macci: (Default)
[personal profile] macci


La rivincita
 



Da quanto tempo esisto?
Guardo le mie mani senza nemmeno un segno del tempo e non faccio che chiedermelo ancora e ancora...
Ho visto l’era dei romani venerarmi, l’era dei tempi bui temermi e ho visto l’era dell’illuminismo rifiutarmi.
Perché esisto?
Sono parte del mondo da quando ne ho coscienza, l’ho vissuto come un osservatore silenzioso per millenni e non sono ancora riuscito a darmi risposta. Passeggio per le strade trasportato del vento. Trasmetto sussurri che nessuno vuole udire.
Guardo il cielo quasi cercando di trovare la risposta nelle nuvole che proseguono il loro cammino. E mi sento pesante, quasi pesassi centinaia di chili.
Da quando non carezzo una nuvola? Da quando non vedo gli uomini come formiche sul terriccio e il fango?
Le mie ali da quando sono imprigionate nella morsa della morte che mi costringe ad essa. L’aria qui è così rarefatta da soffocarmi.
Mi perdo nel ricordo del vento che mi sfiora le dita, dell’aria satura attorno a me, ma pura come non mai. Ricordo la sensazione di libertà che mi albergava nel cuore...
E poi sono arrivati gli uomini.
Non ho mai capito perché Dio gli abbia creati, non gli bastavamo noi? Doveva per forza creare uno stuolo di essere che neanche lo veneravano come eravamo in grado solo  noi di fare?
Perché a loro ha dato la libertà mentre noi siamo costretti a questa esistenza eterna e senza senso?
Conosco l’utilità della morte... la ambisco...per me.
Porto ciò che vorrei infliggere a me stesso potendo ed è la mia condanna.
Il mio peccato che mi macchia ancora oggi. Dannato in eterno per un singolo sbaglio.
Sposto il mio guardo oltre i piedi e scorgo gli uomini, suoi esseri prediletti, scapicollarsi per le strada in cerca del senso della vita e mi sale un amaro sorriso sulle labbra.
Esiste sul serio?
Come per beffarsi del mio animo inquieto sono capace di sentire tutto ciò che un anima prova quando la sottraggo al suo corpo. E raramente è qualcosa di piacevole.
Perché mi hai creato così, mio signore?
Perché mi ha dato un cuore per capire gli uomini senza darmi la loro stessa libertà? Perché hai creato in me sofferenza, dolore, malinconia e rimpianto?
Sono triste.
Non so bene quando ho capito l’esatta concezione di “tristezza” e “dolore”, quando ho scoperto che il mio era un malessere radicato nell’animo ed infido, il malessere aveva fatto già radici nei secoli e ancora prima che me ne rendessi conto mi sono riscoperto semplicemente così; triste.
Che parte ho io nel mondo?
Sorrido, con rancore mal celato e mi alzo in piedi posando le gambe sull’ammasso di cemento che chiamano palazzo e scruto l’orizzonte.
E’ ora di andare, la morte non attende.
Ho un anima da catturare.

Non sono più in grado di volare, ma saltare da un grattacielo alto cinquanta piani per me è una bazzecola. Tocco terra con la leggerezza di  una piuma, del tutto inosservato come un ombra nelle tenebre e vado dove il mio istinto giuda.
Seguo l’animo del morente come se mi invocasse, anche fosse in capo al mondo, ho il dovere e il bisogno di raggiungere quella voce implorante.
E’ un istinto primordiale, che scaturisce forse dalla natura che mi ha fatto così come sono e che mi rende impossibile soccombere ad essa.
Sono l’angelo più sfortunato della schiera celeste.
Io vivo tra gli uomini, posso vederli, sentirli, perfino amarli...ma non posso né essere visto, né sentito, e soprattutto amato. Quello che era il paradiso non è che un ricordo lontano, come un’infanzia umana. Etereo e inconsistente. Sento l’eco dell’anime chiamarmi ad essa. E’ un desiderio sussurrato con dolore.

L’anziana donna fissa il soffitto, sorretta da una signora più giovane, chiaramente la figlia. Il letto in cui è costretta emana un fetore di feci e sudore misto a medicine e disinfettante. Il respiratore sul viso, la soffoca anziché aiutarla e le parole incoraggianti della fanciulla sua prole non fanno altro che creare un dolore più intenso.
-Ce la farai, mamma.-parole dolci, ma colme di paura e consapevolezza rifiutata.
Voglio morire, è l’unico pensiero dell’anziana esausta.
-Non abbatterti.-continua la figlia.
Li sento trapassarmi l’animo i ricordi della donna sovvenire. I sorrisi concessi, gli amori, le sofferenze, il sostengo della famiglia, i litigi...i suoi figli. Vengo pervaso dall’amore materno della signora e avverto una nausea latente. Non posso lasciarmi impietosire da queste cose; qualsiasi cosa un essere umano abbia fatto o meno, nulla può arrestare la mia corsa.
Tutti devono morire, e io sarò lì ad accoglierli nelle tenebre. E’ il mio destino.
-Ora andrà sempre meglio.-continua la figlia. Le sue parole sono così gentili e taglienti da lasciare quasi senza fiato.
Il sospiro pensante della signora morente è null’altro che un rantolo di dolore. Gli occhi sono socchiusi, osservano il mondo che li circonda con distanza, quasi sapessero. Mi avvicino piano, cercando di scacciare tutti i pensieri che mi connettono alla donna. Non posso, in un momento come questo, esitare. Ho visto molte vite, ho scrutato con loro le esistenze passate, gli errori commessi e le scelte prese. Ho vagliato le buone azioni e le malvagie, ho deciso con loro cosa era giusto e cosa sbagliato.
Poso la mano sulla fronte della signora e le accarezzo delicatamente il capo. Gli occhi stanchi si spostano veloci da una parte all’altra come ad aver intuito la mia presenza.
E’ fragile. L’essere umano è una creatura così debole che fa compassione.
-Scusa.-le sussurro piano all’orecchio con dolcezza, poi mi sposto e le do un bacio sulla fronte.
La sua anima mi penetra dentro, ramificando nel mio grembo. I suoi occhi diventano i miei, miei le sue mani, il cuore, l’anima...
Tutto mio.
La morte ha iniziato il suo lungo processo di devastazione su questo povero corpo martoriato. Lo consumerò, piano, tutto.

Cenere alla cenere...

A lungo andare i volti, le storie, le vite della gente...tutto viene cancellato dalla morte. E la morte viene sommersa dal loro dolore.
Non si vive di eternità.
I miei passi lenti riempiono l’aria di ticchettii sinistri. Non è che ci abbia mai fatto davvero caso.
Ho sempre visto gente voltarsi per scrutare la strada buia in preda all’ansia, quasi come se riuscissero effettivamente a sentire il mio tetro passo. Ma probabilmente la loro era solo una sensazione, un inquietudine che li prende dall’interno quasi come una morsa.
Loro non mi possono vedere, ma possono percepirmi. Il più delle volte è solo mera illusione, una semplice sensazione.
Forse passo di lì, per caso. Forse sono lì per loro.
Ma non possono evitarmi. Non in eterno.
Io ho l’eternità e ho la loro flebile vita dalla mia parte. E’ il mio dovere, il mio fato. E’ la mia maledizione.
Non ricordo di aver scelto di essere l’angelo della morte, non l’ho mai chiesto, né voluto.
Un po’ come non viene mai chiesto ad un essere umano se vuole nascere io mi sono ritrovato al mondo con il solo scopo di separare gli essere umani tutto ciò che li contraddistingue da una pietra o da un pezzo di plastica; l’anima.
Ma a che scopo tutto ciò? Non esiste un paradiso, né un inferno per loro...
Il mondo inizia e finisce tra i respiri infranti.
Li prendo con me, ma non esiste alcuna altra destinazione. Non più.
E così le sento, tutte, vorticarmi dentro, rodermi dall’interno, logorarmi con sentimenti, emozioni che non ero destinato ad avere e che a lungo andare stanno distruggendomi dall’interno.
Ogni anima mi strappa un pezzo di freddezza e distacco in più...
Ricordo com’è stato prendere la mia prima anima.... era piccola... e calda.
Era circondata da tutto l’affetto della gente che la piangeva.
Ho notato questo nei millenni di eternità che ho vissuto, più una persona ha qualcuno vicino più la sua anima è calda e lascia quasi un retrogusto amaro nelle mie mani gelide.
E’ bello....ed è triste.
Nell’immaginario comune io sono il nemico più spaventoso, ma nemmeno io non saprei effettivamente come definirmi. Non conosco nulla di me, oltre ciò che faccio. Quello che sono.
Sono triste…
Sono triste.
Cammino per le strade con le anime dentro di me in pena, le loro lacrime bagnano le mie ali ferite, le loro sofferenze bramano l’assoluzione divina.
Ci sarà mai una salvezza?
Sorrido di me, come solo un angelo può fare, con l’ironia tipica di chi davvero conosce il mondo, e poi prendo un profondo respiro.
Guardo il mondo dalla cime più alta costruita dall’uomo e lo studio in tutte le sue sfumature.
Da qui, mi sembra quasi di poterlo tenere tutto nella mia mano, e forse sono l’unico che può davvero dire di poterlo effettivamente fare.
Chiudo il palmo desistendo da ogni mio pensiero visionario e chiudo gli occhi, poi salto...
Ho un'altra anima da imprigionare in me.
Cenere alla cenere.



