo pulsare in attesa e agonia.
Si morse un labbro prima di dire – Sì.-
Harry sorrise, trionfante. Gli rubò un bacio veloce prima di allontanarsi, e allontanare la mano.
Quel sì, divenne immediatamente un no, ma Harry non gli dette il tempo di ribattere nel momento che tirò via dalla tasca del mantello qualcosa.
Quando vide il lungo pezzo di lana sgranò gli occhi.
- Una sciarpa?- soffiò, senza fiato – N-on ti permetterò di legarmi!-
Oh meglio, glielo avrebbe anche permesso, in una stanza dove non rischiavano di essere scoperti, con un altro umore e sicuramente non dopo che Harry aveva raccolto una candela incantata dal cielo con l’intendo di farci chissà cosa.
Harry sogghignò – Non voglio legarti.- lo rassicurò.
- E allora cosa vuoi farmi?-
- Beh voglio farmi te, in circa un milioni di modi, ma nella fattispecie… voglio solo che ti fidi di me.-
Se non la smetteva di ripeterlo l’avrebbe preso volentieri a calci.
Occhieggiò la sciarpa con attenzione, poi tornò a guardare Harry.
Una piccola parte di lui, molto molto piccola, era incuriosito. Fin’ora le iniziative di Harry non erano state tante male, tipo la loro prima volta… e le altre… e il dichiararsi per primo.
Osservo la lana, tentò di immaginare cosa avesse in mente.
- Va bene.- soffiò e non riconobbe la sua voce.
Per un secondo Harry parve perplesso, come se si aspettasse più resistenza, ma l’indecisione durò poco, perché sembrò voler cogliere la palla al balzo. Si avvicinò a lui e la stoffa della sciarpa gli accarezzò gentilmente la pelle del collo.
Per un secondo ebbe timore che glielo stringesse, per strozzarlo o qualcosa del genere. C’era gente folle che lo faceva per passione.
- Chiudi gli occhi.- sussurrò Harry gentilmente.
Li chiuse con rammarico. Gli piaceva vedere Harry preso dalla passione.
Quando senti la stoffa premersi sui suoi occhi capì a cosa serviva la sciarpa.
Un sorriso divertito gli sovvenne sul volte – Mi hai bendato.- sentenziò, incredulo.
Harry sogghignò – Già.-
- Ti giuro Potter che, se la candela sfiora il mio culo, tra noi è finita.-
Harry stavolta rise proprio mentre completava il nodo – Nulla entrerà nel tuo culo a parte il mio uccello.- lo rassicurò – ed è una promessa che vale da qui all’eternità.-
Draco nascose il sollievo con un sorriso sfrontato - Temi la concorrenza? Effettivamente rispetto a te quella candela ha il suo perché…-
Harry spinse i fianchi tra le sue gambe e fece scontrare la sua erezione con quella di Draco che si zittì all’istante.
Serrò le labbra per non gemere frustrato e si rilassò, disteso sul tavolo.
- Non farmene pentire.- sussurrò.
Oh se ne sarebbe pentito di sicuro, tra gli ansiti e il godere.
Con gli occhi chiusi, Draco si ritrovò all’improvviso più esposto che mai. Non che fosse nudo, o altro, ma un timore insolito si insinuò dentro di lui.
Si fidava di Harry, più o meno, ma tutto il resto? Gazza? Quella gatta malefica?
Sarebbe potuto arrivare chiunque e scoprirli e avrebbe tanto preferito avere gli occhi aperti e restare in allerta.
Prese diversi respiri profondi per calmare l’agitazione, il fatto che sentisse solo fruscii e nessun contatto da parte di Harry non aiutava.
Poi sentì un incantesimo sussurrato, ma non riuscì a capirlo.
- Cosa stai facendo?- domandò, la paura affatto celata.
Una mano di Harry si posò sul suo grembo, calda, sicura. – Pensa a rilassarti.- sussurrò.
- Dirmi di rilassarmi, non mi rilassa.-
- Prova con lo stare zitto, magari.-
- Mi hai chiuso gli occhi, mica la bocca.-
Lo avvertì sorridere, riuscì perfino a figurarselo nella sua mente con la sua faccia da schiaffi – Errore mio.-
Quando le labbra di Harry toccarono la sua pelle fu come se tutti i nervi gli si risvegliassero. Erano di nuovo sul suo collo, esattamente dove erano predestinate.
Sentì brevi tocchi della lingua umida sulla giugulare e sorrise.
Quello andava bene, per iniziare. Le labbra si mossero piano verso la trachea, il mento e, infine, tornarono sulle sue labbra.
Avere gli occhi bendati finora non cambiava nulla, serrava sempre gli occhi quando quella bocca lavorava su di lui.
La punta del naso di Harry gli solleticò una guancia mentre lo avvertiva sorridere nel bacio.
- E così ti ho chiuso anche la bocca.- soffiò staccandosi appena.
- Non puoi baciarmi per tutto il tempo.-
- Scommettiamo?-
Draco infilò le dita tra le ciocche ribelli del Grifondoro, si spine in avanti e lo baciò con dolcezza, poi si morse un labbro, assaporando quel calore.
Se Harry credeva che bendarlo avrebbe cambiato le sue sensazioni, si sbagliava di grosso.
Perché Draco non poteva perdersi tra le sue braccia più di così.
Non sarebbe stato umano.
- Harry…- sussurrò, e si fermò prima di implorarlo.
Non gli importava come, né dov’erano, né che voleva fare con quella candela.
A conti fatti Draco voleva solo fare l’amore con lui. L’unica cosa che non voleva era che Harry capisse quanto.
La mano del moretto scivolò lungo tutto il corpo del biondino e si fermò sulla sua guancia.
Non riusciva a vederlo, ma improvvisamente percepiva un cambiamento, una piccola frazione di incertezza.
No. Non era incertezza. Era desiderio.
Non poteva fidarsi della situazione, era qualcosa che trascendeva ogni sua volontà, ma se c’era qualcosa di cui Draco si fidava ciecamente era ciò che provava Harry per lui.
Glielo leggeva negli occhi ogni giorno, quando lo sorprendeva a guardarlo, a sognare ad occhi aperti durante le lezioni comuni, quando le mani lo cercavano quando erano soli.
Quel desiderio e ciò che scatenava in Draco Malfoy erano una delle poche certezza della vita del serpeverde.
Ora le labbra di Harry stavano diventando fameliche. Quel giusto connubio tra fretta e passione che gli piaceva tanto, gli solleticava la clavicola, mentre mani scendevano lungo l’addome.
Harry si fermò solo un attimo per prendere un grosso respiro, recuperare un po’ di controllo.
Quando drizzò la schiena, allontanandosi, Draco si sentì abbandonato.
D’istinto cercò di vedere, ma la sciarpa glielo impediva. Così si concentrò sull’udito.
Altri fruscii, le dita che si muovevano sul suo petto.
Il primo bottone che scivolava via dall’asola, il secondo, il terzo e così via…
Draco rabbrividì per il freddo quando il suo petto fu all’aria. I capezzoli gli si indurirono immediatamente.
Harry ne prese uso con gentilezza tra le dita calde e il divario gli provò un brivido.
- Qual è lo scopo di tutto questo?- domandò Draco, che aveva deciso che era stato fin troppo tempo zitto.
Harry passò il pollice sul capezzolo duro, lentamente – Se fai il bravo, lo saprai.-
Le labbra di Draco si tirarono in una smorfia quando il pollice tornò a giocare con il capezzolo duro – Puoi arrivare al sodo? Se devo gelarmi qualcosa vorrei fossero il culo mentre me lo scopi.-
Una sbuffo, una risata sottile, fu l’unica risposta di Harry. Stavolta il capezzolo fu avvolto dalla lingua umida del compagno.
Un brivido disorientante gli tolse il respiro.
Quando Harry si allontanò di nuovo il gelo lo fece irrigidire.
Solitamente Harry era più deciso in quelle situazioni, se non riusciva a evitare di saltargli addosso, spesso gli faceva degli agguati tra una lezione e l’altra e prendeva il mantello e ce lo trascinava sotto, per buttargli al lingua in gola.
E sotto un mantello invisibile, con le mani sul suo corpo e le lingue che giocava senza sosta con la sua era difficile, se non impossibile, fingere di avere il controllo della situazione.
E invece in quel momento Harry esitava, temporeggiava. E lui non ce la faceva più.
- Potter.- lo chiamò, in un ansito.
- Cosa?-
Schiuse le labbra, lentamente, protese il corpo, le dita lo cercarono nel buio – Ti voglio.- sussurrò.
Lo spasmo delle sue dita, la durezza tra le sue gambe, il bisogno di Harry di prenderlo era palpabile, addensava l’aria intorno a loro, rendendola irrespirabile.
Draco gioì, riconoscendo il brivido che anticipava il sesso. Aveva vinto, aveva di nuovo il controllo.
Bendato e disteso sotto di lui, era comunque al comando.
Harry gli afferrò i polsi e in un attimo li spinse col forza sul tavolo provocandogli un gemito di sorpresa, più che dolore.
Una risatina gli sfuggì, bassa e profonda – Proprio non ci riesci, vero?- gli chiese piano – A lasciarmi fare, a lasciarti andare. Certo, potrei anche abbassarti i pantaloni, succhiarti via la vita, poi girarti e sbatterti fino a non farti sentire che il mio cazzo fino a domani, ma che senso avrebbe? Cosa cambierebbe da quello che facciamo sempre?-
Draco si morse un labbro – Quello che facciamo sempre mi piace da morire, perché cambiare?- poi un pensiero orrendo si affacciò, qualcosa che lo spaventò più che un molliccio – Ti stai stancando di me per caso?- provò a metterci tutto l’ironia che riuscì a racimolare e di non far trasparire il terrore.
Harry strinse le dita più forte sui suoi polsi – Come se potessi.- soffiò.
- … Harry?-
Iniziava a dargli fastidio non poter vedere. Dondolò la testa nella speranza che il nodo cedesse o che riuscisse a sposare la sciarpa, ma la voce di Harry fu secca e decisa quando disse – Non muoverti.-
Fu come un incantesimo. Non c’era vera magia in quelle parole, non lo aveva paralizzato o reso di pietra.
Eppure, improvvisamente, Draco sentiva il bisogno di restare più immobile che mai. Era come se, muoversi, avrebbe potuto far crollare il suo intero mondo.
Con calcolata lentezza Harry gli lasciò i polsi, e con le punta delle dita sfiorò le sue braccia, lasciando scivolare le mani fino al viso.
I polpastrelli si posarono sulle sue guance. I pollici sulle labbra schiuse.
- Ti ricordi il nostro primo bacio?- gli domandò.
Oh, se lo ricordava. Dopo giorni di sguardi famelici, di sogni bagnati e di labbra morse perse in fantasia poco caste, Harry finalmente si era fatto avanti.
Draco lo aveva preso pesantemente per culo, lo aveva punzecchiato per una settimana, gli aveva rinfacciato di essere il centro del suo mondo, ma l’aveva fatto sempre in privato, e senza mai rispondere a quella dichiarazione con un no.
Nella lingua Malfoy evitare una gogna pubblica e non rispondere seccamente di no era un chiaro segno di interesse.
Il fatto che per capirlo Harry ci avesse messo due settimane era solo un chiaro segno di quanto fosse poco sveglio.
Ad un certo punto aveva notato che Draco non lo evitava, che non aveva detto a nessuno della sua dichiarazione e che ci scherzava su, come se fosse una cosa solo loro.
Aveva visto la sua testa fumare dall’imbarazzo quando aveva capito che quello era una sorta di riguardo, una gentilezza. Un gesto talmente atipico che poteva significare solo interesse.
Così aveva deciso di baciarlo per testare la sua teoria, lo aveva fatto lentamente, dando a Draco il tempo di sottrarsi e, Draco aveva pensato di farlo solo perché ci stava mettendo una vita e non si meritava un tale onore.
Ma pensò che questo avrebbe prolungato ancora quell’agonia e pensava che fosse finalmente che quelli sguardi richiamassero realtà e non fantasia.
Che fosse stato un bacio magico che gli aveva fritto il cervello definitivamente, era un'altra storia.
Draco sussurrò – Sì.- con un filo di voce. La sua mente traditrice richiamò quel ricordo, e fece riaffiorare tutti i loro baci successivi, fino all’ultimo. Quello che Harry gli aveva appena dato.
Spinse la labbra sulle sue con necessità, i pollici premevano sul suo mento costringendolo ad aprire di più la bocca, a restare inerte sotto il suo assalto.
La lingua scivolò nella sua bocca come se gli appartenesse. Non giocò con la sua, la possedette.
Quel bacio era diverso da quelli dati finora, quel bacio era controllo.
Draco si sentì più inerte che mai sotto quelle labbra, tanto che non riuscì nemmeno a rispondere al contatto.
Lo subì. E gli piacque farlo.
Quando Harry si separò da lui fu un sollievo e allo stesso tempo una tortura.
Gli mancò il respiro tanto che dovette prendere una profonda boccata d’aria.
Quando riuscì di nuovo a sentire il resto del suo corpo si rese disastrosamente conto che quel bacio aveva distrutto tutto il suo autocontrollo.
Quella che prima era una nascente erezione che poteva essere soddisfatta o ignorata, era diventata insopportabile.
Se avesse aperto gli occhi e si fosse specchiato nello sguardo inebriato di Harry Potter sarebbe potuto perfino venire. Ma quando d’istinto provò ad aprirli trovando l’impedimento si sentì sopraffatto dalla frustrazione.
- Voglio vederti.- disse e fu sincero.
Di tutta risposta Harry posò una mano sul suo pacco, causandogli un brivido così intenso che lo oltrepassò tutto in un andata di desiderio.
Gemette, prima di mordersi un labbro, più frustrato che mai.
- Quando te lo permetterò.- promise Harry stringendo le dita sull’asta oltre i boxer – Tu gemerai, godrai e verrai… solo quando te lo permetterò.-
Draco strinse i denti nel momento che Harry trovò molto divertente stringergli il cazzo solo per torturarlo un altro po’ - … o quando ti implorerò?- provò a ribaltare la situazione – Vuoi che ti implori, Potter?- tirò le labbra, faticosamente per poi dire con voce atona, volutamente noncurante – Potter, oh Potter, ti prego, non resisto, ti imploro!-
Si aspettò un gesto seccato, uno sbuffo, il broncio. Ma Harry ridacchiò, me il lieve tremolio del suo corpo fu una dolorosa tortura al suo basso ventre.
- Ti credi simpatico?- sghignazzò.
- Sono simpatico.- trovò l’aria per ribattere.
Riuscì a figurarsi Harry mordersi un labbro – E ti conviene fare così quando ho la mano su qualcosa di tanto prezioso in procinto di decidere se accarezzare o succhiare?-
Colpo basso. La mente lo tradì con il ricordo di tutte le volte che Harry era stato inginocchiato davanti a lui. Con gli occhi forzatamente chiusi, i ricordi erano più impetuosi che mai.
- Nel dubbio, io dico succhiare.- ribatté, con il cuore che gli martellava nel petto.
Harry tolse la mano dal fagotto e con entrambe le mani abbasso l’alastico dei boxer facendo uscire la trionfante erezione.
L’aria fredda sulla pelle sensibile gli tolse il respiro.
Draco era stanco, teso, frustrato. Non ce la faceva più.
Aspettò di sentire un nuovo contatto, ma Harry si limitò a poggiare le mani ai lati delle cosce tirando la pelle sensibile attorno al membro.
- …Harry.- si lamentò in un ansito.
Harry tacque, mentre un pollice si spostò leggero su un testicolo. Quel contatto leggero gli provocò un ansito brusco.
- Sei bellissimo.- ammise Harry in un sussurro.
Se non avesse una sciarpa a bloccargli gli occhi Draco avrebbe alzato un sopracciglio – parli con me o col mio cazzo?-
- Con lui. Decisamente con lui.- il pollice gli concesse un ulteriore tocco, stavolta con maggiore pressione ed arrivò fino alla base dell’erezione.
Lo spasmo fu devastante. Draco serrò le labbra per non gemere e avvertì la punta bagnarsi, pronta ad esplodere.
Perfetto, era ormai sul punto di venire e senza nemmeno aver potuto godere di quella bocca viziosa e di quelle mani abili.
Draco tentò di regolarizzare cuore e respiro, strinse i pugni tentando di resistere alla voglia di toccarsi.
- Vuoi restare lì a guardarlo?- domandò – Perché mi hai bendato ma ho le mani libere, ti do qualcosa da guardare.-
- Ti ho detto di non muoverti.- replicò Harry.
Il senso di frustrazione invase nuovamente Draco che contrasse la mascella con disappunto.
Mosse la braccia indolenzite per sorreggersi sui gomiti.
- Non vuoi proprio obbedirmi eh?- la malizia era una nota stonata in quella situazione, ma la riconobbe. Come se il fatto che Draco si fosse mosso fosse parte di quel gioco.
Fare il suo gioco, qualsiasi esso fosse, lo infastidì.
- A quanto pare nessuno dei due qui avrà quello che vuole.- rispose.
Avvertì un movimento veloce, ebbe appena il tempo di sentirlo con le orecchie che tutto il suo corpo fu colto dallo spasmo.
La lingua di Harry, oh quella maledetta lingue, aveva percorso tutta la lunghezza della sua erezione e ora era posata sulla punta, dove gocce di liquido la adornavano rendendola lucida.
Questa volta non riuscì a frenare il gemito, né il sospiro, figuriamoci i fianchi che si spinsero inevitabilmente su quella lingua maledetta.
Harry gli spinse i fianchi in giù, li fermò sl tavolo, lo costrinse a combattere con tutte le sue forza, per provare anche solo un millesimo di secondo più di piacere.
Ma Harry non voleva concedergli altro piacere e si arrese all’evidenza.
- Basta…- sussurrò Draco in un lamento sentito – Succhiami, toccami, scopami, fai quello che vuoi, ma fa qualcosa!-
- Vuoi che te lo succhi?- domandò Harry calmo.
- Sì!-
- Vuoi che te lo sbatta dentro?-
- Merlino, sì!-
La mano di Harry scivolò sul suo pube, e le dita si persero tra i peli dorati del ragazzo – Vediamo se riesci ad implorarmi in modo più sentito questa volta.-
Draco era sul punto di crollare. Si morse il labbro inferiore, indeciso su come agire.
Avrebbe tanto voluto mantenere il controllo, ma le mani di Harry erano così calde e troppo vicine a ciò che anelava avere torturato dalle stesse.
Questa volta quando disse – …Ti prego.- fu sincero ed Harry lo percepì, ma volle infierire.
- “Ti prego”, cosa?-
Cosa voleva sentirsi dire? Cosa voleva da lui? Come poteva credere che riuscisse a realizzare qualcosa in quel particolare momenti in cui ogni sua molecola voleva solo essere sconvolta selvaggiamente.
Così, forse per la prima volta dalla loro relazione, Draco decise di essere sincero:
- Ti prego, perdi il controllo…- mormorò – Scopami forte, voglio sentirti dentro di me e voglio che vieni pronunciando il mio nome.
- Mi pareva che fossi tu a dover godere, no?-
Draco strinse la labbra prima di ribattere – le due cose non sono separabili.- tese una mano, verso di Harry e trovò il suo corpo solido, e più vicino di quanto gli fosse sembrato fino a quel momento – Mi piace vederti.- confessò ancora – quando facciamo l’amore, mi piace vederti. Hai quel modo di guardarmi, sembra che io sia il tuo mondo, e lo adoro. Adoro essere il tuo mondo, adoro che tu perda il controllo quando io sono attorno. Questo…- strinse le dita sulla sua camicia, sulla situazione – Non mi piace e non è perché non mi piace perdere il controllo, ma perché non sei tu a farlo. Io sono qui, Harry, pronto per te, non voglio altro. Cosa aspetti?-
L’aria attorno a loro divenne elettrica, la luce si fece più intensa tanto che oltrepassò la stoffa e Draco fu quasi in grado di vedere il profilo del suo ragazzo.
Sentì le labbra di Harry schiudersi, poi la mano si contrasse, fino a tirare la pelle delicata del suo pube.
Il gemito morì nel bacio che seguì.
Era diverso. Era più famelico che mai, quasi impacciato, rude. Harry gli si strinse addosso e quando Draco immerse le dita tra i suoi capelli gli parve di sentirlo tremare.
Quando la mano di Harry si chiuse attorno all’erezione, Draco urlò, spingendo in fianchi verso l’alto. Verso di lui.
Non riusciva più a fingere di non volerlo con tutte le sue forze, così il movimento dei suoi fianchi fu frenetico, selvaggio così come le dita che continuarono a masturbarlo senza tregua.
Fu con uno sforzo enorme che Draco tirò le ciocche dei capelli di Harry, con un solo ansito sulle labbra.
- Fermo, no!-
Harry non gli dette retta, Draco allontanarlo con uno strattone.
- … cosa?!- sbraitò Harry contrariato.
Draco sentì il suo intero domandagli la stessa cosa.
Era arrivato ad un passo dall’ottenere quello che voleva, al venire e il la frustrazione fece male.
Draco prese dei respiri profondi, prima di mettersi su a sedere.
Tutto il suo corpo protestò, protestò anche quando scese dal tavolo e si girò.
Mentre si chinava in avanti poggiando i palmi delle mani sul tavolo proprio davanti a lui, si sentì più esposto che mai.
Quando Harry poggiò una mano bollente sulla base della schiena Draco sussultò appena.
- Sei al limite. – mormorò Harry – Non fare l’idiota, finiamola qui, possiamo farlo con calma dopo.-
Diceva così, ma l’ansia nella su voce era palpabile.
Draco scosse la testa – Scopami.- gli ordinò.
La mano fremette ancora, sulla sua pelle - …Draco.-
A Draco venne da sorridere, un sorriso di quelle segreti, perversi. Si passò una mano su una natica, senza particolare intenzioni se non quella si sentire Harry trattenere il respiro.
- Perdi il controllo…- gli sussurrò piano, rimarcando le parole di prima.
E Harry perse il controllo.
Fu come se riuscisse a vedere anche la sua ultima barriera disintegrarsi davanti a lui, una rassegnazione devastante al fatto di volere Draco anche a dispetto dello stesso piacere di quest’ultimo.
Quando sentì l’erezione di Harry premere contro l’ano con insistenza si rese conto che anche lui era al limite.
Non sarebbero durati molto, ma non importava.
Quello che voleva era quello che aveva sempre voluto: perdersi nel piacere, ma solo con lui e solo che lui era assuefatto dal piacere.
Quando Harry gli era dentro, diventava a tutti gli effetti il suo intero mondo.
Harry scivolò dentro di lui inesorabile, fretta e desiderio di non fargli male coesistevano in un equilibrio perfetto.
Ma Draco era pronto, era più bagnato che mai grazie ai minuti passati ad agognare quel momento, Harry presto si ritrovò seppellito in quella carne bollente e dovette fermarsi e riempirsi i polmoni di ossigeno.
Ma l’aria attorno a loro ne sembrava sprovvista, ma questo non gli impedì di continuare.
Si ritrasse, e affondò ancora in lui e si ritrasse ancora.
La sua voce vibrò, in gemito simile ad un singhiozzò riempì la sala grande.
Draco sentì tutti i suoi nervi concentrarsi su quella intrusione e realizzò che la sua forza di volontà era ormai al limite.
Non sarebbe durato ancora molto, un'altra spinta, una solo ancora e…
Con la guancia sul tavolo e l’ultima violenta spinta, il mondo perse tutti i confini, regole, e proprietà fisiche.
L’aria era diventata catrame denso, il tavolo era diventando melma, il suo corpo era diventato piacere.
Fu bello. Fu unico. Fu il sesso con Harry Potter.
Ogni volta che se ne stava con il cuore a mille, il volto sudato e il corpo tramortito dall’orgasmo Draco si chiedeva come aveva fatto per anni a litigare con Harry senza scoparci mai.
Il suono del suo respiro che gli graffiava la gola fu la prima cosa che riuscì effettivamente a sentire.
Senza visione, con il disorientamento dell’orgasmo, per un attimo tutto parve lontano ed ovattato.
Poi Harry uscì da lui e Draco si sent più umido e bagnato che mai.
- … Ti sono venuto dentro.- mormorò Harry.
Draco non si era nemmeno reso conto che Harry fosse a tutti gli effetti venuto. Si sforzò si drizzare la schiena quel tanto che bastava per non restare così esposto.
- Tranquillo…- ridacchiò ancora senza fiato – Non sto ovulando, non avremo bambini.-
Lo sentì ridere, mentre si sistemava – Peccato. Sarei un ottimo padre.-
Draco scrollò le spalle, che protestarono. Era stato parecchio teso negli ultimi venti minuti.
Finalmente si decise a rimettersi in piedi e scoprì le gambe tramare.
Harry gli venne in aiuto, aiutandolo a rassettarsi.
- Intendi togliermi la benda o devo rallegrarmi di non dover più vedere la tua faccia e quindi potermi immaginare chiunque preferisca a te?-
Harry gli rubò un bacio leggero sulla guancia, perfino con un bacio così flebile riuscì a sentire le labbra tese in un sorriso rilassato e divertito.
Poi sentì le dita sciogliere il dopo e la sciarpa venne via.
Dovette sbattere le palpebre diverse volte prima di riuscire a metter e fuoco qualcosa.
Quando riuscì a rivedere i contorni, si girò verso Harry pronto a dire qualche frase sagace, per prenderlo in giro, ma la voce gli morì in gola.
Harry lo guardava con una dolcezza nuova, e sorrideva con altrettanta dolcezza.
Un calore partì dalla bocca della stomaco, fino a travolgerlo.
Merlino se era fottuto e non solo fisicamente.
Era innamorato come chiunque avrebbe mai voluto essere innamorato.
Di quell’idiota di Harry Potter.
Harry prese la candela e la frappose tra loro.
- Dici che si può spegnere?-
- Proviamo.-
Con un respiro profondo, Draco ci soffiò sopra. Non si spense.
- Oh, peccato. Avresti potuto esprimere un desiderio.-
Draco scrollò le spalle e la prese per metterla via.
- Auguri di buon compleanno Draco Lucius Malfoy.- sussurrò Harry prima di rubargli un bacio leggero, prima di rispecchiarsi nei suoi occhi e sentirsi il mondo del Grifondoro.
Quando rispose – Grazie.- non fu per la gita ad Hogwarts, né per l’atmosfera di candele, né per il sesso in sala grande.
Fu per l’essere guardato così, era il regalo più grande e mai in tutta la sua vita sarebbe mai riuscito a ripagarlo.
Mai.
E mai lo avrebbe ammesso nemmeno.