**


Cassiel.
Vengo percosso da un brivido all’udire per la prima volta dopo decenni il mio nome. Cassiel, l’angelo della morte, l’angelo che segna sconfitta e rinascita. Mi fa quasi piacere sentirlo pronunciare, ma conosco questa voce fin troppo bene per non capire che non è buono che lui mi faccia visita.
-Quanto tempo.-insiste.
-Cento anni, su per giù.-ribatto voltandomi appena per scorgerlo brevemente e lasciargli uno sterile saluto di circostanza. – A cosa devo la tua visita?-
Non mi interessa sul serio, preferirei incontrare Dio in pensiona piuttosto che lui.
-Passavo di qui.-posso quasi immaginare la piega obliqua del suo sorriso, sottile e malevola. Tutto in lui grida maledizione, dal capelli corvini e gli occhi color ombra, occhi in cui si narra ci si possa perdere per quanto siano pregni di malvagità. Ironia della sorte è annegato nell’oscurità più tetra colui che era l’angelo più lucente dell’universo.
-Ogni tua visita non è mai per caso. – ribatto piano, facendo attenzione a non mostrare fastidio, non più del dovuto.
Una bassa risata riempire la distanza che c’è tra noi. – Touché -
-Cosa voi?-arrivo al dunque, con un sospiro secco.
In un istante me lo ritrovo accanto, malauguratamente nella sfera ottica. Si sporge di poco.
-E’ brutto sai, conversare con qualcuno senza essere guardato dritto in faccia.-
Mi sposto di poco, giusto per accontentarlo.
-Molto meglio.-sorride compiaciuto.
-Cosa vuoi?-domando ancora, seccato.
Lui mi ...infastidisce.
A differenza di me lui è parte integrante del mondo, ne è legato, ogni cosa che appartiene ad esso è parte di lui come il vento che gioca con i suoi capelli corvini con diletto e il sole che fa rilucere l’oscurità.
Mi infastidisce, oltre ogni modo.
-Non ti senti solo?-chiede all’improvviso con un vesto noncurante della mano sedendosi accanto a me sui mattoni rossicci del palazzo – Se non ci fossi io a venirti a fare compagnia ogni tanto staresti in una valle di lacrime, ammettilo.-
Senza che me ne rendo conto mi trovo ad alzare un sopracciglio, nervoso e scettico. Avere a che fare con lui mi scatena qualcosa che non è affatto consono al mio essere, sentimenti contrastanti; rabbia, rancore, perfino odio. Tutto di lui mi fa innervosire, preferirei di gran lunga stare solo.
 – E con ciò?-metto a tacere le voce che dentro di me urlano il mio disagio.
-“E con ciò”!?-ribatte con l’aria di chi ha appena sentito un eresia. – Amico io sono l’unico che ti considera!-
-E allora?-
-Che noia.-replica in uno sbuffo – E io che penso sempre “povero Cassiel che vada in giro ad ammazzare la gente..”-
-Io non ammazzo nessuno.-mi ritrovo a ribattere, ferito.
-Sì, hai ragione.-mi fa con un sorriso nuovo sul viso – Tu fermi solo i loro cuori, catturi le loro anime e le fagociti..-
Resto in silenzio, studiando la figura del mio interlocutore chiedendomi quando se ne andrà questa volta. Le sue visite non durano che pochi attimi, qualche minuto. Anche se il tempo ormai per me è un’illusione lontana.
-E’ il mio compito.-rispondo con voce ferma, avvertendo improvvisamente dentro di me una morsa nuova, come se non riuscissi a credere da me alle parole che professo. O come se non volessi crederci.
-Ma certo, sì.-mi faccio distrasse dalla voce calda e sottile di Lucifero a quanto pare straordinariamente divertito dalla mia ammissione – Oh, andiamo!-sbotta –Ascolta, ti ricordi? Prima che il grand’uomo mi cacciasse dal paradiso ero un pezzo grosso lassù, ero il migliore.-
-Non vedo cosa centri con me.-
-Gelosia, mio caro. Se lui ci amasse tutti allo stesso modo ora tu non staresti qui a piangerti addosso.-
-Lou.-esordisco piano, calmo –So cosa vuoi fare e non ci riuscirai.-
-Non sto cercando di fare proprio niente!-ribatte con la faccia più innocente che riesce a fare, veramente molto convincente se devo essere sincero. De resto c’è un motivo del perché è considerato il maestro dell’inganno.
-Sto cercando di offrirti la mia amicizia.-replica poi –Noi due siamo i grandi esiliati del paradiso, infondo. Dovremmo darci una mano l’un con l’altro!-
-Ma certo, perché non ci ho pensato prima?-rimando con un ironia insolita. –Infondo che sarò mai fraternizzare con l’essere più gretto e meschino di tutti i tempi.-
Mi alzo, voglio allontanarmi da lui. Devo.
Lo avverto afferrarmi con una strana forza, mi volto verso di lui immediatamente, guardingo e seccato.
Mi aspetto arroganza e divertimento, ma nei suoi profondi occhi scuri non c’è null’altro che un fastidio che va ben oltre il mio rifiuto.
-Cosa cazzo ho fatto di male io?-replica. – Guardali.-fa un cenno con la testa verso le persone che corrono per le vie della città inghiottite da cemento e tempo – A loro è permesso avere un autonomia, il libero arbitrio, avere sentimenti, perfino sentirsi Dio. E vengono sempre perdonati. Io volevo solo poter pensare con la mia testa...essere come loro!-i nostri occhi smarriti l’un l’altro si velano di una consapevolezza a lungo celata. – Essere liberi-dice ancora.
Quando mi hanno detto che in quegli occhi potevi perderti avevo classificato la cosa come una schiocca leggenda, ma mai come ora sento quanto possa essere reale. Mi sento fagocitato da quello sguardo così...sincero.
No, devo allontanarmi da lui, ora.
-Devo andare.-insisto ritirando la mano quasi come se quel tocco scottasse.
-Vai a catturare un'altra anima?-domanda piano con un sorrido leggero come soddisfatto della reazione ottenuta – Non ne hai già tante in te? Non ti senti...impazzire?-
-Che ne vuoi sapere tu?-ribatto ancora più nervoso di prima.-Cos’altro dovrei fare, eh? E’ il mio compito!-
-Già.-dice piano riprendendo il suo sorriso – compiti, mansioni....tutti suoi servi. – si gira verso il mondo – Se fossimo umani io sarei considerato un rivoltoso, perfino un eroe. Combattere contro la dittatura, sconfiggere il tiranno... cose così.-sbuffa una risata trattenuta. – Fa come preferisci, continua a seguire le regole. Ma un giorno non ce la farai più e spero tanto che ti ricorderai di avere un amico quaggiù.-
-Non accadrà.-affermo sentendo nuovamente quella sensazione di menzogna.
-Parlo per esperienza.-mi guarda – Sei davvero felice di eseguire gli ordini? Soffrire ogni giorno di più, sentire il dolore e la sofferenza del mondo vorticarti dentro, penetrarti sotto la pelle, diventare parte di te?-
Lo guardo, incapace di fare altro.
-Quando vuoi che tutto questo finisca. Vieni da me.-
Scompare. Scompare in mille frammenti corvini che si sgretolano davanti ai miei occhi ed io non posso fare a meno di sentirmi confuso.
I sentimenti che mi vorticano dentro urlano tutti, insieme, disorientandomi, come se cercassero uno sfogo e io li ascolto come animali chiassosi in attesa di un terremoto. Resto in silenzio ad ascoltarli quasi come se il dolore alle orecchie fosse piacevole, come se fosse importante capirli.
E le anime urlano come una nenia lenta nel fondo della mia essenza un invoco di libertà che io non posso concedere, né ottenere.
Siamo tutti bloccati in questo limbo, non esiste né il paradiso né l’inferno per nessuno di noi.
Esiste questo... nient’altro.
Sono triste...
Essere libero, sentirsi libero. Cosa vuol dire?
Ma non posso pensarci ora perché devo andare. Il dovere mi sta chiamando con la sua voce stridula facendo latrare dentro di me i sentimenti come se fosse il terremoto infine giunto.
Mille campanellini stridenti nelle orecchie, che rischiano di farmi impazzire ogni giorno di più.
Prendo un profondo respiro, cerco di calmarmi. Sono agitato e devo stare quieto, non posso trasmettere agitazione all’anima che prenderò, non è ammissibile. La spaventerei.
So che il mio è un nobile compito, ma dentro di me non posso fare a meno di chiedermi..
A senso tutto ciò?