macci: (Default)

Titolo: Quattordici lettere.

Cow-t 9, prima settimana, M2.
Prompt: Malessere
Numero parole: 14121
Rating: Arancione
Fandom: Harry Potter

 

 

Draco si riscosse dai suoi pensieri quando la professoressa di babbanologia mise il foglietto davanti a lui. Non si soffermò nemmeno un secondo davanti al suo banco, ma passò direttamente al prossimo, e quello ancora.

- I biglietti saranno anonimi, ovvio.- stava dicendo – ma saranno tutti appesi sull’albero di natale. Ne saranno la decorazione.-
Dal fondo della sala una mano fu alzata – Si, signorina Granger?-
Hermione drizzò la schiena – Possiamo scrivere qualsiasi cosa?-
La professoressa le sorrise – Solitamente è un desiderio, ma non tutti sono propensi a confessare ciò che vorrebbero, quindi puoi scrivere anche una frase che ti piace di un autore che adori. Davvero, non è importante. Saranno puramente decorativi.-
Qualcuno nella sala fece una battuta e qualcuno rise, Draco si estraniò dalla conversazione e fissò il bigliettino dorato che gli era stavo messo davanti.
Scrivere qualcosa, qualsiasi cosa. Un pensiero.
Draco prese la penna in mano e la posò sul foglio. Pensò a qualcosa di banale, di stupido, di insignificante e inutile, ma non gli venne in mente nulla.
Così scrisse il sussurro che tormentava i suoi incubi, che gli gelava il sangue nelle vene le giornate.
Posò la penna e prese un profondo respiro, poi scrisse:

Sono ancora vivo?

**


Cosa buffa, la vita. Il giorno prima c’era una guerra, parti da scegliere, nessuna vera scelta e ogni mattino era una scommessa: resterò vivo anche oggi?
E il giorno dopo... il giorno dopo tutto era normale, la scuola, i compiti, svegliarsi la mattina per andare a lezione.
Giorni sempre uguali, tediosi e pieni delle tipici insoddisfazioni adolescenziali.
Una vita, una vita normale, come se la guerra non fosse che un giorno lontano quando era il semplice giorno prima.
Il bullismo si esaurì in fretta, non c’era davvero alcuna voglia di continuare qualsiasi conflitto, non c’era ancora voglia di pensare ad una parte avversaria e denigrarla. Passò com’era venuto e, in poco tempo, le persone che erano state nel “lato sbagliato” della guerra divennero persone da evitare, che non contavano, che avevano il permesso di stare a scuola solo per bontà d’animo con cui non valeva più la pena interagire.
Così sopraggiunse l’indifferenza e con essa… il silenzio.
Nessuno faceva più caso a Draco Malfoy, aveva lasciato la squadra di quidditch, aveva ceduto la spilla di prefetto a Zabini e da allora nessuno aveva avuto più nulla da ridire su di lui. Né da dire.
Malfoy stesso aveva passato il tempo a godere così tanto della nuova indifferenza che aveva fatto proprio quel nuovo silenzio.
Passava tra i corridoi come un fantasma visto solo con la coda dell’occhio.
L’indifferenza era presto diventata da un capriccio ad un abitudine.
Nessuno parlava più a Draco Malfoy, spesso nessuno si accorgeva nemmeno che fosse nella stessa stanza.
Era questo il prezzo che toccava per aver ospitato il mago cattivo nella propria casa, come se lui avesse avuto scelta.
Draco non ricordava l’ultima parola che aveva detto qualcosa, ma ricordava il momento in cui si era accorto che non parlava da un sacco di tempo.
Un professore gli aveva fatto una domanda, ed era così abituato a non sentirsi rivolgere nemmeno uno sguardo che fu come se qualcuno lo avesse colpito in faccia e ne fosse rimasto disorientato.
Aveva guardato il professore, limitandosi a sbattere le ciglia e poi questi se n’era uscito con un’espressione esasperata ed era passato a qualcun altro.
Era stato in quel momento che si era accorto di essersi alienato dal resto del mondo. Quando era stata l’ultima volta che aveva parlato? Per quanto continuasse a cercare di ricordarlo non gli veniva in mente.
Fu così che si rese conto del vuoto che gli aveva attanagliato la mente, dell’oblio in cui era immerso. Si rese veramente conto dell’entità che aveva raggiunto l’indifferenza attorno a lui, di essere invisibile ai loro occhi, come nemmeno un fantasma riusciva.
Il silenzio era diventato parte di lui.
Così la domanda si era fatta strada sempre di più nella sua testa, ad ogni suo passo, ad ogni sussurro, ad ogni sguardo lanciato a gente che parlava tra loro senza accorgersi che lui era lì: era davvero vivo?
Forse era morto in guerra, e non lo ricordava.
Forse era stata una morte traumatica e l’aveva dimenticata.
O forse era diventato davvero invisibile…
Quando aveva preso la penna in meno, aveva pensato, per un attimo, che se quel biglietto fosse stato appeso ai rami di quell’albero sarebbe stata una prova che lui era davvero lì, che esisteva.
Ma poi aveva visto la domanda che minacciava la sua fantasia di esistere, in bella calligrafia, con un inchiostro magico che riluceva con eleganza sotto la luce ed aveva improvvisamente avuto paura.
L’indifferenza era orribile, ma era meglio delle derisioni e dei pugni.
Così chiuse il bigliettino e lo mise in tasca e decise che non lo avrebbe mai più guardato.