E’ qui. Alzo gli occhi e vedo il posto in cui risiede la mia prossima anima. Un cancello da l’accesso ad un lungo vialone pieno di alberi tinti dell’autunno. Le foglie in terra dovrebbero avere la consistenza adatta per scrocchiare sotto il peso dei passi rendendo il cammino caratteristico della stagione, quasi rilassante. Darai tutto me stesso perché il mio piede schiacciasse quelle foglie, perché le senta frantumarsi sotto la suola di scarpe. Tanto ho famigliarità nel infliggere dolore a ciò che muore.
Arrivo con passo lento fino al palazzo in colonne bianche in fondo al vialone, ma non entro. Non è lì la mia anima. Mi volto sulla destra e aggiro l’entrata, passo attraverso un altro cancello più piccolo ed eccomi arrivato.
E’ in giardino, guarda il vuoto di fronte a sé probabilmente consapevole che la fine sta giungendo. Una donna gli parla, completamente disattenta a ciò che sta per avvenire.
Mi sorprendo per un attimo a esitare. Ho capito con un solo sguardo che quell’uomo è morto da molto tempo prima che io giungessi qui, ma mi fa strano scorgere speranza nella donna al suo fianco.
Non si risveglierà, né dall’incoscienza, né alla vita. Ne sono consapevole, ogni fibra di me lo sussurra.
Prendo un profondo respiro sopprimendo le urla delle genti che mi implorano di essere liberate e avanzo verso la mia prossima vittima.
Devo fermare il suo cuore e fagocitare la sua anima. Ucciderlo.
Un altro passo e sono lì, pochi attimi di vita ancora.
Quando sono finalmente davanti a lui e non c’è nulla da rassicurare in un uomo perduto. Allungo le mani e poso delicatamente le dita sul volto stanco, mi scorgo e gli do un leggero bacio sulla fronte.
L’anima entra in me, pezzi di essa, frantumi.
E il dolore, quasi il sollievo di aver finalmente finito di vedere il mondo senza viverlo mi riempie il cuore, distruggendo ogni mia rimostranza.
Soffro soffocato dall’emozione e mi discosto dal corpo ormai esanime con uno scatto.
Padre...
Perché devo soffrire così? Cos’ho fatto per meritarmi questo?
**

Mentre la ragazza piange il padre io resto a guardare. Non lo faccio di mia spontanea volontà, semplicemente è ciò che l’anima vuole. Rivedere la figlia, percepirla un’ultima volta.
Allungo il braccio verso di lei mentre gocce salate le bagnano le guancia, intanto che urla agli infermieri di soccorrere l’anziano. Ma la ritiro consapevole che quello non è più il mio posto, né il suo. Restare attaccati alla vite non è mai un bene, ho visto diverse anime smarrirsi rifiutando il mio tocco. Svanire nel tempo o permanere nel dolore.
Forse è quasi meglio che restare seppellite dentro di me, soffocate dalla mia presenza in un eterno uccidere.
Sospiro socchiudendo lo sguardo e faccio un passo indietro. Mi allontano come sono venuto, come un ombra silenziosa. Sento il richiamo di altre anime, un intero mondo che mi attende. Fortuna lavoro su più livelli, sotto varie trasformazioni. Sono la morte, sono ovunque.
Qualcosa però mi ferma. Sento il mio braccio tirare e mi ritrovo voltato.
Non vedo altro che luce davanti a me per un lungo istante prima di accorgermi che non è luce quella che scorgo. Sono stato abbagliato dal sole, ma ciò che mi ha afferrato è qualcos’altro. E’ un umana. Sbatto le palpebre, confuso.
-Chi sei?-domando senza rendermene conto alla ragazza che mi ha fermato. Ella mi guarda. Si, mi guarda per davvero.
-Gabrielle.-risponde solo.
Io esito, perplesso.
-Riesci a vedermi?-e a toccarmi, vorrei aggiungere avvertendo la pressione forte delle sue dita sul mio braccio. Quasi mi cullo in quel contatto assolutamente inaspettato.
-Sì.-fa, guardandomi dritto negli occhi – Cos’hai fatto a quell’uomo?-
Non capisco. Cosa sta succedendo?
Resto a guardarla inebetito.
-Ti ho fatto una domanda.-ribatte, decisa.
Inghiotto a vuoto prima di prendere atto che è assolutamente vero; mi vede, mi tocca…
Per essere il mio primo contatto dopo millenni ha un aria piuttosto arrogante.
Con uno strattone ritiro il braccio e ne riprendo possesso.
-Non comprenderesti.-professo – Come riesci a vedermi?-
Perdo qualche attimo a guardare l’umana. Non ha nulla di particolarmente riconoscibile tra mille altri, i suoi occhi sono di un anonimo color nocciola, i capelli credo siano mossi, di un caldo castano, e abbastanza lunghi da oltrepassare la linea della vita. Il corpo è asciutto e scarno primo di curve significative. Non che io ci faccia caso.
Lei non ha alcuna espressione sul viso se non un cipiglio determinato – Non lo so, ma hai ucciso quell’uomo.-afferma. Sento una fitta profonda scorrermi nel ventre.
Resto in silenzio mentre piego la testa. – Come puoi affermarlo?-
-Lo hai toccato ed è morto.-
-Si può uccidere con un tocco?-piego, per la prima volta dopo secoli devo farne atto, le labbra in un sorriso tirato – Credo che tu abbia troppa fantasia, Gabrielle.-ho quasi un fremito mentre sussurro il nome della giovane. Da quando non parlo con un essere umano? Non credo di averne memoria.
Lei scuote la testa, cocciuta – Tu gli hai fatto qualcosa.-esita – Sei un demone?-
-Ho l’aspetto di un demone?-ribatto, offeso. Dovrei essere di una bellezza celestiale. Anche se i miei criteri di bellezza sono andati perduti ere fa.
Lei alza un sopracciglio valutandomi. Piega la testa da un lato e dall’altro poi esclama con una serietà assoluta che – I demoni hanno varie forme per ingannare e fare del male.-
Mi sovviene un genuino sorriso al pensieri che io conosco il male puro ed ha solo una forma, la peggiore; Quella innocua.
-Questa dove l’hai sentita? Posso assicurarti che..-
Gabrielle sospira gravemente – Non importa cosa sei. Non mi interessa. Tu hai ucciso quell’uomo.-
Sento la rabbia sopraggiungere, fastidiosa – Non essere ridicola.-quasi ringhio tra i denti – Io non uccido.-affermo sapendo di mentire.
Gabrielle piega la testa – Ehy Calmati – fa, saccente -Come ti chiami? Cosa sei? -
Faccio un passo indietro, sconcertato. Parla con ciò che reputa un assassino ed è tanto tranquilla? Ma che razza di persona è? E come mai riesce a vedermi?
Esito. Mi fermo a fissare quella nuova figura, non posso fare a meno di restare sorpreso da tutto, dal modo in cui mi scruta, al modo in cui muove appena la mano in un gesto nervoso.
Sto per dirle il mio nome, quando una voce richiama la sua attenzione.
-Signorina Gabrielle con chi parla?-
Lo sguardo della ragazza da attento diventa improvvisamente assente. Si gira verso la voce con un’espressione nuova.
-Con nessuno.-dice, piano – Parlavo da sola.-
La donna, un’infermiera, si avvicina tranquilla – Ha preso le sue medicine?-le domanda affabile.  Mi guardo attorno per la prima volta da quando sono arrivato e mi accorgo che ci son solo esseri umani feriti. Corpo ed anima. Capisco solo ora che quello è un ospedale. Di solito non faccio mai caso a dove e quando le persone mi richiamano.
Gabrielle sorride all’infermiera prima di annuire.
-Sta calando il sole, meglio che ritorniamo nella stanza.-le fa l’infermiera avvicinandosi.
-Ma io..-
-Sa che il dottore si arrabbia.-la avverte l’altra con un sorriso tranquillo – Su entri.-
La trascina letteralmente via, mentre lei mi lancia un’occhiata ricolma di panico. Ma non tende la mano verso di me, non cerca aiuto, semplicemente si limita a guardarmi mentre viene allontanata.
Resto per diversi attimi fermo a scorgere la sua figura che si rimpiccolisce ogni passo di più fino a svenire oltre le porte dell’ospedale.
Ed improvvisamente mi accorgo di mille campanelli. Mille voci che mi urlano nella testa.
La morte mi chiama con la sua voce gracchiante e dolce allo stesso tempo.
Sospiro strappandomi a quel luogo definitivamente.
E’ stato strano, ma certo non ricapiterà.
Anche se non capisco…com’è possibile?