Il tempo aveva uno strano modo di passare, le giornate sembravano lente, eppure sembrava anche che i giorni saltassero sul calendario e il primo dicembre diventare in fretta il sei, e il sei diventava il dieci, e il dieci diventava il venti.
E prima di rendersene conto Natale era arrivato e Draco contemplò la scuola svuotarsi studente dopo studente.
Quasi gli spuntò un sorriso quando si rese conto che forse per la prima volta da mesi sarebbe stato veramente solo, che perfino il mormorii che accompagnavano i suoi dormiveglia di gente che viveva una vita in cui non era compreso, sarebbero cessati.
Chissà, forse sarebbe impazzito del tutto. Non era da escludere.
Aveva preso l’abitudine di camminare nella notte silenziosa di Hogwatrs da un po’ di tempo. Gazza era ancora convinto fosse un prefetto così lo lasciava andare. Forse nemmeno lui lo vedeva più.
La notte la scuola era diversa, sembrava meno una scuola, e più un castello spettrale.
Tra fantasmi, quadri che sussurravano e ti fissavano Draco camminava con passo lento.
Gli piaceva la vista del lago dall’alto, con la luna che si rifletteva nell’acqua.
Prima non ci aveva mai fatto davvero caso, non aveva mai fatto caso davvero a nulla che non a rivaleggiare con Harry Potter prima, e poi a tentar di favorire la sua morte aiutando il signore oscuro.
Ma da quanto era tornato a scuola, da quando il bullismo e l’odio erano cessati in favore di quell’indifferenza, Draco passava molto più tempo ad osservare il mondo attorno a lui, ad assaporarlo in una concezione che non aveva mai sfiorato.
Ma si sentiva solo. Se quando era più giovane credeva di aver provato solitudine, nonostante i suoi soliti scagnozzi che pendevano dalle sua labbra, non era nulla paragonata a quella sensazione.
La solitudine aveva il sapore amaro che persisteva nella bocca, non importava quanto bevesse o cosa mangiasse, restava bloccata in gola e a volte gli impediva di respirare.
Aveva pensato di voler piangere alle volte, ma il pensiero che a nessuno sarebbe interessato lo aveva fermato.
Se a nessuno interessava di lui, se nessuno si rendeva conto che lui era lì…
Era davvero vivo?
Certo, respirava, mangiava, studiava, ma poi? Se veniva a mancare tutto il resto?
Si fermò in cima alle scale del secondo piano, si affacciò ad una finestra e osservò il cielo illuminato dalla luna più grande che avesse mai visto.
Le stelle svanivano per quella luce imponente e l’immagine del suo riflesso traballava per via delle onde del vento.
Prese un profondo respiro e tentò di sostituire il sapore amaro della solitudine con la bellezza di quella visione.
Aveva imparato a vedere cose a cui molti non davano più importanza, ed era la sua unica, piccola, conquista.
Era così incantato a fissare il cielo che non si accorse dei rumori alle sua spalle.
Sentì distintamente la frase – Harry, cosa fai?- e si girò verso la voce.
Assistesse alla visione di Harry Potter che usciva dal suo manto incantato e si sistemava il mantello, poi una testa rossa spuntò dal nulla.
- Harry?-
Harry Potter alzò gli occhi e lo guardò. Draco ebbe l’impulso di girarsi per capire cosa stesse guardando.
Non poteva essere lui.
- Ron, vai avanti.- lo sentì dire – Ti raggiungo dopo.-
- Come? Ma Harry, ci stanno aspettando!-
- Va avanti.- insistette il moretto e Ron lanciò una strana occhiata al serpeverde prima di tornare invisibile. Draco osservò il punto dove era scomparso Ron e poi contò quanti passi ci volevano per girare l’angolo del corridoio.
Solo quando ipotizzò che Ron fosse andato via, si girò nuovamente verso la luna.
Si era dimenticato che Harry Potter era ancora lì.
- … Malfoy?- pigolò all’improvviso piano.
Malfoy aggrottò le sopracciglia: era il suo cognome? Certo, sì, lo era.
Stava davvero rivolgendosi a lui.
- Malfoy, stai bene?-
Eh?
Draco sbatté due volte le palpebre e poi si girò verso Harry. Una fitta gli attraversò il petto quando incrociò nuovamente i suoi occhi ed ebbe la certezza che si stava rivolgendo a lui direttamente.
Per un attimo gli parve di essere tornato a due anni prima, quando tutto era normale, quando Harry era il suo peggior nemico e doveva bistrattarlo.
Gli parve così ovvio che fosse così, che quasi sorrise con sdegno e fu pronto a ribattere qualcosa di acido.
Poi si ricordò che non riusciva più a parlare.
Il sorriso si spense all’improvviso e la solitudine lo agguantò così violentemente che il sapore amaro si accentuò diventando molto più simile ad un sapore rivoltante.
- … Malfoy? Ti senti bene?-
Non c’era più abituato. Da quanto tempo erano lì? Da quando Harry aspettava una risposta?
Draco tentò di concentrarsi. Doveva rispondergli in qualche modo, così annuì.
Si girò per tornare a guardare la luna, pensando che bastasse, ma due attimi dopo sentì la presenza di Harry più vicina che mai.
D’istinto fece un passo indietro così repentino che Harry mise le mani avanti come a simboleggiare che non gli avrebbe fatto del male.
- Malfoy.- ripeté.
Lo sapeva il suo nome, Potter doveva davvero smetterlo di ripeterlo.
Draco prese un profondo respiro e alzò un sopracciglio in un gesto che doveva significare universalmente: cosa vuoi?
Ma gli occhi di Harry erano attenti come non lo erano mai stati. Sembrava guardarlo come se tentasse di risolvere un rompicapo.
- Che ci fai qui?- cambiò domanda.
Ci vengo a scuola, pensò d’istinto Draco con acidità, ma si limitò a scrollare le spalle.
Ci fu una pausa di stallo in cui Harry sembrava voler continuare a parlare con Malfoy e questi non capiva esattamente cosa stava succedendo.
Draco sentiva dentro il petto una sensazione nuova. Era abituato a non essere visto, aveva agognato un contatto, si era sentito solo…
Ma ora che Harry lo guardava e gli parlava, provava paura. Non voleva.
Ingoiò il rospo e fece un passo indietro, pronto ad andare via, ma Harry gli afferrò il braccio, lo fece così repentinamente che Draco non si rese nemmeno conto che quella nuova costrizione era la mano di Harry.
Fissò lei, poi il padrone, incapace di afferrare gli eventi.
Alla luce della luna, gli occhi di Harry sembravano tenebrosi e scuri.
- Malfoy perché non mi rispondi?-
Draco evitò il suo sguardo, desiderò tornare invisibile. Quando lo sentì trattenere il respiro temette che Harry avesse capito fino a che punto la disperazione fosse diventata parte di lui.
Ma Harry mormorò – Ti hanno fatto un incantesimo, non è vero?- con una nota esasperata – Ma certo.- continuò, poi prese la bacchetta e gliela puntò – Ci vorrà solo un attimo.-
Draco fissò, perplesso, la punta della bacchetta e per un attimo sperò che la scintilla lo colpisse e gli ultimi mesi della sua vita fossero stati solo frutto di un incantesimo, frutto di un’ennesima angheria.
Ma la bacchetta di Harry restò inerte tra le mani, nessuna magia partì e Draco si ritrovò a fare i conto con un Harry Potter sempre più confuso.
I suoi occhi tornarnono a sondarlo – Allora è una pozione?- domandò – Avresti dovuto andare in infermeria. Vieni, ti ci accompagno.-
Draco fu così stranito dagli eventi che quando Harry lo tirò via per il braccio fece perfino due interi passi con lui prima di fermarsi.
Si inchiodò, rifiutandosi di seguirlo.
L’ultima cosa che voleva era altra attenzione, guardò Harry, arrivò perfino ad implorarlo con gli occhi di lasciarlo in pace.
Ma Harry non era mai stato così sveglio, o se lo era non era particolatamente propenso ad accettare questa supplica.
Riuscì a riconoscere il biasimo e la pazienza che veniva a mancare dietro le lenti spesse e Draco si sentì infantile e capriccioso.
Ripresero a camminare. Harry non sciolse nemmeno per un attimo la presa sul braccio di Draco quasi temesse che alla prima avvisagli sgusciasse via.
Forse non era poi così stupido.
Draco si arrese ad ogni passo e quando arrivò in infermeria si ritrovò a pensare che forse avrebbe davvero potuto aggiustare la sua voce.
Ma un altro pensiero insidioso si affacciò nella sua testa.
Un pensiero che gli strinse il cuore: e dopo?
Se dopo avesse continuato a non parlare con nessuno che senso aveva? Se anche avesse avuto modo di esprimersi, altri mesi sarebbero passati senza nessuna occasione per farlo.
Davanti a quell’infermeria, con un braccio fermo nella presa di colui che tutti amavano Draco si sentì sopraffatto dal dolore.
Tentò un’ultima volta di allontanare Harry, con più forza e rabbia di quanto avesse voluto manifestare e questa volta Harry lo lasciò.
Si fronteggiarono, in silenzio.
- Vuoi che me ne vada?-
Draco annuì, con tutta la decisione che aveva in corpo.
Negli occhi di Harry vibrò una rabbia celata – Dimmi che vuoi che me ne vada e me ne andrò.- disse.
Era una sfida, una sfida che Draco non poteva vincere. D’istinto strinse le labbra e sviò lo sguardo, poi entrò in infermeria.
Si premunì comunque di calcolare bene le distanze così che la porta della stanza finisse addosso ad Harry che se la ritrovò quasi in faccia prima di fermarla.
Gli lanciò un’occhiataccia acida poi aspettò con lui che l’infermiera arrivasse.
Era notte, ma lei sembrava sveglia e attenta. Quando li vide entrambi alzò un sopracciglio.
- Che succede?- domandò preoccupata – Avete litigato?-
Draco si strinse nelle spalle, mentre Harry diceva – Penso abbia qualcosa che non va, potrebbe visitarlo?-
Sto bene, avrebbe voluto ribattere Draco, anche se non era la verità.
- Credo che gli abbiano fatto una fattura alla gola. Ho provato a scioglierla ma l’incantesimo non ha funzionato.-
Draco decise di ignorare il resto della conversazione e sedersi sul lettino che l’infermiera usava per visitare gli studenti.
Era stato lì già cinque volte negli anni, tre volte per incidenti riguardanti il Quidditch, e altre due per contusioni dovute alle sue scelte di vita.
L’infermiera ascoltò Harry poi si dedicò a Draco.
Chiuse la tenda per dare a quella visita una sorta di privacy, poi lo visitò.
Fu tutto pratico ed asettico, l’infermiera fece qualche domanda a cui il paziente dovette rispondere sì o no.
Ma c’era ben poco da rispondere quando sapeva già di non essere sotto un qualche incantesimo.
L’infermeria sembrò intuirlo all’improvviso e lo guardò come se fosse stata una stupida a non capirlo prima.
La pena le attraversò lo sguardo e per un attimo sembrò a disagio, ma non meno materna.
Tirò le labbra in sorriso gentile e gli fece una piccola carezza sulla spalla, poi tornò da Harry.
- Terrò il signor Malfoy in osservazione per questa notte. Puoi andare.-
Harry sembrò sorpreso – E’ riuscita a capire cos’ha?-
L’infermiera tacque per un attimo – Sai bene che non posso dirtelo.- disse – Ma ha fatto bene a portarlo qui, ora la prego di andare a dormire o dovrò farti rapporto.-
Harry tacque e Draco avvertì il fastidio trapelare dalla tenda. Poi lo sentì sussurrare – Va bene. Buona notte.-
Prima di andarsene però si affacciò e lanciò un’occhiata ammonitrice a Draco che questi non riuscì a decifrare. Ma soprattutto non voleva.
Perché a dispetto di tutto, i suoi guai non erano del Grifondoro.
Era solo suoi.


**

Draco si svegliò con il sole che gli scottava le palpebre e le voci di sottofondo. Ci mise qualche attimo a ricordare dove fosse e cose stava succedendo, quando accade si rese conto anche di chi erano quelle voci e qual era l’argomento di conversazione.
- Non posso dirtelo, Harry. Non insistere.- stava dicendo l’infermiera leggermente esasperata.
Sentì un profondo sospiro da parte dell’altro – Poppy - la chiamava per nome ormai – E’ chiaro che abbia qualcosa che non va altrimenti me lo avrebbe detto, ho solo bisogno di sapere se sta bene, okay?-
La donna esitò – Sta bene.- disse, ma lasciò intendere che non fosse la verità.
- Oh, per favore!- esclamò Harry.
All’improvviso ci fu silenzio. Draco aprì gli occhi, ma non riuscì a vederli, ma quando tornarono a parlare con tono di voce più basso riuscì comunque a capire ciò che dicevano.
- Posso aiutare Malfoy a recuperare la voce, ma non risolve il problema alla radice.- mormorò lei.
- E qual è il problema?- rimbeccò Harry.
Ci fu silenzio, poi due passi – Harry, nelle condizioni di Malfoy non centra affatto la magia.- confidò sottovoce, ma c’era troppo silenzio e Draco la sentì lo stesso – Fisicamente non ha nulla che non va.- disse ancora – Posso fare una pozione per aiutare le corde vocali, ma… Harry, è evidente che ci sia qualcosa di più grave, qualcosa che né io né te possiamo sistemare.- ancora silenzio – Parlerò con lui sulla possibilità di fare sedute con un medico specializzato, ma ho paura che se non sarà lui a voler guarire sarà tutto inutile.-
E grazie tante al segreto professionale, pensò Draco con astio.
Si scostò le coperte dalle gambe e si alzò, prese il mantello e se lo mise addosso con movimenti secchi.
I due interlocutori si accorsero dei movimenti e quando Draco scostò la tenda con rabbia e lanciò un’occhiata gelida all’infermiera questa abbassò gli occhi, colpevole.
- Malfoy…- esordì Harry con un espressione piena di pietà che Draco odiò profondamente. Non lo lasciò finire di parlare, non serviva.
Non avrebbe accettato la loro pietà.
Uscì prima ancora che Harry finisse di dire – Aspetta!-.

**

C’erano momenti in cui la mancanza della parola aveva fatto sentire Draco inadeguato, in cui aveva desiderato riuscire a urlare alla gente, e potersi esprimere.
Erano momenti che passavano così come venivano, e il suo cuore rimbombava nella quiete.
Draco non aveva scelto di smettere di parlare, si era semplicemente arreso all’idea che non interessasse a nessuno sentire la sua voce.
Che lui, in quanto ex mangiamorte reietto, non aveva più alcuna voce.
- Ehi.-
Si girò d’istinto verso la nuova presenza, la odiò all’istante. Fece la faccia che significava “ah sei tu!”, era una faccia piena di esasperazione.
- Già.- rispose Harry alzando le spalle – Ti va di parl…- si fermò – di ascoltarmi?- si corresse, infine.
Draco scosse la testa con forza. No, non gli andava. Non voleva nulla del genere.
Iniziò a camminare per allontanarsi da lui ma Harry lo seguì prontamente – Stavo pensando…- esordì come se fosse la cosa più normale del mondo parlare con lui – a delle lezioni extra.-
Draco si fermò per guardarlo con un espressione perplessa. Harry gli sorrise innocentemente.
- Quando prenderai la pozione che l’infermiera ti sta preparando dovrai fare pratica per riprenderci la mano. Stavo pensando che potremmo vederci ogni giorno almeno per un’ora e fare un po’ di pratica.-
Draco chiuse un attimo gli occhi, si aspettò di aver immaginato tutto.
Doveva essere diventato definitivamente pazzo per avere l’allucinazione in cui Harry Potter si offriva di aiutarlo a parlare di nuovo.
Li riaprì ma Harry era davvero lì.
- Te l’ho detto, quando riuscirai a dirmi di andarmene lo farò.- gli sorrise con arroganza – Ci vediamo alle tre nel corridoio del terzo piano, troveremo una aula adatta.-
Stavolta fu Harry ad andare via prima che Draco riuscisse a trovare modo di rispondere.
E stavolta il momento di voler rispondere non passò com’era venuto.
In quel momento odiò davvero non poter gridare ad Harry Potter che era un cretino rompicoglioni.
**

Draco era ancora arrabbiato quando arrivò in camera sua prese carta e penna e decise di risolvere questa situazione una volta per tutte.
Qualsiasi problema avesse Potter con il suo mutismo, doveva essere risolto in fretta.
Intinse la punta della piuma e poggiò la punta sul foglio. Mille rispose gli passarono per la testa, colme di una rabbia e un nervosissimo che non provava da tanto. Il cuore gli batteva così forte nel petto che Draco non riusciva a ragionare lucidamente.
Potter gli mandava il sangue al cervello.
Ciò era pericoloso. Era riuscito a sopravvivere finora senza problemi perché nessuno si interessava o si era accorto della sua condizione, se altri fossero venuti a saperlo…
Sarebbero ripresi gli insulti.
Le sue dita tremarono prima di scrivere il messaggio: Potter non è un problema tuo. Lasciami in pace.
Non esprimeva a pieno quello che voleva dirgli, la voglia di esprimere ciò che sentiva dentro era un insidia allettante, non perché si fidasse di Potter, ma perché avrebbe mentito nel dire che non voleva affrontare la sua situazione.
Che non voleva urlare a tutti ciò che provava.
Ma era vero ciò che aveva scritto: non era un problema di Harry Potter.
Lui aveva una vita felice da vivere e non doveva impegnarsi a risolvere problemi di un ragazzo con cui, talaltro, non era mai scorso buon sangue.
Il biglietto prese il volo con la civetta, ma Draco non si sentiva tranquillo.
Nel suo petto ribolliva ancora il nervosismo della situazione, la rabbia nel non potersi esprimere, la rabbia di vedere la pietà negli occhi di Harry Potter.
Quest’ultima cosa era più difficile da digerire del resto.
**
Quella notte dormì poco, non era più abituato a sentire quella scarica d’adrenalina che gli dava la rabbia, il suo corpo doveva ancora smaltirla.
Scese a fare colazione, mangiò come non mangiava da tempo, con un gusto nuovo.
Quando Harry Potter entrò in sala una nuova scarica di adrenalina lo attraversò e il cuore iniziò a palpitargli, ma si impose di calmarsi, di non incrociare il suo sguardo. Lo ignorò, trovando fastidioso il fatto che fosse difficile ignorarlo.
Per fortuna Harry Potter non si avvicinò, non gli parlò, non tentò di attirare la sua attenzione.
Quindi era così? Era bastato così poco per farlo arrendere?
Draco Malfoy odiò sentire una punta di delusione a quel pensiero.
Strinse le dita alla cinghie della borsa mentre entrava in biblioteca l’unico posto che era silenzioso quanto lui e dove non parlare non era così sbagliato.
Si sedette a quello che era diventato il suo solito posto, vicino la finestra dove un rassicurante raggio di sole spuntata come se fosse mirato. Aprì il libro che aveva dietro e iniziò a leggere.
Leggeva spesso, ultimamente. Aveva scoperto un amore per la lettura superata solo da Hermione Granger. Forse in qualche anno sarebbe riuscita ad eguagliarla, chissà.
Aveva tutto il tempo del mondo, del resto.
Si immerse così tanto nella lettura che la sua mente tornò in quel rassicurante abisso, in cui esisteva solo la storia, e l’unica voce che gli era rimasta.
Si accorse che c’era lui, solo quanto sentì le sue dita sfiorare una ciocca che gli cadeva sul viso.
Sobbalzò così platealmente che Harry fece un sorriso divertito.
- Non volevo disturbarti.-
Draco sbatté le palpebre tre volte, ancora confuso dal brusco ritorno alla realtà, e schiuse le labbra pronto a chiedere: da quando sei qui?
Harry intuì la domanda – Dieci minuti.-
Draco aggrottò le sopracciglia, costernato e l’altro si difese con un alzata di spalle – Eri così concentrato che non ti sei nemmeno accorto che ero arrivato. Deve essere un bel libro.-
Draco abbassò gli occhi sul libro, poi su Harry. Annuì, non sapendo cos’altro poter fare per ribatte.
- Ti andrebbe di leggermelo?- fece allora Harry con una smorfia sul viso che sembrava un sorriso. Era uno strano sorriso, però, un po’ divertito, un po’ triste.
Allora non aveva smesso di insistere? Draco sostenne lo sguardo di Harry con attenzione tentando di testare la realtà.
Ma lì, soli, in quella biblioteca, cullati dal tepore di un raggio di sole sembrava quasi che loro due fossero vicini.
Draco odiò sentirsi sollevato dal pensiero che Harry Potter voleva aiutarlo ancora, ma non riusciva a fidarsi.
C’era un pensiero che aveva fatto radici nella profondità del suo animo, un pensiero che tormentava i suoi sogni, che distruggeva ogni speranza di poter tornare ad essere una persona normale: a che scopo?
In tutti quei mesi, Harry Potter, la persona che meno si sarebbe dovuta interessare a lui, era stato l’unico ad essersi accorto di come stava. L’unico.
Draco poteva veramente tornare ad esprimersi in un mondo dove non interessava a nessuno che lui esistesse?
Dopo un attimo di tentennamento prese la borsa e vide immediatamente la mano di Harry scattare per fermarlo, ma la ritrasse dopo che vide che non stava andando via; stava prendendo penna, calamaio e pergamena.
Esitò un’ultima volta prima di intingere la punta della piuma e scrivere su un foglio:
Perché vuoi aiutarmi?
Harry si affacciò a leggere, poi alzò gli occhi su di lui. Draco riuscì a sentire il rumore degli ingranaggi che macchinavano una risposta che non fosse né offensiva né ovvia, così Harry si strinse nelle spalle e rispose – Perché sì.-
Draco alzò un sopracciglio che fu piuttosto eloquente. Il sorriso di Harry Potter si accentuò.
- Sì, perfino senza dire una parola potresti prendermi per culo a vita se ti dicessi perché.-
Draco alzò entrambe le sopracciglia. Harry fece un profondo respiro.
- Va bene, ma tieni a bada quelle sopracciglia.-
Ne alzò solo una.
Harry sogghignò, ma non era davvero allegro. Prese dalla tasca qualcosa e la posò sul tavolo.
A Draco mancò il respiro.
D’istinto si toccò la tasca ma, ovviamente non trovò nulla. Ciò che Harry aveva era il biglietto che avrebbe dovuto appendere all’albero di natale. Come faceva ad averlo lui?
Guardò Harry, in silenzio.
- Ti è caduto a lezione.- si difese – Volevo ridartelo, ma...-
Draco si sporse in avanti e lo afferrò con forza, stritolandolo. Harry poggiò una mano sulla sua.
- Da lì mi sono accorto che la sensazione che avevo era vera.- disse – che qualcosa non andava lo sapevo da tempo, ma non potevo certo venire da te e chiederti “ehi Malfoy, non ci siamo mai parlati se non per insultarci, non è che c’è qualcosa che non va?”-
Draco non riuscì ad alzare gli occhi, li teneva fissi sulla mano che stringeva quel maledetto bigliettino.
Una debolezza, una, e proprio Potter doveva trovarla?
L’ironia della situazione gli gravò sulle spalle come un macigno e quando alzò gli occhi sul ragazzo che non sapeva farsi i fatti suoi.
Si sentì di cristallo e l’altro lo percepì.
Ritirò la mano per non far sentire l’altro braccato e aspettò qualche attimo prima di continuare – Malfoy tu non stai bene e se non vuoi che sia io ad aiutarti, lo accetto, ma devi chiedere aiuto a qualcuno. Non c’è nessuno di cui ti fidi?-
No, non c’era. Se ci fosse stato, non sarebbe arrivato a quel punto.
Draco ritrasse il braccio e si chiuse a riccio non volendo più continuare la conversazione e l’altro rispettò la sua decisione.
Dopo qualche secondo, Harry esordì con –Ti aspetto nell’aula abbandonata dei corridoio del terzo piano, se vuoi. Mi trovi lì.-
Non attese una risposta, non serviva.
Andò via così com’era venuto, senza fare rumore.

***


Draco odiò sentire nel profondo di voler andare all’appuntamento. Odiò sentirsi così debole da desiderare di poter parlare.
Ed odiò soprattutto che fosse perché era stato Harry Potter a chiederglielo.
Quello era veramente dura da digerire.
Camminò a zonzo per il secondo piano, arrivò alle scale diverse volte, sempre tornando indietro, la quinta volta salì perfino uno scalino, ma tornò in fretta su i suoi passi.
La settima volta arrivò a metà rampa di scale, e da lì gli sembrava il caso di arrivare perlomeno in cima.
Non appena salì l’ultimo scalino, la scalinata gli scivolò via da sotto i piedi, lascandolo solo al terzo piano senza possibilità di tornare di sotto.
Mentre tentava di pensare a come gettarsi senza rompersi qualcosa, Harry sbucò apparentemente dal nulla.
- Sei in ritardo!-
Draco meditò se era peggiore stare in una stanza da solo con Harry Potter che gli ripeteva l’alfabeto o buttarsi un piano sotto e rompersi sicuramente la gamba.
In fondo la gambe si poteva sistemare in fretta.
- Stai sul serio meditando se è meglio romperti qualcosa che fare pratica con me?-
Draco annuì solennemente.
Harry quasi scoppiò a ridere e partì verso il corridoio per cercare un aula. Si ritrovò a seguirlo automaticamente ma tentò di palesare il suo fastidio con lunghi e profondo sospiri.
Quelli poteva ancora farli.
Harry fece abilmente finta di non notarli e si fermò davanti ad un aula che aveva una porta in mogano scuro e intagli floreali, entrò lì senza indugio e tenne la porta aperta per Draco.
Harry doveva aver sondato il terreno poiché nell’aula c’erano già due banchi spolverati e messi in posizione l’una di fronte all’altro.
Draco alzò un sopracciglio verso di lui che gli sorride con un alzata di spalle.
Lo invitò a sedersi e Draco prese un profondo respiro prima di farlo.
Seduti di fronte all’altro si studiarono come a decidere come proseguire.
Draco notò che Harry aveva i capelli più lunghi di quanto ricordasse, che indossava abiti più casual e che era cresciuto molto dall’ultima volta che si erano confrontati.
Per un attimo, gli parve di essere davanti ad una persona sconosciuta, e Draco si rese conto che in parte era così: non sapeva nulla di ciò che era successo ad Harry dalla fine della guerra. Certo, sapeva se andava a lezione, sapeva che andava sempre d’accordo con Weasley e la Granger, ma tutto il resto, tutto ciò che era stato avido di sapere negli anni in cui era cresciuto nella sua ombra… tutto ormai era un oblio.
Un tempo Harry Potter, e tutto ciò che riusciva a scoprire di lui, riempivano le sue giornate. Invece ora, aveva una persona completamente nuova davanti, di cui non sapeva nulla.
Tornò la tristezza, il senso di isolamento, la paura di non poter recuperare più una parte di lui che per un attimo credeva di aver ritrovato.
Harry sembrò intuire il suo cambio d’umore perché aggrottò le sopracciglia e attenuò la voce per renderla più melodiosa – Stai bene?-
Draco socchiuse gli occhi e guadò in basso.
Avvertì Harry avvicinarsi, trascinare una sedia e sedersi davanti al suo banco.
Lo sentì vicino, più vicino che mai, ma non riuscì ad alzare gli occhi, semplicemente non poteva.
- Ascolta, Malfoy…- iniziò Harry con voce bassa e seria – Non sono qui per prenderti in giro. Io non ho idea del perché tu sia arrivato a questo punto in queste condizioni e mi piacerebbe che riuscissi a spiegarmelo un giorno. Con la tua voce.-
Draco piegò metà labbro, poi tamburellò con le dita sul banco. In attesa.





- Vuoi sapere un segreto?- domandò Harry all’improvviso interrompendo il silenzio che si era creato tra loro.
Draco inghiottì a vuoto ed annuì.
– A me è sempre piaciuta la tua voce.- confessò Harry.
Draco arrossì,non poté farne a meno, ma quella confessione gli offrì l’occasione per riacquistare il controllo di sé e della situazione. Alzò un sopracciglio e fece un timido sorriso sfrontato. Roteò la mano invitandolo a continuare le evidente lusinghe che sarebbero seguite.
Harry non riuscì a nascondere del tutto il sollievo, ma lo stesso alzò gli occhi al cielo – Cioè, ogni volta che la sentiva mi veniva il nervoso perché chissà cosa avresti detto, ma come l’avresti detto, quello è un altro discorso. – arrossì appena – Diciamo che restava impressa.-
Draco s’inumidì le labbra e desiderò davvero poter parlare. Per prenderlo per culo, ma con una bella voce almeno.
- Quindi…- tagliò corto Harry – Direi di iniziare, che ne dici?-
Fu strano annuire come se fosse la cosa più ovvia da fare: acconsentire di fare lezioni giornaliere con Harry Potter, però era così.
Draco all’improvviso si sentì non solo in grado di provare, ma perfino volenteroso. Harry drizzò la schiena.
- Bene, innanzitutto…- prese qualcosa dalla tasca e questa volta fu un ampolle – La medicina per sciogliere le corde volali e ridargli vigore.-
Draco la occhieggiò sospettoso, ma ormai non aveva altra scelta.
Non si prese nemmeno il tempo di odorarla, ma la staccò e la inghiottì.
Il bruciore fu immediato e un grido gli gorgogliò in gola e per la prima volta dopo mesi riuscì a sentire un suono uscire dalla gola.
Harry fece un piccolo saltello di esaltazione – Ha funzionato!-
Draco strinse le labbra e provò a dire qualcosa, per un momento sembrò che il suono si modulasse ma poi si spense n fretta.
Provò ancora, e nuovamente qualcosa non funzionò, e un moto di rabbia lo colse.
- Non puoi aspettarti di riprendere a parlare in un attimo.- mormorò Harry – Nemmeno la magia può arrivare a tanto.-
Draco mise il broncio e l’altro tentò di sorridergli dolcemente – La pozione aiuterà a sveltire il processo, ma devi dare tempo di guarire e devi allenarlo. Iniziamo con le vocali?- propose – Ci vorrà tempo, ma si parte sempre con le cose semplici. Prova a dire la A.-
Draco fece un piccolo grugnito di disapprovazione. Gli riuscì bene.
Quindi s’inumidì le labbra, prese un profondo respiro e ci provò.
Ci provò per tutto il pomeriggio.