Cerco di ricordare quanto tempo è passato dall’ultima volta che qualcuno mi ha guardato direttamente negli occhi. A parte lucifero, ovviamente.
E’ stato…troppo tempo. Eppure altre volte è successo.
Ricordo che quando ancora la gente credeva, c’erano persone che potevano vederci. Troppo spesso la gente ha creduto di farlo,  erroneamente.
Noi angeli, o perlomeno, quelli che non sono votati come me alla morte, sono abbastanza liberi, qualche volta hanno il compito di proteggere delle persone speciali, persone destinate a migliore il mondo. O a cambiarlo.
Contrariamente a quel che si creda ce ne sono più di quanto si pensi. Non è la persona che diventa più ricca o che ha più successo o che inventa qualcosa che cambierà la storia. Le cose protette sono dettagli di una trama molto più grande e intricata, di un disegno troppo a lungo sognato per avere senso ormai. Il padre è l’unico che sa come andrà a finire, l’unico che comprende ciò che a noi è ignoto, che non capiamo. E’ la fiducia in questo che ci permette di andare avanti.
Ma troppo spesso non udiamo la sua voce, troppo spesso vaghiamo senza meta, senza indicazioni e sbagliamo. Troppo spesso gli esseri umani si lasciano sopraffare dai sentimenti.
Vorrei…liberarmene.
Vorrei strapparmeli dall’anima aggrappandomi ad essa con le unghia, sradicare il dolore delle anime che costringo in me, tacerle. Eliminarle.
Ogni giorno che passa vengo sempre più colto dal dubbio, dal pensiero costante che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in quello che faccio. Che Lucifero abbia ragione.
Ma la fede che ho è troppo profonda per svanire completamente.
Guardo il cielo chiedendomi che ne sarà di me, se impazzirò e, quando accadrà, se sarà o meno la fine di tutto. Di questo passo accadrà prima del dovuto, forse qualche decennio. Sono al limite.
Le voci sono sempre lì, sempre. Urlano, sussurrano avide di voler tornare alla vita, ai propri cari. Invocano il paradiso tanto promesso, perfino l’inferno. Meglio che il limbo a cui sono costretto io stesso.
Ed io non possiedo le risposte che cercano e non ho modo di accontentarle se non altro per farle tacere. Quanto ancora potrò durare?
-Ti vedo pensieroso.-
Due visite nella stessa settimana? Resto a guardare l’orizzonte sospettoso.
-Inizio seriamente a pensare che tu stia escogitando qualcosa.-gli dico – Qualcosa che va oltre il cercare di portarmi dalla tua parte.-
Lou si siede accanto a me e resta in silenzio per un po’ – L’hai incontrata?-mi domanda piano. Sussulto.
-Come? Di costa stai parlando?-
Lo sento sorridere sebbene non riesca a vederlo. Non voglia vederlo.
-E’ un regalo.-sussurra con voce melliflua allungando una mano verso di me. Avverto un brivido quando mi sfiora la spalla – Lui non voleva che la incontrassi.-
-Chi è la ragazza?-mi giro verso di lui, fronteggiandolo.
-Te l’ho detto; un regalo.-mi perdo nel suo sguardo sottile e il sorriso accattivante. Ho sbagliato, era una delle prime cose che si impara; mai favorire il male, nemmeno per un secondo.
Devo imporre a me stesso di distogliere lo sguardo per evitare che mi affascini. Nelle mie condizioni sono troppo vulnerabile.
-Che significa che lui non voleva farmela incontrare?-
La risata cristallina dell’angelo caduta mi trilla nelle orecchie, soppiantando per un momento le voci della mia nuova anima frammentata.
-E’ tua, Cassiel.-dice ancora con quella sua voce troppo melodiosa, ingannevole – lo è sempre stata. E’ nata per te. Lui l’ha creata per te.-
Alzo un sopracciglio, prima di sorridere risentito – Non posso credere a ciò che dici.-gli dico pacato – Non ho mai udito nulla di più irreale.-
-Eppure..lei ti vede. Parla con te. Sai che solo chi è destinato è capace di farlo.-
-Diversi essere viventi sono riusciti a vederci nella storia.-
-Forse..-ribatte – Ma ciò non ha mai compreso il pacchetto completo. Per loro siamo sempre state luce pura, mai abbiamo avuto fattezze simili alle loro. Ma abbiamo avuto una voce.-
-Per alcuni sì.-
-I predestinati a noi.-ribatte nuovamente attirando la mia attenzione con un semplice gesto rotatorio della mano. Si guardale unghia con falsa attenzione – Padron. A voi.-
Stringo le labbra con disappunto – Vattene.-scandisco piano.
Nuovamente ride e la sua risata risuona ancora cristallina – Ti è tanto difficile credere di poter essere stato perdonato?-sibila soave – Eppure hai più che dimostrato la tua fede.-
-Non sono stato perdonato.-ringhio piano – Lui non può perdonarmi.-
-Lui può, Cassiel. Solo che non vuole. E’ diverso.-
Mi alzo avvertendo una nuova sensazione sopraffarmi; fastidio, irritazione. O speranza?
-Vattene. Non so per quale ragione lei possa vedermi o parlami ma non è destinata a me! –
Commetto l’errore di rispecchiarmi nuovamente nei suoi occhi. Le ciocche corvine gli contornano il viso come un aureola, alcune gli coprono gli occhi.
Lo sguardo è divertito e altezzoso. Mi innervosisce maggiormente.
-A caval donato non si guarda in bocca, Cassiel.-si alza con un unico movimento elegante – Approfitta dell’occasione. Tu che puoi.-
Per un attimo vedo il suo sguardo lontano, quasi vorrei attirare la sua attenzione -Vuoi forse dire che se lui ti perdonasse ti piegheresti?-ribatto quindi. Lui allarga di poco il suo sorriso.
-Solo chi è pentito può essere perdonato.-dice quasi in un sospiro. Scompare nuovamente, come sabbia che vola via con il vento. Ed io riprendo a sentirmi solo. Restiamo io e il dubbio. Il dubbio, che mi scava dentro, che inizia a pizzicarmi con fastidio; che abbia detto la verità? No, non può. E’ Lou, per l’amor del cielo!
Cerco di calmare le voci che mi vortico dentro, urlo per sovrastarle.
Una persona destinata a me…
Una seconda possibilità. Padre mio, posso sperarci davvero?



**

Il tempo non ha mai avuto per me un grande significato eppure da quel giorno non posso far a meno di scandirlo. Non certo con ore o minuti come gli esseri umani, ma con le albe e le notti così come ho visto fare agli antichi. Si fa certo meno confusione.
Sono passati 30 giorni da quando l’ho incontrata per la prima volta e sono roso dal pensiero che ella possa o meno essere la predestinata a me.
Eppure…Cosa sono i predestinati? Persone che possono perdonarci. Ecco cosa sono.
Perché ci sono colpe così profonde, che vanno oltre ogni immaginazione, che non possono e spesso, non devono, essere perdonate.
Eppure, che possa essere giunta l’ora per me di espiare la colpa? E’ davvero possibile ciò?
Che io sia stato destinato ad inglobare in me tante anime da riuscire a provare dei sentimenti e finalmente poter incontrare la persona a me predestinata?
Cerco di ricordarmi l’immagine della giovane, ma non ne ho grande memoria se non la sensazione di luce che ho avuto osservando il riflesso del sole, quasi come un’aureola che le contornava il capo. Non ho in mente alcun particolare del suo volto o del suo corpo. E’ un umana, per me loro sono tutti troppo simili.
Ricordo il suo nome però, ed è qualcosa di molto raro; Gabrielle.
Come posso capire o meno se ella è il mio lascia passare per la libertà?
Il fatto stesso che il maligno mi abbia detto ciò dovrebbe rappresentare di per sé smentita, eppure…
Che sia la verità?
Guardo il cielo alla ricerca di una risposta qualsiasi. Mi stringo nelle spalle, quasi potessi sentire il freddo.
Ora è inverno nel mondo, presto giungerà la neve.
Ho sempre trovato estremamente affascinante le ambientazioni che il padre ha creato. La neve che deve essere un miscuglio perfetto di acqua e gelo, che per crearsi non deve fare troppo freddo né troppo caldo. La neve è un miracolo.
Eppure non sempre viene visto come dovrebbe; la gente è troppo presa da se stessa, dai suoi impegni, dal suo tempo scandito da minuti, secondi, lancette che con un troppo fastidioso tic Tac governando la vita.
Ad ogni modo non ha senso star qui a pensare, sento il dovere chiamarmi. Mi alzo in piedi e cerco di avvertire dove sarà la nuova vittima.
Salto dal palazzo e sparisco nelle strade, cercando di ricordare il volto di quell’umana. Inutilmente.