**

Draco affondò il viso tra le mani e sospirò gravemente. Era appena tornato dalla terza “lezione” di linguaggio con Harry Potter e la sua gola non faceva alcun progresso.
Ogni volta che si preparava a parlare, che sentiva l'aria attraversare la faringe la gola gli si chiudeva e chiudeva la labbra senza che avessero esternato alcun suono.
Non ci riusciva.
Il suo umore peggiorava di giorno in giorno, ogni lezione infruttuosa lo rendeva sempre più nervoso. Nella sua mente si faceva strada sempre di più la possibilità che non fosse semplicemente più capace di parlare.
Cosa c'era che non andava in lui?
Alzò gli occhi e si guardò allo specchio, ripensò all'ultima volta che aveva parlato, ci provò almeno, ma non riusciva proprio a ricordarla.
Ricordava quasi perfettamente com'era sentire la propria voce graffiargli la gola, modularsi, diventare bassa, sprezzante. Ma era solo un ricordo.
La verità è che Draco Malfoy sapeva che la sua gola stava benissimo, non era quella ad essere difettosa, non più almeno.
Era lui.
Era solo lui il problema.
Il quarto giorno si trascinò a lezione, riperse la sua mente nei libri, nelle passeggiate solitarie, nell’inquietudine dell'indifferenza. Tornò nella sua casa, si sedette nel letto con le tende chiuse e restò lì, con il mondo chiuso fuori.
Con le tende tirate, con una raffigurazione in un mondo dove esisteva solo lui, Draco si sentiva un po' più tranquillo.
Perché l'unico abitante di quel suo piccolo mondo non aveva bisogno di parole. Le parole erano sopravvalutate.
Quando si riscosse dalla sua solitudine era ormai sera, Draco si trascinò a cena con le gambe molli e la stanchezza che gli ottenebrava la mente.
Si accorse di Harry solo quando se lo trovò davanti con gli occhi pieni di rabbia.
- Non sei venuto a lezione oggi.-
Draco sbatté le palpebre tre volte prima di rendersi conto di cosa Harry avesse detto. Si rese conto di essersene dimenticato in quell'istante.
Spalancò gli occhi e schiuse le labbra, pronto a scusarsi, e nuovamente si sentì agguantato dall'inevitabilità del suo silenzio.
Abbassò gli occhi.
Vide le braccia di Harry incrociarsi – Io ce la sto mettendo tutta, Malfoy, ma è evidente che a te non interessa risolvere questa cosa.-
Non era vero... e allo stesso tempo era vero.
Draco si passò nervosamente una mano tra i capelli, poi scollò le spalle. Harry percepì la sua indifferenza che voleva palesare.
- Scusa il gioco di parole, Malfoy, ma davvero non hai nulla da dire?-
Quella frase colpì il serpeverde dritto nel petto.
Alzò gli occhi su di Harry in una muta risposta e Harry fu stranamente in grado di percepirla.
Nonostante l’intenzione di restare fermo nella sua rabbia, Draco percepì il suo cambio d'umore, forse fu il leggero rilassarsi delle spalle o il fatto che doveva sforzarsi di tenere le sopracciglia aggrottate.
In ogni caso quando tornò a parlare la voce di Harry era più docile – Non mancare domani.- disse, prima di girare i tacchi e andare via.
Draco soppesò la possibilità di non andarci per il puro gusto di non accettare ordini.

**

Si precipitò nella stanza per evitare di rifletterci più del necessario. Harry era già dentro e alzò gli occhi su di lui con un sorriso simil divertito sul volto.
- Bravo bimbo.- disse.
Draco alzò gli occhi al cielo, attraversò la stanza e si sedette alla sedia di fronte a quella di Harry.
I due si studiarono per un po' prima di Draco alzasse un sopracciglio in una domanda abbastanza palese: allora?
Harry tirò le labbra in un sorriso divertito – Ci ho riflettuto. Forse il motivo del perché non riesci a dire nulla è perché non hai nulla da dire.-
Draco abbassò il sopracciglio solo per rialzarlo più in altro possibile: prego?!
Harry scrollò le spalle – Avrei dovuto aspettarmelo che ti sarebbe stato difficile andare per gradi, non sei esattamente un tipo paziente.-
Daco si fece avanti e si indicò: chi? Io?
- Proprio tu.-
Draco fece scoccare la lingua e scrollò le spalle, così Harry drizzò la schiena- Come prima cosa, dobbiamo creare un bisogno.-
Occhiata. - Un bisogno fisico.- spiegò Harry – Tipo se hai sete, dovrai chiedere acqua.-
Draco scrollò le spalle e affondò la mano nella borsa cacciando una borraccia e sogghignò, Harry rispose alla sua smorfia.
- Dammi la tua borsa.-
Draco spalancò gli occhi.
- Malfoy, dammi la borsa.-
Draco fu sul punto di ringhiare.
Harry piegò la testa di lato – Prometto che te la ridò, voglio solo provare se funziona. Non sbircerò cosa c'è dentro, né mi interessa.-
Per un lungo attimo Draco esitò, ma afferrò la cinta e se la tirò via dal collo poco convinto. La consegnò ad Harry come se gli stesse consegnando una bomba.
Harry annuì e la mise di lato, poi afferrò la sua borsa ci infilò dentro il muso. Quando ne uscì stringeva tra le mani un qualcosa che fece scorrere un brivido lungo la schiena di Draco.
- Sì, è una corda.- ammise Harry, tentando invano di sembrare rassicurante – Diciamo che la mia idea è veramente una terapia d'urto. Non potrai alzarti a prendere da bere, dovrai per forza chiedermelo.-
Draco collegò i due neuroni del cervello è capì le intenzioni di Harry, si alzò pronto a raccogliere baracca e burattini e precipitarsi fuori.
Harry si alzò subito, ad impedirgli di farlo – Fai una prova.- insistette – Non posso costringerti la devi darmi modo di provarci. Prometto che non ti farò male!-
Draco lo fulminò, Harry sospirò gravemente – vuoi almeno provarci? Se non funziona, ci rinuncio, promesso.-
Draco alzò una mano, minacciosamente, le labbra contrite e gli occhi furenti.
Ma non osò dire nulla, non poteva.
Prese un profondo respiro e gli lanciò un'occhiata minacciosa e ammonitrice prima di tendere i polsi verso di lui.

Mentre si faceva legare alla sedia Draco pensò che, se avesse potuto parlare, gliene avrebbe dette di tutti i colori.
Ad onor del vero ci provò, sarebbe bastato questo a spronarlo?
La sedia era proprio davanti l’enorme caminetto che riscaldava la stanza in disuso. Immaginava Harry l’aveva messo lì appositamente per fargli patire il caldo e spingerlo a chiedere l’acqua.
Una volta legato bene Draco provò d’istinto a muoversi, ma scoprì che Harry era insolitamente bravo a fare nodi.
In un'altra situazione la cosa sarebbe perfino risultata… interessante.
Un’ombra gli scavò nel petto all’improvviso. Insidiosa e infida. Non riuscì a decifrarla perché non se ne dette pena.
Il suo mondo era troppo complicato per provare altro oltre quell’immensa solitudine.
La rabbia era un’ottima alternativa.
Prese un profondo respiro respingendo quella sensazione nelle profondità della sua anima e alzò gli occhi su Harry che se ne stava seduto su una sedia girata al contrario così da tenere le braccia sullo schienale.
- Quando vuoi.- disse e lo fissò, in attesa.
Draco alzò un sopracciglio come ad ammonirlo di avere troppe aspettative. Harry si rabbuiò.
- Così non aiuti.-
Le alzò entrambe, in domanda. Harry assottigliò gli occhi, meditabondo.
Si mosse così all’improvviso che Draco ebbe appena il tempo di rendersi conto.
Si era ritrovato le dita di Harry che gli premevano qualcosa sulla fronte con aria intensa.
Schiuse le labbra per domandarlo, ma riuscì solo a mimare il movimento.
Harry sogghignò divertito drizzando la schiena e ammirando il risultato.
Draco provò ad aggrottare le sopracciglia ma un enorme pezzo di carta adesiva glielo impediva.
Gli aveva incollato le sopracciglia.
Spalancò gli occhi e fece qualcosa simile ad un gemito, troppo flebile per essere un suono, ma gli occhi di Harry brillarono d’orgoglio.
- Bene, funziona.-
Draco lo fulminò con quello che restava delle sue palpebre, provò a tirare calci all’aria in un chiaro senso di maledirlo.
Harry rise e si risedette sulla sedia – E ora, continua.-
Continua a fare cosa, esattamente? Pensò Draco irritato. Ad essere il tuo caso umano? Il tuo zimbello? Il tuo bambolotto da legare?
Serrò le labbra, per mero capriccio decidendo che non era così che voleva parlare che non voleva assolutamente dargliela vinta.
Restarono in silenzio, a guardarsi. Un po’ per mantenere il punto, anche se continuare a dimostrare un pizzico di dignità era quasi impossibile con un cerotto che gli costeggiava la fronte.
Il tempo passò lento e inesorabile e Harry iniziò a spazientirsi. Era un Grifondoro del resto, non era nella loro natura stare fermi, di sicuro Draco possedeva la pazienza innata di chi pianificava e sapeva aspettare le occasioni giuste.
Stare fermo ad aspettare, non era affatto da Harry Potter.
Due ore dopo, Draco alzò entrambe le sopracciglia così che il suo monociglio artificiale esprimesse almeno un grammo delle sue solite espressioni.
Con la mascella stretta, Harry si alzò, arrendendosi. Prese la bacchetta e con un gesto veloce e un incantesimo sussurrato, corde e cerotto scomparvero.
Draco corse a controllarsi il viso; se quell’orrendo ornamento gli aveva rovinato le sue ciglia perfetto gliel’avrebbe fatta pagare cara.
Oh.
Fu strano, pensare a sé stesso come un tempo.
Si alzò, improvvisamente a disagio, come fosse improvvisamente vulnerabile, si massaggiò i polsi, pensieroso.
- … beh è stato un tentativo.- disse Harry sconfitto – Magari domani potrei provare a parlare senza sosta fino a che non ti verrà voglia di mandarmi al diavolo.-
Gli aveva messo del nastro adesivo sulla faccia. Se non l’aveva fatto imprecare quello, Draco sospettava che un po’ di chiacchiere senza senso non avrebbero potuto aiutare molto.
Ma Harry era meditabondo. Le sue spalle erano chine, gli occhi distanti, Draco odiò vederlo così, e soprattutto odiò vederlo così… per colpa sua.
Non fare così… - …P-Potter.-
La gola gli si chiude immediatamente, non più abituata a sentire l’aria che si modulava dentro di sé, quasi spaventata da quel movimento involontario.
Gli occhi del Grifondoro si puntarono su di lui, densi come miele, lo incatenarono in uno sguardo che gli impedì di ricordarsi come respirare.
- Hai appena…-
Draco riuscì ad avvertire le due guance andare a fuoco. Distolse lo sguardo e prese la sua borsa. Scrollò le spalle.
- Puoi… farlo ancora?-
Stringendo le cinghie della borsa, Draco strinse le labbra. Il peso nel petto triplicò all’improvviso.
Ma ci provò, apri le bocca per poter dire qualcosa, qualcosa di semplice.
Ma non ci riuscì.
Frustrato, scosse la testa e si avviò verso la porta.
Harry lo chiamò, quasi lo rincorse, ma Draco voleva solo andare via.

**

Gli occhi di Harry lo studiarono tutta la giornata, il ché fu terribilmente imbarazzante.
Allo stesso tempo però dovette ammettere silenziosamente che era… importante.
Non parlare non era stato un problema fino a quel momento perché non c’era stato nessuno che voleva sentire la sua voce, che si interessasse a lui.
E ora, incredibilmente, a farlo era colui che era stato la sua spina nel fianco per anni, a cui aveva reso la vita difficile in più di un occasione, che gli aveva perfino squarciato il petto a dirla tutta…
Draco s’inumidì le labbra, tentando di non ridere.
- Cosa trovi di così divertente?- sentì Nott chiedergli accanto a lui. Draco si sentì gelare.
La gola si serrò all’istante, affaticandogli il respiro. Il cuore iniziò a battere così forte che Draco sentiva solo il sue sangue scivolare nelle vene.
Poteva farcela.
Doveva.
Prese un profondo respiro e disse, piano – Niente.-
… pessimo. Era appena un sussurro rauco, il petto sembrava di pietra tanto faticava a respirare, ma fu efficace.
Nott scrollò le spalle e tornò a mangiare e Draco cercò lo sguardo del suo assurdo professore improvvisato che scoprì a fissarlo con una luce strana negli occhi.
Poi Harry tirò le labbra in un sorriso di trionfo e Draco sentì il proprio cuore perdere un battito.
Era davvero patetico ad essere così felice per una sola parola.
E … perché Harry Potter fosse orgoglioso di lui.
**

Quando entrò nell’aula Harry saltellò da lui come un cagnolino scodinzolante.
- Ciao!-
E aspettò.
Draco odiò la sua aspettativa, ma tentò di non renderla nulla. Fu stranamente facile ribattere – Ciao.- anche se fu poco più che un sussurro,quasi un grugnito.
Vide le braccia di Harry restare a stento lungo i fianchi, quasi come se morisse dalla voglia di abbracciarlo - Ho visto che oggi sei riuscito a parlare con Nott. Sei riuscito anche con altri? Hai detto altro? Cosa hai detto? –
Draco poggiò le mani sui suoi avambracci e lo inchiodò con un solo sguardo.
Harry iniziò a calmarsi gradualmente – Scusa, è che sono felice.-
Draco tirò le labbra un po’ esasperato – Calma.- disse. E lo fece con voce più alta, un po’ arrochita, ma decisamente chiara.
Vide la luce negli occhi di Harry intensificarsi – Come ti senti?- gli chiese – Ora che puoi parlare vorrei chiederti tante cose.-
Sentì il petto iniziare a pesargli di nuovo. Serrò le labbra, tentando di respirare piano.
Lo odiò, odiò sentirsi… così.
-Sto…- iniziò ma gli mancò l’aria, chiuse le labbra. Prese un respiro, poi finì – Bene.-
La luce negli occhi di Harry si acquietò gradualmente. Era ancora felice, era ancora scodinzolante, ma iniziava ad essere una felicità cauta.
Perché era così felice? Arrivò a domandarsi Draco mentre Harry annuiva e apriva la sua borsa per chissà quale altro piano malvagio si era inventato per continuare quelle lezioni.
- No corde.- si ritrovò a ribattere Draco immediatamente. Due parole… era un progresso.
Harry fece un mezzo sorriso prima di annuire – No corde.- ripeté. Poi tirò fuori dalla borsa un libro.
- So che ti piace, non sarà difficile leggerlo. Vorrei che me lo leggessi.-
Draco fissò prima il libro, poi lui. La prima domanda che gli balenò nel cervello fu come facesse a sapere che quello era il suo libro preferito.
Lo prese con una sorta di timore reverenziale. Quante volte, nel suo silenzio, aveva sfogliato quelle pagine? Quante volte quelle ambientazioni gli erano state di conforto? Quante volte i suoi personaggi erano diventati suoi amici, prima che l’ultima pagina arrivasse e lo lasciassero solo nel suo mutismo?
- Okay.- disse Draco.
Harry si sedette su un banco e Draco si sedette a quello davanti con un espressione pensosa. Alzò gli occhi sull’altro.
Vuoi davvero stare lì a fissarmi tutto il tempo?
Draco inghiottì a vuoto - … vuoi… da-davvero…-
No. Non sarebbe riuscito a dirlo. Avvertì la frustrazione dilatarsi dentro di lui.
Preferì aprire il libro e iniziare a leggerlo, piano, parola per parola, respirando profondamente quando diventava impossibile anche solo pensare di parlare.
Spesso restava in silenzio per lunghi minuti, temendo che Harry dicesse qualcosa per esortarlo, temendo che non aspettasse che si sentisse pronto a continuare.
Qualche volta, leggere fu talmente frustrante che rischio che lacrime di rabbia gli rigassero il viso. Ma quel turbinio di emozioni restavano dentro di lui, silenziose quanto lo erano il padrone.
Agli occhi di Harry c’era solo un ragazzo che faticava a leggere.
- Va bene così.- disse, dopo quelle che parvero ore.
Draco, rosso in viso per l’imbarazzo e lo sforzo, chiuse il libro e la sua mente odiò esser rinchiusa nella sua stessa pelle. Glielo allungò, senza guardarlo in faccia.
Harry lo prese e sussurrò – Domani continuiamo da dove ti sei interrotto oggi. Sei stato bravissimo.-
Era stato un disastro, nemmeno un bambino delle elementari aveva così difficoltà a leggere, ma gli fece un sorriso veloce e si mise la borsa in spalla.
- Ciao.- mormorò, prima di prendere la porta e andare via.