Fa freddo. Lo so, anche se non lo avverto sulla mia pelle. Tengo la mano al vuoto cercando di ricordare la sensazione di gelo. Una volta la provai anche io, troppo tempo fa perché la rammenti ancora.
Di quando ero umano ho veramente pochi ricordi, solo gli ultimi istanti mi hanno tormentato per millenni prima di affievolirsi un po’.
Eppure, da quando si è affacciata in me la speranza, attimi della mia breve vita mi passano davanti come in un film. Ho avuto dei genitori. Ho mietuto le loro anime. E’ stata l’unica volta che ho pianto.
Non credo più di ricordare come si faccia.
Gabrielle potrebbe…ricordami come si piange? Con questo pensiero mi ritrovo davanti l’ospedale prima, nel giardino dove l’ho incontrata poi. Sarà ancora qui? Ho fatto passare troppo tempo? La frenesia dell’umanità me l’ha già portata via?
Mentre passeggio la cerco con lo sguardo, cercando di scorgerla tra i pazienti, quasi sperando di ricordarmi di lei.
Dove potrà mai essere?
Raggiungo la panchina dove l’uomo che ho portato via giaceva poco prima di morire e mi siedo. Mi fermo un secondo ad assaporare il retrogusto di amaro sulla lingua per via dell’anima fresca. E’ ancora doloroso per lui essere qui.
Chiudo gli occhi cercando di calmare le voci, ma ciò che riesco a sentire mi sorprende. E’ una voce ma non viene da dietro di me, ha qualcosa di famigliare e vengo quasi sospinto come ad un richiamo.
Mi concentro su di essa, mentre mi alzo e faccio per seguirla ma mi basta raggiungere un albero per scorgerne la provenienza.
Quasi mi sorprendo di riconoscerla all’istante, di essermi fissato il suo volto nonostante tutto e di trovarlo familiare. C’è una bambina con lei, ha un vestitino color rosso e un sorriso divertito. Gabrielle canta, con i capelli raccolti, facendo facce buffe, sorridendo ed illuminandosi come se fosse il sole.
Se avessi fiato probabilmente ora l’avrei trattenuto.
Attrazione, mi suggerisce qualcosa nel petto, forse qualcuno. Mi sento “attratto” da lei. Non in senso fisico del termine come quell’attrazione che gli umani quasi venerano come un falso Dio, ma come una musa, od come noi ispiriamo gli umani. Forse è la speranza che ripongo in lei in qualche modo a renderla così ai miei occhi…
Bella. Ecco la parola.
Resto a guardarla in silenzio, senza avere la forza od il coraggio di chiamarla, quasi sperando di non essere visto da lei. Sapere di poterla guardare da lontano quasi mi tranquillizza, mi da modo di pensare bene a cosa dirle, cosa fare. Eppure non faccio nulla del genere. Per la prima volta dopo tanto tempo tutto è silenzio nella mia testa, come se le anime stessero scendendo a patti con una sensazione che nemmeno loro sanno decifrare o darle nome. Una sensazione mia.
Adorazione.
Paura.
Alza gli occhi e per un attimo vengo attraversato dal terrore che non possa vedermi, forse dal desiderio che possa essere così. Eppure il sorriso che le si dipinge sul viso mi rende inquieto. Dice qualcosa alla bambina che annuisce e corre via, poi si alza in piedi per raggiungermi.
-Sei tornato.-mi dice.
Sembra diversa dall’ultima volta, più serena. Meno arrogante.
Resto per un attimo in silenzio come a capacitarmi una volta per tutte che sta parlando davvero con me – Non sembri sorpresa.-affermo.
Lei alza le spalle lasciando che il suo sguardo vaghi altrove per un secondo – E’ morto qualcuno?-mi domanda.
M’irrigidisco – Credi ancora che io sia un assassino?-le domando.
Lei mi guarda e non riesco a decifrare la sue espressione. Mi guarda e basta…come se sapesse.
-Sai chi sono?-le domando dunque, temendo la sua risposta.
-Forse.-sorride e inizia a girarmi attorno come un avvoltoio – Ma non ne sono sicura.-
Piego di lato il capo, soppesandola – Cosa credi che sia, dunque?-
Lei finisce il suo giro e si toglie una ciocca ribelle dal viso. Vista sotto una nuova luce i suoi occhi hanno un qualcosa di dorato. Sorrido stranito al pensiero che si avvicina molto all’idea che gli esseri umani hanno degli angeli.
-La morte.-non c’è teatralità nella voce, né paura, né rabbia. Sono sorpreso. – Probabilmente non hai nemmeno un nome.-continua pensierosa.
-Ho un nome.-ribatto immediatamente.
-Sarebbe?-
Esito, se non fosse stato per Lucifero probabilmente l’avrei dimenticato tempo fa – Cassiel.-pronuncio quasi sottovoce come se fosse peccato.
Lei sbatte le palpebre e per un lungo attimo resta silenziosa – Cassiel.-ripeté poi.
-Sì.-
-La morte ha un nome.-dice sorpresa.
-Diverse cose hanno un nome.-
-Lo so.-annuisce lei – Ma sono comunque sorpresa.-sorride, come se il pensiero che io abbia un nome la divertisse – Bhè sono anche sorpresa che tu abbia una figura…umana?-
Faccio un passo indietro, silenzioso – Un modo come un altro per mostrarmi.-
-Quindi è solo una maschera?-replica – Potresti mostrati come un cane o un sasso?-
Alzo un sopracciglio – Perché dovrei mostrarmi come un cane od un sasso?-
-Chiedevo solo se potevi farlo.-alza le spalle con noncuranza.
Stringo le labbra, scollando le spalle in un gesto incomprensibile anche per me. Improvvisamente sento la famigliare sensazione di dover andare, la morte mi sta chiamando. Le anime mormorano inquiete. – Devo andare.-
-Perché?-
-La gente continua a morire.-sibilo – Ed io sto perdendo tempo qui, con te.-
La ragazza sembra rabbuiarsi improvvisamente, come se le avessi appena colpita.
-Quindi non sei qui per me.-afferma con voce sottile – Non sei qui per portami via.-
-Perché dovrei?-ribatto ingenuo – Non è certo la tua ora.-
-E quando lo sarà?!-scatta, isterica. Resto stranito dal suo cambio d’umore repentino – Quanto ancora devo aspettare?-
Sono sorpreso. La guardo confuso e faccio un altro passo indietro.
-Non sono io che decido.-provo a dire – E’ il fato.-
-Lo conosci? Puoi parlarci?-fa con una nuovo tono nella voce.
-No, io…-
Nuovamente sembra che l’abbia ferita. – E’ molto che aspetto.-dice quasi sottovoce – Quando potrò morire?-
La guardo confuso. Lei…vuole la morte? Non comprendo. Intanto si fa sempre più pressante in me il richiamo, devo prendere l’anima di qualcuno, l’intero mio corpo lo sente e la agogna e la ripudia allo stesso tempo.
E’ una sensazione nuova, come se facesse male.
Mi prendo il grembo improvvisamente, è come se lo stomaco mi si contorcesse e rigettasse il desiderio di morte della ragazza. Come se le anime in me rifiutassero l’idea della ragazza, come se non lo comprendessero.
Che visione ha ella della morte? Pensa che sia solo pace e serenità, che la porterà via da una vita che andrebbe semplicemente vissuta per poter cambiare?
-Ti senti bene?-
No, che non mi sento bene.
-Ti senti bene?-sento nuovamente la sua voce. Alzo gli occhi e la trafiggo con un sentimento nuovo; odio, Suggerisce una delle anime.
Lei vuole morire.
-Sta zitta.-quasi ringhio.
-Cassiel!-cerca di avvicinarsi a me, le afferro con forza il polso stritolandolo. Avverto da lei un lamento acuto e per un attimo guardo il punto di unione e noto per la prima volta le cicatrici. Sottili e nette le contornano il polso, diverse linee, alcune più recenti di altre.
Capisco; ha tentato il suicidio.
Lo stomaco si contorce nuovamente, le voci scoppiano in un boato e mi fanno scoppiare la testa. Mi allontano da lei come se scottasse.
-Donna!-esclamo rabbioso – Tu non sai nemmeno ciò che chiedi!-
L’anima nuova mi chiama, le vecchie urlano. Lasciatemi in pace!
Mi allontano velocemente, prima di scomparire nel nulla. Lontano da lei tuttavia la rabbia non si affievolisce, la sento ancora vorticare in me.
Mi viene perfino da vomitare, come se potessi!
Non capisco. Come può lei desiderare questo?!
Tossisco  e li sento davvero, i conati di vomito sconquassarmi le viscere. Quasi a sentirmi nuovamente umano. Tossisco e inghiotto a vuoto per respirare.
-Come può?-soffio dando voce ai miei pensieri – Come può!-
Do un pungo forte al muro e sento la pressione e poi improvvisamente…il dolore. Guardo la mano, attonito. Cosa mi sta succedendo?! Com’è possibile che io senta dolore, che senta la nausea, e il disprezzo.
Stringo le dita quasi beandomi di quelle nuove fitte che mi trapassano il palmo fino al gomito. E’ vero dolore.
Nulla di tutto ciò è normale, perfino le voci tacciono in assenso con me.
Guardo il cielo e scorgo le nuvole grigie riempire il cielo. Sento l’odore della neve. Lo percepisco, lo riconosco.
E’ come se mi sentissi…umano.
Spalanco le palpebre comprendendo quanto le anime mi abbiano cambiato, quando ci sia in me di nuovo, di sbagliato. Guardo il cielo e quasi attendo, in attesa dei primi fiocchi.
Li ho sempre guardati posarsi lievi come cascate bianche sul mondo, depositarsi, farsi in strati friabili. Ho tentato tante volte di calpestarli, di sentire lo stridente suono sotto le suole, di sentirle.
Ho tentato tante volte, sapendo l’inutilità della cosa, di sfiorarle, di avvertire il gelo che tutti sembravano provare.
Ho desiderato toccarla. Ho desiderato essere un umano così tante volte che mi sorprendo ad accettare il dolore, quasi a desiderarlo.
Quando i primi fiocchi scendono dal cielo mi ritrovo a tendere la mano sofferente sperando che il dolore sia garanzia di poterla sentire. Quando i polpastrelli entrano in contatto con uno dei fiocchi avverto la sensazione di docile e poi di bagnato. Si è sciolta al contatto.
Ritiro la mano quasi terrorizzato dalla felicità che sento sopraffarmi. Dopodiché la mia vista si appanna.
Singhiozzo senza rendermene conto e, per la prima volta dopo tanto, troppo tempo, ricordo che significa piangere.
Com’è possibile che un singolo incontro, possa cambiarmi tanto?
Cosa sta succedendo al mio corpo? Attorno a me?
Tacciò queste domande per un lungo attimo mentre i fiocchi cadono silenziosi sulla città.
Probabilmente domani all’alba avrò paura di ciò che questi cambiamenti possono comportare.
In questo momento però ho freddo. E non sono stato mai così felice.