**

Per una settimana Harry gli mise quel libro davanti e glielo fece leggere. In una settimana riuscirono a leggere solo 4 pagine.
Ogni volta che ne vedeva la copertina ormai Draco provava un forte senso di repulsione. Quelle atmosfere che lo avevano accompagnato per mesi mentre cercava un sollievo alla sua disperazione, ora lo rendevano solo nervoso e frustrato.
Così, un giorno, Harry si presentò senza il libro e una nuova, folle idea.
- Beviamoci su!- esclamò, sornione.
Draco alzò un sopracciglio.
Di tutta risposta, Harry accentuò il sorriso mentre tirava fuori dalla borsa quella che sembrava una bottiglia di qualcosa che non avrebbe dovuto essere tra le mura di una scuola in cui la quasi totalità delle persone che la frequentavano non erano che minorenni.
Draco spalancò gli occhi e schiuse le labbra, poi la indicò.
- Ho pensato che meriti un premio per esserti sforzato tanto. – Aprì il tappo e un forte odore di liquore invase l’aria – Meriti di rilassarti un po’.-
Il serpeverde non era troppo convinto della cosa, scosse la testa ma lo invitò a proseguire se ci teneva tanto. Cosa che fece sbuffare Harry.
- Mi lascerai bere da solo?-
Draco annuì.
- Cos’è sei astemio?-
- Intelligente.- rispose Draco con un filo di voce.
Harry sbuffò e si sedette su una sedia e poggiò la bottiglia accanto a lui – Ormai l’ho aperta, e dovrò berlo. Se mi lascerai berlo da solo… potrei stare molto male. Tu non vuoi che io stia male, no?-
Bastò un sopracciglio alzato.
Harry mise il broncio – Un giorno te le raso.- minacciò.
Draco ridacchiò e fu strano sentire i muscoli fare quella semplice azione; sentire il petto sobbalzare, la gola quasi vibrare. Fu strano, ma per la prima volta non gli fu estraneo.
Gli parve naturale, ridere… con lui.
Draco era stato infelice per così tanto tempo che non sapeva più che sapore avesse la felicità, ed ecco lì un piccolo, debole assaggio.
Harry si sistemò gli occhiali e lo invitò nuovamente a bere e questa volta Draco alzò gli occhi al cielo prima di afferrare la bottiglia e berne un sorso. Il primo.
Poi gliela passò.

Quando la bottiglia finì, provò ad appoggiarla sul tavolo ma calcolò male la forza…. O la distanza… o l’esistenza stessa del tavolo.
Non lo sapeva.
Era tutto un po’ confuso in quel momento.
Sapeva solo che era un po’ euforico, che il mondo non voleva stare fermo e che Harry non la smetteva di fargli domande. Domande molto stupide.
Cosa gli sarebbe servito a fare di sapere il suo colore preferito? O l’autore di libri? O la materia? O qual’era la prima cosa che ricordava della sua infanzia? O che aveva mangiato a pranzo?
Draco provò a chinarsi per prendere i vetri rotti della bottiglia, ma Harry si precipitò a farlo per lui.
A differenza delle dita del serpeverde, quelle di Harry riuscivano ad afferrare gli oggetti e così li raccolse in un attimo.
Poi li fece svanire, biascicando un incantesimo.
Draco restò affascinato dal muoversi delle sue labbra, dal suono che ne era uscito, dal movimento che avevano fatto. Tese le dita e le premette sul lato della sua bocca.
Provò a mimarle, anche se non ricordava nemmeno l’incantesimo tanto era ubriaco provò a mimare il movimento come se volesse memorizzarlo, ricordare com’era pronunciarlo.
Harry disse – Malfoy?- e quel suono gli sembrò improvvisamente sbagliato.
Tutto gli sembrò… sbagliato.
Lui… era sbagliato.
La sua gola non aveva nulla che non andava, il mondo non aveva nulla che non andava.
Era colpa sua, era sempre stata colpa sua.
L’aveva sempre saputo ma fu come se avesse sotterrato dentro di sé questa elementare verità per proteggersi dal semplice fatto che Draco non stava bene.
Draco non stava bene.
Non.stava.bene.
All’improvviso l’atmosfera divenne irrespirabile. Come se tutto l’ossigeno della stanza fosse svanito. Era così irrespirabile che non riusciva nemmeno a prendere una semplice boccata d’aria.
Draco era bloccato nella sensazione di quando ci si butta nell’aria gelida. Congelato in quel momento.
Il mondo, era improvvisamene più spaventoso di prima, terrificante.
Ma la cosa che lo paralizzò dalla paura fu rendersi conto che lui non ne faceva più parte.
Sono ancora vivo? Si era chiesto con le dita tremanti mentre scriveva quel biglietto.
All’improvviso la risposta era no.
All’improvviso tutto era desolante, inutile e perduto.
Scoppiò a piangere. Iniziò a piangere così forte da urlare, così forte che i polmoni gli facevano male.
Odiò essere vivo, quando era ormai morto dentro. Odiò che Harry tentasse di aiutare un caso tanto disperato.
Era tutto inutile.
Non aveva alcuna speranza.
Tanto valeva…
Sentì le dita di Harry scivolare nel suo pugno e stringerlo, poi un fazzoletto di stoffa tamponargli le guancie.
Quei semplici gesti fecero concentrare il serpeverde su qualcosa che non fosse il suo dolore e pian piano iniziò a respirare meglio, a calmarsi.
Aprì gli occhi e si specchiò sulle lenti dell’altro prima che nei suoi occhi.
Odiava quegli occhiali.
Draco non riusciva a smettere di piangere, ma almeno le urla erano cessate.
Respirava a fatica per i singhiozzi.
Harry tamponò pazientemente tutto il suo viso. Gli pulì perfino il naso, cosa che portò quasi l’altro a ridere istericamente. Quasi.
Il mondo era ancora sottosopra in quel momento, e il piangere non lo aveva aiutato. Si sentiva ovattato, confuso, perduto.
Ma il calore della mano di Harry e la gentilezza di quel fazzoletto erano lì.
E i suoi occhi erano lì.
E la sua bocca… era lì.
Pensò di baciarlo. Fu un pensiero così forte da sembrare inevitabile, come se ora che l’aveva pensato aveva sottoscritto un contratto con sé stesso e dovesse rispettarlo. Ma ebbe paura e si fermò a metà strada.
Ci pensò Harry a raggiungerlo.
Non fu che un tocco, Draco si ritrasse un poco più confuso che mai ma quando Harry premette ancora le labbra sulle sue stavolta lo lasciò fare.
Aveva dimenticato anche come baciare, così si prese del tempo per far pratica.
Rispose ai movimenti dell’altro meccanicamente finché non si rese conto di sapere benissimo come si faceva… e che lo stava già facendo.
Si aggrappò a lui, l’unica cosa che in quella stanza non sembrasse nel bel mezzo di un tornado, e continuò a baciarlo finché non sentì la bocca fare male.
E anche dopo. Davvero, non era importante.
Tutto ciò che voleva ora, era continuare a baciarlo.

**

Risvegliarsi, fu come uscire da una centrifuga. La nausea fu la sua prima nemica, lo colse di petto così tanto che dovesse mettersi a sedere per non vomitare.
La luce fu la seconda. Si poggiò le mani sugli occhi e mugugnò dolorosamente.
- Maledette tende!-
Dopo un attimo sentì dei passi avvicinarsi alla finestra e poi le tende scivolare fino a chiudersi. Quando furono ermeticamente sigillate cacciò il viso dal comodo nascondiglio. Ci mise qualche attimo per fare mente locale.
- … mai più.- farfugliò.
I passi tornarono verso di lui e Harry apparve nel suo campo visivo con un sorriso paziente e una mano tesa.
- Promesso.- soffiò a bassa voce. Evidentemente sapeva che anche quel sussurro avrebbe tormentato la testa del suo povero caso umano.
Draco afferrò la sua mano e si mise in piedi, poi aspettò qualche attimo che lo stomaco si acquietasse prima di aprire di nuovo gli occhi.
- Ti odio.- disse.
- Esagerato.- disse Harry – Come ti senti?-
- Schifo.- confermò ancora Draco, gli lanciò un’occhiata solo per fulminarlo per bene poi continuo – Non ti darò più ret…- come se la sua gola avesse perso resistenza all’improvviso, la voce si abbassò fino a scomparire.
I due si guardarono, il primo di nuovo consapevole dei suoi problemi, il secondo con gli occhi lucenti di un certo orgoglio.
- Vedi che se non ci pensi ti riesce meglio?-
Ma non ci stava pensando e la sua voce era svanita lo stesso.
- Vedrai andrà sempre meglio.- insistette Harry poggiando una mano sulla sua spalla, il pollice gli accarezzò per un secondo la clavicola e Draco si rese conto che quel gesto era intimo, ma con ancor più inquietudine si rese conto di quanto fosse… normale.
D’un tratto, ebbe la percezione di ricordare un sogno. Non gli avvenimenti, quelli erano fumosi e lontani, ma la sensazione di quello che aveva provato.
Quel gesto, quel tocco, gli fecero venire nostalgia di un contatto che non era mai esistito.
- Stai bene?- sussurrò Harry e Draco annuì, con la mente confusa.
Poi si prepararono per tornare alla civiltà.
Harry aveva uno strano sguardo mentre Draco finiva di mettersi il mantello e la borsa, uno sguardo che lo faceva sentire stordito.
Lo aveva sempre fissato così?
Beh… forse. Era l’unico che si fosse accorto delle sue condizioni.
Ma ora che ne era consapevole la cosa lo confondeva.
- Ci vediamo allo stesso posto, stessa ora?- fece ancora Harry prima di aprire la porta.
- No alcool.- disse Draco, lapidario.
- No alcool.- promise l’altro, con un sorriso.
Pure quel sorriso oggi pareva nuovo.
Mentre Draco usciva dall’aula e prima che le loro strade si dividessero, si sentiva come se ci fosse un’aria nuova tra loro, qualcosa di invisibile ma che aveva una consistenza, un odore ed un sapore.
Riuscì quasi a scorgerla mentre lo salutava prima di andare via: era calore.

***

Il mondo sembrava meno ostile.
Non era cambiato nulla in verità, c’erano le stesse persone, gli stessi atteggiamenti, le stesse conversazioni e lo stesso silenzio.
Ma qualcosa era cambiato.
Draco camminava per i corridoi e sentiva il suono dei suoi stessi passi, sentiva la massa del suo corpo strusciare sui vestiti, sentiva il suono del suo respiro…
Non era più invisibile… esisteva.
Ma era solo una sensazione, la sua voce non era ancora del tutto tornata, parlare con la paura che la gente si rendesse conto dei suoi trascorsi lo terrorizzava, il mondo era ancora freddo, ostile e nessuno lo considerava, tuttavia era più vicino. Sentiva come se avesse potuto toccare quel mondo che gli vorticava attorno solo tendendo la mano.
Vide Harry Potter dall’altra parte della Sala grande, seduto tra i suoi due amici, mangiare, ridere e scherzare, si riscoprì a non riuscire ad allontanare gli occhi dalla sua figura, come se quel nuovo, più vicino mondo, fosse attratto interamente dalla sua figura.
Se avesse teso la mano per toccare il mondo attorno a lui, Harry Potter sarebbe stato la cosa che avrebbe voluto raggiungere.
- Stai fissando Potter. Credevo che la vostra rivalità fosse passata.-
Ci mise qualche secondo a rendersi conto che parlava con lui, lasciò che uno sguardo pensoso accarezzasse la figura di Theodore Nott, con sufficienza, in attesa di racimolare la forza di parlare.
- Abitudine.- disse e, seppure a bassa voce, almeno non fu un pigolio inconsistente.
- Un po’ mi manca la vostra rivalità.- insistette Theodore affondando il cucchiaio nel budino – Rendeva la giornata meno pallosa.-
- Se vuoi lo…- la voce gli si abbassò, prese un sorso d’acqua per dissimulare la cosa – vado a picchiare.-
- Sarebbe fantastico!- intervenne Blaise Zabini un po’ più in là – Io scommetto su Potter, però.-
- Ehi!- esclamò Draco, e fu sorpreso di sentire la propria voce un po’ più alta.
- Scusa!- fece un sorriso angelico Zabini – E’ che almeno lui fa ancora un po’ di sport. Da quanto non sali sulla scopa?-
Draco arrossì, non solo per l’insinuazione, ma perché c’era una sorta di allegria nell’aria e ne era allo stesso tempo timoroso e felice.
- Un po’- disse, poi bevve un altro sorso – Ma lo batterei.-
- A scacchi, di sicuro!- esclamò Blaise e tutti e tre si ritrovarono a ridacchiare.
Fu strano sentire il suono della sua risata.
Alzò gli occhi e, d’istinto, cercò i suoi e quando lo vide fissarlo dall’altra parte della stanza gli saltò il cuore in gola e si sentì di nuovo arrossire.
Un angolo della sua bocca ebbe un piccolo scatto come se cercasse di non sorridergli, e forse era così.
Fu strano, mentre distoglieva lo sguardo, pensare che loro due custodivano il segreto che era diventato l’essere amici. Fu quasi emozionante pensare che tutti erano in un mondo in cui ci sarebbe potuto essere, semplicemente tendendo la mano, Ma che Harry era dall’altra parte con lui e, tutto sommato, il suo mondo con lui non gli dispiaceva affatto.