**


Non avevo mai visto una chiesa dall’interno, ma provo un senso di soggezione ad entrarvi. Il silenzio, i passi che rimbombano tra le parenti, le decorazioni, l’odore pungente d’incenso. Con un’agitazione sempre maggiore proseguo il mio percorso, sfiorando le panche di legno lucido con le dita della mano sana. L’altra ha smesso ormai di far male, ma riesco ancora a sentire il tatto e non posso far a meno di sentirmi avido di ogni solcatura che possano avvertire.
Sospiro ritrovandomi di fronte all’immagine del cristo crocifisso.
-Hanno una bella visione di te, Gesù.-mi viene da sorridere pensando a quei tre giorni passati in sua compagnia, forse l’unica “vacanza” che mi è stata concessa. Non che la sua compagnia sia stata edificante, era taciturno ed un po’ schivo, forse era per la presenza della morte stessa o per il ricordo di ciò che gli uomini gli avevano fatto. Deve essere stato comunque duro per lui udire il suo nome gridato a gran voce come condanna a morte.
E’ orribile quando si nasce per espiare le colpe di qualcuno. Almeno io devo espiare solo le mie…
E mi è sempre sembrato impossibile.
Quanti di noi saremo ancora sacrificati per loro?
-Hey hey, scusate.-rido, sentendo cori di dissenso dalle voci. Devo scendere a patti con tutti loro per poter andare avanti, temo.
Mi chiedo vagamente se sia giusto essere lì, il silenzio del posto è quasi assordante e il fatto che non ci sia anime viva mi rilassa e spaventa allo stesso tempo. Sorrido di me, mentre mi siedo ad una delle prime panche e chiudo gli occhi.
Con una lingua sconosciuta all’orecchio umano, inizio a pregare.
-Tu credi davvero che qualcuno verrà a parlarti?-sento improvvisamente il silenzio interrotto. M’irrigidisco infastidito.
-Almeno qui non dovresti rompere.-ringhio al demonio – Questo è un posto sacro.-
-Sì certo.-ridacchia – E io sono un angelo.-resta un attimo zitto – Bhè, perlomeno lo ero.-
-E’ stata una tua scelta, disertare.-
-Oh non sprechiamoci in dettagli.-si alza e sento il rumore dei suoi passi. Avverto il suo corpo improvvisamente accanto a me – Questo posto è sacro quanto un bordello e nessuno verrà a parlare con te.-
Gli lancio un occhiata veloce – Se è vero che mi è stato dato il perdono allora perché non dovrebbero?-
Sento la sua risata vibrarmi dentro, seducente come il male – Cass, Cass…-sospira – Sei veramente uno spasso. Dovresti proprio incontrare un po’ dei miei amici. Sono sicuro che ti troveresti proprio bene.-
-Grazie, ma no.-ribatto – E ora lasciami solo oppure..-
-Oppure cosa? Nessuno verrà, lo sai.-sogghigna – Nostro padre non è qui. Non in un ambiente creato per gli uomini dagli uomini, per assoggettarli, per usare la sua parole contro loro stessi. Questo posto non è che un business, un teatrino, la paura dell’ignoto reso in un ambiente buio e melodrammatico che non fa altro che distorcere ancora e ancora la sua parola; Paura, anziché amore.-
-Stai forse difendendo la sua parola?-mi viene da ribattere sorpreso. Lui sorride ed io tengo conto dal senso di fascino che trasmette. Non risponde, si alza con un movimento troppo simile ad una danza.
-Forse mi sbagliavo.-dice all’improvviso, guardando davanti a sé – Ma credo che non dipenda certo dal luogo. Ad ogni modo abbiamo compagnia e qui non sono gradito.-
Sbatto le palpebre qualche attimo prima di girarmi verso il punto da lui fissato. Lo avverto scomparire mentre mi perdo nella bellezza della nuova presenza; capelli biondi come la luce del sole, occhi di un verde smeraldo, labbra rosee e abito bianco colei che la mia mente riconosce come Ariel mi guarda soppesandomi.
-Sorella.-sento persino la mia voce, esitare.
-Cassiel.-non vi è alcuna felicità nella sua – Cosa ti spinge a domandare?-
Mi mordo un labbro, beandomi perfino di avvertirlo.
-Grazie di essere venuta, io..-
-Tu non stai eseguendo il tuo dovere.-mi blocca, prima di poter parlare – Qualsiasi sia la ragione non ti è permesso fare appello a lui, il tuo stesso chiedere è un abominio.-
I miei occhi la scrutano, feriti – Mi sento diverso. Il mio corpo..lo sento. Sento dolore, sento freddo, sento caldo…non è normale. Qualcosa in me è cambiato.-
I capelli di Ariel scivolano sul viso, mentre piega in lato la testa – Come prego?-
Mi pongo in avanti, speranzoso – C’è qualcosa che non va in me.-continuo – Riesco a sentire …tutto. Il mondo. Come se fossi…umano!-
-Questo è impossibile.-la sua espressione è inorridita. Congelo la mia, deluso.
-Lo so.-continuo – Chiudo solo di capire cosa mi sta succedendo.-
Ariel fa un passo, cauto, verso di me. – Fratello…-esordisce, esitando – Ciò che affermi è…-cerca le parole che io stesso non sono stato capace di trovare -…incredibile.-
-Ariel, sorella!-la imploro – Ti prego, cerca di scoprire più che puoi di questa condizione..potrebbe essere che lui mi abbia per..-
-Improbabile.-sibila  -Altamente improbabile.-
Sento le anime urlare, indispettite, cerco di metterle a tacere, ma Ariel spalanca gli occhi, come se riuscisse a sentirle.
-Cosa c’è dentro di te?-chiede apprensiva.
Assottiglio lo sguardo – Cosa pensi possa esserci? Pura morte.-
In un battito di ciglia è accanto a me, mi sfiora delicatamente con le dita il petto – Queste…voci. Questa volontà di libertà…-blatera agitata – Perché non le liberi? Come osi tenere prigioniere così tante anime?-
-Non è certo a causa mia.-replicò, confuso.
-Non lo è?!-scatta, agitata – Come puoi dire una cosa simile se sono dentro di te ed implorano pietà?! – le sue dita arpionano la mia veste – Liberale! Immediatamente!-
Faccio un passo indietro, spaventato – Non sono certo io a tenerle legate a me! Non avrebbero dimora altrimenti!-
Vedo i suoi occhi aprirsi sotto una domanda implicata, schiude anche le labbra attonita e confusa.
-Non…-esordisce piano, poi si allontana da me come se scottassi. – Qualcosa non quadra.-
-Te lo sto dicendo da quando sei qui.-
-No, Cassiel, non capisci!-scatta – E’ scritto che le anime debbano tornare alla vita, che debbano rinascere! Ma ciò non sta avvenendo!-
-Non è mai stato così.-ribatto confuso – Non hanno mai avuto una destinazione. Sono sempre state dentro di me.-
-Da…sempre?-
-Da quando la morte esiste.-
Si porta le mani al viso, inorridita. Nei suoi occhi mille incognite senza risposta. Io stesso non comprendo cosa stia accadendo.
-Devo tornare.-esclama – Devo capire… Ti..ti farò sapere se scopro qualcosa.-
-Cosa c’è che non va in me?!-domando disperato afferrandole un braccio. Lo ritrae con ribrezzo. – Cosa c’è di tanto sbagliato in me?-sospiro stanco.
Ariel mi guarda con i suoi grandi occhi verdi e per la prima volta mi dimostra una compassione che non le avevo mai visto sul volto.
-Non lo so, Fratello. Ma lo scoprirò.-
-Me lo prometti?-sento un vago senso di dolcezza avvolgermi all’idea di parlare per la prima volta dopo millenni ad un mio pari. O meglio, a qualcuno superiore a me. Un angelo puro.
-Ci proverò.-mi risponde facendo un passo indietro – Nel frattempo mantieni la calma…cerca…di non fare sciocchezza.-
Scompare senza nemmeno un saluto, la luce la avvolge e scompare a me.
Resto fermo, con le braccia ciondolanti e con un senso di abbandono che mi avvolge. Perlomeno stavolta non sono solo in questa battaglia, Ariel scoprirà cosa mi sta accadendo e finalmente tutto avrà un senso.
Mi porto le mani al grembo, in una muta domanda. Dunque ho sempre sbagliato? Le anime che giacciono dentro di me avrebbero dovuto tornare alla vita? Com’è possibile che non sia stato così?
Lascio che i miei occhi scivolino sulla croce dove è raffigurato il cristo salvatore.
-Cosa devo fare?-
So che non riceverò risposta. Non fa niente. Abbassò gli occhi sul marmo levigato per poi uscire dalla chiesa. Una volta fuori la neve depositata in terra riempie le strada e le macchine hanno difficoltà a camminare. Scuoto la testa seccato dall’ossessione umana di non fermarsi mai e poi mi smaterializzo. Quando riappaio sono sul tetto dell’ospedale. Quello in cui è Gabrielle.
Lei è l’unica cosa che è cambiata nella mia vita, è la cosa che ha cambiato me. Ed è a causa sua se io ho preso a sentirmi diverso. So che non riceverò risposta, ma ciò non toglie che io non possa cercarla da me.
Svanisco per riapparire negli archivi del palazzo. Non c’è nessuno e anche se ci fosse qualcuno non avrebbe affatto modo di vedermi. Cerco la sua scheda.
Mi crogiolo qualche attimo nel sentire le mie dita sfiorare per davvero la carta, la sento dove ruvida, dove liscia..e per la prima volta questi due aggettivi hanno un senso per me. In un certo senso vorrei andare per le strade, ignorare di essere la morte, e avvertire tutto, per davvero. Sfiorare ogni cosa, provare ogni sensazione. Perfino il dolore.
E se il fatto che Gabrielle mi veda non sia una causa ma la conseguenza di ciò che mi sta succedendo? Se la patina che mi cela agli occhi di tutti si stia assottigliando e chi, come lei, è tanto vicina all’idea stessa della morte, possa di conseguenza vedermi. Mi fermo per un fatale istante e iniziò a sentire un senso di agitazione sopraffarmi.
Se fosse così, lei non sarebbe la mia predestinata, ed io non sarei qui per essere perdonato.
Le anime che sono in me, mi suggeriscono, come abitanti chiassosi, i nomi delle mie emozioni; questa è la paura.
Questo significa quindi avere paura?
Finalmente trovo il suo fascicolo e per un lungo istante lo accarezzo con un polpastrello. Se fosse così, mi dico, a questo punto non ci sarebbe assolutamente nulla di strano in questo fascicolo. Gabrielle sarebbe soltanto un umana come tante con innumerevoli problemi.
Lo apro e scorgo la sua foto, le sue analisi cliniche. Nulla di particolare se non fosse…
Accarezzò con il pollice la solcatura del foglio dove è scritto il suo nome. Non c’è un cognome, non c’è alcun accenno alla famiglia. E’ come se fosse venuta dal nulla. Forse un’orfana.
Leggo ancora, sfogliando le pagine. Una cosa mi sorprende. Controllo più volte il fascicolo come se temessi di non averlo visto. Poi lo chiudo, aggrottando le sopracciglia.
Non c’è una data di nascita. Ci potrebbero essere mille ragioni sul perché non è scritto in questo fascicolo, mille. E io al momento non riesco a trovarne nemmeno uno.
Ripongo la scheda nell’archivio e resto per un attimo fermo a pensare a cosa fare. L’unica cosa che mi viene in mente è vederla.


**

Non riesco a trovare il coraggio di svegliarla. Resto ore davanti al suo letto.
Gabrielle dorme, beata, tranquilla. Il suo viso è pallido, i suoi capelli arruffati, e faccio di tutto per evitare di vedere le cicatrici, ma non riesco a evitare di guardarle. Con la massima attenzione le prendo la mano e le scopro il polso con dolcezza, le marco con occhi e polpastrelli chiedendomi cosa possa aver spinto ella a un simile gesto. Più volte.
-Cosa ti è accaduto Gabrielle?-sussurro sovrappensiero.
Spesso parlare era l’unica cosa che mi permetteva di sentirmi meno solo. Mi ricordava di avere questa facoltà, di avere una voce, per quando inutile e bassa fosse.
Quando salgo lungo il suo braccio, le accarezzo una spalla con gli occhi ed infine torno nuovamente al viso sobbalzo rispecchiandomi nei suoi occhi aperti. Serro le labbra, improvvisamente agitato.
-Temevo che non saresti più tornato...-sussurra tirando via il braccio da me e usandolo per mettersi seduta. – Volevo scusarmi.-si stropiccia gli occhi stanchi con le dita, sospira pesantemente, ed io mi concentro su quel suono. Su ogni suono a dire il vero. Perfino lo schiocco delle sue labbra che si schiudono.
-Prego allora.-replico.
Lei alzò gli occhi e mi guarda nuovamente – Scusa.-dice, poco convincentemente.
-Puoi fare di meglio.-
-Mi dispiace.-ribatte ancora – Mi dispiace che tu te la sia presa. Ma non mi scuso di ciò che penso.-
-Perché desideri la morte?-le domando quindi senza più esitazioni – Tu…non hai idea di cosa vai incontro. Sei giovane. Qualsiasi sia il tuo problema puoi sicuramente cambiare la tua vita. Puoi vivere poi…-
-Ho vissuto abbastanza.-mi ferma dura – Sono stanca, davvero. Non ce la faccio più.-
-Quanti anni potrai mai avere!-stringo con forza le lenzuola del suo letto, cercando di tacere la mia rabbia – Quando venti? Venticinque?-sospiro – Gabrielle anche tu ne avessi quaranta non dovresti desiderare di smettere di vivere. Non ha senso. Lasciatelo dire da me.-
Lei ha abbassato gli occhi e si tormenta con un pollice il palmo della mano.
-Non puoi capire. Io non so spiegarlo.-
-Spiegare cosa?-
Gabrielle si morde un labbro – Il mondo è cambiato. Cambia velocemente e ad una velocità che non riesco a seguire. Mi sento ferma in un posto senza possibilità di andare avanti, immobile. Stanca.-
Non posso fare a meno di guardarla senza capire.
-Non so quanti anni ho.-riprende alzando gli occhi – ho visto la gente invecchiare e morire ed io invece…restavo così. Sempre. Sono tanti, troppi anni ed io né invecchio né muoio. Sono stanca Cassiel. Ti prego. Portami via con te.-
Le anime sussurrano al mio orecchio parole sconnesse, incapaci di capire. Come me.
-Stai dicendo che sei immortale?-sento la mia voce esitare.
-Tutte le volte…-alza la mano e mi mostra il polso – Tutte le volte che ci ho provato…è stato inutile. Il mio sangue non sgorgava. Mai. E la ferita si rimarginava immediatamente.-
E’ impossibile. Lo so, eppure lei ne è convinta, lo capisco dallo sguardo. Ho imparato a riconoscere più espressioni nel tempo.
Dunque è semplicemente pazza.
-Gabrielle.-esordisco piano – Ci sono cose a questo mondo che tu non puoi nemmeno immaginare. Questa tua idea è assolutamente folle, è impossibile.-
Vengo colto di sorpresa quando la ragazza discosta le coperte con un gesto secco della mano.
-Impossibile?-domanda con scherno – Va bene, te lo dimostrerò.-
-Cosa?-
Si alza e si allontana, la seguo immediatamente. Entra in bagno, ma quando tento di seguirla mi ritrovo la porta sbattuta in faccia. Non che le porte per me siano un problema, ma resto per un attimo interdetto. Giusto l’attimo che le serve per fare la peggiore delle sciocchezze. Di nuovo.
-Gabrielle! – quasi urlo aprendo la porta con un gesto avventato, quasi sradicandola. E’ solo un istante di esitazione mentre vedo lei con una lama stretta nella mano e il polso teso verso di me. Faccio per avvicinarmi, soccorrerla, quando le parole della giovane diventano realtà sotto i miei stanchi occhi.
Non c’è sangue in quella ferita.
Il mio intero corpo si paralizza e la pelle inizia a tendersi in minuscoli reticelle che tessono una tela. In pochi istanti la ferita e chiusa ed è rimasta solo una cicatrice leggerissima. Se le altre sono marcate è solo per via dell’insistenza dell’intento.
-Cassiel ricordo quando si andava ancora con i carri trainati dai cavalli, il mio tempo è passato tanto tanto tempo fa. Devo morire. E’ la mia ora. Portami via.-
Le sue parole sono lontane, quasi non le sento.
-Tutto ciò non ha senso.-ribatto, ma non mi riferisco a lei. Non solo.
E’… tutto.
Io che avrei dovuto consegnare la anime, farle andare oltre, ma che mi è stato impedito e ora lei. Una giovane che non può morire.
-Non hai una storia?-gli domando pensieroso – Genitori, una famiglia…-
-Ho un passato.-risponde raccogliendosi in grembo il braccio – Ma sono sopravvissuta anche a quello.-
Come può essere? Le leggi create dal padre sono state tutte sgretolare, le vedo disintegrarsi davanti ai miei occhi.
Allungo una mano tremante verso Gabrielle e la sfioro il viso, saggiandone il tocco e la consistenza. E’ calda, è viva. E non può morire.
-Ma tu chi sei?-soffiò sottovoce non riuscendo a trovare una risposta. Né lei riesce a darmela. Continua a guardarmi dritto negli occhi senza dire niente. Probabilmente nemmeno io voglio una risposta.
Mi ritraggo facendo un lungo passo indietro. Stringo le dita ancora intorpidite dal suo calore, cerco di intercettare tracce della sua vita pizzicarmi.
-Cassiel, ti prego!-mi implora, ma sembra più frustrata che disperata.
-Va bene.-dico d’un tratto, quasi non me rendessi conto io stesso – Va bene.-ripeto – Ti ucciderò.-
Il sollievo che vedo dipinto improvvisamente nel suo volto i disturba.
-Ma non ora.-
-E quando?-ribatte subito.
La guardo attentamente, per un attimo mi soffermo nella strana ondulazione dei suoi capelli che le cadono lungo il collo. Mi riscopro a voler toccare le ciocche a volerne sentire la sensazione sotto le dita. Inghiotto a vuoto cercando di distogliere lo sguardo.
-Appena scoprirò che cosa sei.-affermo.
I suoi occhi nocciola si perdono nei miei e annuisce come se mi comprendesse.
-Grazie.-soffia.
Annuisco silenziosamente prima di fare un ulteriore passo indietro. Vorrei poterle dire qualcosa, restare a parlare con lei, ma so che non posso farlo, che mi è proibito. Essere venuto ed aver avuto questa chiacchierata è stato rischioso.
-Mi farò sentire.-dico ancora, nell’assurdo tentativo di darle una speranza di un mio ritorno. O forse di darla a me.
Poi svanisco.
Quando riappaio le urla delle anime quasi mi tramortiscono.
-Calmatevi!-provo ad imporre avvertendo la nausea avanzare – State zitte!-
Cado sulle ginocchia e avverto un conato di vomito, poi un altro e, al terzo, sento le mie viscere sconquassarsi.
Con terrore sento la mia gola riempirsi di qualcosa, anche se non capisco cosa poiché io non mangio da millenni.
Chiudo gli occhi e la laringe inizia a bruciarmi come se ciò che risalisse fossero carboni ardenti. Cerco di tossire, di liberarmi il corpo, ma sto soffocando.
Soffocare senza essere vivo è davvero il colmo.