**

- Oggi ti ho visto ridere con Zabini e Nott.- soffiò Harry, quasi fosse un segreto mentre passava il libro a Draco. Il serpeverde annuì sedendosi sul divanetto creato per l’occasione.
- E’ stato…- esitò per il solo motivo di cercare la parola giusta – naturale.-
Harry stavolta gli sorrise davvero, un sorriso così ampio che sembrò che la stanza fosse leggermente più illuminata.
Arrossì e tentò di mettere a tacere gli strani battiti che gli venivano ormai periodicamente quando Harry sorrideva.
Che diavolo gli stava succedendo?
- Leggi su.-
- Agli ordini!-
Aprì il libro e lesse a mente il paragrafo a cui erano arrivati, poi provò a leggere. A volte la lingua e le labbra non collaboravano nella coordinazione, a volte gli sembrava ancora di fare una corsa nonostante leggesse le singole parole invece che periodi interi, a volte, semplicemente taceva, e andava bene anche così.
Harry non insisteva mai, se ne stava seduto comodamente sul divanetto. Ogni tanto Draco non poteva fare a meno di guardarlo, un po’ perché aveva letto a mente quel libro così tante volte da sapere interi passaggi a memoria, un po’ perché si era ritrovato a non riuscire a smettere di farlo. Non sapeva nemmeno perché.
Poi Harry s’umettò le labbra, un poco sovrappensiero e Draco seppe perché.
E tacque, nella confusione più totale.
- Che c’è?- fece Harry aggrottando le sopracciglia.
Il respiro di Draco si fece più corto, colpa del fatto che il cuore aveva deciso di correre una maratona. Nel girare la pagina si rese conto che la sua mano stava tremando.
- Draco?- soffiò Harry, stavolta più vicino e considerevolmente più preoccupato.
- Sto bene.- mentì, e lo fece con una voce tremante. Si odiò.
- Sicuro? Sei rosso. Ti senti la febbre?- e, come se nulla fosse, gli premette una mano sulla fronte.
L’emozione esplose in lui dolorosamente, come se la sua gabbia toracica non riuscisse più a contenerla.
Si erano baciati. Lui era gentile, era l’unico che l’aveva visto nel suo mondo invisibile, l’unico pronto ad aiutarlo e… si erano baciati.
Si alzò come se il divanetto improvvisamente scottasse e quando Harry scattò sorpreso verso di lui, pronto ad aiutarlo, Draco frappose tra loro il libro.
- Cosa c’è?- domandò, preoccupato.
Draco schiuse le labbra, le immagini del loro bacio, seppur fumose e vaghe, non volevano lasciare i suoi pensieri.
- stai bene? – Harry si avvicinò e Draco si ritrasse ancora – Cos’hai adesso?-
Fu il tono un po’ esasperato che fece sentire il serpeverde colpito in pieno petto. Lanciò un’occhiata a Harry prima di passarsi una mano tra i capelli.
- Niente.- soffiò, cercando di minimizzare.
Non voleva esasperarlo o irritarlo. Essere scossi perché aveva appena ricordato che le loro lingue avevano fatto conoscenza era assolutamente lecito.
Ma negli occhi di Harry c’era una strana e nuova luce.
- Parlami.- insistette e il tono era di nuovo mutato.
- Sto… - mormorò – Bene.-
- Sei scattato come una molla e eviti di guardarmi negli occhi.- insistette Harry – Cosa è successo?-
Draco schiuse le labbra, cercando le parole giuste da dire, pur non aprendosi; Harry non aveva dato alcun segno di ricordarsi dell’accaduto.
- Niente.- insistette poi alzò il libro come a indicarlo – Leggiamo.-
Gli occhi di Harry si chiusero solo un secondo – Puoi, anche solo per una volta, parlarmi? Non importa quanto ci vorrà, potresti anche solo tentare?-
Il gelo si insinuò, come un veleno, nelle vene del biondino che restò inerte a fissare l’altro. Stavolta, la mancanza di parole, non era perché faticava a parlare, semplicemente non capiva cosa prendesse all’altro.
Ma quel silenzio, irritò Harry ancora di più. I suoi occhi, solitamente caldi e pazienti, all’improvviso erano duri e distanti.
Harry fece un profondo respiro – C’è chiaramente qualcosa che non va. Non so cosa sia successo all’improvviso.- tentò, più calmo – Potresti spiegarmelo?-
Draco si strinse nelle spalle, Harry insistette – … a parole.-
Fu un’altra pugnalata in pieno petto.
Aggrottò le sopracciglia, più confuso che mai e questo sembrò irritare di nuovo Harry che strinse i pugni.
- Fai un passo in avanti e due indietro!- lo freddò – Inizio a credere che tu non voglia affatto stare meglio, che anzi ti piaccia stare così!- la sua voce si era indurita parola dopo parola – Decidi che vuoi parlare e per magia accadrà, tutto questo…- indicò il divano doveva avevano passato ore nella faticosa lettura di un libro – Non serve a nulla! La tua voce non ha niente che non vada, sei tu che vuoi credere che sia così!-
La rabbia esplose nel petto di Draco come un uragano. Draco trovò a stento la concentrazione necessaria per afferrare la sua borsa e mettersela addosso seppure con mani malferme.
Sentì Harry ribattere – Dove pensi di andare?- ma non gli dette retta.
All’improvviso, tutto era ingiusto: lui stava bene, nessuno sapeva che aveva problemi, tutti lo ignoravano, avrebbe dovuto farlo anche lui! Perché lo aveva tormentato per aiutarlo? Era tutta colpa sua!
Avrebbe voluto urlargli contro, mandarlo al diavolo, sarebbe stato liberatorio sentire l’aria graffiargli la gola fino a formare un insulto ben assestato, ma quando provò, nulla aveva voluto collaborare con quel suo istinto.
Tutti i suoi sensi erano così sovraccarichi dalla rabbia che non riusciva a concentrarsi per fare assolutamente nulla se non sentirsi inerte e incapace di potersi difendere. E questo lo colpì come un pugno nello stomaco.
Così, la rabbia per ciò che Harry gli aveva vomitato addosso, si era addensata in quella per non avuto la capacità di difendersi.
Draco si avviò verso la porta e Harry gli afferrò il braccio.
- Merlino santo, Draco, perché devi sempre fare così?-
Con rabbia, il serpeverde scansò il braccio e gli lanciò il libro addosso. Poi si fermò e lo guardò, e sperò che la moltitudine di pensieri che gli vorticavano dentro fossero chiari, ma uno travalicava su tutti: non sarebbe mai più venuto lì.
Se era questo che Harry davvero pensava di lui… allora non lo voleva vedere.
Era venuto a patti con la sua pietà, ma non con l’essere giudicato.
Se doveva starsene lì con una persona che credeva il suo malessere solo un mero capriccio, allora non aveva alcun senso essere amici.
Andò via sbattendo la porta e pronto a non guardarsi più indietro.



**


Passarono i giorni. Piovve, nevicò, poi piovve ancora e nevicò ancora.
Un paio di volte Harry aveva provato a parlargli, ma Draco si era ben visto da anche solo affrontare il suo sguardo.
Era sicuro che l’altro aspettasse che questo suo nuovo capriccio passasse prima di essere sicuro di provare nuovamente.
Che senso aveva però? Che gliene fregava? Perché non lo lasciava semplicemente in pace?
Tutto era nato perché non riusciva a farsi i fatti suoi. Tutto.
Perfino un bacio che ogni giorno che passava, sembrava più il ricordo di un sogno…
Le sue difficoltà a dialogare erano ancora evidenti tanto che Draco non aveva alcuno stimolo a tentare di progredire da solo i suoi esercizi.
Si sforzava di dire qualche parola, quando era da solo. Una volta o due era andato in un posto isolato e aveva provato a dire frasi intere.
Una volta aveva perfino urlato. Ma solo una volta. Gli era uscito un urletto così patetico che si era ripromesso che non lo avrebbe fatto mai più.

C’era il sole ma faceva ancora freddo quando la professoressa di Erbologia decise che dovevano fare un po’ di movimento e andare a cercare delle particolare radici magiche nella foresta proibita.
Nessuno degli studenti della sua classe aveva preso il compito alla lettera, tutti passeggiavano tranquillamente per la boscaglia, a chiacchierare in gruppetti, contenti solo di non essere tra le aule tetre di un antico castello.
Draco li seguiva in disparte, le mani tra le tasche per via del freddo.
Odiando vedere tutti felici e chiacchieroni, si avventurò da solo verso una radura che conosceva bene, ci aveva passato i primi anni a cercare materiale per delle pozioni sperimentali.
Stando attento a non perdere di vista il gruppo, si recò verso le radici di un abete centenario ricco di magia residua e raccolse alcune piccole radici che non avrebbero influito sulla sua normale crescita.
Poi lanciò un’occhiata ai gruppetti e scosse la testa.
Tutto sommato, gli andava bene anche così. Era abbastanza ricco da vivere di rendita, sarebbe solo impazzito da solo nel suo maniero. Magari avrebbe comprato degli animali da compagnia, qualche Drago da giardino, una fenice da scrivania. Niente Ippogrifi, meditò, lasciandosi sfuggire un sorriso.
Chi aveva bisogno di quell’idiota di Harry Potter? Lui da solo ci era sempre stato bene, non serviva quell’idiota a fargli credere il contrario!
Ancora una volta, si ritrovava a pensare a lui.
Odiava il suo cuore. Odiava che gli facesse male ogni volta che ci pensava e odiava che si stringesse pensando a Harry Potter.
Chiunque avrebbe potuto giudicarlo, chiunque. Ma il suo giudizio aveva fatto male. Finora lo aveva solo visto come una persona da compatire perché voleva chissà che attenzioni? Aveva mai capito davvero almeno un poco come si sentiva?
Quel non sentirsi più solo, distante e una entità nel mondo, derivavano davvero solo dal fatto che Harry lo credesse un tale sciocco?
Che senso aveva avuto allora aiutarlo? Che senso aveva avuto impegnarsi così tanto?
Strinse la radice con così tante forza da sbiancarsi le mani mentre aspettava che la rabbia e il dolore lo attraversassero prima di affievolirsi.
Nella sua vita, non si era mai sentito così umiliato e triste.
Si alzò e si rese conto che il gruppo si stava allontanando, quindi si affrettò a tornare sui suoi passi.
Accadde all’improvviso. Mentre camminava, doveva aver messo troppo peso sulle sue falciate, su un terreno che era martoriato dai continui cambiamenti climatici.
Sentì la pianta slittare, pensando di star cadendo, tese le braccia in avanti ma le mani non finirono sul terreno.
Si rese conto di essere scivolato lungo una parete solo quando arrivò al suolo e si ritrovò steso a guardare le dense nuvole del cielo.
Fu così immediato e repentino come cambiamento che per un minuto intero restò steso lì a guardare il cielo.
Poi si alzò e cercò qualcosa di rotto, per fortuna a parte qualche piccola contusione stava bene. Ma non la sua bacchetta. La tirò via dalla tasca e vide la parte superiore spezzata in due.
Boccheggiò, senza fiato.
Cazzo.
Si guardò attorno, cercò appigli per risalire, ma la parete franata non era che un ammasso di fanghiglia scivolosa.
Si girò per cercare un'altra parete a cui aggrapparsi per tornare in cima, ma il fosso era un pezzo di terreno franato su se stesso.
Non gli restava altro che…
Prese tutte le sue forze e si aggrappò a qualsiasi emozione. Provò a chiamare aiuto.

Erano andati tutti via.
Non sentiva più alcun chiacchiericcio e nessuno aveva sentito quello che era riuscito a urlare.
Il sole era ormai un ricordo tra le nubi e il freddo si stava facendo sempre più pungente.
Provò disperatamente a elencare le cose che gli restavano da fare, ma non trovava nessuna soluzione.
Così iniziò ad elencare le cose che poteva fare per sopravvivere una notte all’addiaccio. Prima o poi qualcuno si sarebbe accorto che…
Oh.
Un pensiero curo lo avvolse come un fiore carnivoro che aveva catturato la sua preda.
La risposta era no. Probabilmente nessuno se ne sarebbe accorto. Non in tempo.
Draco Malfoy sarebbe morto com’era vissuto: nel silenzio e dimenticato.
Eccolo lì, l’unico erede di un impero di purosangue.
Si sedette per terra e si strinse nei suoi panni, iniziò a tremare sempre di più, mentre il sole calava oltre le montagne.
Nel buio, iniziò a battere i denti. Non aveva i mezzi e le forza per sopravvivere. Con tutta probabilità quella notte sarebbe morto lì, solo, nel fango.
Probabilmente nessuno avrebbe pianto la sua scomparsa.
Nella solitudine e nella paura, immagini di Harry Potter e di quel bacio rubato riaffiorarono come uno schiaffo. D’un tratto non erano più fumose e vaghe, ma gli parve di essere lì, di ricordare ogni più singolo dettaglio.
Aveva pianto, Harry lo aveva consolato...
Era stato lui a desiderare di baciarlo per primo, questo lo ricordava molto bene.
Aveva fatto così male.
Con lui si era sentito accettato, visto. E invece ciò che vedeva Harry era solo… solo…
Le lacrime iniziarono a scorrere lungo le sue guance. Non ebbe nemmeno la voglia di asciugarsele.