Quasi riesco a sentire la cosa infuocata scivolarmi sulla lingua e graffiarmi le corde vocali. La rigetto. Rigetto quella cosa, qualsiasi cosa sia. Più volte.
Gorgoglii confusi mi risalgono dal ventre mentre il mio corpo trema.
Cosa mi sta succedendo?
Per  la prima volta ho paura per me.
Cado al suolo, stremato, quando ancora gli spasmi non sono cessati. Provo a tossire e stavolta riesco, e mi improvvisamente mi sembra di stare un po’ meglio. Inizio a respirare, respirare per davvero.
Cosa è appena accaduto?
Sbatto le palpebre cercando di fare mente locale e mi guardo attorno. Vengo scosso da un lungo brivido quando mi accorgo di essere circondato da luci. Tante luci, intense con le fiamme, fluttuano intorno a me, galleggiano.
Le guardo una ad una cercando di capire.
-Sono anime.-sento una voce provenire da chissà dove e mi volto con il terrore negli occhi verso la fonte. – Sei troppo debole per trattenerle ancora.-
Lou ha le mani nelle tasche e mi guarda con un ghigno leggero sul viso e uno sguardo pieno di trionfo – Devo ammetterlo, sei resistito secoli in più di quello che mi aspettavo.-
-Ma cosa…?-tento di dire, ma la mia gola è in fiamme. Sento un ennesimo conato di vomito che cerco di reprimere – Cosa mi hai fatto?-
-A te nulla.-sorride, divertito – Tu sei il cupo mietitore.-ridacchia – Poi uccidere anche me e lo farai, non appena ne riceverai l’ordine. Ma non puoi farlo se ti metto fuori combattimento.-
Non capisco. Resto a guardarlo con aria confusa.
-Che c’è? Non capisci?-piega la testa di lato – Eppure è semplice; anche tu hai un limite. Lo hai raggiunto. Le anime ti hanno quasi fatto diventare umano per quante ne avevi. Era una cosa che non avevo previsto.-
E’ in un batter d’occhio che si avvicina a me. Mi alza con un solo braccio e io mi sento carta straccia nelle sue mani. Il mio corpo è debole, trema…
E’ umano.
Spalancò gli occhi e mi rispecchio nei suoi – Cosa hai combinato?!-sbraito fregandomene della gola in fiamme – Cosa mi hai fatto?!-
I suoi occhi neri mi inghiottono completamente. Sorride, con fascino. Il fascino del male.
-Non puoi biasimarmi per aver fatto ciò che so fare meglio; creare disordine.-ridacchia lasciandomi cadere malamente. Le mie gambe non mi reggono – E dimostrare ancora una volta che qui Lui non ha potere. L’ho ingannato per secoli, ho toccato te, Caino, il suo bambino più odiato. Ti ha abbandonato e ti ha sbattuto a fare il lavoro per cui eri il candidato perfetto; il primo assassino, primo tra tutti. Ed il più letale.-sorridendo mostra i denti, una cornice perfetta per uno sguardo diabolico – Eri cotto al punto giusto quando l’hai incontrata. Devo ammetterlo, hai quasi fatto saltare il mio piano, se avessi capito che uccidendola avresti sciolto il sigillo, allora…-
-Uccidendola?-provo a dire, inghiottendo poi una considerevole parte d’aria per il dolore che si è solo attenuato, ma non svanito.
Lui piega la testa di lato – Ho racchiuso in lei la Vita. Quella che spettava alla tue anime, per rinascere. Lei ha vite e vite da scontare, e solo tu potresti ucciderla. – ride, sguaiatamente – E pensare che lei ti ha anche implorato ….uccidimi-recita con farla voce in falsetto “uccidimi!”. Avresti dovuto!-si china su di me – Ora le anime sarebbero tornare a vivere anziché smarristi nel tempo.-
-Smarrirsi …-alzò gli occhi al cielo a quelle fiammelle fluttuanti che galleggiano senza senso attorno a me. Sono smarrite, spaventate.
Ritorno a guardare lui, completamente incapace di capire cosa fare in una situazione del genere. Avevano decisamente dimenticato di darmi il libretto di istruzioni della morte.
-Ed ora…-riprende – Io ho anime senza più umanità pronte all’inferno. Pronte a tornare a casa.-ne sfiora una, come se fosse una sua creazione – Indovina dov’è finita tutta la loro umanità Cassiel?-
Ho giusto il tempo di sentire la domanda, chiaramente retorica, prima che una fitta dolorosa mi trapassi il braccio ed io urli dal dolore.
Dolore. Umanità.
-Sei diventato umano.-sorride facendo passi lenti verso di me – Hai inghiottito in te così tanti brandelli di vita da aver cucito un intero abito. Congratulazioni.-mi manda un bacio con le labbra arricciate e mi pare quasi di vedere un occhiolino abbinato, prima che la mia vista si annebbi e avverta brividi avvolgermi completamente. Mi sento sollevato da qualcosa di invisibile e poco dopo avverto le sue dita avvolgermi il collo, la sua voce vicina al mio orecchio, suadente come il peccato – Non appena morirai, il mondo entrerà nel caos ed un nuovo Dio saprà mettere ordine. Indovina chi?-
-Non puoi!-riesco a dire – Lui non te lo permetterà mai!-
-Di far cosa? –
-Chi uccide Caino morirà 7 volte!-ribatto ricordando fin troppo bene la voce del Creature quando le urlò in preda all’ira. Cerco di liberarmi dalla presa, ma sono senza energia e non riesco. Lui è un angelo, decaduto, ma pur sempre un angelo. Io ora…sono un semplice essere umano.
-Per questo non ho attaccato direttamente te, no?-replica alzando le spalle – Innocente, fino a prova contraria.-
Mi lascia libero e io cado al suolo, per fortuna stavolta riesco a tenermi in piedi. Faccio appello a tutte le mie forze per farlo.
-Ora tu vivrai.-mi guarda e io sostengo il suo sguardo – Vivrai la vita che hai rubato. Perché lo hai fatto; tutto questo per tornare in vita. Sarai accusato dal grande Boss e sarai punito.-
-Hai pensato proprio a tutto, vero?-sento la rabbia, scorrermi nelle vene, come sangue.
L’espressione di Lucifero si allenta e diviene di puro innocenza.
-Tu non ne hai nemmeno idea.-
-E tutto quel tempo a cercare di portarmi dalla tua parte?-
-Pura facciata. Era per controllare in che condizioni fossi.-
-E lei, che era predestinata a me?!-
-Hai creduto davvero a quella sciocchezza?-una risata strozzata – Accidenti, quando sei imbecille.-
Stringo i pugni, ripensando alla flebile speranza che mi aveva incatenato alla ragazza.
-E lei? E’ uno dei tuoi scagnozzi?-
-Ovvio.-sorride – Tutto finto.-
Tutto…finto?
Mentiva?
-Ma se io l’avessi uccisa…-
-Oh, sapevo che non l’avresti mai fatto. Rispetti troppo la vita.-alza le spalle – Ed ora basta, stai sprecando minuti preziosi. Goditi l’esistenza che ti ho donato. Pensaci; in fondo è come se ti avessi fatto rinascere; puoi chiamarmi anche Papà se preferisci.-
-Sparisci!-ringhio, sentendo tremare le mie ossa.
-O puoi inchinarti a me.-continua.
-Va via!-
Con uno sforzo faccio un balzo e mi scaravento su di lui che svanisce in mille tessere nere. Caso faccia al suolo, stremato. Sapevo che non sarei riuscito a colpirlo, ma volevo solo che la smettesse.
Tutto questo mi pare una follia.
Morirò. Sono umano.
Alzò gli occhi e mi guardo una mano, la ferita si è riaperta.
-Se solo…-
Se solo cosa? Se solo avessi avuto un libretto di istruzioni sulla morte? Se solo avessi assecondato il desiderio dell’umana? Umana…
Se solo lui non mi avesse abbandonato, ora sarei libero.



Expand Cut Tags

No cut tags

Profile

macci: (Default)
macci

March 2022

S M T W T F S
  123 45
6789 101112
13141516171819
20212223242526
2728293031  

Style Credit

Page generated Jan. 27th, 2026 07:29 pm
Powered by Dreamwidth Studios