**

Aprì gli occhi prima ancora di risvegliarsi davvero.
Nel suo cervello, il fuoco era un bellissimo, caldo, dolce sogno. Ma aveva ancora tanto, tanto freddo. Anche se le coperte erano pesanti e riscaldate sentiva le gambe ancora gelate, sembrava che il ghiaccio si fosse insinuato così tanto dentro di lui da avergli gelato le ossa. Si mosse un poco e si rese conto che gran parte della sua pelle scivolava sotto della stoffa pesante e calda, così si guardò finalmente attorno notando che parte dei suoi vestiti erano appesi davanti un caminetto. Accanto ad esso, vide il profilo di qualcuno che era lì, seduto, con gli occhi fissi e crucciati verso le fiamme.
- …Harry?-
La sua voce era uscita con una naturalezza disarmante, la voglia di attirare l’attenzione dell’altro, di essere guardato, avrebbe potuto farlo urlare.
Per fortuna, bastò quel piccolo richiamo a far sì che gli occhi smeraldo dell’altro si spostassero su di lui.
Stava sognando?
Harry scattò in piedi e si precipitò al suo capezzale, posò le mani calde sul suo collo per saggiare la sua temperatura.
- Come stai? Hai ancora freddo?-
Sì, ma le mani calde di Harry erano gentili e non sembravano più odiarlo e…
E gli era mancato.
- Sì.- soffiò desiderando che quel contatto durasse più possibile.
Gli occhi di Harry erano velati di preoccupazione nonostante il sollievo – Aggiungo un’altra coperta.-
- No.-
- Aggiungo dell’altra legna?-
Draco si mosse a fatica, ma riuscì a poggiare le mani su quelle di Harry. Il calore della sua pelle era l’unica che davvero gli dava sollievo.
- Resta qui.- disse, e la sua voce fu flebile unicamente per l’emozione.
Harry socchiuse gli occhi e le sue sopracciglia si arcuarono in un modo che non gli aveva mai visto fare. Per la prima volta, erano le sue sopracciglia a essere più loquaci delle sue parole; Harry sembrava sul punto di mettersi a piangere.
Draco si guardò attorno, cercando di capire dove fossero. L’altro sembrò intuire i suoi pensieri – Nella capanna di Hagrid. – rispose – La mia priorità era riscaldarti e non potevo smaterializzarmi dentro il castello. – esitò – Ma ora che sei sveglio, posso andare a chiamare Miss. Poppy e…-
Provò ad alzarsi, ma Draco lo trattenne stringendogli le mani. Quel calore doveva restare lì.
- Ho freddo.- soffiò ancora Draco.
- Come posso aiutarti?-
Nel buio, nella solitudine e nella paura, tutto ciò che voleva era crogiolarsi nel ricordo della loro amicizia. Non importava che Harry non provasse per lui amore, nemmeno se provava giudizio o pietà. I sentimenti di Draco Malfoy erano sinceri.
Lui era profondamente innamorato.
- Le tue mani…- soffiò – Sono calde.-
Harry restò per un lungo attimo immobile, poi gli sorrise e disse solo – un secondo.- prima di allontanare le mani.
Draco lo osservò togliersi le scarpe per poi arrampicarsi sull’enorme letto del semi-gigante che abitava quella catapecchia.
Con suo enorme stupore, il grifone si infilò sotto lo spesso strato di coperte che gli aveva messo addosso.
Il cuore di Draco iniziò a martellare nel petto, regalandogli il sollievo di un calore nuovo che faceva a botte con il gelo che ancora permaneva.
Era quasi sicuro di non sentire più le dita dei suoi piedi.
Harry non batté ciglio, mentre si avvicinava a lui a fatica, vista la difficoltà nello scivolare in un letto di cui il novanta per cento erano coperte di lana. Ma quando gli fu finalmente vicino, si appoggiò con naturalezza all’altro.
Non era un vero abbraccio, non lo stava coccolando, ma le sue mani cercarono nuovamente il suo viso e i piedi caldi ricordarono a Draco che aveva delle dita tutto sommato.
- Meglio?-
- Ho ancora freddo.- replicò Draco, con un sorriso un po’ divertito un po’ esasperato.
Harry aveva la testa appoggiata al suo stesso cuscino e sembrava cercare di calcolare esattamente quanta distanza era ancora considerata socialmente accettabile tra loro.
Erano stati molto più vicini di così. Si erano perfino baciati.
Avrebbe dato ogni suo avere per baciarlo ancora.
Con sua sorpresa, Harry si fece ancora più vicino, annullando totalmente le distanze tra loro. Era così vicino che riusciva a sentire il calore del suo corpo anche se lui aveva i vestiti addosso.
Gli venne quasi da ridere al pensiero che era quasi totalmente nudo con un ragazzo di cui era innamorato e che aveva baciato, e lo era solo perché era quasi morto assiderato.
- Meglio.- disse, e fu sincero. Chiuse gli occhi e si concentrò su tutto il calore che poteva ottenere, come se tendesse la mani in una pioggia torrenziale per raccogliere preziose gocce per dissetarsi.
Dopo un po’, Harry cercò di mettersi più comodo, e per uno strano, complicato movimento, Draco finì senza rendersene conto avvolto in quello che sembrava un delicato abbraccio.
- … mi hai fatto morire di paura.- sussurrò Harry.
Draco aprì gli occhi e si rese conto che il suo viso era pericolosamente vicino, la voglia di baciarlo divenne insopportabile.
- Scusa.-
- Mi dispiace.- continuò ancora il grifondoro – Per… tutto. Non volevo aggredirti così. Avevi paura di me e non sapere perché mi ha reso nervoso.- strinse le labbra – perdonami.-
Harry appoggiò la testa sul cuscino e i suoi occhiali presero una strana piega. D’istinto, Draco alzò le mani per tentare di drizzarglieli.
Ora che le sue dita erano sul suo viso, toccarlo divenne una necessità.
Solo, al freddo, Draco aveva temuto che nessuno si sarebbe accorto della sua assenza. Invece, Harry era andato a cercarlo, lo aveva portato al caldo, lo aveva curato, se ne era preso cura…
Harry Potter lo aveva aiutato a ritrovare la sua voce, e anche se era flebile e tremava, era la sua e c’era una cosa che doveva dire ad ogni costo, lo doveva a se stesso.
- Grazie Harry.- soffiò per poi aggiungere – Ti amo.- e sembrò la cosa più naturale del mondo.
Harry schiuse le labbra sorpreso, mentre le pupille fecero uno strano gioco come se non riuscisse a metterlo a fuoco nonostante l’impegno dell’altro nell’aiutarlo a sistemarsi gli occhiali.
Due attimi dopo, le loro labbra erano di nuovo una cosa sola.
I ricordi del loro primo bacio erano lontani, confusi, come il ricordo di un sogno molto vivido, ma il calore e il sapore delle sue labbra spazzarono via ogni altra cosa.
Il corpo di Draco era ancora provato dal freddo, ma un nuovo prepotente calore si affacciò dentro di lui, pronto a fare a botte i brividi.
Si ricordò presto cosa significava sentirsi elettrizzato da un emozione così intensa, e ben presto si ritrovò a fare conti con una diversa eccitazione, qualcosa che lo costrinse ad interrompere quel lungo bacio per respirare.
Harry sembrò sentirsi colpevole - … scusa, ti sto facendo male?-
Male? Sorrise, scuotendo la testa.
Poi Harry aspettò, forse il permesso. Draco rispose con un sopracciglio alzato, come se lo sfidasse.
Si baciarono ancora e, dopo un altro, lungo bacio, Harry sussurrò – Hai vinto, puoi tenerti le sopracciglia- sulle sue labbra e Draco rise, di cuore, prima di affondare le mani nei suoi capelli e zittirlo.
Ora, parlare non era importante.
Harry, tuttavia, si allontanò d’un tratto come lo strappo di un cerotto.
- Meglio che… vada a chiamare l’infermiera.- disse, con un po’ il fiato corto.
Draco disse solo – No.-
Harry lo guardò, colpevole - … non posso restare, se mi baci così.-
Di tutta risposta, Draco si strinse più vicino, affondo il viso nel suo collo, sfiorò con le labbra la sua clavicola. Lo sentì irrigidirsi, ma non allontanarlo.
- Draco…- soffiò, più disperato che minaccioso.
Così, il serpeverde schiuse le labbra e premette la punta della lingue sulla pelle. Brevemente, all’inizio, poi lo fece ancora, ma con più lingue e su più superficie.
- … così non aiuti.- soffiò.
Draco sorrise, sulle sua pelle arrossata, poi si issò sulla spalla per scivolare vicino al suo orecchio. La sua voce era più sicura, più normale, ma non ancora abbastanza alta da fidarsi che quello che voleva dire fosse udito.
Due frasi. Quattordici lettere.
- Ti amo... e Ti voglio.-
Per una volta, non ci fu altro da aggiungere.
Si amarono per tutta la notte. Draco smise in fretta di sentire freddo, tutto il suo corpo era tormentato dal calore ora, e da Harry che sentiva ovunque, in ogni angolo del suo piccolo mondo. Harry era tutto il suo mondo, almeno mentre si spingeva in lui disperatamente.
Il piacere fu totalizzante.


Tornarono al castello in silenzio. Harry stringeva la sua mano, come se temesse che potesse scivolare in un altro burrone. Nella sua mente dovevano essersi affollati mille pensieri perché i suoi occhi erano cupi e lontani.
Draco si fermò sulla soglia, lasciò la sua mano e Harry si voltò sorpreso.
Bastò uno sguardo per porre la domanda, se c’era qualcosa che nel tempo il grifone aveva imparato era a capirlo, senza bisogno di parlare.
- Certo che ti amo anche io.- soffiò arrossendo leggermente.
- Quando?-
Harry alzò gli occhi su di lui, poi li abbassò – Non lo so.- ammise – Cioè… lo so, ma non ti so dire il momento esatto. Dichiararmi mi sembrava molto stupido visto quello che stavi passando, volevo dirtelo non appena fossi stato meglio, ma ogni volta che miglioravi un poco succedeva qualcosa.- strinse i denti – Ma quando non sei tornato oggi, ho capito quanto sono stato stupido. Rimproveravo te perché non riuscivi a parlare, quando ero il primo che non aveva il fegato di farlo.- lo guardò – Puoi perdonarmi?-
Draco restò in silenzio, amalgamando le sue parole – Forse…- soffiò piano – Non… starò mai… bene.- ammise – Non come…-
- Lo so.-
- E ti… sta bene?-
Harry strinse le labbra – No, non mi sta bene che tu stia male. Mai mi starà bene. Non ti amerei se mi starebbe bene.- lo rimproverò – Ma posso accettarlo.-
Draco annuì, rincuorato, poi alzò una mano e con l’indice si indicò la fronte – Sopracciglia, allora.-
Harry scoppiò a ridere e si avvicinò a lui per rubargli un ultimo bacio infuocato – Sì, sopracciglia.-
Risero, di cuore e senza alcune remora. La sua voce risuonò nella landa desolata che era l’ingresso del castello.
Si presero di nuovo per mano e Draco decise che se Harry voleva di nuovo sentire la sua voce prenderlo in giro tutto sommato glielo doveva.
I suoi problemi non si sarebbero risolti, non con improvvisate corde, non con un libro, non certo con l’amore.
Ma decidere di stare bene sarebbe stato un passo verso quella direzione: avrebbe chiesto aiuto. Gli serviva aiuto.
Harry non aveva i mezzi per aiutarlo davvero ed era stato stupido incaricarlo di quella responsabilità, però lo avrebbe incaricato di prendersi cura di lui mentre faceva di tutto per guarire. Quello sì.
E sospettava, mentre Harry gli faceva la linguaccia all’ennesimo sopracciglio alzato, che lo avrebbe fatto ben volentieri.










macci: (Default)
Titolo: La conoscenza è potere

Cow-t 9, prima settimana, M3.
Prompt: Pelapatate
Numero parole: 1250
Rating: Verde
Fandom: Harry Potter


Da quando vivevano insieme, Harry aveva trovato buffo il modo del suo fidanzato di approcciarsi alle cose nuove. Per Draco, tutto ciò che era normale per un semplice babbano, era come vedere un unicorno rosa che ballava il tip tap e, per la prima settimana, se ne era stato in casa con gli occhi sgranati a chiedergli nel dettaglio ogni singolo oggetto a cosa servisse. I primi tempi era stato paziente e sincero nel descrivere l'utilità di ogni singolo aggeggio, ma quando Draco entrò in salotto una mattina con un pelapatate tra le mani e la sua migliore espressione accigliata chiedendo cosa fosse, Harry Potter non resistette.
- E' una bacchetta magica.- replicò.
Il silenzio calò tra loro finché Draco non esclamò – No, davvero, cos'è?-
Harry se ne stava seduto sulla poltrona, l'aggeggio con le immagini in movimento che raccontava storia di dubbio gusto era acceso e, nel mentre, scorreva le notizie sul giornale. Era una pacifica domenica mattina e quella mattina, grazie alle prestazioni piuttosto magiche del suo compagno, Harry era decisamente di buon umore.
- E' una bacchetta magica. -
- E' piatta sul davanti.-
- E' nuova.- confermò Harry - Me l'hanno mandata per provarla e sponsorizzarla, sai... l'eroe magico, quelle cose lì.-
Draco accentuò la faccia crucciata - E perché era nel cassetto delle stoviglie?-
- Oh, l'avevo lasciata lì?- fece tutto innocente - Ultimamente non so dove ho la testa... sarà l'amore! -
Ed eccolo lì, il sopracciglio. Quel magnifico modo di alzarlo che aveva fatto capitolare Harry Potter quel giorno in cui si era reso conto che tutto sommato Draco aveva un certo non so che. Forse non si voleva male abbastanza per scegliersi come partner uno dei peggiori stronzi dell'universo però non c'era stato finora un solo giorno in cui si fosse annoiato.
- E come funziona?- fece all'improvviso con una voce addolcita.
- Come ogni bacchetta, si punta e si pronuncia l'incantesimo. Come dovrebbe mai funzionare? -
- Ed è piatta davanti perché... -
- All'occasione può scagliare ben due incantesimi in poco tempo. -
- Ed ha delle lame perchè... -
- Perché possa essere anche usata come arma da contatto fisico. Se noti, invece che semplice e fragile legno, è creata con il miglior polimero esistente al mondo. - replicò nuovamente con un sorriso sornione - E' l'innovazione del secolo e l'hanno mandata al tuo adorato partner, non sei contento? -
Draco attraversò la stanza e gliele mise in mano - Mi fai vedere come si fa?- cinguettò, con un nuovo preoccupante sorriso - Voglio vederla in azione. -
Harry osservò l'inerte pelapatate nelle sue mani e poi alzò gli occhi su di lui - E' troppo potente, potrei far saltare la casa. - tentò.
- E io potrei far saltare il sesso da qui all'eternità. - rispose Draco sornione - Forza, prova a trasfigurare quel vaso.-
- No è che...- esitò - E' solo per magie di attacco. Infatti, diventerà una dotazione degli Auror, se passa il brevetto. -
- Puoi puntarlo a quel vaso che ci ha regalato la signora Weasley. Glielo spiego io che è colpa della nuova magica bacchetta! -
Harry s'umettò le labbra - Non dovrei usarlo se non strettamente necessario. -
- Se preferisci, ti attacco. Anche se ora ho avuto la brillante idea di vivere sotto il tuo stesso tetto, sono sempre un Malfoy, nessuno crederà che io lo abbia fatto per sbaglio. -
- Andresti ad Azkaban. -
- Se è per farti provare questo gioiello della magia ne sarà valsa la pena! -
Si perse negli occhi di sfida del suo amato e si rese conto che Draco aveva smesso di crederci qualche invenzione fa, tuttavia non riusciva a smettere di prenderlo in giro. Se c'era anche solo una possibilità minuscola che gli credesse, doveva insistere.
- Provalo tu, se ci tieni tanto. - disse - Se te lo chiedono, io non c'entro nulla. -
- Stai volutamente dando, quella che dichiari un'arma potentissima, in mano a un dichiarato mangiamorte? -
- Hai messo la testa a posto. - fece Harry affondando di nuovo gli occhi nel giornale pur di non sostenere ulteriormente il suo sguardo tagliente - Credo in te. Sai che ti amo. -
- Sì, lo so. - fece Draco e con la coda dell'occhio lo vide scrollare le spalle - Ma se mi stai pigliando per i fondelli, giuro che vedrai il mio culo nell'anno del mai. -
Harry avvertì la minaccia sulla pelle; se c'era una cosa che aveva capito in quei mesi di frequentazione, e poi nelle settimane di convivenza, era che quando Draco Lucius Malfoy si intestardiva, nulla lo distoglieva da quella convinzione. Un esempio eclatante, era stato tormentarlo per anni solo perché non aveva deciso di essere suo amico quel fatidico primo anno.
Ma si stava divertendo troppo. Non poteva proprio rinunciare.
- Prova, su. - insistette.
Draco sembrò soppesare l'intera conversazione così come il peso e consistenza del pelapatate tra le sue mani. Guardò prima lui, poi l'oggetto mistico, poi di nuovo lui e sembrò arrivare a una conclusione.
La conclusione fu puntarla verso di il padrone di casa.
- Quindi se ora colpissi te...-
Harry sentì i sensi di ragno iniziare a trillare - ... cosa vuoi fare? -
- Un piccolo incantesimo di attacco. Ho ancora da vendicarmi per aver tentato di conquistare il mio cuore squarciandomi il petto con un incantesimo che neanche sapevi come funzionava. - si fermò e ci rifletté - Effettivamente, pensandoci, esattamente perché sto con te? -
- Perché mi ami? - tentò Harry.
- No, ci deve essere un motivo più valido. I soldi, forse? -
- Hai più soldi di me. -
- La tua fama. Deve essere quella. - annuì solennemente - Beh, diciamogli addio. - puntò il pelapatate - Qualche ultima parola? -
Harry sapeva che se voleva insistere nella sceneggiata avrebbe dovuto fingere di temere il pelapatate, ma guardarlo puntare quel coso con un espressione arcigna era troppo divertente. S'umettò le labbra - Se mi lasci vivere, ti succhio l'uccello. -
- Non sei un buon negoziatore. - replicò Draco subito - dovresti offrirmi qualcosa che di solito non fai volentieri. -
Harry si rifletté - Starò sotto per tutta la prossima settimana? -
- Un mese. -
Ci fu di nuovo silenzio, i due si fissarono per un lungo, rabbioso minuto. Poi Draco ripose la fatiscente arma e tirò le labbra in un sorriso divertito.
- Quindi... ricapitoliamo. - mormorò - Sono riuscito a minacciarti con un pelapatate e a guadagnarci anche un mese di sesso dove sto sopra io. Chi pensi abbia vinto questa gara? -
Harry si ritrovò ad arrossire e si alzò dal divano - Sei perfido. -
- Ti stavi divertendo tanto, non volevo rovinarti il gioco. - sorrise Draco indulgente.
- Che mi hai chiesto a fare cosa fosse? -
Draco s'umettò le labbra - Quando ti chiedo le cose... ti piace.- fece l'occhiolino - Ti piace prenderti cura di me, anche solo spiegandomi cos'è un pelapatate. -
La sfida era scivolata nella loro nuova quotidianità - Quindi chiedermi cose è il tuo modo di farmi sentire utile? -
- Vedo che capisci. - annuì Draco divertito - e ora, ho un ricatto da riscattare. - gli fece l'occhiolino - Ci vediamo sopra...-
Harry osservò il suo ragazzo iniziare a salire di sopra con un sorriso largo e trionfante e si ritrovò innamorato di quel ragazzo ancora una volta…
Riusciva sempre a sorprenderlo.

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